Aprile 20, 2026
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I Mercati Emergenti secondo Raiffeisen Capital Management

Ci sono buone probabilità che i grandi paesi emergenti quest’anno riescano a evitare una recessione. America Latina, Asia orientale e mercati dell’Europa dell’Est sembrano promettenti.   

Il 2022 è stato un anno degno di finire sui libri di storia per i mercati finanziari. Per la prima volta da decenni, sia i corsi azionari che quelli obbligazionari hanno subito un forte calo, e questo in quasi tutti i segmenti di mercato e tutte le regioni. La diversificazione, sia delle classi di attivo che a livello geografico, ha aiutato solo in misura limitata. I paesi emergenti e i mercati sviluppati hanno perso in media (in dollari USA) all’incirca allo stesso modo, con alcune singole eccezioni al rialzo e al ribasso. L’anno in corso porterà una ripresa dei corsi nei paesi emergenti o ci sarà un nuovo calo?

In estrema sintesi, le possibilità di una sensibile ripresa di azioni e obbligazioni sono buone, ma il quadro fondamentale al momento invita (ancora) alla cautela. Questi due aspetti non si contraddicono necessariamente. Riguardo ai semplici movimenti di mercato, il 2022 – un anno senza dubbio spettacolare – può essere riassunto abbastanza velocemente: quasi ovunque si è registrato un forte calo delle azioni e delle obbligazioni; nel caso delle obbligazioni in parte addirittura più che sui mercati azionari. I mercati azionari sviluppati hanno ceduto in media circa il 20%, le azioni dei mercati emergenti più o meno il 22%. Le materie prime sono state una delle poche eccezioni: hanno registrato aumenti dei prezzi, soprattutto nel settore energetico. Questo ha permesso anche alle azioni delle società del settore energetico di guadagnare in modo marcato, contrariamente al trend di mercato generale.

Se si analizzano i singoli paesi emergenti, appaiono, come quasi sempre, notevoli differenze di performance. La Cina, peso massimo dei mercati emergenti, è stata tra i principali perdenti, mentre la Russia è scesa ancora di più. Anche numerosi mercati azionari dell’Europa centrale e orientale sono stati molto deboli, stretti nella morsa tra inflazione elevata e guerra in Ucraina. L’eccezione verso l’alto più importante, e probabilmente anche la sorpresa più grande, è stato il mercato azionario turco, che ha fatto registrare aumenti massicci sia in valuta locale che in dollari USA. Anche in India e Brasile i mercati azionari hanno tenuto molto bene, sfidando il trend negativo globale.

Il contesto, per ora, resta ancora difficile. I rialzi dei tassi di interesse negli USA, l’inflazione, l’aumento del dollaro USA, le interruzioni del commercio globale dovute alle sanzioni occidentali contro la Russia nonché la rigida politica cinese riguardo al Covid-19 hanno pesato gravemente sulle economie di molti mercati emergenti, e per il momento le sfide dovrebbero continuare. Tuttavia, ci sono buone probabilità che almeno i grandi paesi emergenti quest’anno riescano a evitare una recessione. La ripresa economica in Cina potrebbe trasformarsi in un importante sostegno per i mercati emergenti, ma è ancora largamente incerto quanto forte e quanto veloce possa essere la ripresa della congiuntura cinese.

Molte banche centrali dei paesi emergenti hanno aumentato in modo aggressivo i tassi di interesse nel 2022. Questo, insieme all’inflazione ancora abbastanza elevata, dovrebbe pesare significativamente sulla crescita economica. Ad eccezione di Cina e India, che hanno un mercato interno molto grande, la maggior parte delle economie dei paesi emergenti segue la congiuntura globale con un certo ritardo, ma ciò non deve necessariamente essere così anche per i mercati finanziari. Infatti, dopo anni in cui le azioni dei paesi emergenti sono rimaste molto indietro rispetto ai mercati sviluppati (in particolare agli USA), potrebbe essere giunto il momento di registrare un andamento superiore alla media. Il timore di perdere un eventuale movimento al rialzo potrebbe portare ad afflussi significativi di capitali e quindi a rialzi dei corsi, anche se i dati fondamentali ancora non lo permetterebbero.

Negli ultimi due, tre mesi si sono già manifestate tendenze in questa direzione. Tuttavia, in un primo momento potrebbero ancora verificarsi delle correzioni, possibilmente sulla scia di un peggioramento dei dati economici globali, di delusioni sul fronte dell’inflazione e dei tassi di interesse o a seguito di un nuovo rafforzamento del dollaro USA. Nel complesso, le prospettive a lungo termine per le azioni dei paesi emergenti sono buone, nonostante i rischi economici e geopolitici che indubbiamente esistono. Soprattutto l’America Latina, l’Asia orientale e i mercati dell’Europa dell’Est attualmente sembrano promettenti. Questi ultimi potrebbero inoltre beneficiare di un’eventuale fine della guerra in Ucraina, ma in cambio restano senza dubbio anche particolarmente vulnerabili in caso di espansione del conflitto.

Anche le obbligazioni dei mercati emergenti sembrano interessanti, e nell’anno i corso dovrebbero offrire buone opportunità. Infatti, dopo che negli ultimi anni moltissimi investitori erano fuggiti da queste obbligazioni, oggi esse sono sottorappresentate in molti portafogli. Questo vale soprattutto per le obbligazioni in valuta locale. Se dovesse affermarsi una tendenza al rialzo, il ritorno degli investitori potrebbe portare di nuovo a netti afflussi di capitale. Come sempre, rimane importante una buona selezione fra paesi, emittenti e valute.

Area Euro, deboli prospettive di crescita. Pesano guerra e prezzi delle materie prime

Le prospettive economiche dell’area dell’euro si indeboliscono a causa delle pressioni sui costi globali e della guerra in Ucraina. Le proiezioni sull’inflazione sono state riviste al rialzo.

Dall’analisi della stabilità finanziaria del novembre 2021, le prospettive economiche per l’area dell’euro si sono indebolite, mentre le proiezioni sull’inflazione sono state riviste al rialzo. I previsori del settore privato hanno ridimensionato significativamente le loro aspettative di crescita dalla fine dello scorso anno, poiché le ripercussioni della guerra in Ucraina si sono riverberate a livello globale, probabilmente rallentando la ripresa economica.

Le pressioni sui costi che si sono accumulate durante la pandemia di coronavirus sono state amplificate dalla guerra, che ha provocato ulteriori aumenti dei prezzi delle materie prime, influito sulle catene di approvvigionamento e notevolmente indebolito la fiducia dei consumatori. Di conseguenza, le aspettative di consenso sulla crescita del PIL reale nell’area dell’euro nel 2022 sono state declassate al 2,7% (in calo di 1 punto percentuale da fine febbraio), mentre le aspettative di inflazione sono state riviste al rialzo al 6,8% (+2,6 punti percentuali da fine febbraio) (Grafico 1.1, riquadro a).

Sebbene la guerra in Ucraina abbia provocato aumenti sostanziali dei prezzi dell’energia e delle materie prime, l’impatto più diretto attraverso le esportazioni dell’area dell’euro è stato contenuto. Le sanzioni sono servite a isolare in modo significativo l’economia russa, il che si riflette in un forte declassamento delle sue prospettive di crescita economica e in un contemporaneo aumento delle aspettative di inflazione. L’impatto diretto del conflitto sull’economia dell’area dell’euro è stato relativamente modesto. Complessivamente, le esportazioni verso la Russia rappresentano il 3% della domanda estera, con alcuni paesi dell’Europa orientale che hanno esposizioni significativamente maggiori. Modeste anche le importazioni dalla Russia, intorno al 4% del totale. Tuttavia, le cifre principali relativamente piccole per le importazioni e le esportazioni nascondono la maggiore dipendenza dell’area dell’euro in termini di approvvigionamento energetico. L’area dell’euro dipende dalle importazioni russe per il 20% del suo fabbisogno di petrolio e il 35% del gas, con alcune economie più grandi che mostrano livelli di dipendenza ancora maggiori. Di conseguenza, le economie con una quota maggiore dell’energia russa nel loro mix energetico totale potrebbero dover affrontare maggiori sfide nella ricerca di fonti alternative e potrebbero essere più colpite se venissero imposte ulteriori sanzioni.

Il conflitto in Ucraina si è aggiunto alle pressioni inflazionistiche globali preesistenti, poiché la guerra ha aumentato i prezzi delle materie prime utilizzate nell’estrazione o nella lavorazione di altre materie prime (ad esempio acciaio, alluminio) e in quelle utilizzate per produrre fertilizzanti e metalli. L’impennata dei prezzi, così, sta ponendo particolari difficoltà anche all’importazione delle economie dei mercati emergenti come l’India, la Turchia, il Messico ei paesi in via di sviluppo dell’area CEE, che potrebbero registrare aumenti significativi dei dati principali sulla base della ponderazione delle materie prime nei loro panieri di consumo. A queste preoccupazioni si aggiunge la prospettiva di una stretta monetaria globale e delle relative ricadute, che potrebbero avere un effetto negativo sulla sostenibilità del debito nei mercati emergenti.

Le catene di approvvigionamento globali sono sotto pressione dalla fine del 2020 a causa della forte domanda di prodotti manifatturieri, della carenza nella fornitura di alcuni fattori chiave e delle interruzioni nel settore della logistica. Di conseguenza, i tempi di consegna dei fornitori nell’area dell’euro si sono notevolmente allungati nell’ultimo anno, e hanno contribuito a un aumento significativo dei prezzi di produzione. In futuro, è probabile che anche alcune catene di approvvigionamento siano colpite dalla guerra in Ucraina, dato il ruolo significativo, tra l’altro, svolto da Russia e Ucraina nelle esportazioni globali di metalli, tra gli altri. Inoltre, la politica cinese zero-COVID ha portato all’imposizione di rigidi blocchi in diversi centri economici, interrompendo ulteriormente la fornitura di determinati beni. In tal modo, sebbene l’indice dei gestori degli acquisti (PMI) dell’area dell’euro rimanga comodamente in territorio espansivo (55,8 ad aprile 2022), le interruzioni continuano a pesare sul ciclo economico, ritardando la ripresa globale dalla pandemia.

Il rallentamento dell’economia cinese oggi aumenta i rischi al ribasso per la ripresa globale. Le turbolenze nel settore dello sviluppo immobiliare cinese sono proseguite all’inizio del 2022, con la crescita delle vendite di immobili residenziali che è rimasta negativa e i prezzi delle case in ulteriore indebolimento. Inoltre, rigide politiche di contenimento della pandemia stanno deprimendo l’attività economica, che si prevede crescerà di circa il 5% annuo nel periodo 2022-24, significativamente al di sotto della media di lungo termine dell’8%. Un rallentamento dell’economia cinese pone anche ulteriori sfide alle economie dei mercati emergenti con stretti legami finanziari con la Cina. Tutto sommato, questi sviluppi si aggiungono ulteriori rischi al ribasso per le prospettive dell’economia mondiale, con potenziali ripercussioni significative sull’area dell’euro.

Le nuove sfide economiche arrivano in un momento in cui alcuni settori e paesi si stanno ancora riprendendo dallo shock pandemico. Sebbene gli elevati livelli di vaccinazione e la variante meno letale dell’Omicron abbiano consentito alle economie dell’area dell’euro di riaprire ampiamente dall’inizio dell’anno, i settori economici continuano a essere colpiti in modo asimmetrico dalla pandemia.

Ad esempio, l’attività nel settore delle arti e dello spettacolo è ancora in ritardo rispetto ai livelli pre-pandemia, mentre il settore tecnologico ha chiaramente beneficiato delle tendenze di consumo osservate durante la pandemia. Questa frammentazione settoriale si riflette anche nella ripresa economica dei paesi dell’area dell’euro. Alcuni paesi si sono ripresi solo di recente dalla pandemia, ma stanno attualmente affrontando forti pressioni inflazionistiche. Inoltre, a seconda del loro grado di dipendenza commerciale con Russia e Ucraina, alcuni paesi dell’area dell’euro saranno colpiti dalla guerra in Ucraina più di altri, aggravando le asimmetrie nei tassi di crescita e inflazione.

Libera trattazione da:
https://www.ecb.europa.eu/pub/financial-stability/fsr/html/ecb.fsr202205~f207f46ea0.mt.html#toc4

USA e la teoria della “temporary inflation”: solo una scusa per continuare ad emettere debito?

Secondo Mario Cribari, la “temporary inflation” che Powell si ostina a dichiarare sembra una scusa per mantenere i tassi più bassi possibili e permettere al Tesoro di continuare a emettere debito. Conviene puntare su alcuni titoli growth di elevatissima qualità e sui real assets.

“Lo scenario macro che si prospetta è quello di un boom economico iniziale e poi di una crescita strutturalmente più alta di quanto sperimentato dopo il 2008, affiancata però da effetti collaterali come l’inflazione”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

La seconda e terza ondata pandemica hanno colpito duramente l’Europa e alcuni mercati emergenti. Un certo senso di assuefazione è evidente non solo nei comportamenti delle persone ma anche dei governi e soprattutto dei mercati che hanno completamente ignorato lo sviluppo pandemico. La fotografia che si prospetta è quella di un boom economico post pandemico, che sarà seguito poi da crescita sostenuta per i prossimi anni, ma sarà pure accompagnato da tassi e inflazione in rialzo. Alla lunga lista di forze inflattive già presenti si aggiunge il serio aggravamento di alcuni deficit di approvvigionamento (sui microchip ma non solo), la forte resilienza dei salari orari e la fine della moratoria sugli sfratti negli Usa che, insieme al boom di compravendite immobiliari in un mercato con scarsissime scorte di immobili, porterà una componente importante dell’indice dei prezzi al consumo ad aumentare. Da non trascurare poi il fortissimo apprezzamento delle materie prime.

“La “temporary inflation” che Powell si ostina a dichiarare sembra una scusa per mantenere i tassi più bassi possibili e permettere al Tesoro di continuare a emettere debito”, sottolinea Cribari. “Una parte degli interventi fiscali americani sarà produttiva mentre molti altri rappresentano spesa improduttiva, che favorisce il consumo e di conseguenza la domanda di beni che si fa fatica a produrre”.

Alla fase di asset inflation post Quantitative easing (dei ricchi) seguirà la goods inflation post interventi fiscali (del ceto medio basso). A una prima fase di recupero temporaneo dell’inflazione, per effetto base, ne seguirà un altro in cui ci si renderà conto che l’incremento è strutturale. A questo punto delle due l’una: o le banche centrali lo ammetteranno affannandosi a prosciugare in fretta e furia la liquidità in eccesso, o continueranno a parlare di fenomeno temporaneo con il rischio di perderne il controllo definitivamente. In nessuno dei due casi il mercato resterà indifferente: o i tassi salgono e i multipli scendono o l’aumento dell’inflazione causerà una riduzione degli utili societari e per mantenere i multipli costanti già elevati dovranno scendere i prezzi di borsa. Unico elemento che potrebbe temporaneamente calmierare tale tendenza è la restrizione monetaria e fiscale in atto in Cina che peserà probabilmente sull’andamento economico dei mercati emergenti e sui prezzi delle materie prime. Essa può raffreddare taluni eccessi di un’economia che sarà ancora una volta la prima della classe e una pausa temporanea nella corsa economica e delle materie prime è quindi probabile nel breve, senza però che possa fermare i processi in atto.

“La necessità di un reset su tassi, inflazione e percezione avrà implicazioni non piacevoli. Un effetto logico sarà la svalutazione di quelle che vengono chiamate “long duration equities”, vale a dire titoli e settori spinti solo dal momentum e dalla speculazione, che soffriranno di una contrazione dei multipli. Tra questi includiamo molte nuove IPO di titoli tecnologici, alcune società legate alla green economy e in particolare alla mobilità elettrica e alcune criptovalute”, conclude Cribari. “Continuano a piacerci invece alcuni titoli growth più “tradizionali” e di elevatissima qualità, i quali continuano a crescere a ritmi impressionanti: ulteriori correzioni rappresenterebbero a nostro parere un punto di entrata estremamente interessante. Ribadiamo il nostro elevato livello di guardia anche su alcuni titoli ciclici che, se erano certamente interessanti qualche settimana fa, hanno ormai scontato la ripresa economica. In una fase di risk on i mercati europei potrebbero recuperare terreno, così come il Giappone, mentre i mercati emergenti potrebbero subire la politica restrittiva cinese. Insistiamo infine sul nuovo ruolo dei real asset, che assumeranno il ruolo di nuovi hedge di portafoglio, insieme ad alcune obbligazioni emergenti di qualità, al posto dei tradizionali governativi”.

 

Atradius: riparte l’economia globale nel 2021, ma gli scenari rimangono incerti

Lo sviluppo dei vaccini e le politiche di sostegno fiscale dei governi lasciano ben sperare per una ripresa dell’economia, che dovrebbe riacquistare slancio nel 2021, ma molto dipenderà dall’efficacia della vaccinazione e dall’assenza di nuove ondate di contagio.

(Comunicato Stampa) Roma, 02 marzo 2021 – L’economia, grazie ai programmi di vaccinazione di massa e agli aiuti fiscali, dovrebbe riprendersi, sebbene rimanga incerta l’efficacia dei vaccini e, per alcuni Paesi, la stabilità degli effetti positivi sul PIL anche per il 2022. Questo lo scenario delineato dall’Economic Outlook, il documento di previsione economica di Atradius, società leader mondiale nell’assicurazione del credito commerciale, recupero crediti e fideiussioni assicurative. L’outlook, sulla scia del PIL mondiale in aumento (+5%) nel 2021, mostra previsioni fiduciose anche per il commercio globale (+7-8% nel 2021).

Sono i paesi emergenti dell’Asia, guidati da Cina e India, a riprendersi più rapidamente, essendo tornati già a fine 2020 ai livelli del 2019; Europa Occidentale e America Latina appaiono invece in ritardo, e si riprenderanno solo nel 2022, mentre USA ed Est Europa si collocano a metà strada e supereranno la crisi entro fine 2021.

Andando più nel dettaglio, le economie avanzate stanno iniziando a riprendersi dalla recessione e dovrebbero registrare una crescita media del PIL del +3.9% nel 2021, dopo un calo del -5% nel 2020 e ancora un punto in meno rispetto al 2019, anche se rimangono alcune incertezze nelle due aree principali. Gli Stati Uniti  dovrebbero cresecre del +4.2% nel 2021 , ma il rischio di un nuovo aumento della disoccupazione e dei contagi riduce al +3,4% la crescita nel 2022; per l’Eurozona la ripresa sarà più lenta, dovendo recuperare il crollo dell’economia nel 2020 (-7,1%), e nonostante la previsione di un aumento del 4.2% nel 2020, dovrà aspettare il 2022 (previsione: +4,9%) per tornare ai livelli pre-pandemici (possibili anche due scenari, vedi tabella sotto).

Nel Regno Unito, a causa soprattutto dell’imposizione di un terzo lockdown nazionale, la ripresa si mostra più lenta e la crescita del +4,5% del 2021 coprirà solo la metà delle perdite del PIL nel 2020 a causa della pandemia (-10,3%), mentre un recupero sostanziale potrebbe arrivare nel 2022 (+6.4%). In Giappone, la forte recessione innescata dalla pandemia nel 2020 (-5,3%), potrebbe essere recuperata grazie alle Olimpiadi estive, che fanno prevedere una prudenziale stima del +2,7% nel 2021 e altrettanto nel 2022.

La crescita economica nei mercati emergenti (Pil a -1.9% nel 2020, +6.3% nel 2021) è peggiorata drasticamente nel 2020 e staziona ancora in una fase critica, seppure con trend differenti tra i diversi Paesi. L’Asia Emergente (Pil a -0.3% nel 2020 e +7.4% nel 2021) si trova nella posizione più alta tra i Paesi che hanno saputo contenere meglio la diffusione del virus, grazie soprattutto alla performance di Cina (Pil a -1.8% nel 2020 e +8.8% nel 2021), con la gestione dei contagi sotto controllo e una forte politica di sostegno monetario, e India (PIL a -7.6% nel 2020 e +10.2% nel 2021), caratterizzata da previsioni più deboli. Viceversa, l’America Latina (Pil a -7.1% nel 2020 e +5.4% nel 2021) si colloca nella posizione più bassa, con le sue economie trainanti, Brasile (Pil a -4.7% nel 2020 e +4.0% nel 2021) e Messico (Pil a -8.7% nel 2020 e +6.1% nel 2021), che mostrano entrambe una performance di crescita ancora debole.

Massimo Mancini

Massimo Mancini, Country Director di Atradius per l’Italia, ha commentato: “Le previsioni sulla ripresa economica nel corso del 2021 restano ancora incerte, a causa dei dubbi sulla diffusione dei vaccini e sul reale controllo dei contagi. In molti mercati, anche fra quelli avanzati, permangono inoltre incognite sull’evoluzione politica dei governi e sulle decisioni che verranno adottate nei rapporti commerciali tra Stati. In questa fase, è ancora fortemente necessaria un’attenzione particolare alla gestione del credito, verso tutti i mercati che si stanno ancora riprendendo dagli effetti devastanti della pandemia”.

Investimenti e mercati. Non chiamatele emergenti: le ex tigri asiatiche verso il dominio del mondo

Oggi il termine “emergente” non risulta più idoneo a definire la qualità di queste asset class, che è sicuramente superiore a molte altre ritenute tradizionalmente più affidabili.

Con l’espressione Paesi Emergenti ci si riferisce, di solito, a Stati in rapida espansione la cui struttura economica è in ritardo rispetto ai paesi c.d. sviluppati. Si tratta quindi di economie ricche, nelle quali la popolazione cresce velocemente, con i conti pubblici in ordine, ma caratterizzati da forti squilibri sociali, un certo connubio tra malavita organizzata e politica ed un elevato tasso di corruzione (vi ricorda qualcosa…?). Pertanto, i mercati emergenti rappresentano una opportunità di investimento che, a fronte di alte potenzialità di guadagno (in determinate condizioni di mercato), presentano rischi piuttosto elevati.

L’elenco dei Paesi che fanno parte di questo gruppo, come vedremo, è in continuo divenire. Alcuni di essi, infatti, sono diventati a tutti gli effetti “sviluppati”, mentre altri hanno peggiorato la propria condizione, arricchendo la statistica riguardante le regioni più povere del mondo (come il Venezuela, ad esempio).

Tecnicamente, un Paese si definisce emergente quando:

– rappresenta un mercato sufficientemente “grande” in termini di popolazione e superficie geografica;

– ha un tasso di crescita del PIL elevato;

– possiede una grande potenzialità di consumi interni non ancora sviluppati;

– ha una buona infrastruttura commerciale, un sistema politica economicamente liberista ed è aperto agli scambi internazionali.

Sulla base di queste caratteristiche, fino a pochi anni fa era possibile individuare circa trenta paesi c.d. emergenti, che vanno dall’Asia all’Africa, passando per l’est Europa: Cina, Hong Kong, Singapore, Taiwan, Israele, Corea del Sud, Repubblica Ceca, Ungheria, India, Polonia, Turchia, Malesia, Russia, Messico, Thailandia, Cile, Argentina, Arabia Saudita, Egitto, Pakistan, Indonesia, Filippine, Brasile, Sud Africa, Perù, Venezuela, e Colombia. Negli ultimi 30 anni, però, le trasformazioni avvenute in questi stati sono state epocali, e da “arretrati” (rispetto a quelli europei e USA), molti di essi sono diventati “sviluppati”, al pari (se non di più) di quelli occidentali.

Di conseguenza, volendo conservare la definizione di “emergenti”, oggi i gestori professionali possono scegliere tra circa 50 paesi e mercati differenti, ognuno dei quali con differenti opportunità e rischio (compresa la possibilità di fallire, come il Venezuela). Infatti, rivedendo a ritroso gli sviluppi di quei paesi che una volta chiamavamo “tigri asiatiche”, abbiamo assistito a una rapida trasformazione della loro economie e delle loro società civili, tanto che oggi il termine “emergente” non risulta più idoneo a definirli. La qualità di queste asset class è sicuramente superiore a molte altre ritenute tradizionalmente più affidabili, e pertanto il giudizio su dovesse deve ritenersi superato, così come il concetto di maggior rischio ad essi associato.

Trenta anni fa, quelle economie miravano soprattutto a produrre merci a basso costo da fornire alle economie occidentali affamate di materie prime e semilavorati, concentrando la propria ricchezza nelle mani di pochi imprenditori dell’export; oggi, invece, si è sviluppata in quei paesi una classe media che ha spinto i consumi interni, tanto che molti di questi paesi, ormai del tutto “emersi”, superano quelli occidentali in termini di diffusione capillare di beni e servizi all’interno della società.

Sicuramente l’export continua ad essere un tratto distintivo delle loro economie, ma esse si caratterizzano ormai per il consumismo ed il livello di trasformazione tecnologica, che consente a questi paesi di bruciare le tappe del loro sviluppo rispetto a quanto è successo nei paesi occidentali in assenza di tecnologia. Questo consente di poter investire, in campo azionario, su una rosa molto ampia di aziende promettenti e attive nel campo dell’innovazione, oltre a poter valutare i loro strumenti di debito (obbligazioni corporate) ad esse legati. Le aziende che operano nell’e-commerce, ad esempio, stanno cambiando in maniera irreversibile il panorama economico in diversi settori, come le banche, l’alimentare, le vendite al dettaglio, i viaggi e le consegne di cibo a domicilio; ma anche il Cloud computing, l’intelligenza artificiale, l’Internet delle cose, la tecnologia 5G rappresentano tutte opportunità di crescita che molti investitori faticano ancora a cogliere.

Immaginando i prossimi trenta anni, è impossibile non individuare negli ex emergenti altre grandi opportunità, perché la classe media presente in quei paesi, molto popolosi e con un continuo travaso di residenti dalle campagne alle megalopoli, continua a crescere in maniera vertiginosa. Si stima che in paesi come la Cina e l’India (ma anche in Indonesia e nello Sri Lanka), per esempio, le classi media consumatrici aumenteranno di almeno un miliardo di individui nei prossimi 15 anni, ed un altro miliardo di essi migliorerà le proprie condizioni di vita attuali. Ciò si tradurrà in elevati ritmi di sviluppo dei consumi interni e delle relative economie per un lunghissimo periodo, suggerendo di spostare l’attenzione verso gli strumenti finanziari che investono in quei paesi.

Non sono in pochi a prevedere che il mercato europea e quello statunitense, molto presto, potrebbero entrare in una fase di “declino” strutturale e di profonda stagnazione economica. I sintomi ci sono già tutti: tassi negativi, consumi interni in diminuzione, assenza di inflazione e PIL appena positivo; in più, la guerra commerciale USA – Cina, che ci rivela come questa fase di transizione del potere economico mondiale verso gli ex emergenti sia già in atto da qualche anno.

Nel frattempo, occhio al continente africano, su cui Cina e USA hanno già messo le mani da tempo. Entro qualche anno, dopo aver raggiunto una maggiore stabilità geo-politica, saranno alcuni dei maggiori stati africani a diventare i nuovi mercati emergenti su cui puntare.

L’era delle “tigri sub-sahariane” sta per cominciare.