Luglio 27, 2026
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Zest: l’economia rallenterà, ma non sarà recessione. Occhio agli utili societari

Secondo Marco Simion (Zest), il quadro macroeconomico resta negativo, ma emergono segnali in controtendenza. Saranno le revisioni degli utili societari a dirci quando usciremo dal tunnel.

“Se la partenza positiva del 2023 sui mercati è giustificata da alcune buone notizie e da livelli di valutazione che soprattutto in Europa e in Cina erano arrivati a valori particolarmente depressi, è troppo presto per cambiare completamente il paradigma negativo, tuttavia possiamo trovare segnali in controtendenza”: è l’opinione di Marco Simion, gestore del fondo Zest Global Opportunities

Il mercato vive sulle aspettative e le aspettative per il 2023 erano estremamente negative. Un pessimismo giustificato da elementi oggettivi, dalla guerra in Ucraina ai prezzi dell’energia all’inflazione all’aumento dei tassi, che ha generato una reazione estremamente conservativa, spingendo gli investitori a ridurre drasticamente l’esposizione azionaria e a posizionarsi principalmente sui titoli difensivi come energetici e healthcare. Intanto, a gennaio 2023 i mercati hanno iniziato a prezzare l’idea che il calo dell’inflazione proseguirà, anche se più lentamente, e che le banche centrali per sicurezza, ma anche per non perdere la faccia, manterranno uno o due rialzi dei tassi.

Ma qual è lo scenario a cui andiamo incontro? “La mia impressione è che sia stato scontato lo scenario peggiore e, quindi, che l’attesa di una recessione moderata sia già nei prezzi delle azioni, mentre diversi indizi fanno propendere più per un rallentamento che per una vera e propria recessione”, spiega Simion. “La cartina al tornasole saranno gli utili societari: negli ultimi mesi stiamo assistendo ad una drastica revisione degli utili da parte degli analisti, ma occorrerà capire quanto sarà profonda e quanto durerà. Dato che il mercato anticipa i minimi di sei-otto mesi, se gli utili toccassero i minimi tra maggio e giugno allora potremmo considerare quello di ottobre 2022 come il minimo della fase di correzione durata quasi un anno, ed il mercato potrebbe proseguire il suo movimento rialzista accelerando tra il secondo e il terzo trimestre dell’anno”.

“Aggiungiamo che, dopo le elezioni di mid-term,gli Stati Uniti sono entrati in una fase pre-elettorale e, statisticamente, questa è stata quasi sempre una fase di bull market”, prosegue il gestore. “Inoltre, in America abbiamo un tasso di disoccupazione ai minimi da 53 anni e la Fed inizia a parlare esplicitamente di disinflazione. È presto per essere ottimisti, dato che i segnali macroeconomici non sono confortanti, tuttavia, rispetto al quadro a tinte fosche con cui si era chiuso il 2022, adesso abbiamo una serie di elementi per capire quanto è lontana la fine del tunnel”.

Marco Simion: altri 12 mesi di mercato rialzista. La pandemia non ha modificato il trend già chiaro nel 2019

Secondo Marco Simion di Zest, ci troviamo all’interno di una fase di “secular bull market” del mercato Usa, che potrebbe durare ameno per tutto il 2021. Mercati emergenti ed Europa possono sovraperformare gli Usa. Il fondo Zest Global Opportunities mantiene il primato del rendimento nella propria categoria, con un +45% a 12 mesi.

“L’osservazione dei dati macro fa pensare che il tono di fondo del mercato azionario Usa sia ancora positivo: siamo all’interno di una fase cosiddetta di “secular bull market”, quindi di una tendenza rialzista di lungo periodo, che, al netto di fattori esogeni oggi imprevedibili, dovrebbe continuare per almeno altri 12 mesi. Quindi possiamo essere ottimisti per il prossimo futuro”. È l’indicazione per il 2021 di Marco Simion, gestore del fondo Zest Global Opportunities, che anche a novembre mantiene il primato del rendimento nella propria categoria, con un +45% a 12 mesi (al 2/12/20).

“I segnali di questa tendenza rialzista erano già presenti a fine 2019 – spiega Simion – e l’impatto della pandemia da Coronavirus non ha modificato la situazione di base. Questo non vuol dire che non ci saranno cali del mercato, ma che i ribassi possono essere considerati occasioni di acquisto e non di fuga dal mercato”.

Tra i diversi fattori che sostengono questa tesi si possono citare: l’Equity risk premium (ovvero l’extra rendimento azionario atteso dal mercato rispetto al rendimento di attività prive di rischio) rimane favorevole, per il basso rendimento dei titoli governativi; i tassi di interesse restano bassi; le politiche delle banche centrali continuano a immettere liquidità nel mercato; i prezzi delle case sono in aumento; il sentiment positivo degli asset manager, che, secondo l’ultimo sondaggio di Bank of America, prevedono un inizio del ciclo espansivo piuttosto che l’arrivo di una recessione, situazione simile a quella dell’estate 2009, quando è iniziata la fase di uscita dalla grande crisi finanziaria.

“Ma ritengo che l’indicatore chiave per interpretare l’attuale ciclo del mercato azionario possa essere la percentuale di partecipazione al mercato”, precisa Simion. “La percentuale di azioni del New York Stock Exchange al di sopra della media a 200 giorni ha raggiunto il picco dell’82% nella seconda metà di novembre 2020. L’S&P500 in genere registra rendimenti più forti quando ci sono più azioni partecipanti, che si può tradurre in un andamento migliore della media per un numero molto ampio di settori economici. E la partecipazione di solito raggiunge il picco prima del mercato. Le preoccupazioni per un picco di mercato e, quindi, per il possibile avvio di un ciclo ribassista, si intensificheranno quando la partecipazione sarà inferiore al 60%. Da quel momento bisognerà iniziare ad alleggerire l’esposizione azionaria. Pensiamo che potrebbero mancare ancora più di 12 mesi”.

Questa è la situazione degli Stati Uniti, che restano il principale driver dei mercati azionari mondiali, visto che l’America pesa per oltre il 57% dell’indice mondiale dei mercati, Msci World.

Marco Simion

Se il mercato Usa salirà, è verosimile immaginare che questo andamento potrà avere un effetto positivo anche sugli altri mercati. Per esempio, i paesi emergenti, che mostrano dati economici positivi, come indica il Citi Economic Surprise Index dell’area (Cesi EM), e che, essendo inversamente correlati all’andamento del dollaro, beneficiano della debolezza della valuta Usa. Ma anche l’Europa: le borse europee devono ancora recuperare 8 punti percentuali dai livelli pre-Covid, quindi i margini di recupero sono persino maggiori rispetto alle borse Usa. “In questo quadro, scegliere dove investire naturalmente resta una sfida aperta. Ma se si condivide lo scenario di fondo, il passo successivo è quello di affidarsi ai gestori professionali che sono in grado di individuare correttamente i settori e i titoli in grado di beneficiare dei movimenti di mercato di breve e medio termine”.

Zest Global Opportunities, Simion: il cloud software è la vena d’oro nel settore tecnologico

La trasformazione digitale per le PMI fa crescere il settore del 23% l’anno e consente alle aziende di accedere a servizi prima riservati alle grandi aziende. In dieci anni, il volume d’affari supererà i 1.000 miliardi di dollari.

“Tra i macrotemi che guidano la trasformazione digitale, quello del software per i sistemi cloud sta diventando decisamente il più robusto, e si è rafforzato nel corso della crisi pandemica. Nei prossimi cinque anni, il settore crescerà a un tasso del 23% annuo ed entro il 2030 si prevede che il mercato quintuplicherà i volumi di fatturato, dagli attuali 200 miliardi di dollari a oltre 1.000 miliardi”. E’ l’analisi di Marco Simion, gestore del fondo bilanciato Zest Global Opportunities di Zest, società svizzera di gestione indipendente.

Il profondo cambiamento di attività e processi organizzativi in corso, per sfruttare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie digitali, resta il macrotema più visibile dell’economia occidentale, ed è stato suddiviso in otto aree all’interno del portafoglio del fondo Zest Global Opportunitiescloud software, Covid19 (farma/smartworking/e-commerce), Fang, semiconduttori e 5G, pagamenti elettronici, biotech, Esg, salute.

“Tra questitemi, tutti in forte crescita, il software sembra essere quello con lo sviluppo più sostenuto, grazie in particolare alla rivoluzione del Cloud Computing e al fatto che il software è ovunque e coinvolge ogni processo del cambiamento aziendale, dalle operations interne sino alla distribuzione di prodotti e servizi”, spiega Simion.

I c.d. “software in cloud” rientrano nell’insieme tecnologico del Cloud Computing, con il quale si individua il mercato di erogazione di risorse informatiche (archiviazione dati, in particolare) “on demand”, sfruttando la potenzialità della Rete. In pratica, il Cloud Computing mette a disposizione delle imprese che non vogliono (o non possono) investire in tecnologia “proprietaria” gli stessi servizi di cui necessita, ma senza possedere direttamente le soluzioni informatiche. Questo settore, per le imprese medio-piccole, presenta molti vantaggi. Il primo è certamente la riduzione del costo sull’acquisto, installazione e manutenzione. Il secondo è la possibilità di scegliere il pacchetto di servizi adatto alle proprie esigenze e pagare solo per quello, passando a “pacchetti” più ampi in caso di crescita delle esigenze. Il terzo è la possibilità di accedere ai dati e alle applicazioni in totale mobilità, senza limiti spazio-temporali, sia da pc che da mobile. Infine, i software in cloud consentono di poter usufruire di servizi che prima erano usati solo dalle grandi aziende, e i dati, essendo in cloud, non possono andare persi, eliminando del tutto la possibilità di sottrazione fisica di materiale informatico.

Marco Simion (Zest)

Insomma, si tratta di una vera “rivoluzione”, grazie alla quale il fondo Zest Global Opportunities, che punta fortemente alle aziende operanti in questo settore, ha fatto segnare una performance a 12 mesi pari a +40,28% (dato al 6 Novembre 2020).

“Negli ultimi 20 anni, le software house sono passate da un modello di business a licenza d’uso ad uno basato sugli abbonamenti e sul Software as a Service, in cui le applicazioni presenti in rete diventano a loro volta un servizio disponibile sulla rete stessa e i fornitori mettono a disposizione online determinate risorse, che possono essere vere e proprie applicazioni oppure risorse fisiche, come CPU o dischi fissi per l’archiviazione. Seguendo questa tendenza, il settore del cloud software rappresenta oggi il 20% della componente azionaria nel fondo”.