Febbraio 14, 2026
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Zest: l’economia rallenterà, ma non sarà recessione. Occhio agli utili societari

Secondo Marco Simion (Zest), il quadro macroeconomico resta negativo, ma emergono segnali in controtendenza. Saranno le revisioni degli utili societari a dirci quando usciremo dal tunnel.

“Se la partenza positiva del 2023 sui mercati è giustificata da alcune buone notizie e da livelli di valutazione che soprattutto in Europa e in Cina erano arrivati a valori particolarmente depressi, è troppo presto per cambiare completamente il paradigma negativo, tuttavia possiamo trovare segnali in controtendenza”: è l’opinione di Marco Simion, gestore del fondo Zest Global Opportunities

Il mercato vive sulle aspettative e le aspettative per il 2023 erano estremamente negative. Un pessimismo giustificato da elementi oggettivi, dalla guerra in Ucraina ai prezzi dell’energia all’inflazione all’aumento dei tassi, che ha generato una reazione estremamente conservativa, spingendo gli investitori a ridurre drasticamente l’esposizione azionaria e a posizionarsi principalmente sui titoli difensivi come energetici e healthcare. Intanto, a gennaio 2023 i mercati hanno iniziato a prezzare l’idea che il calo dell’inflazione proseguirà, anche se più lentamente, e che le banche centrali per sicurezza, ma anche per non perdere la faccia, manterranno uno o due rialzi dei tassi.

Ma qual è lo scenario a cui andiamo incontro? “La mia impressione è che sia stato scontato lo scenario peggiore e, quindi, che l’attesa di una recessione moderata sia già nei prezzi delle azioni, mentre diversi indizi fanno propendere più per un rallentamento che per una vera e propria recessione”, spiega Simion. “La cartina al tornasole saranno gli utili societari: negli ultimi mesi stiamo assistendo ad una drastica revisione degli utili da parte degli analisti, ma occorrerà capire quanto sarà profonda e quanto durerà. Dato che il mercato anticipa i minimi di sei-otto mesi, se gli utili toccassero i minimi tra maggio e giugno allora potremmo considerare quello di ottobre 2022 come il minimo della fase di correzione durata quasi un anno, ed il mercato potrebbe proseguire il suo movimento rialzista accelerando tra il secondo e il terzo trimestre dell’anno”.

“Aggiungiamo che, dopo le elezioni di mid-term,gli Stati Uniti sono entrati in una fase pre-elettorale e, statisticamente, questa è stata quasi sempre una fase di bull market”, prosegue il gestore. “Inoltre, in America abbiamo un tasso di disoccupazione ai minimi da 53 anni e la Fed inizia a parlare esplicitamente di disinflazione. È presto per essere ottimisti, dato che i segnali macroeconomici non sono confortanti, tuttavia, rispetto al quadro a tinte fosche con cui si era chiuso il 2022, adesso abbiamo una serie di elementi per capire quanto è lontana la fine del tunnel”.

Guerra in Europa, volatilità garantita. Si teme una nuova Cecenia, ma niente recessione

Le sanzioni comminate alla Russia dall’Unione Europea e dagli altri paesi occidentali tradiscono la previsione di un conflitto dagli effetti durevoli. I mercati finanziari dovranno adattarsi rapidamente, sopportando il ritorno della volatilità.

Di Massimo Bonaventura

“L’aggressione della Russia verso l’Ucraina sarà una nuova Cecenia”? E’ questa la domanda che tutti gli analisti, in buona compagnia dei gestori di asset management, si stanno facendo in queste ore, e la sensazione che siamo di fronte ad un conflitto dagli effetti durevoli sull’economia mondiale è sempre più viva, tanto da far intravedere lo spettro di uno scontro bellico simile a quello che la Russia ha portato avanti per un decennio (1999-2009) contro i separatisti ceceni. Del resto, lo stile della propaganda russa per giustificare un atto vile come la guerra è identico a quello usato a fine millennio: gli ucraini, come i ceceni, definiti “terroristi e neonazisti”, e via con le bombe.

Pertanto, solo tra qualche mese sapremo quanto avrà avuto da perdere la Russia, e quanto il resto del mondo da questa aggressione che, se ci fosse stato un briciolo di buona fede politica da parte di Putin, avrebbe trovato migliore – e pacifico – contenitore nella Assemblea della Nazioni Unite. Nel frattempo, gli stati occidentali si chiedono in che modo poter ovviare alle probabili ritorsioni che la Russia indirizzerà ai paesi europei attraverso le forniture di gas. L’Europa, infatti, ha fatto sapere (tramite la Von Der Leyen) che fornirà armi all’Ucraina, ma contestualmente, con un sofisticato atteggiamento diplomatico, ha tenuto fuori alcune banche russe dallo “spegnimento” del canale bancario internazionale Swift per consentire i pagamenti del gas, quasi a voler comunicare allo zar Putin che le porte non si sono chiuse del tutto, e che al gas russo l’Europa non può rinunciare.

C’è da dire che, al momento, l’UE importa circa il 40% del suo gas dalla Russia. Questo Putin lo sa bene, e certamente un tale livello di dipendenza energetica dell’Europa  – la vera forza strategica della Russia, più efficace di qualunque missile  intercontinentale – permetterà il perpetrarsi di un ricatto potenziale contro le sanzioni economiche imposte dall’Occidente. Peraltro, da quando il Cremlino ha ridotto del 25 per cento le forniture i prezzi del gas nell’Unione europea sono quadruplicati, facendo impennare anche i prezzi dell’energia elettrica che viene prodotta attraverso il gas naturale.

Pertanto, la vera incognita non è la guerra in sé, bensì la durata del suo proseguimento e il grado di coinvolgimento degli altri paesi – dall’Europa al Giappone, passando dall’Australia – che in queste ore stanno manifestando la volontà di sostenere in tutti i modi l’Ucraina, che Putin vorrebbe annessa alla Russia. Ebbene, se la guerra dovesse rimanere confinata in Ucraina, è probabile che i mercati finanziari abbiano già scontato tale scenario nelle quotazioni; ma se così non fosse, la situazione si farebbe grave, e la sommatoria di alta inflazione, inasprimento della politica monetaria di Bce e Fed, i problemi sulle filiere di approvvigionamento delle materie prime e semilavorati, e la pandemia che non accenna a finire sono tutti elementi che mettono paura ai mercati.

Tuttavia, nonostante l’aggressione russa sia più estesa del previsto e le sue richieste per un cessate il fuoco addirittura improponibili, sembra improbabile che tutto ciò possa causare una recessione, dal momento che le ripercussioni sul commercio e le attività sarebbero ampiamente compensate dai fondamentali economici molto solidi e dalla ripresa economica ancora in atto, che genera la attuale crescita significativa del reddito da lavoro. Nel breve periodo, però, l’instabilità dei mercati è garantita, poiché gli scambi azionari basati sull’ipotesi di una guerra lampo e di una soluzione rapida del conflitto lasceranno il posto, nei prossimi giorni, ad una serie di notizie contraddittorie che vanno dalla esclusione della banca centrale russa dai circuiti internazionali all’alert nucleare. Inoltre, la violenza della correzione della Borsa russa e il crollo del rublo sono segnali importanti, e senza l’apertura di una trattativa concreta il mercato rimarrà vulnerabile.

In una situazione del genere, molto dipende dall’atteggiamento delle banche centrali, che potrebbero passare dalle politiche restrittive a nuovi scenari temporaneamente accomodanti. Infatti, Christine Lagarde ha già annunciato che la Bce metterà a disposizione la liquidità necessaria per far fronte ai costi della crisi, e i bond dovrebbero festeggiare. Ma per quanto?

La speculazione sui listini Usa può diventare un boomerang. Cribari: valutazioni esagerate

Difesa, sicurezza, tecnologia innovativa, farmaceutica, biotecnologia, nuovo consumo e sostenibilità ambientale i settore più interessanti. Illusorio sperare in una piccola correzione sull’ordine del 5%.

“A livello assoluto si può parlare di valutazioni esagerate solo per i listini americani, mentre quelli di altri paesi restano a livelli più abbordabili. È dunque prevedibile un periodo di sovra-performance delle azioni non americane, quindi dei settori più ciclici e value. Illudersi tuttavia che una presa di profitto sul mercato Usa lasci immuni gli altri listini è irrealistico, anzi è probabile che nella correzione la sovra-performance eventuale venga poi rimangiata”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

Il mercato sta già prezzando la fine di ogni incertezza (pandemica, economica, sociale, degli utili, geopolitica) e guarda solo al mondo perfetto di crescita forte/tassi bassi/nessuna inflazione/debiti sostenibili/valute stabili. Che l’economia nel 2021 tornerà a crescere in maniera robusta è ormai assodato, se non altro per un semplice effetto base, considerando che l’anno scorso abbiamo assistito alla peggiore recessione degli ultimi 80 anni. Le stime di crescita già robuste per l’anno in corso, tuttavia, estrapolano la stessa tendenza anche per il 2022 nonostante l’effetto base meno favorevole e dando per scontato lo scenario ideale di un mondo che torna perfettamente alla normalità.

Molte cose possono andare storte, e per di più nell’equazione non si tiene conto dell’esplosione dei debiti occidentali e delle pericolose dinamiche in atto sul debito americano ed europeo e sul dollaro. Molti inoltre non danno alcun credito alla possibilità di un ritorno dell’inflazione.

“Oggi vi sono alcuni elementi positivi che nascondono anche un’altra faccia della medaglia”, sottolinea Cribari. “A differenza del 2000, la tecnologia non è tutta in bolla, e anzi nel settore troviamo molte delle società dalle prospettive più interessanti. È indubbio però che vi siano sacche speculative assolutamente esagerate, come testimonia la proliferazione delle SPAC (Special Purpose Acquisition Companies) o delle IPO (Offerta pubblica iniziale), molte delle quali esplose nel primo giorno di quotazione”.

Negli Usa, la manipolazione verso il basso dei tassi di interesse ha contribuito a creare un nuovo culto per le azioni. Esistono certamente delle tematiche con interessanti prospettive di crescita di lungo termine, tra cui le più calde riferite ad esempio all’elettrificazione, all’idrogeno, alle energie pulite. Immaginare, però, di poter giustificare ancora i rialzi di questi settori è ambizioso. Le fiammate recenti sui mercati azionari (e non solo) stanno generando quell’andamento esponenziale che in genere non finisce bene. Allo stesso tempo è illusorio sperare in una piccola correzione sull’ordine del 5%, dove si è tutti pronti a rientrare e poi vedere nuovi massimi. Qualunque mini-correzione verrebbe immediatamente comprata, come successo negli ultimi mesi. Ma se avvenisse qualcosa di più serio e di più strutturale, e la negativa dinamica di mercato fosse in grado di bucare al ribasso quel fatidico 5-7%, c’è il rischio di un effetto panico con volatilità in rialzo e smontaggio di posizioni a leva che potrebbe poi fermarsi solo ben oltre quel livello.

Mario Cribari

“In questo contesto è opportuno mantenere un approccio bilanciato tra ciclici e difensivi, con strategie dinamiche di copertura dirette e indirette e con estrema selettività bottom up”, conclude Cribari. “Restiamo investiti in maniera convinta in macro-tematiche di lungo termine quali: la difesa, la sicurezza, la tecnologia innovativa, la farmaceutica e biotecnologia, il nuovo consumo (asiatico ed occidentale), la sostenibilità ambientale, i settori favoriti da tassi bassi, alcuni settori ciclici. Stiamo continuando ad aumentare la componente di real asset che includono materie prime, infrastrutture, oro e miners. Sul fronte valutario, restiamo ben diversificati tra valute risk on e risk off, avendo aumentato queste ultime per rafforzare gli hedge di portafoglio”.

Equiduct, Fineco Bank aderisce alla piattaforma di trading Apex per il segmento retail

Fineco, il maggiore broker retail italiano, aderisce ad Apex, il servizio di trading in borsa di Equiduct destinato alla clientela retail con zero commissioni. 11 mercati europei ed oltre 1500 titoli tramite un’unica piattaforma.

Equiduct, la piattaforma pan-europea focalizzata sul segmento retail, ha annunciato oggi che Fineco Bank ha aderito al servizio offerto dalla piattaforma di trading Apex. Fineco è il maggiore broker italiano per il segmento retail, nonché una delle principali piattaforme online d’Europa. Apex offrirà accesso alle attività di trading di 11 mercati europei e ad oltre 1500 titoli tramite un’unica piattaforma, garantendo contemporaneamente la Best Execution dei servizi.

“Siamo lieti di dare il benvenuto a Fineco nella piattaforma Apex. Si tratta di un passo significativo per lo sviluppo della presenza di Equiduct in Italia. Le caratteristiche uniche e le peculiarità commerciali di Apex non solo garantiranno a Fineco la Best Execution dei servizi, ma forniranno anche un vantaggio competitivo senza pari in termini di costi di esecuzione e di convenienza di accesso ai dati dei mercati di tutta Europa”, ha dichiarato Dave Murphy, CEO di Equiduct.

Lanciato nel novembre del 2019, Apex è il primo servizio di trading senza commissioni per il segmento retail in Europa. E’ in grado di garantire la Best Execution per ogni transazione calcolando automaticamente il prezzo migliore possibile per ogni ordine nell’istante stesso in cui si verifica l’operazione. Gli ordini retail inviati a Equiduct saranno negoziati contro un gruppo di provider di liquidità, oltre che di altri broker presenti nell’order book (piena esecuzione multilaterale). Apex offre servizi di pre e post-trading assolutamente trasparenti e pubblica giornalmente dei report sulla qualità dell’esecuzione degli ordini che comprovano la Best Execution di ogni negoziazione.

Paolo Di Grazia (nella foto), Deputy General Manager & Head-Global Business di FinecoBank ha dichiarato: “Siamo partner di Equiduct ormai da molti anni. Intendiamo continuare ad offrire un’elevata qualità delle transazioni estendendola ad un più ampio pubblico d’investitori. Ecco perché abbiamo deciso di aderire ad Apex ed alle sue soluzioni efficienti e tecnologicamente avanzate”. Equiduct, segmento di mercato di Börse Berlin (operatore regolamentato ai sensi dell’Articolo 44 di MiFID II) è un’innovativa piattaforma di trading, al servizio dei clienti in tutta Europa, che consente ai broker retail e agli operatori istituzionali di ottenere la Best Execution negli ETF e nei titoli azionari più liquidi e frammentati, offrendo la possibilità di negoziare realmente in tutta Europa, su ben 11 mercati, e ricoprendo 16 tra i principali indici europei.

FinecoBank è una delle più importanti banche FinTech in Europa. Quotata nel FTSE MIB, Fineco propone un modello di business unico in Europa, che combina piattaforme di trading con un network di consulenti finanziari. La partnership con Equiduct nasce dalla forte tendenza alla internazionalizzazione del gruppo Fineco, che dal 2017 è attiva anche nel Regno Unito, con un’offerta focalizzata sui servizi di brokerage, di banking e di investimento, e dal 2018 in Irlanda, dove è stata fondata Fineco Asset Management.

Blümke, Ethenea: dalle elezioni Usa nessun impatto sui mercati a lungo termine

La volatilità della fase elettorale USA suggerisce di adeguare i portafogli in modo anticiclico. È presto per capire dove andrà il dollaro, mentre l’oro tornerà a salire.

“Come quattro anni fa, i sondaggi sulle elezioni presidenziali americane indicano di nuovo un risultato incerto. Se dovesse essere rieletto il presidente Donald Trump, questa volta le sue politiche, per quanto imprevedibili, non sarebbero più una sorpresa. Se tuttavia a vincere le elezioni dovesse essere l’avversario democratico Joe Biden, c’è motivo di credere che non solo saranno revocate parti della riforma fiscale di Trump, ma che inevitabilmente vi sarà l’introduzione di nuove regolamentazioni”, spiega Michael Blümke, portfolio manager del fondo Ethna-Aktiv di Ethenea.

“Questi fattori, insieme all’incertezza generale che circonda il tema della nuova presidenza, suggeriscono che una rielezione di Trump potrebbe avere un impatto più positivo che negativo sui mercati dei capitali, almeno nel breve termine. Tuttavia, a nostro avviso, il risultato delle elezioni non avrà un impatto importante sui mercati nel lungo termine“.

Nelle prossime settimane, sarà importante essere preparati alla fase critica della campagna elettorale, con la maggiore volatilità che ne deriverà. Pertanto, è opportuno adeguare i portafogli in modo leggermente anticiclico, così che eventuali battute d’arresto temporanee nei mercati possano essere utilizzate per acquisizioni piuttosto che per disinvestimenti. Inoltre, è consigliabile astenersi dal riposizionare i portafogli rispetto al dollaro fino a quando non saranno noti i risultati delle elezioni. Guardando al futuro, ci sono in effetti argomenti sia a favore che contro lo sviluppo del dollaro. Mentre la combinazione del disavanzo e, soprattutto, della maggiore portata delle misure di quantitatve easing costituiscono argomenti contro il dollaro, a favorire quest’ultimo nel futuro saranno il vantaggio relativo degli Stati Uniti in termini di crescita e il ritorno quasi certo del rischio politico in Europa. Al momento, tuttavia, il vento contrario è ancora troppo forte, quindi è opportuno attendere gli sviluppi futuri.

Guardando ai mercati, non ci aspettiamo che le turbolenze degli ultimi sei mesi, in termini positivi o negativi, continuino. Tuttavia, resta il fatto che nell’attuale contesto le banche centrali e i governi faranno tutto il possibile per stimolare la crescita economica. Con questo in mente, c’è più ottimismo rispetto a tre mesi fa. Naturalmente, non è un segreto che i maggiori guadagni proverranno dalle azioni, qualora si concretizzasse uno scenario con dati di crescita migliori. Anche in uno scenario positivo, c’è solo una probabilità limitata di aumenti sostenuti dei tassi di interesse.

“Questo è il motivo per cui, in linea con il nostro concetto multi-asset, sovrappesiamo attualmente le azioni, ma continuiamo a mantenere una posizione neutra nelle obbligazioni societarie, che – grazie all’aggiunta di alcune interessanti obbligazioni ad alto rendimento – genera ancora un ritorno positivo”, conclude Blümke. “Riguardo all’oro, sebbene si stia attualmente consolidando dopo un rally significativo, prevediamo che i suoi prezzi continueranno a salire nel lungo termine. Attualmente, nel nostro fondo Ethna-AKTIV abbiamo ridotto l’allocazione in oro al 5%, ma siamo pronti ad aumentarla nuovamente fino al 10%”.

Bond o azioni, chi ha ragione? Mercati finanziari a due facce, una rivolta al passato e l’altra al futuro

I mercati appaiono divisi. Mentre il Nasdaq Composite svetta a +22.70% da inizio anno, i titoli governativi indicano una grave recessione. Il “risk free” non esiste più, si tratta solo di scegliere il tipo di rischio con il quale ci si sente più a proprio agio.

Di Andrea De Gaetano, Analista Finanziario indipendente  

I mercati appaiono divisi, come Giano Bifronte, la divinità romana con due volti: uno rivolto al passato, l’altro al futuro. Il Nasdaq Composite, che svetta a +22.70% da inizio anno, guarda al futuro, confortato dai risultati dei giganti tecnologici superiori alle attese, fiducioso nella prossima scoperta di un vaccino per il Coronavirus, galvanizzato dalle vendite on-line.  

I titoli governativi guardano al passato degli ultimi tre mesi e indicano una grave recessione, confermata dai dati catastrofici sui PIL mondiali, i peggiori dal dopoguerra. Di conseguenza, la disoccupazione esplode, mentre le trimestrali delle aziende della Old Economy presentano cali a doppia cifra sia di profitti che di utili.

Gli investitori, sostenuti dalle banche centrali e alla ricerca di porti sicuri, si sono arroccati nei bond governativi, con rendimenti collassati a 0.53% sul T-Note decennale USA e Bund tedeschi a -0.55%, ancora più bassi di un mese fa.

Il settore dei bond High Yield USA, in scia al recupero dell’azionario, ha registrato il miglior mese da ottobre 2011 (+4.78%), recuperando buona parte dei cali di marzo e aprile. I bond High Yield USA oggi rendono il 5.29% più dei Treasury: rendimenti calati, ma decisamente più alti dei livelli pre-Covid di febbraio, quando rendevano circa il 3.30% più dei Treasury, e questo significa che c’è ancora stress nelle aziende più indebitate del settore energetico USA.

I mercati azionari europei chiudono il mese di luglio sostanzialmente invariati rispetto al mese scorso, mentre i mercati USA chiudono il mese in rialzo, +4.71% l’indice S&P500, aiutati dal ribasso del dollaro, che ha perso quasi il 5% in luglio, il più forte calo mensile in un decennio. L’oro, invece, ha accelerato al rialzo, in direzione opposta ai rendimenti dei treasury bond.

Insieme alle notizie quotidiane relative all’aumento dei casi di Coronavirus negli Stati Uniti, arriva anche quella del PIL USA in calo del 32.9% su base annua nel secondo trimestre 2020, dopo un primo trimestre al passo del -5%. Peraltro, repubblicani e democratici faticano a trovare un accordo sul quinto pacchetto di stimoli all’economia, e su tutto svetta l’incertezza elettorale delle presidenziali di Novembre.

Il mercato del lavoro USA mostra un parziale recupero, con il tasso di disoccupazione sceso dal 14.7% di aprile all’11.1% di giugno e 7,3 milioni di nuovi posti di lavoro tra maggio e giugno, dopo una perdita di 20,5 milioni in aprile. Meglio del previsto, ma la situazione è terribile: in febbraio, pre-Covid, il tasso di disoccupazione era al 3.5%.

Jerome Powell, nella conferenza stampa della FED mercoledì 29 luglio, ha detto che il Covid ha creato uno shock disinflazionistico, cosa che giustifica una politica monetaria molto accomodante e i tassi d’interesse invariati a 0-0.25%.

L’inflazione USA in giugno 2020 si è attestata a 0.6%, zavorrata dalla componente energetica. Al netto di alimentari ed energia, l’inflazione USA è all’1.2%.

Il calo del PIL è stato molto severo anche in Europa. Eurostat stima un calo del PIL area euro del 12.1% nel secondo trimestre 2020, il peggior dato dal 1995, da quando vengono registrate le serie storiche Eurostat.

L’inflazione europea ha sorpreso al rialzo, in salita allo 0.4% in luglio dallo 0.3% di giugno e dallo 0.1% di maggio. Al netto di alimentari ed energia, l’inflazione europea è all’1.3%. Il mercato, spaventato dalla pandemia, si aspettava un crollo dei consumi che c’è stato, ma le misure di stimolo fiscale e monetario da parte di Governi e banche centrali in tutto il mondo hanno forte potenziale inflazionistico. L’oro è salito anche per questo.

Sul fronte della disoccupazione, quella europea è al 7.8% in giugno, dal 7.7% in maggio. In Europa, il driver dei mercati è stato l’accordo sul Recovery Fund. Il colpo d’ala dell’Europa, una volta tanto, ha creato euforia sull’euro, risalito nei confronti della principali valute, fino alla soglia di 1.20 con dollaro. Anche le borse europee hanno complessivamente recuperato, nonostante abbiano chiuso il mese di luglio sottotono.

Ricompattata l’Europa dall’emergenza Coronavirus, si sono accorciate le distanze tra i cosiddetti “Paesi frugali”, contrari all’accordo, (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia), ed il resto d’Europa. Ne è scaturito un accordo che prevede un fondo di 750 miliardi, di cui 360 miliardi di finanziamenti a fondo perduto e 390 di prestiti. La Commissione Europea reperirà fondi sui mercati, con emissioni di bond garantiti dal bilancio europeo.

Secondo la BCE (Bollettino Economico del 30 luglio), ci sono chiari segnali di ripresa nell’attività economica dell’area Euro, sebbene a livelli ancora inferiori a quelli pre-Covid.

In Cina, nel secondo trimestre, il PIL è salito del 3.2% rispetto all’anno scorso, recuperando dalla contrazione con la fine del lockdown e le misure di stimolo all’economia. La produzione industriale è cresciuta del 4.8% rispetto a un anno fa, espandendosi per il terzo mese consecutivo. Le vendite al dettaglio sono scese dell’1.8% sull’anno, molto peggio delle attese, dopo un calo del 2.8% in maggio.

Se confrontiamo i rendimenti di Titoli di Stato USA, Cina, Italia, quelli cinesi (massimo rating) rendono 20 volte di più dei Titoli di Stato USA sulla scadenza a 1 anno (2.23%), e quasi 6 volte tanto sulla scadenza decennale (2.96%). I BOT italiani a un anno hanno rendimento negativo (-0.2%), il BTP decennale 1.065%. Grandi capitali hanno iniziato a muoversi con l’inclusione della Cina nel paniere MSCI world e dello yuan nelle riserve monetarie mondiali.

Siamo all’inizio di una nuova era?

I mercati azionari cinesi che rappresentano la Cina continentale, CSI300 (+8.52% YTD) e Shanghai SE Composite (+14.61% YTD), hanno registrato le migliori performance al mondo da inizio anno, dopo Nasdaq 100 e Composite. In un contesto straordinario da pandemia, i mercati si stanno comportando in modo anomalo, mostrando divergenze estreme fra settori azionari: i big della tecnologia come Amazon su nuovi massimi storici, e i titoli industriali tradizionali (come linee aeree, energetici, banche) che quotano a valori dimezzati rispetto a inizio anno.

“Mind the gap!” ammonisce il Financial Times, notando la differenza di performance fra i migliori 5 titoli dell’S&P500 e il resto del mercato.

Altra divergenza estrema l’andamento fra S&P500 sui massimi e rendimenti Treasury sui minimi. In un’economia sana, in espansione, l’azionario sale e anche i tassi tendono a salire con la richiesta di credito e nuovi investimenti da parte di aziende e privati. Oggi sta accadendo il contrario: rendimenti bond sui minimi, borse in volata. Lo spread, però, tende a chiudersi nel tempo; pertanto, i rendimenti dei bond dovrebbero risalire e/o azionario scendere.

Da notare anche il forte gap di performance tra mercati azionari europei e mercati USA: l’indice S&P500, dopo una folle altalena, è a + 1.25% da inizio anno, mentre l’indice Eurostoxx 600 è in calo del 14.30% (l’italiano FTMIB è in calo del 18.78% nello stesso periodo). Ci si chiede, quindi, se questo gap di performance USAEuropa verrà chiuso grazie a un recupero dell’Europa o ad un calo di quello USA. La seconda ipotesi appare più probabile, ma mancano maggiori conferme.

Segui la pillola informativa di Andrea De Gaetano sui bond cinesi – LeFonti.tv

Generalmente, i mercati deboli tendono ad anticipare la discesa. Fu così anche nel 2007, quando il mercato italiano anticipò la discesa degli altri mercati di circa 6 mesi, con l’indice FTMIB che segnò i massimi a maggio 2007 e iniziò una discesa da cui non si è mai completamente ripreso, mentre l’indice S&P500 segnò i massimi in ottobre 2007. Pertanto, la corsa straordinaria dell’azionario globale iniziata a metà marzo suggerisce adesso una pausa di consolidamento, già verificata sui mercati azionari europei che hanno chiuso deboli il mese di luglio.

C’è da dire che l’azionario USA è più forte (+5.51% dal 30 giugno al 31 luglio) anche grazie all’indebolimento del dollaro. Infatti, per l’investitore europeo, al netto della svalutazione del dollaro, la performance dell’indice S&P500 dal 30 giugno al 31 luglio è +0.61%.

Anche BCE e FED si sono prese una pausa prima di decidere nuovi stimoli (si vedrà in settembre, il 10 la BCE e il 16 la FED). Passate le trimestrali e scontati nei prezzi gli ottimi risultati dei giganti tech USA, l’incertezza delle presidenziali USA riprenderà la scena, insieme alla nuova Guerra Fredda fra USA e Cina.

Nelle more, meglio fare attenzione all’indice VIX, noto come indice della paura: livelli superiori a 20 tendono ad associarsi a mercati più turbolenti (fu così tra 1998 e il 2003). In marzo 2020, il VIX ha superato quota 80, per tornare a quota 24.46 di venerdì 31 luglio. Nuova opportunità in vista di acquisto put sull’indice S&P500? Non dovrebbe mancare molto, dal momento che si prevedono stime molto negative per gli utili aziendali USA per la seconda metà del 2020.

andreadegaetano@outlook.com

In definitiva, a partire dagli anni 2000 prendere un aereo è diventato più economico ma più impegnativo, prima con la paura del terrorismo, oggi del Coronavirus. Allo stesso modo, prendere posizione sui mercati è diventato più complesso: grandi opportunità, grazie all’accessibilità ai mercati in tutto il mondo, e costi di negoziazione scesi con il progresso tecnologico; ma l’asticella del rischio/rendimento si è spostata verso l’alto, costringendo gli investitori ad assumere più rischi per guadagnare. Soprattutto gli investitori europei, che devono fare i conti con titoli di stato a rendimenti sotto zero.

Il “risk free” non esiste più. Si tratta solo di scegliere il tipo di rischio con il quale ci si sente più a proprio agio.

Portafogli, attendere o ribilanciare? Il PIL del mondo indica la rotta, ma stare fermi non paga abbastanza

Forti dell’esperienza fatta durante la crisi del 2008, oggi è bene non raccontare ai risparmiatori la storia che è meglio tenere il portafoglio così com’è per riprendere presto il valore perduto, bensì essere attivi e, se serve, consigliare di cambiare le proprie abitudini di investimento.

C’è chi sostiene che in ogni crisi finanziaria, quale che sia la sua natura, la mossa migliore sia tenere tutto e aspettare che passi. Altri, invece, ritengono che sia meglio creare o sfruttare la liquidità per essere pronti a qualsiasi scenario. Allo stesso modo, i consulenti finanziari, in questo momento, si dividono tra quelli che stanno dicendo ai propri clienti di tenere tutto così com’è finchè il mercato non tornerà a salire, e quelli che, al contrario, consigliano di aumentare gradualmente la componente azionaria del portafoglio.

Tutto questo, MIFiD permettendo, naturalmente…

Pertanto, in questo frangente di crisi sanitaria che sta infettando anche l’economia mondiale, ci si chiede  quale sia il miglior consiglio che un risparmiatore possa ricevere tra quello di tenere tutto senza cambiare nulla oppure modificare il portafoglio. E mentre si cerca la risposta, i listini sono venuti giù (una catastrofe, dall’inizio dell’anno) e la pandemia fa il resto, in quanto a paura irrazionale. E di fronte la paura, i più scappano, mentre gli altri, al massimo, restano immobili. Pochi hanno il coraggio di muoversi, ben sapendo che nell’ottica di lungo periodo stare fermi non paga, dal momento che tutti gli strumenti finanziari affidabili – persino quelli targati H2O – riprendono inesorabilmente quota, soprattutto se sono sufficientemente esposti verso il mercato azionario in un orizzonte temporale di almeno 36 mesi.

La vera domanda, semmai,  è “quanto durerà l’emergenza?”. In soldoni, quanto dovranno attendere gli investitori prima di recuperare la temporanea minusvalenza odierna? Posta in questo modo, la questione diventa finalmente costruttiva, e ci consente di dire al cliente “…le cose sono andate malissimo per via della pandemia, ma ho un piano!”.

Forti dell’esperienza fatta durante la crisi del 2008, oggi è bene non raccontare ai clienti la storia che è meglio tenere il portafoglio così com’è per riprendere presto il valore perduto, bensì essere attivi e, se serve, consigliare di cambiare le proprie abitudini di investimento. L’approccio interventista non è esattamente nelle corde di tutti i clienti, però prevede la possibilità di prendere decisioni proprio nei momenti più gravi delle crisi dei mercati, ed è premiante laddove ci si basa esclusivamente sull’analisi quantitativa e sul lungo periodo, senza pretendere di sapere dove i mercati potranno andare nel breve periodo, come fanno gli improbabili guru trentenni della finanza che pullulano in Rete.

Non v’è dubbio che questa sia una crisi differente, generata dall’intervento di un fattore esterno ai mercati che incute paura riguardo al binomio perfetto della vita: salute e denaro. Nonostante questo, però, è sorprendente come la profondità della discesa dei mercati, in proporzione al terrore dettato dal Coronavirus, non sia stata così estesa: nel 2008 andò molto peggio, soprattutto per le materie prime e per alcuni listini, che arrivarono a perdere anche il 70%; mentre oggi ci troviamo con un calo medio delle borse inferiore al 30% (massima profondità -45% circa, soprattutto dopo l’uscita geniale della Lagarde), con il corollario del prezzo del petrolio in caduta libera o quasi.

L’universo del Risparmio Gestito ha risentito moltissimo del calo generalizzato, ma complessivamente ha tenuto. Un caso a parte è rappresentato dai fondi targati H2O, che fino al 2019 avevano ottenuto risultati strabilianti ma, con l’arrivo della pandemia, l’approccio stile hedge fund – attuato mediante operazioni a leva sia al rialzo sia al ribasso – ha causato perdite rilevanti ai sottoscrittori (-50% e oltre su alcuni fondi azionari, obbligazionari e a ritorno assoluto) ed ha costretto la società ad inviare loro una lettera di scuse.

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Qualcuno si chiede, in vista di una ripresa possibile, se sia bene affidarsi alla selezione di società con buoni dividendi. Non è detto, in alcuni casi le aziende con cedole generose finiscono con il rivelare, in un momento in cui è bene conferire solidità all’azienda e rinviare i dividendi al 2021, una mossa rinunciataria verso il reinvestimento degli utili ed il rafforzamento dell’azienda per il futuro, con conseguente creazione di maggior valore quando l’economia si riprenderà.

In ogni caso, la crisi in atto sta facendo saltare anche i dividendi già deliberati. Eni, per esempio, ha perso fino al 50% del proprio valore, e la distribuzione di una cedola non sarebbe un elemento favorevole da prendere in considerazione per chi vuole acquistarla adesso. Peraltro, nel caso in questione, il prezzo del petrolio – oggi più che mai – dipende da chi ha il minore costo di estrazione, cioè i paesi arabi, per cui il prezzo dell’azione ENI (così come di altri titoli petroliferi) dipenderà dalla eventuale volontà di Arabia Saudita & co. di tenere sotto scacco il prezzo mondiale dell’oro nero.

In ogni caso, i risparmiatori si trovano in un momento particolare sia dal punto di vista finanziario che umano, ma oggi hanno la possibilità di fare scelte più razionali, anche per via della maggiore disponibilità del proprio consulente che, come il cliente, si trova a casa, ha molto tempo in più da spendere e, come tutti, ha molta difficoltà a dire che è in riunione o in mezzo al traffico.

Ritornando alla domanda precedente (tenere tutto senza cambiare niente oppure modificare il portafoglio), avere un piano segnerà ineluttabilmente i tempi di recupero del valore: nel lungo periodo, se si rimane immobili ci vorrà più tempo; se si interviene, ce ne vorrà di meno. Quanto di meno? Lo sa solo l’Onnipotente, però qualcosa possiamo dirla anche noi. Per esempio, possiamo dire che molto dipenderà dalle modalità della ripresa post-Covid19, che non sappiamo come sarà, e quanto tempo durerà, e soprattutto come sarà diversificata in ogni singola area geografica del mondo (anche se uno scenario a doppio traino alternato Cina-USA si va già delineando).  Volendo cercare un indicatore buono per tutti nel brevissimo periodo, solo l’ufficialità dei dati sul PIL potrebbe portare un secondo e breve scossone alle borse. Queste hanno certamente incorporato, nelle quotazioni, le previsioni di un Prodotto Interno Lordo “da guerra mondiale”, tuttavia c’è ancora un po’ di incertezza sulla sua esatta entità, paese per paese. In Italia, per esempio, il M.E.F. parla di un PIL negativo del 5.5% nel primo trimestre e del 10.5% nel secondo, mentre il dato annuale si porterà al -8.0%, con un recupero parziale del 4.7% nel 2021. Un saldo negativo, pertanto, del 3.3% nel biennio 2020-2021, e lo spettro di una recessione tutt’altro che “tecnica”, ma strutturale, dalla quale ci si potrà risollevare rapidamente solo con misure altrettanto strutturali nella loro eccezionalità. Come unica consolazione, le importazioni cadrebbero più delle esportazioni, dando luogo ad un contributo netto alla crescita di segno positivo da parte  del commercio estero, e ad un ampliamento del surplus delle partite correnti nella bilancia dei pagamenti.

L’Eurozona, nel complesso, dovrebbe vedere il PIL ridursi del 7,5%, con la Spagna a -8%, la Francia a -7,2% e la Germania  a -7%, mentre per gli Stati Uniti la contrazione del 2020 sarebbe del  5,9%. La Cina (+1,2%) e l’India (+1,9%), invece, dovrebbero salvarsi dalla recessione in quanto tale, ma le percentuali “risicate” rispetto agli usuali +5-7% sono comunque sorprendenti. 

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La pandemia, nel suo complesso, si abbatterà sull’economia mondiale con un PIL globale previsto in calo del 3% dal World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, e si tratta di risultato peggiore di quello della crisi finanziaria del 2008. Per questo motivo, a prima vista, non si comprende come le borse mondiali non siano scese molto di più di quanto effettivamente hanno fatto. Probabilmente, rispetto al 2008, la risposta corale delle banche centrali – in grande affanno e disarmoniche in occasione della crisi dei mutui subprime – ha fatto la differenza, limitando i danni.

A monte di tutto, non dimentichiamoci del “fattore esterno”, e cioè del Covid19: una eventuale ripresa del contagio, in autunno o anche prima – se scambieremo l’allentamento delle restrizioni come un insensato “liberi tutti” – potrebbe segnare una nuova fase di paura irrazionale ed un nuovo crollo dei mercati che, questa volta, non incontrerebbe ostacoli in nessun Quantitative Easing umanamente concepibile.  

Borse e mercati, nel dopo quarantena eventi estremi. Risparmio, tutti gli scenari possibili

E’ difficile stimare adesso quando la ripresa economica darà i suoi frutti, e quando sarà possibile riprendere il trend di crescita globale che ci accompagna da decenni, però è possibile stilare un elenco di probabili eventi che ci porteremo dietro per tutto il 2020. Approccio prudente agli investimenti, ecco perché.

La diffusione della malattia polmonare causata dal Coronavirus sta tenendo in pugno il mondo più di qualsiasi altro evento dalla fine del secondo Dopoguerra. Infatti, la chiusura su vasta scala di attività di produzione e distribuzione industriale, dei maggiori servizi pubblici e le restrizioni alla circolazione di persone – tutte misure tipiche del più classico scenario di guerra – sono ormai una realtà quotidiana in decine di paesi; ad eccezione della Cina, dove tutto sarebbe nato, e dove l’economia e la vita pubblica al di fuori della provincia più colpita (Hubei) sembrano tornare alla normalità. Allo stesso modo, le soluzioni adottate dai governi di tutto il mondo per contenere la pandemia sono stati senza precedenti nella storia, sia riguardo agli enormi pacchetti fiscali sia ai massicci aiuti di politica monetaria delle banche centrali.

I prezzi del petrolio e dei metalli industriali sono letteralmente crollati, mettendo in profonda crisi i paesi produttori ed esportatori. Tuttavia, il crollo del prezzo del petrolio era cominciato prima dell’emergenza, allorquando l’Arabia Saudita aveva iniziato una guerra dei prezzi dopo il fallimento delle trattative su un nuovo taglio della produzione di petrolio nell’ambito dell’OPEC Plus.

Relativamente alla crescita e all’indebitamento globalE, anche prima del Covid19 l’economia mondiale era alle prese con una crescita debole e debiti stellari, che adesso stanno diventando più grandi. La questione, ovviamente, preoccupa molto, anche perché gli imponenti pacchetti fiscali in fase di attuazione non sembrano essere veri e propri pacchetti di stimolo agli investimenti e alla crescita futura, bensì  misure destinate esclusivamente a limitare i danni dell’oggi. Pertanto, risulta difficile stimare adesso quando la ripresa economica darà i suoi frutti e quando sarà possibile riprendere il trend di crescita globale che ci accompagna da decenni, però è possibile stilare un elenco di possibili (e probabili) eventi che ci porteremo dietro per tutto il 2020, dando per scontata una ripresa “robusta” solo a partire dal primo o secondo trimestre del 2021.

Intanto, partiamo col dire che si tratta di un triplice shock per l’economia globale: shock di offerta, shock di domanda, shock sui prezzi petroliferi. Tale nefasta congiuntura porterà alla recessione l’economia USA – da sempre stimolo della domanda globale – per due o tre trimestri, mentre la Cina dovrebbe limitarsi ad un solo trimestre di PIL negativo.

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A proposito di Prodotto Interno Lordo, sarà bene prepararsi allo shock derivante dal balletto dei numeri ufficiali, non appena usciranno: vedere un PIL negativo della Cina od un -9% degli USA (così come un -12% dell’Italia) aumenterà per alcuni giorni la volatilità dettata da reazioni emotive, dal momento che, ad oggi, non si comprende se i mercati abbiano scontato questi effetti, oppure no.

Lo scenario di breve rimane negativo per gli asset rischiosi, perché permane incertezza sullo sviluppo e sulla persistenza del virus. Pertanto, è lecito immaginare che consumi e investimenti rimarranno depressi per un pò di tempo, così come le previsioni sulle stime degli utili aziendali. La combinazione dei dati sul PIL e di quelli sui consumi-utili potrebbe causare un ritorno dei minimi di borsa e di volatilità estrema, come nei giorni peggiori (9-13 Marzo 2020) dei mercati, dal momento che i tempi di ripresa rimarranno finchè la diffusione del virus non sarà sotto controllo e, soprattutto, non verranno trovate terapie risolutive ed un vaccino veramente efficace su tutta la popolazione mondiale.

La pandemia, però, non finirà di produrre effetti nel breve periodo. Probabilmente, almeno per alcuni anni, assisteremo ad una maggiore propensione al risparmio da parte delle famiglie, per ristabilire sicurezza contro gli eventi tragici che prima si pensava appartenessero solo al mondo cinematografico; ma anche una contrazione dei viaggi (sia per lavoro che per vacanza) e minore afflusso – e quindi una profonda trasformazione delle abitudini di spesa e del ciclo dei ricavi – negli esercizi pubblici come bar, ristoranti, palestre e supermercati.

Di conseguenza, il costo del debito corporate potrebbe diventare “strutturalmente” più elevato per via del maggiore premio richiesto per il rischio, mentre relativamente alle azioni ci sarà maggiore cautela nel distribuire dividendi, a causa dei margini operativi (anche questi strutturalmente) più.

La pandemia, inoltre, sta portando con sé una certa riduzione del grado di globalizzazione e correlazione dei mercati, e questo potrebbe designare il ritorno in grande stile dell’inflazione, determinato dall’eccesso di spesa pubblica e dall’aumento di massa monetaria ottenuto grazie ai QE delle banche centrali.

Nonostante tutto questo, l’opinione generale è che grazie alle soluzioni “aggressive” di politica monetaria e fiscale adottate, i mercati abbiano già visto il peggio, ma lo scenario tratteggiato finora richiede prudenza. Infatti, ipotizzare un altro trend delle borse perennemente al rialzo per i prossimi anni è del tutto fuori luogo, perché il recupero dalla recessione sarà più lento, e gli utili aziendali recupereranno altrettanto lentamente a causa della distruzione dei modelli economici tradizionali (shock contestuale di domanda e offerta).

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L’inflazione, poi, condurrebbe ad un rialzo strutturale dei tassi di interesse per via dell’enorme massa di emissioni di titoli di Stato. Pertanto, è preferibile mantenere un approccio complessivamente prudente, privilegiare i titoli che distribuiranno un più alto dividendo e diminuire gli investimenti nel settore finanziario, che subirà perdite sui crediti. Un asset che promette qualcosa in più è quello delle commodities e dei metalli preziosi, che vedono valutazioni ai minimi storici ed erano già a sottopesati in tutti i portafogli.

Le azioni dei paesi emergenti – tema “caldissimo” appena prima lo scoppio della pandemia – sembrano trovarsi su livelli di valutazione dai quali in passato hanno di nuovo ripreso a salire (1998, 2008 e 2015), ma potrebbero scendere ancora al di sotto di questi livelli prima di consolidarsi e ripartire, anche perché non si può stimare con certezza quanto tempo durerà l’emergenza sanitaria e, soprattutto, molti dei paesi emergenti non dispongono  delle risorse finanziarie e delle reti di sicurezza sociale delle nazioni industrializzate per attutire le conseguenze di una crisi economica prolungata. Stesso discorso per le valute emergenti, che da inizio anno si sono svalutate del 20% circa rispetto al dollaro USA (vedi paesi dell’America Latina, del Sudafrica, dell’Indonesia e della Russia).

In definitiva, al momento è quasi impossibile fare una previsione sull’andamento dei corsi e sulla crescita economica dei prossimi mesi: quasi tutti gli scenari sembrano possibili, da una temporanea depressione economica globale ad una profonda recessione, fino a un ritorno rapido alla normalità.

In queste condizioni, è possibile ipotizzare persino un ritorno d’amore dei risparmiatori verso il reddito fisso, ed una certa disaffezione verso il risparmio gestito; ma con un elemento di novità, dettato da una maggiore propensione all’accantonamento assicurativo ed alle coperture non vita (sanitarie ed infortuni), che dovrebbe compensare il minor gettito da commissioni che certamente deriverà per le banche e i professionisti della finanza familiare dalla distribuzione di OICR e gestioni patrimoniali.

Il COVID-19 è come una invasione aliena, e questa è la più grave recessione degli ultimi 150 anni

Il crollo di breve termine della produzione globale attualmente in atto sembra già in grado di competere con quello di qualunque recessione degli ultimi 150 anni. Le domande chiave adesso sono: quanto sarà grave, e quanto durerà.

Di Kenneth Rogoff * (da un articolo di Channel News Asia del 13 Aprile 2020 – traduzione a cura di Patrimoni&Finanza)

(Cambridge) Ogni giorno che passa, la crisi finanziaria globale del 2008 appare sempre più come una semplice passeggiata di fronte alla catastrofe economica di oggi. Il crollo di breve termine della produzione globale attualmente in atto sembra già in grado di competere con quello di qualunque recessione degli ultimi 150 anni.

Anche con tutti gli sforzi compiuti dalle banche centrali e dalle autorità fiscali per attenuare il colpo, i mercati delle economie avanzate ed emergenti sono crollati ad un ritmo mozzafiato, facendo intravedere una profonda crisi economica e finanziaria senza che si possa prevedere con esattezza gli eventi che ne porranno fine. Le domande chiave ora sono queste: quanto sarà grave la recessione, e quanto durerà.

Fino a quando non sapremo quanto rapidamente e accuratamente verrà affrontata la sfida della salute pubblica, è praticamente impossibile per gli economisti prevedere la fine del gioco di questa crisi, almeno finchè perdurerà l’incertezza su come si comporteranno le persone e i politici nelle prossime settimane e mesi.

Dopotutto, il mondo sta vivendo qualcosa di simile a un’invasione aliena. Sappiamo che prevarranno la determinazione e la creatività umana. Ma a quale costo?

Al momento della stesura di questo articolo, i mercati sembrano essere cautamente fiduciosi su una ripresa rapida, forse a partire dal quarto trimestre di quest’anno. Molti commentatori indicano l’esperienza cinese come un incoraggiante precursore di ciò che attende il resto del mondo. Il settore manifatturiero cinese, infatti, ha visto una crescita sorprendente a marzo, dopo essere stato “sbranato” a febbraio, mentre il paese si era bloccato per contrastare il Covid-19.

Ma questa prospettiva è davvero giustificata? L’occupazione in Cina è in qualche modo rimbalzata, ma è tutt’altro che chiaro quando tornerà ai livelli anche solo vicini a quelli pre-Covid-19. E anche se la produzione cinese riprenderà completamente, chi comprerà quei beni quando il resto dell’economia globale starà ancora affondando?

Per quanto riguarda gli Stati Uniti di Trump (che starebbe per silurare l’immulogo Anthony Fauci, ndr), tornare al 70% o all’80% della capacità produttiva sembra un sogno lontano. Ora che gli USA hanno miseramente fallito nel contenere l’epidemia (pur avendo il sistema sanitario più avanzato del mondo), gli americani troveranno estremamente difficile tornare alla normalità economica fino a quando un vaccino diventerà ampiamente disponibile, e ciò potrebbe essere possibile ad un anno o più di distanza. Al momento, vi è persino incertezza su come gli Stati Uniti realizzeranno le elezioni presidenziali del prossimo novembre.

Per ora, i mercati sembrano essere confortati da massicci programmi di stimolo statunitensi, che sono stati assolutamente necessari per proteggere i lavoratori e prevenire un crollo maggiori del mercato. Tuttavia, è già chiaro che sarà necessario fare molto di più, ed una massiccia iniezione di stimolo della domanda, da parte dei governi, assolverebbe molti peccati.

Dal punto di vista storico, il mondo sta vivendo la pandemia più grave dallo scoppio dell’influenza del 1918-19-20. Se questa volta un altro 2% della popolazione mondiale dovesse morire, il bilancio delle vittime arriverebbe a circa 150 milioni di persone. Fortunatamente, il risultato non sarà così estremo, visti i blocchi radicali e le misure di distanziamento sociale che vengono adottate in tutto il mondo; ma fino a quando la crisi sanitaria non sarà risolta, la situazione economica sembrerà estremamente cupa, ed anche dopo una ripresa economica, i danni alle imprese e ai mercati del debito avranno effetti persistenti, soprattutto considerando che il debito globale era già a livelli record prima dell’inizio della crisi.

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A dire il vero, i governi e le banche centrali si sono mossi per sostenere ampie aree del settore finanziario in modo energico, e sembrano avere la potenza di fuoco per fare molto di più, se necessario. Il problema, tuttavia, è che stiamo vivendo non solo uno shock della domanda, ma anche un enorme shock dell’offerta.

Aumentare la domanda può contribuire ad appiattire la curva di contagio aiutando le persone a rimanere bloccate, ma c’è un limite a quanto può aiutare l’economia se, diciamo, il 20-30% della forza lavoro è in isolamento fino a quando non sarà disponibile un vaccino (cioè, per i prossimi uno-due anni).

Dato che la crisi finanziaria del 2008 ha prodotto una profonda paralisi politica e alimentato un gruppo di leader populisti anti-tecnocratici, possiamo aspettarci che la crisi Covid-19 porti a sconvolgimenti ancora più estremi. La risposta della sanità pubblica degli Stati Uniti, per esempio, è stata catastrofica, a causa di una combinazione di incompetenza e abbandono a molti livelli di governance, incluso il più alto. Se le cose continuano così come sono, il bilancio delle vittime nella sola zona di New York City potrebbe superare quello del Nord Italia.

Certo, si possono immaginare scenari più ottimistici. Con test approfonditi, siamo in grado di determinare chi è malato, chi è sano e chi è già immune e quindi in grado di tornare al lavoro. Tale conoscenza sarebbe preziosa. Ma, ancora una volta, a causa di diversi livelli di cattiva gestione e di priorità sbagliate che risalgono a molti anni fa, gli Stati Uniti ed il mondo intero sono tristemente a corto di un’adeguata capacità di effettuare test su vasta scala.

Anche senza un vaccino, l’economia potrebbe tornare alla normalità relativamente presto se si trovassero i trattamenti farmacologici più efficaci. Tuttavia, in assenza di test diffusi e di un chiaro senso di ciò che costituirà “normale” tra un paio d’anni, sarà difficile convincere le imprese a investire e assumere.

Infine, è evidente che le perdite di borsa, finora, siano state inferiori a quelle del 2008, e tutti ricordano come i valori siano risaliti durante la ripresa. Ma se i mercati non vedranno effetti tangibili sul lato della domanda, gli investitori non potranno aspettarsi un rapido rimbalzo.

Tra qualche mese gli scienziati sapranno molto di più sul nostro microscopico invasore alieno. Infatti, con il virus che sta correndo negli Stati Uniti, i ricercatori americani avranno accesso diretto ai dati e ai pazienti, piuttosto che dover fare affidamento solo sui dati cinesi provenienti dalla provincia di Hubei.

Solo dopo che l’invasione sarà stata respinta, sarà possibile stimare il prezzo del cataclisma economico che il virus ha lasciato sulla sua scia.

*Economista e professore di Economia all’università di Harvard

Coronavirus e crolli di borsa, ecco come i consulenti finanziari USA affrontano le paure dei propri clienti

I consulenti finanziari di tutto il mondo pensavano di aver visto tutto nella vita, ma con il Covid-19 si trovano in un territorio inesplorato, nel quale devono guidare i propri clienti attraverso la violenta correzione in corso. E’ bene capire come lo stanno facendo.

Con la deflagrazione del Coronavirus nel mondo, anche nei mercati finanziari la sua onda d’urto ha spazzato via molti degli equilibri secolari alla base del funzionamento delle borse e della relazione con gli investitori. Infatti, è ormai chiaro che la pandemia in atto non sia un’interruzione di breve termine, ma un evento che potrebbe continuare per molti mesi ed avere un impatto importante sulle aziende di tutto il mondo, banche comprese. In particolare, gli economisti di Oxford stimano che questo particolare fatto storico costerà all’economia globale 1,1 trilioni di dollari, nonchè il rallentamento produttivo di quasi 5 milioni di aziende medio-grandi (dall’alta tecnologia alla vendita al dettaglio, dal settore farmaceutico alla grande industria).

Ogni singolo settore sarà influenzato in qualche modo dalle interruzioni avvenute nella catena produttiva e distributiva, e la diffusione del coronavirus porterà con sé lunghi periodi di auto-quarantena in cui i dipendenti devono essere messi in condizione di lavorare da casa, in modalità remota. Ma se ciò è realizzabile per il settore pubblico e per le aziende manifatturiere, il “distanziamento professionale” diventa un problema per quei settori (tipicamente i servizi) nei quali il contatto con gli utenti è parte essenziale del prodotto finale. E’ così anche per i consulenti finanziari, che pensavano di aver visto tutto nella vita ma, con il Coronavirus, si trovano in un territorio inesplorato. Infatti, ciò che si sta vivendo nel mondo non è minimamente assimilabile agli shock passati, come il Black Monday nel 1987 o la crisi finanziaria globale del 2008. Oggi, i professionisti dell’investimento si trovano a guidare i propri clienti nel comprendere gli effetti della violenta correzione in corso, ed è bene capire come lo stanno facendo. Da una ricerca svolta pochi giorni fa sugli advisor USA, è scaturita una “quaterna” di domande più frequenti poste dai loro clienti, ed è sorprendente vedere come esse siano del tutto simili a quelle che gli investitori europei o di casa nostra pongono ai nostri consulenti finanziari.

1) “E’ tempo di comprare?”Susan Kaplan (Newton, Massechuttes), advisor con clientela al top di fascia (patrimonio netto medio da $ 10 a $ 12 milioni) dichiara “Quello che ho fatto è trattenere le persone dal comprare qualunque cosa, dal momento che hanno grandi quantità di denaro. Sebbene i prezzi possano apparire seducenti, è meglio attendere di avere più certezza prima di acquistare, per via della volatilità”.

2) “Siamo vicini al fondo del tunnel?” – Secondo Kristin McKenna (Darrow Wealth Management, Boston) , “Molte persone hanno le stesse domande: c’è qualcosa che dovremmo fare? Siamo vicini al fondo? Devo ancora mettere soldi? La maggior parte dei clienti è pronta ad affrontare la crisi rimanendo nell’investimento,  e sa che è la cosa migliore che possano fare”. “Ho chiamato tutti i clienti per connettermi con loro a livello umano, soprattutto con gli imprenditori più colpiti o con le persone più vicine alla pensione, per le quali la componente della pianificazione diventa ancora più importante da trattare“.

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3) “E ‘tempo di vendere?”Leon LaBrecque (Chief Growth Officer di Sequoia Financial Group) afferma che quasi la metà delle chiamate che riceve proviene da clienti che chiedono opportunità di acquisto, mentre pochi altri sono preoccupati ma non stanno ancora vendendo, perché hanno esperienza del 2008 e confidano nella ripresa.

4) “Dovrei avere paura?”Steve Morton dirige l’ufficio Captrust Financial Advisors a Greensboro (N.C.),  dove quasi tutti i clienti sono pensionati o quasi in pensione. Egli afferma che i suoi clienti hanno messo da parte cinque anni di risparmi per costituire il reddito post-lavoro, in media $ 400.000, e detengono il resto in conti azionari e obbligazionari gestiti attivamente. “Stiamo vendendo obbligazioni e acquistando azioni“, ha detto. “Certamente entro un paio d’anni avremo un vaccino per il virus, e questo li calma“.

Non mancano, però, i consulenti più prudenti, come Andrew Komarow, co-fondatore del Tenpath Financial Group di Farmington (Connecticut), secondo il quale “Ora le persone stanno iniziando a spaventarsi un pò. Ma se la paura è reale, i clienti sanno che la cosa migliore da fare è niente“.

Quando il mercato sta salendo, il tuo telefono non squilla molto“, ha affermato Scott Wren, senior stratega del mercato globale per Wells Fargo Investment Institute. “Il telefono comincia a squillare quando ci sono le crisi“. Del resto, la crisi ha sconvolto gli investitori, senza distinzione di ricchezza personale. Alcune banche, come Credit Suisse (che gestisce portafogli ad alto patrimonio netto valutati ognuno in miliardi di dollari), hanno avviato autonomamente un ciclo di video-chiamate con i clienti, in più lingue, riscuotendo un grande successo tra gli investitori e precedendoli nelle loro intenzioni.

In generale, secondo gli advisor statunitensi  clienti non vogliono solo sapere cosa sta succedendo nei loro portafogli, bensì conoscere le prospettive, senza farsi prendere dal panico. Hanno tutti un gran desiderio di parlare con il proprio consulente, per sapere se la situazione, nonostante la gravità del momento, è controllabile con gli attuali strumenti del sistema finanziario”.

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Secondo Adam Johnson, consulente finanziario di New Forest Wealth Management , “La consulenza finanziaria non è cambiata, ciò che è cambiato è il modo in cui forniamo tale consulenza ai clienti che vogliono solo rassicurazioni. Molti chiedo se si può intravedere in questa crisi una opportunità“.

Non mancano, neanche negli USA, gli investitori ansiosi che cercano di spostare i loro soldi fuori dal mercato. “Chiamano per dire che vogliono indietro i loro soldi o per chiedere se questa è ancora la cosa giusta da fare“, ha dichiarato Anthony Morrow, amministratore delegato della piattaforma di consulenza sugli investimenti OpenMoney. “Non è una conversazione facile“, aggiunge, “alle persone naturalmente non piace perdere denaro. Ma spieghi che si tratta di una perdita momentanea e, se vendi, diventa una vera perdita“.

I consulenti dovrebbero discostarsi dalla sceneggiatura standard“, afferma Steve Drake, gestore patrimoniale della Royal Bank of Canada, “e parlare con i loro clienti in termini pratici e tangibili: non ti dico che tutto va bene, perché non è vero, ma ti dico che supereremo tutto questo, e ti dò il piano”.

Alla fine, la soluzione è sempre quella di avere un piano alternativo. E voi, ce lo avete?