Luglio 26, 2026
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Torna l’interesse sui titoli di banche e assicurazioni. Scauri: probabili dividendi dal secondo semestre

Assicurazioni e banche trattano con sconti fino al 25% rispetto ai competitor europei. Draghi attrae i grandi fondi di investimento sul mercato italiano, che è destinato a sovra-performare, mentre le utilities sono a rischio in caso di ritorno dell’inflazione.

 “Finora ci siamo tenuti a distanza dal comparto finanziario, a causa della sua alta volatilità, ma ora che la volatilità è in diminuzione e c’è la prospettiva concreta che assicurazioni e banche possano tornare a pagare dividendi nella seconda metà dell’anno, grazie a maggiori riserve di capitale rispetto al 2020, riteniamo che sia il momento di tornare sui titoli del settore”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

Con il nuovo anno abbiamo assistito a un approccio molto più soft del regolatore rispetto al 2020 e questo potrebbe comportare un effetto di re-rating dei multipli sottostanti i titoli finanziari, con la possibilità di un incremento degli utili legato ai minori accantonamenti resi possibili dai vincoli regolatori meno stringenti. Soprattutto nel caso italiano, questo potrebbe essere un elemento molto forte per il 2021, grazie anche alla nomina a premier di Mario Draghi.

Il governo Draghi, infatti, potrebbe rappresentare un forte catalizzatore per i flussi esteri, riportando il mercato italiano all’interno delle asset allocation dei grandi fondi di investimento. In una prima fase, ne beneficeranno soprattutto le large cap, poiché i flussi arriveranno attraverso futures ed ETF, mentre in una seconda fase, quando la selezione dei titoli si sposterà verso equity stories di qualità meno conosciute, ci sarà più attività su small e mid cap.

“In questo momento il mercato italiano tratta con uno sconto del 10-15 per cento rispetto al mercato europeo e questo fa presupporre una generale sovra-performance dell’Italia in termini di indici”, sottolinea Scauri. “Sui finanziari, il gap aumenta fino al 20-25 per cento”.

Per questo, a livello settoriale, la preferenza va ai titoli assicurativi e bancari. Le banche più piccole hanno un beta più elevato, quindi una possibilità di avere una rivalutazione più importante trattando multipli più contenuti rispetto alle banche più grandi.

Resta poi l’interesse per i titoli ciclici, come il settore auto, che sta tornando a essere investibile, e le materie prime. Mentre per quanto riguarda la componente Esg (Environmental, social e governance), il focus è soprattutto su equity stories interessanti nel settore delle rinnovabili e della transizione ecologica.

“Il settore che ci piace meno in questa fase è quello delle utilities regolamentate”, conclude Scauri, “dal momento che tratta a premi molto elevati, elemento che lo rende vulnerabile in caso di ritorno dell’inflazione”.

 

Ciclo economico a rischio nel primo semestre 2021. Il futuro del dollaro è il carry trade

Secondo Maurizio Novelli (Lemanik), il tasso di risparmio delle famiglie Usa è falsato dalla sospensione delle rate di mutui e credito al consumo. Gli Stati Uniti rischiano una “balance-sheet recession”. Prospettive positive per Renmimbi e dollaro neozelandese. Il recupero del dollaro è un’occasione di vendita.

“Se, come è probabile, il contesto macroeconomico rimarrà fragile ed esposto a ricadute, il grande problema che il sistema economico Usa si appresta a fronteggiare è una balance-sheet recession. L’eccesso di debito contratto dal settore privato diventa poco sostenibile in un contesto di bassa crescita e quindi la leva finanziaria deve essere ridimensionata. Questo fenomeno è lo stesso che ha caratterizzato l’economia del Giappone dopo la crisi da eccesso di debito degli anni Novanta”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

Le ottimistiche previsioni di recupero dell’economia si stanno rivelando meno affidabili ora che i lockdown prodotti dalla seconda ondata pandemica si stanno intensificando. Il ciclo dell’economia mondiale è in cedimento e il primo semestre del 2021 rischia di compromettere gli obiettivi di recupero attesi per l’anno. A questo si aggiunge il ritardo nella programmazione delle vaccinazioni a causa dei problemi di fornitura e le incertezze provocate dalle nuove varianti del Covid.

In Europa e negli Stati Uniti il ciclo di ripresa dell’economia si è interrotto già da novembre. Le attese di una ripresa a V iniziano a cedere e l’amministrazione Usa deve intervenire di nuovo con un altro pacchetto fiscale per impedire l’avvitamento dell’economia. I 10 trilioni di dollari erogati sono finora serviti a impedire i default e non sono dunque da interpretare come “stimoli” ma come “aiuti”. Lo stimolo fiscale è denaro in più messo a disposizione per investire e spendere, l’aiuto fiscale è finalizzato a fornire invece il denaro che manca per rimanere solvibile. Questa differenza impatta in modo sostanziale sulle dinamiche del moltiplicatore fiscale e monetario e suggerisce che le aspettative di crescita proiettate dalle case d’investimento di Wall Street potrebbero essere decisamente sopravvalutate. Anche le analisi che circolano sull’enorme risparmio accumulato dai privati cittadini americani sono del tutto utopistiche: una parte molto importante di tale risparmio, infatti, dipende dal fatto che il governo Usa ha fatto sospendere i pagamenti di tutte le rate sui mutui, sul credito al consumo, sui prestiti auto, sui prestiti studenteschi e sui versamenti fiscali. Quanto risparmio rimarrà disponibile per i consumi quando saranno stati pagati tutti questi debiti in sospeso?

“Se l’economia non recupera secondo le attese “fabbricate ad arte” dagli analisti di Wall Street, il recupero della domanda interna potrebbe non essere tale da compensare un eventuale ridimensionamento nel tempo delle politiche fiscali, dato che fare spesa pubblica a ritmi del 25% del Pil all’anno è insostenibile”, sottolinea Novelli. “Il risultato sarebbe una doppia caduta e una nuova recessione, nella quale la politica monetaria dei tassi a zero non avrebbe più alcuna efficacia. Da questo momento ogni ridimensionamento della politica fiscale avrà un impatto negativo sulla crescita”.

Quella a cui rischiano di andare incontro gli Stati Uniti è una “balance-sheet recession” simile a quella verificatasi in Giappone negli anni Novanta, quando il settore privato, avendo accumulato una grande quantità di debiti, comincia a tagliare le spese, determinando un crollo della domanda e degli investimenti privati e spingendo l’economia in recessione. Nella “balance-sheet recession” il problema è la deflazione, e non l’inflazione. Infatti, mentre da un lato vi sono le forze reflazionistiche messe in atto dal settore pubblico (Quantitative easing e politica fiscale), dall’altro lato agiscono le forze deflazionistiche messe in atto dal settore privato (riduzione del debito) che si contrappongono alle prime. Il risultato è che l’economia ristagna e l’inflazione non riparte più. Perché ciò avvenga, occorre cancellare il debito.

Oggi Cina e Giappone hanno iniziato a ridimensionare la loro partecipazione al finanziamento del debito pubblico Usa e la Fed deve stampare sempre più moneta per acquistare treasuries che prima venivano acquistati dall’estero. Il ruolo del dollaro come divisa di riserva valutaria appare ancora in fase di netto ridimensionamento.

Maurizio Novelli

La traiettoria del debito americano e le politiche della Fed confermeranno tassi reali negativi sul dollaro per molto tempo e, a lungo andare, questa situazione trasformerà il dollaro in una divisa di carry trade, un destino già vissuto dallo Yen negli ultimi 15 anni. Questa soluzione è certamente positiva per il ciclo reflazionistico mondiale, ma i maggiori beneficiari di questo scenario saranno certamente le economie emergenti e non quelle occidentali. Il Pil delle economie emergenti è infatti inversamente correlato all’andamento del dollaro: quando il dollaro scende lo stock di liquidità nelle economie emergenti aumenta e la crescita economica si rafforza. Il motivo dell’aumento della liquidità nel sistema emergente è dovuto al fenomeno dei carry trade, cioè la vendita di dollari e l’acquisto di asset finanziari emergenti, e al fatto che la pressione al rialzo sulle divise emergenti induce le banche centrali di questi paesi ad allentare la politica monetaria per frenare la rivalutazione del cambio.

“In questo contesto, le nostre posizioni valutarie long si concentrano su Renminbi e dollaro neozelandese, mentre rimane negativa la view di lungo termine su dollaro americano e sterlina, dove rimaniamo short”, conclude Novelli. “Ogni possibile recupero del dollaro rimane per noi un’opportunità di vendita e non di acquisto, quindi la strategia di allocazione valutaria è quella di ampliare o ridurre le posizioni short con eventuali rafforzamenti e fasi di debolezza del dollaro”.

Andrea Scauri: nel 2021 l’healthcare potrebbe rendere meno dei titoli industriali o finanziari

Per le Big Pharma il vaccino a prezzo di costo comporterà pochi profitti. Le prospettive di ripresa nel 2021 restano positive.

«Se nei primi mesi del 2021 proseguirà la rotazione dei portafogli dai titoli a crescita elevata (growth) a quelli con buoni fondamentali ma sottovalutati (value), il settore dell’healthcare potrebbe sottoperformare in generale il settore più ciclico del mercato, rappresentato ad esempio dagli industriali o dai finanziari», sostiene Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik European Dividend Preservation. «Al contempo, la vittoria dei democratici in Georgia potrebbe mitigare questa rotazione e quindi il settore healthcare potrebbe beneficiare in parte dei temi più vicini all’agenda di Biden».

Pensare che i titoli farmaceutici possano produrre facili guadagni trainati dai vaccini anti Covid19 potrebbe quindi rivelarsi una pericolosa illusione – spiega Scauri – perché nel 2020 il tema del vaccino ha sostenuto soprattutto quei titoli come Biontech o Moderna che avevano il vaccino stesso come core business, con produzione e commercializzazione affidate a terzi. Diverso il discorso per le big pharma come Pfizer, Sanofi o AstraZeneca: in questi casi, la produzione non comporterà profitti se non in maniera molto limitata, perché il prodotto sarà venduto a un prezzo molto vicino a quello di costo. Il beneficio arriverà soprattutto a livello reputazionale, anche perché questi giganti farmaceutici hanno un portafoglio di prodotti molto ampio e la parte di business legata al coronavirus è soltanto una piccola parte dell’intera offerta.

«Allargando l’orizzonte, i vaccini in corso di lancio e la graduale eliminazione delle restrizioni di viaggio nel corso dell’anno potrebbero portare a una normalizzazione della situazione sanitaria e a uno slancio molto positivo degli utili», aggiunge Scauri, «e, nonostante il recente forte rally, le ragioni per rimanere più costruttivi sul mercato restano invariate: la politica monetaria e fiscale continuerà a essere accomodante nei prossimi mesi e le banche centrali difficilmente aumenteranno i tassi d’interesse nel 2021; le valutazioni azionarie sono più appetibili delle obbligazioni; e gli utili nel 2021 potrebbero sorprendere al rialzo e tornare a livelli pre-Covid, considerando che i recuperi sono tipicamente più forti delle recessioni. Del resto, nel rimbalzo post-lockdown abbiamo assistito a un grande appetito dei consumatori, in parte alimentato dai risparmi accumulati durante il blocco».

Euforia ingiustificata sui mercati azionari Usa. Maurizio Novelli: colpa degli algoritmi

La seconda ondata di Covid-19 aumenta sensibilmente il rischio di una doppia caduta del ciclo. I dati “aggiustati” su consumi, disoccupazione e produzione Usa rendono positivo un contesto che non lo è.

“La seconda ondata di Covid-19 sta producendo ulteriori danni sensibili all’economia di Europa e Stati Uniti e aumenta sensibilmente il rischio di una doppia caduta del ciclo nonostante l’euforia speculativa sui mercati finanziari. I motivi alla base del comportamento euforico potrebbero trovare una spiegazione nell’elevata presenza di strategie passive basate sull’uso di algoritmi che non comprendono la realtà”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

L’intelligenza artificiale non si fa molte domande sui dati macro recentemente pubblicati dal governo americano. Appare alquanto strano che le vendite retail siano in forte espansione (+5,8% su base annua vs il 3,5% del 2019) mentre si assiste a un aumento della disoccupazione, a un calo significativo della fiducia dei consumatori, a un aumento della propensione al risparmio e a una contrazione del credito al consumo. Ma andando in profondità nell’analisi si scopre che il governo americano ha modificato il calcolo dell’effetto di destagionalizzazione di questo dato proprio questa primavera, procurando una forte distorsione di calcolo di un dato che rappresenta circa il 70% del Pil. I macroeconomisti sanno che questo dato è distorto e non riflette la realtà delle cose ma le macchine, dotate di intelligenza artificiale, non lo sanno. Nella realtà i consumi calcolati dal real consumer spending sono giù di circa il 3,5%.

Un altro punto è che durante lo scoppio della crisi i disoccupati negli Stati Uniti hanno raggiunto la cifra di circa 27 milioni. Nel mese di aprile il governo americano ha introdotto dei piani separati di sostegno alla disoccupazione. A questo punto il governo federale ha iniziato a far confluire in questi programmi tutti i lavoratori che erano considerati disoccupati per motivi temporanei, facendoli così uscire dalle statistiche ufficiali della disoccupazione. Grazie a questo meccanismo il dato ufficiale sulla disoccupazione Usa è sceso a sei milioni di disoccupati, ma i disoccupati considerati temporanei sono ancora 16 milioni, evidenziando dunque una disoccupazione totale di circa 22 milioni. Anche in questo caso, gli economisti conoscono benissimo la reale situazione in cui versa il mercato del lavoro Usa ma per l’intelligenza artificiale conta solo il dato ufficiale.

I dati sugli ordini di beni durevoli sono un altro indicatore molto importante sulla tendenza del settore manifatturiero e dei consumi. L’analisi statistica dei dati pubblicati negli ultimi due anni evidenzia uno scostamento medio al rialzo del 47% tra il dato mensile preliminare e la sua revisione definitiva, che avviene un mese dopo la sua pubblicazione. Purtroppo la revisione non interessa quasi a nessuno e tutti sono attenti solo al dato preliminare che è quasi sempre sopravvalutato.

“Questi sono solo alcuni casi che evidenziano come sia facile trasformare un dato per renderlo migliore di quello che sembra e come le macchine siano vulnerabili a facili interpretazioni”, sottolinea Novelli. “Se ci si trova in un apparente contesto positivo in cui la disoccupazione scende rapidamente, i consumi salgono a ritmi molto più alti dello scorso anno, il governo federale eroga uno stimolo fiscale di 15 punti di Pil e la Fed inietta una colossale massa di liquidità nel sistema, è evidente che il modello quantitativo interpreta tutti questi dati in modo estremamente positivo. Poco importa se lo stimolo fiscale e monetario non serve a un rilancio dell’economia ma è solo finalizzato a impedire l’insolvenza del sistema, anche in questo caso è solo il dato che conta e non la sua interpretazione. La macchina, dotata di intelligenza artificiale, vede tutti questi stimoli come denaro pronto a sostenere investimenti nell’economia reale, uno scenario a cui poi si aggiunge di questi tempi il tema del vaccino”.

Il problema è che le persone si chiedono se quello che vedono corrisponde alla realtà perché hanno sensazioni di benessere o malessere che dipendono dal loro stato personale, mentre l’approccio quantitativo prende il dato per quello che è. Guardando le cose da questo punto di vista, appare abbastanza chiaro come mai ci sia una spinta così forte verso la gestione passiva e quantitativa da parte dell’industria finanziaria americana, mentre si tenda a ridimensionare l’approccio analitico/discrezionale, che di norma si fa troppe domande in un mondo che deve avere solo certezze. Ma se i comportamenti delle persone sono difficili da gestire e spesso producono crisi e rivoluzioni, anche i comportamenti dei modelli quantitativi sono esposti a fallacità.

La crisi dei mutui del 2008 è stata anche creata dall’uso di modelli quantitativi fuorvianti sull’effettivo rischio contenuto nei Mortgage Backed Securities (titoli garantiti da ipoteche su immobili). I risultati dei modelli dipendono sempre dai dati che gli si vuole fornire e oggi la situazione non è diversa rispetto al passato. Un altro fattore che accentua il rischio è la velocità di reazione con la quale le macchine, tutte assieme, inviano gli ordini al mercato e come il mercato venga privato della liquidità in pochi secondi. Molti modelli di gestione quantitativa si basano sul concetto di volatilità o sullo scostamento medio di prezzo. Se c’è un’anomalia nella rilevazione di tali dati gli algoritmi interrompono l’attività in attesa di nuove istruzioni e il mercato entra in totale blocco. Questo è spesso il motivo che procura i flash crash, repentine cadute nel vuoto delle quotazioni, che inducono i sistemi operativi a bloccare le contrattazioni. I ribassi sono dunque più ampi e violenti e per gli investitori è praticamente impossibile uscire dal mercato in tali condizioni, dato che la liquidità sparisce e le perdite si ampliano troppo per essere accettate.

L’attuale rischio di liquidità è sottostimato da quasi tutti i modelli quantitativi. Le banche centrali devono dunque intervenire per cercare di risolvere il problema ed evitare il default del sistema, ma soprattutto devono fare in modo che i soldi che sono investiti sui mercati rimangano investiti per sempre. Questo meccanismo tende a generare la percezione che il sistema sia protetto da qualsiasi rischio e induce gli investitori ad accentuare la predisposizione al rischio, disertando gli investimenti nei safe asset, che vengono acquistati dalle banche centrali per concentrare sempre più le posizioni sugli asset di rischio. Ma più si alimenta questo fenomeno e maggiore è il rischio a cui si espone il sistema se qualcosa va storto.

Maurizio Novelli

“Finora siamo riusciti a superare le crisi finanziarie con costi sempre maggiori per l’economia reale e sempre minori per l’industria finanziaria, dato che i salvataggi sono sempre stati sulle spalle di chi paga le tasse. Inoltre, non possiamo ignorare che da ogni crisi si è ripartiti con maggiore debito e maggiore leverage di prima per finanziare una crescita sempre più debole”, conclude Novelli. “Il punto ora è capire se i consumatori degli Stati Uniti saranno disposti ad aumentare ulteriormente il loro indebitamento oltre gli attuali livelli o se si entrerà in una fase di contenimento del debito e di deleverage”.

RCEP Asia, Europa favorita dal nuovo accordo. Zimmermann: una grande opportunità commerciale

Secondo Marcel Zimmermann di Lemanik, il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) consente di diversificare le catene delle forniture e di ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici. Cresceranno gli investimenti diretti nell’area, ma anche le importazioni cinesi.

“L’accordo commerciale siglato il 15 novembre dalla Cina con 14 paesi asiatici rappresenta una grande opportunità commerciale per le imprese europee, fin qui penalizzate dalla guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti”, sostiene Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity. “Il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) offre infatti una piattaforma regionale che consente alle imprese europee di diversificare la catena delle forniture, mantenendo aperto l’accesso sia ai paesi RCEP sia al mercato americano. Inoltre, riduce il rischio geopolitico legato all’internazionalizzazione”.

L’accordo siglato tra la Cina e gli altri 14 paesi asiatici sembra favorire le aziende europee che hanno intrapreso da tempo un percorso di qualità. “In questo contesto, vediamo una potenziale rivalutazione delle società europee”, aggiunge Zimmerman, “dato che è ragionevole aspettarsi la fine del processo di de-globalizzazione delle supply-chain cinesi, causata dallo scontro con gli Stati Uniti. Inoltre, l’ulteriore crescita della classe media asiatica si trasformerà in un aumento della domanda per i prodotti europei di qualità”. 

L’accordo RCEP copre il 30% dell’economia globale, con 26,2 triliardi di dollari, e il 30% della popolazione mondiale, con oltre 2,2 miliardi di consumatori. L’eliminazione delle tariffe all’interno del blocco commerciale che include i dieci paesi dell’associazione Sud-Est Asiatica (Asean)  più Giappone, Cina, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda dovrebbe toccare il 90% delle merci scambiate.

Marcel Zimmermann

Gli effetti di queste riduzioni tariffarie saranno naturalmente meno importanti all’interno della zona Asean, che già costituiva un blocco commerciale integrato. Tuttavia, nel contesto dell’accordo RCEP, aumenterà il flusso di investimenti diretti verso questi paesi. Una tendenza che si era già parzialmente verificata a seguito della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. I dazi saranno invece azzerati tra Giappone, Corea del Sud e Cina e questo metterà sotto pressione le aziende domestiche cinesi e comporterà sicuramente un aumento delle importazioni per la Cina. Quest’ultima, forte della sua importanza all’interno del gruppo, beneficerà della maggiore integrazione della regione nella nuova Via della Seta, promossa dal governo cinese.

La regolamentazione di tematiche di crescente rilevanza negli scambi commerciali, come diritti d’autore, e-commerce e servizi finanziari, sono altri fattori che rendono questo patto attrattivo. “Già prima di questo accordo, l’Asia era il motore principale della crescita globale. La regione ha gestito la pandemia in maniera più efficace del resto del mondo e la ripresa sta avanzando, come mostrano gli ultimi dati sulla produzione industriale e gli indici PMI e prevediamo un’accelerazione degli investimenti diretti verso il sud-est asiatico, non soltanto a livello regionale, ma anche da parte di Europa e Stati Uniti”, conclude Zimmermann.

Lemanik, Alessandro Cameroni: interessanti opportunità sui subordinati Legacy

Lemanik  focalizza l’attenzione di medio e lungo periodo sui subordinati sia finanziari che industriali. Dopo l’abbuffata di questi mesi  le attese sul mondo corporate vedono un rallentamento a fronte del quale permane un’ampia liquidità da investire.

Contagi in accelerazione, stallo sul pacchetto fiscale americano e Brexit tengono elevata l’incertezza sui mercati, ma l’azione delle banche centrali e le aspettative di un ulteriore accomodamento monetario e fiscale contengono con efficacia la volatilità”, sottolinea Alessandro Cameroni, gestore dei fondi Lemanik European Flexible Bond e Lemanik Selected Bond.

Se i nostri investimenti restano focalizzati nel medio/lungo sui subordinati, sia finanziari che industriali, ci teniamo a sottolineare l’interessante opportunità, che stiamo percorrendo con differenti livelli di rischio su entrambi i fondi, rappresentata dal segmento di nicchia dei subordinati Legacy.

Sebbene sul credito pesi il rischio di un lockdown generalizzato, sul medio termine giocano a favore alcuni importanti driver: le politiche accomodanti e i tassi bassi sono qui per restare a lungo fra noi; dopo l’abbuffata a primario di questi mesi, le attese sul mondo corporate vedono un rallentamento a fronte del quale permane un’ampia liquidità da investire.

I riflessi di questo scenario, dove i tempi per qualche sorpresa positiva sul fronte test/vaccini stanno maturando, vedono una costante erosione dei rendimenti del mondo obbligazionario, con la maggior parte degli asset a rendimento negativo o sotto l’1%. La riapertura negli scorsi mesi della “caccia al rendimento” ci fa privilegiare asset a elevata qualità, con premi al rischio più elevati legati sia per il loro livello di subordinazione che per la regolamentazione cui sono soggetti.

Alessandro Cameroni

Per queste ragioni in questo difficile contesto, segnaliamo promettenti opportunità nei subordinati Legacy. Si tratta di subordinati perpetui di vecchia generazione, con limitate probabilità di estensione, perchè nella traslazione alla nuova normativa hanno già beneficiato di un generoso grandfathering decennale su fine ’21. Oltre questa data perderanno in gran parte i requisiti di capitale, con una residua scarsa utilità per gli emittenti. I loro rendimenti sono però in diversi casi ancora molto elevati, anche in doppia cifra, legati a temi regolamentari, specificità di prospetto sulle singole emissioni di un segmento di dimensioni ridotte ormai in via di estinzione.

La selezione fra questi titoli è importante perché, in attesa di un definitivo chiarimento a breve da parte dell’EBA sulle differenze fra la vecchia e la nuova normativa, è meglio puntare su obbligazioni che cumulano più motivazioni “regolamentari” che spingano gli emittenti a ritirarle dal mercato, anche anticipatamente. Proprio nelle ultime settimane ci sono stati alcuni riscontri in questa direzione con dei tender, cioè offerte di riacquisto, con premi anche fino a 5 punti sopra il prezzo di mercato. Un ultimo aspetto molto interessante dei Legacy, rispetto ai finanziari subordinati, è la bassissima reattività al ciclo essendo ormai prevalentemente focalizzati su aspetti regolamentari.​

Da Lemanik un fondo che “sterilizza” le fluttuazioni azionarie e accumula i dividendi

Lemanik European Dividend Preservation Fund sterilizza il prezzo dei titoli attraverso una strategia in opzioni. Obiettivo: offrire rendimenti stabili e basso rischio, in un contesto di tassi a zero. Il fondo ha offerto in area test un rendimento superiore al 6%, a fronte di una flessione del mercato tra il 15 e il 17% nello stesso lasso di tempo.

Un fondo comune di investimento italiano che annulli le fluttuazioni azionarie e punti a preservare i dividendi dei titoli in cui investe. E’ su questa base che Lemanik Asset Management ha creato il fondo Lemanik European Dividend Preservation, che ha l’obiettivo di generare ritorni annui continuativi, tra il 3 ed il 4% al netto dei costi, e di escludere i rischi di borsa attraverso una strategia di hedging fondata sulle opzioni.

“Il fondo risponde alla forte domanda, proveniente da investitori privati e istituzionali, di strumenti con rendimenti stabili e rischio contenuto, che i fondi obbligazionari non riescono più a garantire a causa dei tassi di interesse bassi o negativi”, spiega Andrea Scauri, il gestore della scuderia Lemanik responsabile del fondo. “Lo European Dividend Preservation Fund seleziona titoli europei con previsioni di dividendo stabili nel tempo e mediamente elevate, attorno al 5-6%, e per ogni singola posizione la volatilità viene azzerata con una struttura in opzioni: tecnicamente, si vendono delle call e si acquista un put spread”.

Il fondo European Dividend Preservation nasce da una riconversione del fondo Lemanik Italy, che ha cessato l’attività, con il nuovo prospetto che è entrato in vigore il 25 settembre 2020. La nuova strategia di investimento è stata testata su una quota limitata del portafoglio a partire da novembre 2019, ottenendo fino a oggi un rendimento superiore al 6% a fronte di una flessione del mercato tra il 15 e il 17% nello stesso lasso di tempo.

In termini settoriali, il fondo privilegia i titoli di utilities, telecom, farmaceutica e beni di prima necessità, che offrono buona stabilità cedolare e una volatilità contenuta. Non è rappresentato invece il settore finanziario, che offre prospettive incerte e ha un beta elevato, quindi una maggiore reattività alle variazioni del mercato, e non permette di attuare la strategia di copertura del fondo.

Con la cancellazione del fondo Lemanik Italy, la scuderia conserva un unico prodotto specializzato sul mercato borsistico italiano: Lemanik High Growth Fund.

Contestualmente alla modifica relativa al fondo Lemanik European Dividend Preservation, la società ha anche modificato la denominazione del fondo obbligazionario Lemanik Global Bond in Lemanik European Flexible Bond, specializzato sui titoli subordinati finanziari e gestito da Alessandro Cameroni.