Aprile 21, 2026
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I mercati azionari possono correre per altri 12-24 mesi

Europa sostenuta da manifattura e banche. Rischio recessione lontano per gli USA, con tre aree di attenzione: l’indebitamento delle famiglie, la contrazione demografica e i multipli elevati nel settore AI.

di Alberto Conca, gestore del fondo Zest Quantamental Equity

L’attuale fase del ciclo economico presenta elementi di resilienza sia negli Stati Uniti sia in Europa, ma anche qualche segnale che richiede un monitoraggio attento. Il contesto macroeconomico favorevole e gli stimoli fiscali ancora presenti potrebbero tuttavia sostenere i mercati per ulteriori 12–24 mesi. 

L’economia americana continua a muoversi con buona inerzia: il GDP Now della Fed di Dallas resta stabile attorno al 2,5%, le vendite retail mantengono una dinamica positiva e il tasso di disoccupazione, sebbene leggermente più alto, rimane lontano dai livelli che storicamente hanno anticipato una recessione. Tuttavia, le famiglie economicamente più deboli stanno iniziando a faticare a ripagare i debiti legati alle carte di credito e ai prestiti auto. Il contesto, però, rimane sotto controllo, con i tassi di default su livelli storicamente bassi. Sul fronte aziendale, il quadro è decisamente più rassicurante: nonostante l’incertezza su dazi e tensioni geopolitiche, i margini delle imprese restano su livelli storici elevati, mentre l’Interest Coverage Ratio conferma un’ottima capacità delle aziende di coprire gli interessi sul debito.

Anche in Europa il tono rimane costruttivo. La ripresa del settore manifatturiero, guidata soprattutto dalla Germania, si sta consolidando, mentre la crescita salariale e la fiducia dei consumatori continuano a mostrare resilienza. Un mix che contribuisce ad attenuare parte delle preoccupazioni accumulate negli ultimi anni. A questa resilienza si aggiunge il settore bancario, oggi probabilmente uno dei punti di forza del sistema economico. Il Reserve Coverage Ratio delle banche statunitensi segnala riserve abbondanti rispetto alle perdite attese: un “cuscino” ampio abbastanza da assorbire eventuali shock. Le banche europee presentano metriche ancora più solide, complice il regime regolamentare più severo imposto dalla BCE.

Negli ultimi anni tutte le principali industrie di mercato hanno beneficiato di tassi bassi, globalizzazione, agevolazioni fiscali e maggiore efficienza energetica. L’espansione dei margini è dunque stata diffusa e strutturale e non si è limitata al settore tecnologico. Esiste però una dinamica di lungo periodo che potrebbe pesare sul ciclo nei prossimi anni: la demografia. La politica restrittiva sull’immigrazione clandestina adottata dall’amministrazione Trump ha rallentato significativamente la crescita della popolazione e oggi l’aumento demografico complessivo è meno della metà rispetto a 15 anni fa, intorno allo 0,35% annuo, con un impatto negativo su consumi e mercato immobiliare: negli Stati più esposti al calo dell’immigrazione, le vendite retail risultano in flessione e la minore domanda di alloggi sta raffreddando i prezzi degli affitti. Un effetto collaterale che contribuisce al rallentamento dell’inflazione.

Relativamente alla tecnologia, secondo Empirical Research l’intelligenza artificiale potrebbe aumentare i margini delle società dell’S&P500 di circa mezzo punto percentuale: un contributo positivo ma non sufficiente, almeno per ora, a giustificare da solo le valutazioni elevate delle aziende più esposte al tema AI, soprattutto considerando i costi elevati e i ricavi ancora limitati. Il mercato nel suo complesso non appare eccessivamente sopravvalutato rispetto alle serie storiche: lo sono soprattutto le mega-cap, che tuttavia negli ultimi anni hanno registrato una crescita superiore, margini elevati e robusti cash flow. Se il ciclo dovesse seguire traiettorie simili a quelle dei due lunghi cicli positivi 1982–2000 e 1949–1968, ci sarebbe ancora spazio per salire nei prossimi 12–24 mesi, in virtù di un contesto macroeconomico favorevole e di stimoli fiscali ancora presenti. 

L’incognita principale rimane l’Intelligenza Artificiale, con i multipli del settore tech particolarmente elevati, che rappresentano il principale punto di vulnerabilità nel caso di una revisione delle aspettative degli investitori sull’AI. Infine, il nostro modello interno indica un Equity Risk Premium (ERP) implicito di appena 0,09%: in altre parole, l’S&P500 offre un rendimento atteso decennale di circa il 4,20% annuo, molto vicino al Treasury a 10 anni (4,11%) ma con volatilità significativamente superiore. Eppure, nonostante un premio per il rischio così contenuto, il contesto macro e le politiche fiscali in atto consentono di mantenere una visione costruttiva sull’azionario per il futuro prossimo.

Outlook mercati: le tensioni in Medio oriente fanno salire l’oro, mentre la Fed resta prudente sui tagli

L’oro sale sulla scia delle tensioni nucleari. La Svizzera taglia i tassi a zero, mentre i mercati osservano l’atteggiamento della Fed sui tassi. Il mondo delle criptovalute sotto osservazione.  

Nella settimana appena trascorsa, le borse globali hanno tenuto, dopo che la Casa Bianca ha ridimensionato l’ipotesi di un intervento militare immediato in Iran. L’indice europeo Stoxx 600 è salito dello 0,5%, mentre i future di S&P 500, Nasdaq 100 e Dow Jones hanno perso lo 0,2%. Il Brent è sceso dell’1,9% a 77,33 $, attenuando i timori di uno shock dell’offerta. Il dollaro si è leggermente indebolito, mentre il Bitcoin è salito del 2%. In particolare, Venerdì le azioni europee sono salite grazie all’allentarsi dei timori di un coinvolgimento imminente degli Stati Uniti nel conflitto tra Israele e Iran. A trainare i rialzi sono stati i titoli del settore viaggi e bancario, mentre l’energia ha registrato una lieve flessione.

I segnali di moderazione diplomatica e la decisione dei leader globali di rinviare interventi significativi per almeno due settimane hanno contribuito a calmare i nervi degli investitori, consentendo ai mercati di ritrovare una certa stabilità. E così, i mercati azionari nazionali hanno continuato a muoversi lateralmente per la sesta settimana consecutiva, ma sono comunque riusciti a chiudere con guadagni soddisfacenti. Gli investitori hanno ignorato il nervosismo di metà settimana causato dall’escalation del conflitto Iran-Israele e dal brusco rialzo dei prezzi del petrolio greggio. L’andamento settoriale durante la settimana è stato contrastante. I settori sensibili ai tassi, come auto, banche, finanza e immobiliare, hanno registrato rialzi, mentre un rimbalzo dei titoli IT ha ulteriormente migliorato il sentiment generale del mercato. D’altra parte, i settori difensivi sono rimasti indietro a causa di una più ampia propensione al rischio, mentre i titoli dei settori metallifero ed energetico hanno registrato una certa acquisizione di profitti. 

Sul fronte dei tassi di interesse, continua lo scontro tra governo USA e Federal Reserve. Infatti, Donald Trump, alla vigilia della decisione sui tassi di mercoledì scorso, aveva definito “stupido” il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell.  Secondo il presidente USA – secondo cui è improbabile che Powell riduca i tassi nel corso dell’anno – l’inerzia della Fed sta costando miliardi agli Stati Uniti, e i tassi dovrebbero essere almeno 2 punti percentuali più bassi. La Fed, invece, ha mantenuto i tassi fermi al 4,25%-4,50%, e pur lasciando i tassi invariati ha segnalato di monitorare attentamente eventuali segnali di rallentamento dell’economia. I progressi sull’inflazione restano lenti, ma i mercati prevedono ora due tagli entro fine anno. Gli operatori osservano con attenzione l’andamento del petrolio e le tensioni geopolitiche, che potrebbero influenzare la tabella di marcia della Federal Reserve. Nel frattempo, la versione “incendiaria” di Trump – che ci ha abituato al suo umore a fasi alterne – ha lasciato intendere che potrebbe nominare un nuovo presidente prima della scadenza del mandato di Powell nel 2026, minacciando così una decisione in pieno “Erdogan-style” che certamente non farebbe bene al rating del debito statunitense e al Dollaro.

Sul fronte degli investimenti alternativi, dopo aver superato i 3.600 $ l’oncia la scorsa settimana i prezzi dell’oro si mantengono alti intorno ai 3.390 $, spinti dalla reazione dei mercati ai raid aerei israeliani contro le infrastrutture nucleari e missilistiche iraniane. Gli investitori continuano a cercare protezione nei beni rifugio tradizionali, sostenendo il forte slancio rialzista del metallo prezioso in un clima di timori per un possibile allargamento del conflitto in Medio Oriente.  Il Brent, invece, è sceso dell’1,9% a 77,33 $, attenuando i timori di uno shock dell’offerta, mentre il Bitcoin è salito del 2%, superando i 106.000 $. 

Al di fuori dell’Unione Europea (ma sempre nel Vecchio Continente), la Banca nazionale svizzera ha portato il suo tasso di riferimento allo 0%, con il sesto taglio consecutivo, mentre tornano i segnali di deflazione e il franco si rafforza. La banca centrale ha lasciato intendere che potrebbero esserci ulteriori allentamenti se la situazione dovesse peggiorare, in netto contrasto con la Federal Reserve e la Bank of England, che hanno invece mantenuto i tassi invariati. Nel Regno Unito, a maggio le vendite al dettaglio sono calate del 2,7%, segnando il peggior dato dal 2023. Le vendite alimentari sono scese del 5% e tutti i principali settori del commercio hanno registrato flessioni. Il brusco calo ha cancellato i guadagni di inizio 2025, e segnala un indebolimento dell’economia nel secondo trimestre; e adesso il governo laburista è sotto pressione per rilanciare la crescita ed evitare aumenti fiscali.

A margine – ma non troppo – cresce il dibattito sulle cryptovalute e sulla necessità di regolamentarle. Infatti, la crescita esplosiva delle stablecoin, spinta dall’IPO di Circle e dall’interesse di Wall Street, sta attirando l’attenzione delle autorità di regolamentazione globali. Secondo Citigroup, il settore potrebbe raggiungere i 1.600 miliardi di dollari entro il 2030, mettendo a rischio la finanza tradizionale, mentre enormi volumi di liquidità si spostano verso i token digitali. Queste monete, sostenute in gran parte da titoli di Stato USA, detengono oggi più debito pubblico statunitense a breve termine di alcune grandi nazioni. Un crollo improvviso potrebbe scatenare vendite destabilizzanti, far impennare i rendimenti e prosciugare la liquidità dei mercati. 

Momento positivo per i mercati azionari: il picco di incertezza sui dazi è ormai alle spalle

I punti deboli a livello statunitense sono il settore manifatturiero e il mercato immobiliare. In portafoglio aperta una nuova posizione in Meta Platforms e ceduta quella in Home Depot.

di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities di Lemanik

L’attuale contesto sembra moderatamente positivo per i mercati azionari. Infatti, il picco di incertezza sui dazi pare essere ormai alle spalle e il flusso di notizie relative ai dazi dovrebbe migliorare nelle prossime settimane, durante le quali verranno firmati accordi commerciali con alcuni dei principali partner commerciali, riducendo significativamente l’attuale aliquota tariffaria mista.

A maggio, i mercati azionari globali hanno registrato un rimbalzo, sostenuti dalla de-escalation della guerra tariffaria tra Stati Uniti e Cina. I dazi generalmente aumentano l’inflazione e riducono la crescita economica reale. Sebbene l’economia statunitense stia rallentando, non prevediamo una recessione tecnica nel breve termine. Le recenti pubblicazioni degli utili aziendali e le previsioni aggiornate per il 2025 sono state incoraggianti. I dati sulle carte di credito mostrano una notevole resilienza della spesa al consumo da inizio anno (compresi aprile e maggio) e la recente correzione dei prezzi del petrolio è positiva per le vendite al dettaglio. Inoltre, i piani di spesa in conto capitale per il 2025 non hanno subito tagli significativi da parte delle aziende statunitensi, a dimostrazione di una forte fiducia nelle loro performance aziendali e nell’economia.

Tuttavia, vi sono due punti deboli: il settore manifatturiero, con l’indice ISM ancora in territorio restrittivo; il mercato immobiliare, che rimane stagnante a causa degli elevati tassi dei mutui. Pertanto, nel corso del mese è stata aperta una nuova posizione in Meta Platforms e ceduta quella in Home Depot. A livello settoriale, il portafoglio non include banche, compagnie assicurative o petrolifere. Il portafoglio è sovrappesato nei settori industriale, chimico e dei beni di consumo discrezionali. La tecnologia è sottopesata, senza alcuna esposizione all’hardware. Non vi è inoltre alcuna esposizione a servizi di pubblica utilità, immobiliare e beni di consumo di base, mentre il settore sanitario è leggermente sottopesato.

Azioni, Europa meglio di Stati Uniti. Quanto peserà sui mercati il downgrade di Moody’s sui treasuries?

L’Europa continuerà a performare meglio degli Stati Uniti, mentre il picco di incertezza legato ai dazi sembra essere già passato. I Treasuries e i mercati alla prova del downgrade di Moody’s. 

“Prevediamo che l’Europa continuerà a sovraperformare gli Stati Uniti, sostenuta dall’ampio piano di investimenti annunciato in Germania e dalle valutazioni compresse dei titoli azionari, particolarmente interessanti nello spazio italiano delle mid-small cap, anche grazie al lancio di nuove iniziative istituzionali. Tuttavia, per un rialzo più sostenuto dei mercati globali, sarà necessaria una maggiore chiarezza sulla questione dei dazi e un ritorno a condizioni monetarie più accomodanti da parte della Fed”. È la view di Andrea Scauri, gestore del fondo azionario Lemanik High Growth.

I mercati azionari globali hanno chiuso il mese di aprile sostanzialmente piatti, in un contesto di elevata volatilità. Il 2 aprile ha visto l’introduzione di dazi più severi del previsto: l’aliquota media dei dazi negli Stati Uniti è salita al 30%, equivalente a un aumento delle tasse (ex ante) di quasi 1 trilione di dollari, pari a circa il 3% del Pil – un evento senza precedenti nell’era del dopoguerra. Questa dinamica ha innalzato la probabilità di recessione degli Stati Uniti al 50% dal 10% previsto all’inizio dell’anno, con l’ulteriore rischio di stagflazione. Successivamente, alcuni segnali di distensione commerciale – con l’annuncio di una pausa di 90 giorni sulle tariffe reciproche – hanno favorito un tentativo di stabilizzazione dei mercati, che procede in parallelo con la stagione dei bilanci, destinata a essere un test cruciale per il sentiment degli investitori.

I negoziati sono iniziati, ma richiederanno tempo. Gli Stati Uniti non hanno fretta di ridurre drasticamente le tariffe e il “tasso base” del 10% rappresenta una soglia minima globale al di fuori dell’USMCA. I negoziati potrebbero portare a un allentamento delle tariffe reciproche quando torneranno in vigore a luglio, ma nel frattempo le reazioni dei vari paesi non si sono fatte attendere. In particolare, la Cina (450 miliardi di dollari di esportazioni verso gli Usa) ha reagito in modo aggressivo contro i dazi, il Giappone (150 miliardi di dollari) e la Corea del Sud (130 miliardi di dollari) si sono affrettati ad avviare i negoziati, mentre l’UE (606 miliardi di dollari) ha cercato il dialogo.

Sebbene lo shock da incertezza sia significativo e probabilmente si riverserà gradualmente sull’economia reale, al momento ci sono ancora pochi segnali concreti che le tariffe stiano colpendo duramente l’attività economica. Gli indicatori “hard” sono rimasti relativamente solidi, mentre i “soft data” (indagini e sondaggi) mostrano crescenti segnali di indebolimento, soprattutto nel mercato del lavoro. Il FMI ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita globale (a +2,8% dal +3,3% previsto a gennaio), evidenziando come i dazi rappresentino uno shock negativo sia per l’offerta che per la domanda. Per gli Stati Uniti, la stima del Pil è stata tagliata di 90 punti percentuali a +1,8% con previsioni di inflazione in aumento di quasi un punto percentuale a +3%, mentre per la Cina la stima del Pil 2025 è ora vista al 4% (dal 4,6%).

Negli Stati Uniti, dopo un -19% dai massimi, accompagnato da livelli di volatilità (VIX) simili a quelli della crisi del Covid e della crisi finanziaria del 2008, i principali indici hanno recuperato circa il 10% nelle ultime settimane. Secondo Andrea Scauri, “in tempi in cui è difficile aggiungere rischio, è spesso dove il rischio deve essere aggiunto. In Europa, la narrativa fiscale tedesca diventa ancora più importante rispetto a prima del sell-off, anche in una prospettiva azionaria globale. I titoli preferiti dell’anno in corso, meno esposti ai dazi, come i titoli della difesa o quelli legati alla Germania, offrono ora un punto di ingresso molto più interessante rispetto alle settimane precedenti. Infine, sottolineiamo la nostra non esposizione al settore petrolifero. La recente intenzione dell’OPEC+ di aumentare ulteriormente la produzione ha messo a rischio la remunerazione delle compagnie petrolifere integrate e gli investimenti delle società di servizi petroliferi“.

Su questi scenari, però, potrebbe pesare nel breve periodo il downgrade di Moody’s sui titoli del Tesoro USA. La società di rating Moody’s, infatti, ha abbassato il rating degli Stati Uniti da “AAA” ad “Aa1” per via della preoccupazione per la capacità del governo di ripagare il proprio debito. Il tempismo della decisione, a pochi mesi dall’insediamento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, è quanto meno sospetto, poichè Moody’s aveva già avvertito nel 2023 che il rating tripla A degli Stati Uniti era a rischio, ma non aveva deciso di effettuare il taglio. Adesso, Moody’s ha accompagnato la decisione osservando che “le amministrazioni statunitensi non sono riuscite a invertire la tendenza al rialzo dei deficit e dei costi degli interessi”, in ciò facendo aperto riferimento anche alla precedente amministrazione Biden, generosamente “graziata” dall’agenzia che aveva mantenuto un rating creditizio perfetto per gli Stati Uniti fin dal 1917. Il declassamento, peraltro, è avvenuto lo stesso giorno in cui la legge di bilancio proposta da Trump ha subito una battuta d’arresto al Congresso, con il voto contrario di alcuni repubblicani.

Tutto questo è un problema? Lo vedremo alla riapertura dei mercati e durante tutta la settimana, per i quali le agenzie di rating hanno un impatto di solito contenuto. Infatti, se qualche fondo è impegnato negli investimenti di bond solo dei tripla A, molti altri diversificano su quelli appena sopra il livello junk, ovvero spazzatura: E gli Stati Uniti sono parecchio sopra quel livello. Inoltre, il debito pubblico degli Stati Uniti è tutt’altro che inaffidabile, e rimane molto in alto nella speciale classifica dei debiti pubblici, avendo per classificazione Moody’s “Credity quality eccellente, con un rischio soltanto marginalmente maggiore rispetto al rating Aaa”. Ancora, i mercati hanno ampiamente scontato un peggioramento della qualità del debito USA, dato che le altre due grandi agenzie di rating avevano cominciato a declassare gli USA già nel 2013.

Pertanto, qualunque reazione speculativa sarà piuttosto contenuta, e certamente non potrà mandare su più di tanto i rendimenti delle obbligazioni USA che si trovano già a livelli piuttosto alti. La fase più critica rispetto ai dazi, inoltre, pare essere superata. Sul tema, Filippo Garbarino (gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities) sostiene che “generalmente, i dazi aumentano l’inflazione e riducono la crescita economica reale; anche se l’economia Usa è in fase di rallentamento, non ci aspettiamo una recessione tecnica nel breve termine”. I recenti utili aziendali Usa relativi al primo trimestre e le stime dei risultati economici del 2025 sono stati incoraggianti. I dati comunicati da Visa e Mastercard mostrano una notevole resilienza della spesa dei consumatori da inizio anno a oggi e la recente correzione del prezzo del petrolio è positiva per le vendite al dettaglio. Inoltre, gli investimenti previsti per il 2025 non sono stati materialmente rivisti al ribasso dalle aziende Usa, segnale di grande fiducia nella performance del loro business e dell’economia.

Tuttavia, permangono due punti deboli. Il settore manifatturiero, con l’indice ISM che indica ancora una fase di contrazione. Il mercato immobiliare, che rimane stagnante a causa degli elevati tassi sui mutui. “Riteniamo che il minimo dell’S&P 500 in area 4800-4850, raggiunto a inizio aprile, non venga violato”, continua Garbarino. “Ci aspettiamo infatti che il picco di incertezza legato ai dazi sia già passato, dato che il flusso di notizie relativo dovrebbe migliorare nelle prossime settimane. A breve saranno siglati accordi commerciali con alcuni dei partner commerciali principali come Giappone, India e Sud Corea, riducendo significativamente il livello medio dei dazi. Altri indicatori che ci fanno ritenere che il minimo di mercato possa resistere sono il VIX (indice della volatilità), che ha toccato 60 in aprile, così come gli indici di fiducia dei consumatori/investitori che segnalavano un forte pessimismo e che dovrebbero migliorare nei prossimi mesi, supportando i mercati azionari”.

I mercati europei sapranno gestire lo shock delle elezioni francesi?

L’ombrello dell’UE limita le ripercussioni dei cambiamenti di governo in Francia. Le banche centrali ridurranno gradualmente i tassi di interesse reali. Ancora positivi sulle mid-small cap italiane.

di Andrea Scauri, gestore azionario Italia presso Lemanik

L’aumento dell’incertezza geopolitica, che passa anche dalle elezioni in Francia, continuerà a mettere in discussione la narrativa “Goldilocks” (cioè di un ciclo economico equilibrato) e ad aumentare la volatilità dei mercati nel breve periodo. Tuttavia, riteniamo che le possibili ricadute dei cambiamenti di governo in Francia siano gestibili dai mercati, grazie a un assetto istituzionale europeo più solido rispetto al passato. I mercati azionari globali hanno chiuso il mese di giugno in territorio leggermente positivo, con i mercati azionari statunitensi che hanno toccato nuovi massimi grazie alla performance dei “Magnifici 7“. Al contrario, i mercati azionari europei hanno faticato dopo l’esito delle elezioni europee e lo shock delle elezioni anticipate in Francia. Anche i mercati azionari sudamericani sono stati deboli a causa dei persistenti venti contrari sul fronte macroeconomico e delle transizioni politiche.

Nelle elezioni per il nuovo Parlamento europeo, abbiamo assistito a un aumento del numero di deputati dei partiti di destra e conservatori, con un indebolimento dei Verdi. Le implicazioni economiche più importanti potrebbero essere che il sostegno alle politiche di transizione verde potrebbe essere leggermente diluito, anche se il PPE rimane il partito più forte dell’Ue e quindi con spazio per confermare gli attuali obiettivi della politica energetica europea. Il Presidente francese Macron ha sorpreso i mercati sciogliendo il Parlamento a seguito dei risultati delle elezioni europee a livello nazionale e ha indetto nuove elezioni, dove al primo turno si è affermato il Rassemblement National di Marine Le Pen. L’aumento dell’incertezza politica che ne è derivato, unito ai crescenti rischi che ciò possa danneggiare le finanze pubbliche francesi, ha portato il differenziale di rendimento dell’OAT decennale francese rispetto alla Germania a 84 pb (+35 pb), il livello più alto degli ultimi 12 anni, con il rendimento dell’OAT decennale al 3,28%, mentre il rendimento del Bund è sceso di 22 pb al 2,4%. L’incertezza politica in Francia ha avuto un impatto anche sugli spread di altri paesi periferici: lo spread BTP-Bund è salito di 30 pb a 160 pb, con il 10Y al 4%.

Come ampiamente previsto, la Commissione europea ha proposto al Consiglio l’apertura di una procedura per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia (e di altri sei Paesi). Non vediamo alcun impatto rilevante a breve termine dalla richiesta di procedura d’infrazione. Lo sforzo per il bilancio italiano non è significativo ed è in gran parte già previsto nel percorso programmatico del governo, che tuttavia ha margini di manovra limitati. Giudichiamo positivamente le dichiarazioni del Ministro dell’Economia Giorgetti (nella foto), che ha rafforzato il concetto di “percorso di cautela” e “selettività” sulla finanza pubblica.

Negli Stati Uniti, l’ufficio di bilancio del Congresso ha pubblicato nuove proiezioni che indicano che il deficit federale dovrebbe essere di 1,9 trilioni di dollari, pari al 6,7% del Pil, nell’attuale anno fiscale 2024. Questa proiezione è superiore di oltre 400 miliardi di dollari rispetto alle previsioni di febbraio. Inoltre, si prevede che il deficit si ridurrà solo marginalmente nei prossimi anni, raggiungendo un minimo del 5,5% del Pil nel 2027, prima che l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei costi di servizio del debito lo riportino verso il 7% del Pil entro un decennio. Anche se riteniamo che i tassi rimarranno strutturalmente più alti rispetto al recente passato, la riduzione del costo del debito ci sembra l’unica strada politicamente percorribile per gestire la crescita del debito pubblico, motivo per cui ci aspettiamo che la Fed riduca i tassi il prima possibile. Questo scenario è favorevole alle azioni nel medio termine.

Il nostro scenario di base prevede una crescita economica modesta che non sfoci in una recessione, con un miglioramento in Europa e un rallentamento della velocità di crescita negli Stati Uniti (in particolare dei consumi) e le banche centrali che ridurranno gradualmente i tassi di interesse reali, prima la Bce, poi la Fed. In questo contesto continuiamo a essere costruttivi sulle mid-small cap italiane: storicamente, queste hanno sovraperformato, in media, all’inizio del ciclo di riduzione dei tassi. I temi chiave del nostro portafoglio rimangono il Green capex, con titoli come Danieli e Prysmian che beneficeranno di un ciclo di investimenti a lungo termine nei rispettivi settori, e la transizione energetica, dove confermiamo il nostro posizionamento sempre su Prysmian.

Contesto di medio periodo positivo per i mercati azionari e obbligazionari USA

Vista la tendenza disinflazionistica Usa in corso, vi è un’alta possibilità che i tassi di interesse si trovino al picco. Nel contesto attuale in portafoglio puntiamo sul settore finanziario, industriale e chimico.

Di Filippo Garbarino*

Negli USA si conferma la tendenza disinflazionistica in corso, essendo l’inflazione scesa dal 9% al 3% (e quindi non lontana dal target del 2% della Federal Reserve); per cui c’è meno urgenza di ulteriori interventi monetari restrittivi, e vi è un’alta possibilità che sia il Federal Funds Rate che i tassi di interesse di mercato siano vicini ad un picco. Tali fattori contribuiscono a creare un contesto di medio periodo positivo per i mercati azionari e obbligazionari.

La recente volatilità dei mercati (sia azionari che obbligazionari) è stata determinata principalmente dal forte aumento dei tassi di interesse dei bond governativi USA, incrementati di circa 75bps nel corso del terzo trimestre (bond decennale), attestandosi ai livelli più alti degli ultimi 16 anni. La tendenza al rialzo dei tassi ha tre cause: in primis la resilienza dell’economia USA, confermata da Pil in crescita, livelli di occupazione che si mantengono elevati e vendite al dettaglio che denotano ottimismo da parte dei consumatori, fattori che potrebbero costringere la Federal Reserve a mantenere tassi alti per un lungo periodo. In secondo luogo, dal prezzo del petrolio in aumento, che potrebbe generare inflazione. Infine, da aspettative di elevati deficit fiscali Usa, i quali aumenterebbero l’offerta di bond governativi sui mercati.

L’aumento dei tassi di interesse, oltre a causare una correzione dei mercati azionari e obbligazionari, ha anche rafforzato il dollaro USA. Il movimento dei tassi potrebbe però essere alle battute finali, poiché solitamente i tassi di interesse dei bond governativi raggiungono il loro picco in concomitanza con l’ultimo intervento al rialzo della Federal Reserve. E questo potrebbe favorire i mercati azionari e obbligazionari. Durante l’ultimo trimestre, nel fondo abbiamo aperto nuove posizioni in Mettler Toledo (sanità), Rollins (servizi per le imprese) e LVMH (beni di consumo). A livello settoriale, il portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappeso sul settore finanziario, industriale e chimico. I tecnologici sono leggermente sottopesati, con nessuna esposizione sul settore hardware.

*Filippo Garbarino (nella foto), gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities

Lemanik: possibile ripresa economica per il 2024

Nel breve termine i mercati azionari dovrebbero essere supportati dal processo di disinflazione e dalla stabilizzazione dei tassi di interesse. La direzione di medio termine dipende dalla traiettoria dell’inflazione.

“Nelle settimane recenti, il mercato è stato supportato da una forte performance dei titoli tecnologici, che stanno riflettendo aspettative ottimistiche legate all’intelligenza artificiale. Tuttavia, il resto del mercato non si è ancora ripreso, anticipando un lieve rallentamento economico. La limitata partecipazione al rimbalzo dei titoli ciclici potrebbe invertirsi a breve, riflettendo una ripresa economica nel 2024″. È l’analisi di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities, che a maggio ha sovraperformato rispetto al suo benchmark, aumentando del 3.2%.

Il mercato rimane concentrato sulla fine del ciclo di aumenti dei tassi di interesse e del suo impatto sull’economia globale. Sebbene le economie stiano chiaramente rallentando, è improbabile che ci sia una profonda recessione. I dati sull’occupazione sono forti e i consumi stanno dimostrando resilienza. La maggior parte delle banche centrali ha indicato che siamo vicini a una pausa dei rialzi dei tassi di interesse, anche alla luce delle recenti insolvenze bancarie che rallenteranno l’erogazione di credito determinando una contrazione delle condizioni finanziarie equivalente a un aumento dei tassi di interesse da 25bps a 50bps.

Visto che il prezzo delle azioni generalmente anticipa gli eventi economici di circa 6 mesi, è probabile che l’attuale modesto rallentamento economico sia già stato prezzato dalla correzione di mercato dello scorso anno. Nel breve termine, le azioni dovrebbero essere supportate dal graduale processo di disinflazione e dalla stabilizzazione dei tassi di interesse. Quello che determinerà la direzione di medio termine del mercato è la traiettoria dell’inflazione. Se l’inflazione sarà più persistente rispetto alle aspettative delle banche centrali, il mercato potrebbe iniziare a prezzare la necessità di ulteriori aumenti dei tassi di interesse. Questo causerebbe ulteriori ribassi del mercato. “Durante maggio, il fondo ha venduto Iqvia (healthcare) allocando i proventi su una serie di posizioni esistenti incluse Heico, Thermo Fisher, Danaher, Nike e S&P Global”, conclude Garbarino (nella foto). “A livello settoriale, il portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappeso sul settore finanziario, industriale e chimico. I tecnologici sono leggermente sotto pesati”.

Crescita globale e mercati, ecco le previsioni dei maggiori player bancari per il 2023

Inflazione sempre lontana dagli obiettivi delle banche centrali ma “più moderata”. Europa già in lieve recessione, mentre gli USA la eviteranno di un soffio. Nel 2023 mercati finanziari più resilienti.

Come sarà questo 2023 relativamente alla crescita economica, e come si comporteranno i mercati finanziari? Rispondere non è facile, ma l’inizio del nuovo anno è uno dei rarissimi momenti in cui gli uffici studi delle grandi corporation bancarie riescono a dare previsioni obiettive e totalmente slegate dalle esigenze del proprio conto economico, per cui vale la pena fare un giro di orizzonti.

Secondo GOLDMAN SACHS, la crescita globale è rallentata nel 2022 a causa di una spinta alla riapertura decrescente, inasprimento fiscale e monetario, restrizioni Covid in Cina e crisi immobiliare e guerra Russia-Ucraina. La crescita globale è prevista nella misura dell’1,8% nel 2023, poiché la resilienza degli Stati Uniti contrasta con una recessione europea e una riapertura irregolare in Cina. Gli Stati Uniti dovrebbero evitare di poco la recessione, poiché l’inflazione core rallenta dal 5% attuale al 3% alla fine del 2023 con un aumento di ½ punto percentuale del tasso di disoccupazione. Per mantenere la crescita al di sotto del potenziale di fronte ad forte una crescita del reddito reale, la Fed dovrebbe aumentare i tassi di interesse di altri 125 punti base, fino a un picco del 5-5,25%. In ogni caso, Goldman Sachs non prevede alcun taglio dei tassi nel 2023.

Questo ciclo economico degli USA, pertanto, è nettamente diverso dai precedenti periodi di alta inflazione, sia per via del surriscaldamento del mercato del lavoro post-pandemia (che ha creato opportunità di lavoro senza precedenti), sia per la lentezza con cui la normalizzazione delle catene di approvvigionamento sta producendo disinflazione, sia perché le aspettative di inflazione a lungo termine, al momento, rimangono ben ancorate. L’Eurozona e il Regno Unito, invece, sono probabilmente in recessione, principalmente a causa del reddito reale colpito dall’impennata delle bollette energetiche. Tuttavia, Goldman Sachs prevede solo una leggera flessione, poiché l’Europa è già riuscita a tagliare le importazioni di gas russo senza schiacciare l’attività ed è probabile che beneficerà degli stessi miglioramenti post-pandemia che stanno aiutando a evitare la recessione negli Stati Uniti. Sulla base di questo scenario, che sconta un mercato del lavoro meno esuberante rispetto a quello degli Stati Uniti, la BCE potrebbe aumentare i tassi fino ad un picco del 3%.

In Cina la crescita del primo semestre è prevista più lenta, poiché l’aumento dei casi di Covid mantiene alta la cautela, ma dovrebbe accelerare bruscamente nel secondo semestre. La visione di più lungo periodo sulla Cina rimane comunque cauta a causa del lungo ribasso del mercato immobiliare e del rallentamento della crescita potenziale (che riflette la debolezza demografica e della produttività). Relativamente agli emergenti, diverse banche centrali dell’Europa centro-orientale e dell’America latina hanno iniziato ad aumentare i tassi molto prima delle loro pari. Sebbene nessuno abbia ancora chiaramente raggiunto un atterraggio morbido, l’attività è stata resiliente e l’inflazione sta ora scendendo in alcuni paesi, in particolare in Brasile.

Senza particolari spunti di novità la visione di JP MORGAN, secondo la quale l’inflazione dovrebbe iniziare a moderarsi man mano che l’economia rallenta, il mercato del lavoro si indebolisce, le pressioni sulla catena di approvvigionamento continuano ad allentarsi e l’Europa riesce a diversificare il proprio approvvigionamento energetico. Lo scenario di base vede le economie sviluppate cadere in una lieve recessione nel 2023. Tuttavia, secondo JP Morgan sia i prezzi delle azioni che – soprattutto – delle obbligazioni hanno già scontato gli eventi macroeconomici che si verificheranno nel corso del 2023, e adesso sembrano sempre più attraenti. Infatti, l’ampia correzione generalizzata dei mercati azionari ha lasciato con valutazioni eccessivamente basse alcuni titoli con un forte potenziale di guadagno e dividendi affidabili; inoltre, esistono notevoli opportunità nei titoli legati al clima e ai mercati emergenti.

“Una confluenza di eventi senza precedenti nel 2022 ha indebolito i prezzi delle attività in tutti i mercati. Raramente gli investitori hanno dovuto fare i conti con il tipo di lezioni impartite da un’economia globale che stava appena iniziando a emergere da una pandemia, affrontando misure di politica monetaria senza precedenti e un conflitto armato politicamente allargato in Europa”. Questo il commento di MORGAN STANLEY, secondo la quale la turbolenza del 2022 ora pesa pesantemente sulle prospettive di investimento per il 2023, con implicazioni che vanno dalla crescita economica, all’inflazione, alla politica della banca centrale e ai tassi di interesse; ma anche alla qualità del credito, agli utili, alle valutazioni, al sentiment degli investitori e ad altri parametri chiave. Sarà importante, per la banca americana, aiutare i clienti a identificare anche in queste circostanze così difficili le implicazioni per il portafoglio, e offrire soluzioni di investimento esclusivamente per soddisfare i loro obiettivi, rinviando al prossimo futuro i ragionamenti in ottica più speculativa.

Secondo CREDIT SUISSE, invece, è probabile che il 2023 sarà impegnativo al pari del 2022. Infatti, è quasi certo che le condizioni finanziarie rimarranno tese e il ripristino fondamentale della macroeconomia e della geopolitica possa continuare. Gli investitori farebbero quindi bene ad aderire a un solido processo di investimento e diversificare ampiamente gli investimenti, dal momento che l’era dei tassi negativi è alle nostre spalle e difficilmente tornerà nei prossimi due decenni. L’anno 2022 ha presentato agli investitori un contesto particolarmente difficile, all’interno del quale l’alta e la guerra in Ucraina hanno spinto verso l’alto i livelli dei prezzi come mai era accaduto in così breve tempo. Inoltre, la determinazione delle banche centrali nel ridurre l’inflazione per mezzo di una stretta aggressiva della politica monetaria non fa intravedere un rallentamento degli aumenti dei tassi prima che l’inflazione diminuisca in modo persistente e strutturale. Di conseguenza, la volatilità dei mercati finanziari rimarrà elevata, e questo potrebbe creare ostacoli alla crescita. Tuttavia, gli investitori possono trovare opportunità, in particolare nel reddito fisso, seguendo un rigoroso processo di investimento in linea con i propri obiettivi finanziari a lungo termine e cercando un’ampia diversificazione, compresi gli investimenti alternativi.

Per DEUTSCHE BANK, una crescita economica più lenta nel 2023 non si tradurrà necessariamente in mercati finanziari più deboli. In effetti, i mercati potrebbero dimostrarsi più resilienti nel prossimo anno rispetto al 2022. La volatilità del mercato nel 2022 è stata esacerbata da eventi esterni e dalle mutevoli aspettative sulla probabile dimensione e velocità dell’inasprimento della politica monetaria, a fronte di un elevata e persistente inflazione. Le banche centrali hanno faticato a fornire indicazioni coerenti per il futuro, e la confusione sui mercati ha determinato brusche oscillazioni dei rendimenti obbligazionari, destabilizzando anche i mercati azionari. Pertanto, è probabile che le banche centrali e gli investitori trovino il 2023 meno complicato del 2022, sebbene l’inflazione rimarrà ben al di sopra dei livelli target della banca centrale. Peraltro, anche se si prospettano ulteriori rialzi dei tassi da parte delle banche centrali, d’ora in poi gli aumenti dei rendimenti dei titoli di Stato a più lungo termine dovrebbero essere relativamente modesti, e il peggio dovrebbe essere passato; per cui, mercati obbligazionari più stabili dovrebbero, a loro volta, contribuire a ridurre la volatilità del mercato azionario.

Mercati: l’azionario globale scende, i rendimenti salgono. Dall’Opec un gioco a somma zero

La decisione dell’OPEC di aumentare la produzione un pò più del previsto non influirà sull’offerta globale, poiché man mano che la Cina allenterà le restrizioni la maggiore domanda assorbirà il surplus di offerta.

Ancora in discesa i mercati azionari globali dopo che i dati hanno mostrato come l’economia americana abbia generato un numero di posti di lavoro maggiore del previsto nel mese di maggio, segnalando che la Federal Reserve probabilmente continuerà ad aumentare i tassi di interesse in modo aggressivo nel suo sforzo per frenare l’inflazione. Salvo spunti positivi improvvisi, pertanto, la settimana in corso dovrebbe seguire la scia, non lasciando intravedere alcun momento di svolta.

Nel dettaglio, il rapporto sull’occupazione attentamente monitorato dal dipartimento del lavoro ha mostrato che l’economia statunitense ha aggiunto 390.000 posti di lavoro a maggio, con il tasso di disoccupazione stabile al 3,6% per il terzo mese consecutivo, battendo la maggior parte delle stime degli analisti. I trader speravano che il rapporto sull’occupazione rivelasse segni di debolezza nell’economia statunitense, in modo tale da persuadere la Fed ad ammorbidire la sua posizione sull’inflazione e sui tassi di interesse, e quindi per evitare di innescare una recessione. Infatti, ad eccezione del commercio al dettaglio, l’economia sul fronte dell’occupazione continua a crescere, e adesso la Fed ha ancora bisogno di distruggere un pò di domanda con aumenti dei tassi di 50 punti nei prossimi appuntamenti”.

Parlando di mercati, sia l’indice azionario mondiale MSCI – replicante le azioni di 50 paesi – che l’indice paneuropeo STOXX 600 sono scesi, mentre i rendimenti del Tesoro USA sono saliti ai massimi di due settimane (i treasury a 10 anni sono saliti al 2,946%, mentre quelli a due anni al 2,6606%). A Wall Street, tutti e tre i principali indici hanno chiuso al ribasso, spinti al ribasso dalle vendite nei settori della tecnologia, dei beni voluttuari, dei servizi di comunicazione, dei finanziari e dell’industria. La Fed aveva riconosciuto che in autunno avrebbe potuto fare una pausa, ma adesso è tutto in discussione. Nel frattempo, il dollaro USA è salito contro un paniere di valute dopo il rapporto sull’occupazione, e i prezzi del petrolio si sono stabilizzati al rialzo, sostenuti dalle aspettative che la decisione dell’OPEC di aumentare gli obiettivi di produzione leggermente più del previsto non influirà molto sull’offerta globale, poiché ci si attende un aumento della domanda man mano che la Cina allenterà le restrizioni legate alla pandemia di COVID-19.

In pratica, una mossa a somma zero, che dimostra la volontà politica dell’Opec di lasciare i prezzi del greggio non al di sotto di quota 100 dollari, contro un costo medio di estrazione e raffinazione stimato in circa 28 dollari al barile in area Opec+ (ossia nel raggruppamento allargato alla Russia). Inoltre, i prezzi del greggio sono aumentati per la sesta settimana consecutiva – con il greggio West Texas Intermediate (WTI) che è salito a 120 dollari al barile – poiché la decisione dell’Unione Europea di vietare fino al 90% delle importazioni di petrolio russo ha sollevato preoccupazioni per l’offerta limitata. I prezzi dell’oro, invece, sono scesi di quasi l’1% dopo che l’attrattiva dei metalli preziosi è stata intaccata dall’aumento dei rendimenti del dollaro USA e del Tesoro.

Cosa aspettarsi dai mercati questa settimana – I mercati azionari statunitensi hanno perso i guadagni realizzati all’inizio della settimana, poiché le aspettative di un più rapido inasprimento da parte della Federal Reserve hanno portato a un’ondata di vendite di titoli azionari e obbligazionari governativi. La settimana corrente sarà probabilmente relativamente tranquilla sui mercati finanziari, ed il momento clou sarà l’attesissimo aggiornamento di maggio del tasso di variazione dei prezzi al consumo negli Stati Uniti, che potrebbe indicare se l’inflazione potrebbe aver raggiunto il picco o se le pressioni sui prezzi possano accelerare ulteriormente. Peraltro, gli osservatori del mercato possono anche aspettarsi numerosi aggiornamenti economici dall’estero, comprese le stime finali per la crescita del PIL nel primo trimestre nell’eurozona e in Giappone.

L’inflazione negli Stati Uniti è leggermente decelerata all’8,3% ad aprile, dopo aver raggiunto il massimo in 41 anni dell’8,5% a marzo. L’aumento dei costi dell’energia continua a guidare l’aumento dei prezzi, con il prezzo medio nazionale di un gallone di gas che sale al livello record di 4,76 dollari. Sempre venerdì, l’Università del Michigan rilascerà la lettura preliminare di giugno del suo Consumer Sentiment Index (MSCI). L’indicatore del sentiment misura la fiducia dei consumatori per quanto riguarda le proprie finanze, nonché le loro prospettive a breve e lungo termine per l’economia statunitense in generale. Dato che la spesa dei consumatori rappresenta oltre i due terzi del prodotto interno lordo (PIL) degli Stati Uniti, il Michigan Consumer Sentiment Index è un prezioso indicatore per la fiducia generale dei consumatori.

Le stime di consenso per la lettura preliminare di giugno prevedono un calo dell’MSCI a 58,1, poiché l’inflazione persistentemente elevata e i crescenti timori di un rallentamento economico continuano a incidere sulla fiducia dei consumatori.

Mercati azionari, inflazione, tassi, commodities e Dollaro: l’opinione di BlackRock

Siamo molto vicini all’inversione della curva dei tassi americani, e quando questo accade di solito ci troviamo in una situazione di recessione. Quali segnali possiamo cogliere dal mercato?

Anche durante l’ultima riunione di Marzo, la Fed ha evidenziato come i tassi di interesse saliranno più rapidamente di quanto si aspettava in passato, superando la neutralità già nel 2023. Tuttavia la Fed ha comunicato che per il 2024 si aspetta un’inflazione sopra target ma non un contemporaneo ulteriore restringimento monetario rispetto al livello raggiunto nel 2023. Pertanto, la Fed sembra essere disposta a convivere con un livello di inflazione più alto del proprio obiettivo anche nel medio periodo.

Siamo abituati a previsioni sull’inflazione da parte delle banche centrali che convergono puntualmente verso il loro obiettivo, e il fatto che questo non accada più – non soltanto per il 2021 e il 2022, ma anche per il 2023 e 2024 – lancia un segnale particolarmente indicativo della disponibilità della Fed di convivere con tassi di policy più alti per un periodo di tempo anche abbastanza lungo. Relativamente ai tassi di interesse reali, ossia i tassi di interesse al netto dell’inflazione, è vero che la Fed alzerà quelli nominali, ma l’inflazione è già molto alta e questo comporta tassi di interesse reali che non sono molto più alti di quanto potevamo immaginare fossero qualche mese fa. Riteniamo che questo sia uno dei motivi del movimento al rialzo dei mercati azionari a fronte del movimento molto ostile dei mercati obbligazionari, con i tassi che si sono mossi significativamente al rialzo.

Di conseguenza, siamo molto vicini all’inversione della curva dei tassi americani, e quando questo accade di  solito ci troviamo in una situazione di recessione. Quali segnali possiamo cogliere dal mercato? La curva dei tassi appiattita ci dice che la politica monetaria ha raggiunto il massimo restringimento, e che la crescita economica inizia a decelerare. Osservando la storia, vediamo che dal momento in cui la curva si inverte le performance dei mercati diventano deboli su orizzonti temporali sopra i 12 mesi. C’è quindi un periodo di tempo in cui la curva appiattita (flat) segnala che c’è una fase di potenziale rallentamento ciclico, mentre la fase più complicata per i mercati avviene quando i tassi di policy diventano effettivamente più restrittivi. Attualmente, riteniamo che la curva sia vicina all’inversione.

Guardando alle valutazioni dei mercati azionari, non riteniamo che esse siano diventate più attraenti nel corso delle ultime settimane: gli utili prospettici calano, i tassi salgono, le valutazioni relative delle azioni rispetto alle obbligazioni sono peggiorate. Abbiamo incrementato aree come il corporate investment grade, dove i livelli di spread avevano raggiunto valutazioni piuttosto interessanti, e come i mercati cinesi, ma attualmente non riteniamo di aumentare l’esposizione ai mercati azionari dei mercati sviluppati.

Guardando al mondo delle commodities, finora non c’è stato un rallentamento dell’afflusso del gas russo in Europa, nonostante la volontà europea e nonostante le notizie di un blocco per i paesi “ostili” si facciano sempre più frequenti. Per quanto riguarda il petrolio russo invece, non tutta la produzione russa dedicata all’esportazione è in questo momento tagliata fuori. Nei primi giorni del conflitto un ammontare di più di 4 milioni di barili di petrolio al giorno di produzione russa rimanevano bloccati. Oggi stimiamo che circa solo 1/2 milioni di barili di produzione russa rimangono fermi, mentre gli altri 2/3 milioni contribuiscono a soddisfare la domanda globale. Sul tema delle commodities abbiamo visto una significativa correzione al ribasso del prezzo del petrolio, in particolare nel corso delle ultime settimane. Tuttavia crediamo che le pressioni di medio termine sui prezzi delle commodities siano destinate a persistere perchè: 1) una soluzione rapida della situazione Russia-Ucraina risulta complicata; 2) non crediamo che le sanzioni verranno rimosse anche in caso di un’eventuale tregua; 3) la riconfigurazione dei flussi di esportazione delle commodities a livello globale risulta particolarmente complicata da ottenere.

Abbiamo incrementato l’esposizione all’oro nei portafogli, non per le sue capacità di hedging (copertura) dall’inflazione ma per quella che noi riteniamo essere una diversificazione delle riserve valutarie globali da parte delle banche centrali. Riteniamo che questa diversificazione sia accelerata dalla crisi russa, e che a tutti gli effetti il freezing degli asset alla banca centrale incrementi l’incentivo per le banche centrali, soprattutto dei paesi emergenti, a detenere oro. Il nostro incremento di oro nell’allocazione non è una posizione di breve termine, riteniamo infatti che sia una posizione che avremo per lungo tempo. Abbiamo aggiunto anche energy e commodities prima del conflitto, che continuiamo a detenere.

Relativamente al Dollaro USA, si ritiene che possa parzialmente aiutare nelle fasi di elevata volatilità. Il dollaro presenta un carry positivo, ossia un differenziale di rendimento abbastanza importante rispetto agli asset dell’Eurozona, tuttavia ci sembra chiaro che ci siano fattori di lungo periodo non a favore del dollaro. Innanzitutto, i tassi di interesse si stanno muovendo al rialzo ma il mercato è anche preoccupato che la Fed possa fare una ultra-restrizione monetaria. Inoltre, sta avvenendo un po’ di diversificazione delle riserve valutarie globali. Pensiamo alla notizia di settimana scorsa sull’Arabia Saudita, che sta pensando se ricevere il pagamento sul petrolio, almeno dalla Cina, in RMB invece che in dollari, per cui si potrebbe ritenere che ci sia un indebolimento dello status del dollaro come valuta di riserva globale. Inoltre, nonostante la Fed sia in estrema fase di restrizione monetaria, le valute dei paesi emergenti non si sono affatto indebolite, ed anzi rafforzate.

Per questo motivo non vediamo un trend nitido di rafforzamento del dollaro.

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