Aprile 23, 2026
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Corsi e ricorsi storici: l’Europa vittima di isteria collettiva, come nella Prima Guerra Mondiale

Come nel 1914, oggi assistiamo a un processo di autolesionismo collettivo, dove interi governi si lasciano trascinare da una logica di inevitabilità bellica.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Esiste un detto latino che descrive magistralmente la situazione geo-politica odierna: “Quos vult Iupiter perdere, dementat prius” (Giove toglie prima il senno a quelli che vuol mandare in rovina). Gli antichi romani usavano questo motto quando vedevano qualcuno imbarcarsi in affari pericolosi, di sicura rovina per sé e per gli altri. In tal senso, la Storia è piena di esempi in cui una inspiegabile follia di pochi ha portato rovina e devastazione per milioni di famiglie.   

Nel 1914, per esempio, l’Europa si gettava con vivido entusiasmo nella guerra più devastante della sua storia, prigioniera di una narrazione bellicista che nessuno sembrava poter contrastare. Oggi, con una rapidità sconcertante, assistiamo a un’analoga convergenza di interessi politici, economici e militari, il cui scopo sembra essere la militarizzazione dell’Europa come strumento di pressione strategica a lungo termine. Pertanto, è impossibile non concentrarsi sulle somiglianze tra il 1914 e il tempo presente. Infatti, prima del 1914, l’Europa era divisa in due grandi alleanze (Triplice Intesa vs. Triplice Alleanza); oggi, come allora, il mondo è diviso tra blocchi contrapposti (USA vs. Europa vs. Russia) che, anziché combattersi direttamente, si misurano schermati da conflitti indiretti in Ucraina, Taiwan e Medio Oriente (Siria e Palestina in primis).

Allo stesso modo, esattamente come nel 1914, assistiamo alla corsa agli armamenti, all’aumento delle spese militari, allo sviluppo di nuove armi e al riarmo di paesi diventati pacifici negli ultimi 80 anni dopo essere stati causa di guerre mondiali passate alla Storia (Germania e Giappone). Ancora, assistiamo al ritorno di un nazionalismo aggressivo, fatto di crescente retorica patriottica, disinformazione, fake news e divisioni interne che ricordano la propaganda bellica di inizio ‘900. In più, Russia e Cina rivendicano territori, l’Occidente appare sempre più diviso, crisi economiche e protezionismo galoppante creano inflazione, tensioni sociali (disparità sociali, movimenti sociali e sindacali), guerre commerciali e blocco delle catene di approvvigionamento, del tutto simili alle instabilità pre-1914.

Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, il dibattito pubblico era intriso di nazionalismo e retorica patriottica. I giornali alimentavano il mito della guerra breve e gloriosa, gli industriali delle armi intravedevano profitti senza precedenti, e i politici cavalcavano un’isteria collettiva convinti che il conflitto avrebbe consolidato il loro potere. Le grandi potenze, consapevoli della fragilità del proprio equilibrio economico e sociale, credevano che un conflitto potesse risolvere le tensioni interne e ristabilire un nuovo ordine mondiale. Pochi, però, consideravano il massacro che ne sarebbe seguito. Le voci critiche furono inascoltate (Bertrand Russell, Romain Rolland, Rosa Luxemburg, Lev Tolstoj, Albert Einstein): gli interessi del momento, semplicemente, andavano in un’altra direzione e il mondo della comunicazione è finanziato da questi.

Nel 2025, la Storia sembra ripetersi. Infatti, oggi assistiamo a una dinamica inquietantemente simile, con Ursula von der Leyen che ha annunciato il fondo ReArm Europe da 800 miliardi, finanziato a debito in deroga ai vincoli di bilancio., e le grandi industrie belliche – Rheinmetall, Leonardo, Thales, BAE Systems – festeggiano, con i loro titoli che schizzano alle stelle. La rapidità con cui tutto questo è avvenuto ricorda il meccanismo inarrestabile delle mobilitazioni del 1914. In pochi mesi, siamo passati dal Green Deal al New War Deal (ma la crisi climatica l’innalzamento inarrestabile dei mari etc. che fine hanno fatto?). Se prima la strategia era puntare sulle rinnovabili e sulla transizione ecologica, ora l’Europa si prepara a investire miliardi nel riarmo. Un cambio di paradigma totale, imposto in modo repentino e senza un vero dibattito.

Un Grande Gioco tra USA, Europa, Russia e Cina 
Ci troviamo nel mezzo di una guerra strategica che si gioca su più livelli. Innanzitutto, se Trump riduce la presenza militare USA in Europa e smantella parte della NATO, l’Europa è costretta a doversi difendere da sola. Ma c’è di più. Da decenni, la strategia nei confronti della Russia (ora della Cina…) è sempre la stessa: obbligarla a spendere in difesa fino al collasso interno. È il metodo che ha funzionato contro l’URSS durante la Guerra Fredda. Ora, l’idea è ripetere il copione: costringere Mosca a impegnare enormi risorse per non essere schiacciata dalla pressione Europea (mentre l’America di Trump si occupa della Cina). Intanto, l’Ucraina sembra avviarsi verso un’uscita di scena. Si parla di elezioni, di un conflitto che sarà “congelato”, di trattative già in corso tra USA e Russia. Il grande gioco continua, e a farne le spese saranno sempre gli stessi: i cittadini europei, che vedranno crescere il debito, la spesa militare e, a tempo debito, i tagli al welfare.

Debito, Mercati e la Vecchia Trappola
Il meccanismo è semplice e collaudato: prima si crea nuovo debito per finanziare il riarmo, i mercati si ingozzano, le aziende militari prosperano. Poi, quando il momento sarà opportuno, arriveranno le agenzie di rating (di proprietà degli stessi fondi d’investimento) a declassare il debito europeo, imponendo tagli e privatizzazioni. Lo abbiamo visto con la crisi del 2008, con quella del debito sovrano, e lo vedremo di nuovo. Ora, con Trump alla Casa Bianca, lo scenario pare accelerare. Se, come annunciato, il presidente USA ridurrà l’impegno militare degli Stati Uniti in Europa, i governi del continente sono costretti ad aumentare vertiginosamente la spesa per la difesa (sotto la paventata minaccia dell’invasione russa). I mercati hanno già fiutato l’opportunità: prestiti miliardari, emissioni di obbligazioni, fusioni tra colossi industriali e nuovi contratti di fornitura militare.

Nel frattempo, la propaganda bellica avanza. Chiunque osi mettere in discussione la necessità di un riarmo europeo viene tacciato di putinismo, esattamente come nel 1914 chi si opponeva alla guerra era considerato un traditore della patria. L’isteria collettiva cresce, alimentata da narrazioni semplicistiche e slogan vuoti. Ma cosa accadrà quando, dopo anni di spese militari insostenibili, i conti pubblici europei esploderanno? Le soluzioni saranno le stesse di sempre: tagli al welfare, privatizzazioni forzate, austerità. La popolazione si troverà a pagare il conto, mentre i profitti delle industrie della difesa e dei fondi speculativi saranno già stati incassati.

E poi c’è la questione cinese. Trump ha sempre visto Pechino come il principale nemico strategico, e la sua politica economica sarà ancora più aggressiva rispetto al primo mandato. Se gli Stati Uniti intensificheranno le sanzioni e le pressioni su Taiwan, la Cina potrebbe reagire con azioni più decise nel Pacifico, aprendo un altro fronte di tensione globale. Nel frattempo, la stampa mingstream paventa la minaccia della Russia  che sfrutta il ritiro americano dall’Europa per consolidare le proprie posizioni in Ucraina e nei paesi ex sovietici. Questo ha come conseguenza negoziati di pace più favorevoli per la Russia, oppure a nuove offensive militari, a seconda di come si svilupperanno gli eventi nei prossimi mesi. In fondo quella guerra serve agli USA per far comprare il proprio costosissimo gas (e armi) dall’Europa e indebolire un alleato (non più strategico…).

E così torniamo al punto di partenza. Come nel 1914, oggi assistiamo a un processo di autolesionismo collettivo, dove interi governi si lasciano trascinare da una logica di inevitabilità bellica. Allora si credeva che la guerra sarebbe stata breve e gloriosa, oggi si sostiene che l’Europa debba prepararsi a un lungo confronto con la Russia. Ma la storia insegna che queste strategie hanno un prezzo. La Prima Guerra Mondiale non durò pochi mesi, ma quattro anni di orrore e distruzione, portando al collasso quattro imperi e aprendo la strada ai totalitarismi. Oggi, l’Europa rischia di infilarsi in una spirale simile, senza un vero piano per il futuro. Con Trump alla presidenza, la partita è cambiata:  l’Europa rischia di cadere in una trappola finanziaria e geopolitica che la renderà ancora più vulnerabile. Questo è il prezzo della miopia di chi ha fondato una Unione Europea senza gambe, concentrando tutto sulla semplice unione monetaria. E’ il fallimento della visione predatoria dei paesi c.d frugali (Germania, Paesi Bassi, Belgio e Danimarca, con la Francia a dare man forte), bravi a impoverire il Sud Europa ma incapaci di fronte ai pericoli extra-continentali che, già a fine anni ’90, non era difficile intravedere.