Molti economisti pensano che il capitalismo USA si diriga definitivamente verso modelli di stato corporativo, autoritario e repressivo all’interno, militare e aggressivo con i paesi esteri.
di Manlio Marucci, presidente di Federpromm, docente e scrittore
Non c’è pace da quando Donald Trump è diventato Presidente del Paese più capitalistico del mondo, e a fibrillare quotidianamente è l’intero pianeta, americani compresi. Nulla è più come prima, e non passa giorno in cui l’inquilino della Casa Bianca non dia colpi di piccone all’ordine mondiale così come lo abbiamo conosciuto dopo la Seconda Guerra Mondiale.
La missione del Tycoon è chiarissima: recuperare con la forza e il ricatto valutario/economico l’imponente deficit commerciale, superiore a 3 trilioni di dollari, che gli USA hanno nei confronti dei partner commerciali (UE e Cina in primis). E per farlo, Trump non ha mostrato alcuna difficoltà ad agire contro gli interessi di molti capitani di industria statunitensi – anche quelli che lo hanno sostenuto nella corsa alla presidenza – “colpevoli” di aver decentrato la produzione nei Paesi emergenti dove, grazie al basso costo del lavoro, hanno tutti trasferito intere filiere produttive. I dazi, in questo senso, sono lo strumento più efficace con cui Trump intende far rientrare le produzioni (più investimenti e relativa occupazione) in suolo americano e riequilibrare così una situazione critica, fornendo come è nel suo stile soluzioni semplicistiche a problemi complessi.

Nonostante i rapporti non idilliaci con l’intero pianeta per, l’amministrazione Trump il nemico più temibile resta la Cina, con cui già dal 2018 è in atto una guerra commerciale. Il gigante asiatico da tempo non è più il Paese di contadini recentemente descritto da Vance, ma un colosso economico che esporta non più solo beni a basso costo, ma tecnologia così all’avanguardia da superare persino quella statunitense. L’offensiva del Presidente, quindi, è diretta verso le “multinazionali del globalismo”, quelle in costante lotta con la fazione che punta tutto sulla re-industrializzazione del Paese, trasformatosi nel tempo da produttore di beni in erogatore di servizi, con tutte le conseguenze in termini di impoverimento del ceto medio che sta sparendo ovunque.
La manovra protezionistica punta a reperire risorse per ridurre la pressione fiscale, anche sui più ricchi, tassando il Mondo per detassare gli americani. In tutto ciò, il convitato di pietra è il debito americano, ben 36 trilioni di dollari, detenuto in larga parte da investitori stranieri, Cina compresa. Un fardello che zavorra l’azione aggressiva di Trump rendendolo ostaggio dei mercati che nel “liberation day” gli hanno imposto una pausa, pena il crollo del dollaro e l’aumento degli interessi sul debito.
Una massima del Taoismo insegna che nel trionfo inizia il disastro, e quando questo accade ci si deve porre diversi interrogativi. In particolare, siamo in una fase economica destinata ad esaurirsi, oppure si prospetta una crescente instabilità del sistema monetario internazionale che precede la recessione e l’aumento dell’inflazione? Le possibili risposte a questa domanda, in ogni caso, portano a concludere che ignorare le catene globali del valore (gli Usa importano componenti per poi esportare prodotti finiti), non tenere conto della struttura dell’economia (alcuni Paesi sono esportatori netti per la loro impostazione produttiva), ma soprattutto chiudere gli occhi sulla natura bidirezionale del commercio, applicando dazi del 20%, è irresponsabile e creerà inflazione anche per i consumatori americani.
Il male principale del capitalismo monopolistico, di cui poco si parla, è la tendenza alla sovraccumulazione. Molti economisti americani, anche a sinistra, pensano infatti che il capitalismo Usa si diriga verso un’edizione americana di Stato corporativo, autoritario e repressivo all’interno, militaristico e aggressivo all’esterno. Trump intende davvero assumersi questa responsabilità o è inconsciamente consapevole della complessità dei meccanismi del commercio globale? In attesa di una risposta, molti paperoni americani stanno spostando la residenza in Svizzera, le università insorgono rivendicando autonomia dalla politica, e perfino la sonnacchiosa Europa si appresta a varare una politica monetaria basata sull’euro digitale per smarcarsi dal monopolio del circuito dei pagamenti delle società americane, Visa e Mastercard. La Cina, poi, rinsalda i rapporti con il sud est asiatico, in particolare con il Vietnam, altra vittima eccellente dei dazi trumpiani. Un quadro caotico dove l’ordine mondiale, targato Occidente, basato sul consenso sociale e sul rispetto della persona viene messo a rischio senza che nessuno abbia ben chiaro cosa lo potrebbe sostituire.



Il gruppo azionario vede non solo prendere forma un “nuovo ordine mondiale” che “comporterà senza dubbio inflazione e tassi più elevati di quelli che abbiamo conosciuto dal 2008 al 2020″, ma un ambiente più complicato per gli investitori, in particolare perché la guerra della Russia in Ucraina minaccia di mantenere l’energia e i costi delle materie prime in frizione per molto tempo. “La situazione potrebbe favorire le azioni statunitensi, poiché sono più isolate rispetto alle loro controparti europee dai picchi dei prezzi dell’energia e dagli impatti diretti della guerra e dalle sue ramificazioni economiche”, ha aggiunto De Spirito. “Vale anche la pena notare che le obbligazioni, che in genere ottengono un vantaggio in tempi di avversione al rischio, stanno fornendo meno zavorra al portafoglio poiché le correlazioni con le azioni sono convergenti”.
Il team di BlackRock ha studiato i precedenti cicli di rialzo dei tassi della banca centrale statunitense, a partire dal 1983 al 2015, e ha scoperto che i titoli value hanno sovraperformato le loro controparti a grande capitalizzazione, ma anche i benchmark chiave del mercato obbligazionario. Il team ha confrontato la performance dell’indice Bloomberg U.S. Aggregate Bond, dell’indice Russell 1000 e del Russell 1000 Value Index RLV, e la performance è stata positiva in tutti e tre i segmenti nei primi tre anni dopo che i tassi hanno iniziato ad aumentare.
Altre ipotesi prevedono che l’inflazione si possa ritirare entro la fine dell’anno dai massimi degli ultimi 40 anni toccati adesso, con il costo della vita che si stabilizzerà al di sopra del livello del 2%, forse in un intervallo compreso tra il 3% e il 4% secondo lo scenario peggiore. Tuttavia, De Spirito vede il potenziale trasferimento dei costi più elevati sui consumatori. “Il periodo di tassi di interesse estremamente bassi è stato molto positivo per i titoli growth, e molto impegnativo per gli investitori value“, ha scritto. “È probabile che la strada da percorrere sia diversa, ripristinando parte del fascino di una strategia di valore per i mesi futuri”.







