Aprile 22, 2026
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La mente umana e i bias cognitivi nelle decisioni di investimento: mai silenziare il “Sistema 2”

Nel processo cognitivo la mente umana si lascia guidare da due “sistemi” aventi funzioni differenti, entrambi necessari per prendere decisioni senza farci dominare dagli istinti primordiali e senza crearci inutili complicazioni.

Di Giovanni Tommaso Olivieri

In un precedente articolo pubblicato su P&F abbiamo già affrontato i due bias (errori) principali in cui la nostra mente cade durante il processo di investimento in strumenti finanziari: il bias di disponibilità, ovvero quel processo mentale per il quale tendiamo a prendere in considerazione gli eventi più recenti come veri ed assoluti rispetto a quello che accadrà nel futuro, e l’overconfidence bias, che si manifesta quando siamo talmente sicuri del nostro operato passato e dei nostri schemi mentali da ritenere corrette e prive di errori tutte le operazioni future.

Secondo Daniel Khaneman – Premio Nobel per l’Economia nel 2002 – nel processo cognitivo la mente umana si lascia guidare da due “sistemi” aventi funzioni differenti, il Sistema 1 ed il Sistema 2. Il primo è quello che svolge le mansioni per così dire automatiche: parlare con il passeggero mentre guidiamo un’auto su una strada libera e senza ostacoli, rispondere a quesiti elementari (“quanto fa 2+2…?”) senza bisogno di alcuna riflessione, digitare il numero di telefono del nostro smartphone (a meno che non abbiate appena cambiato numero), chiamare per nome il vostro cane che sta urinando sulle rose del vicino ed altri comportamenti, catalogabili tra quelli che utilizzano i c.d. pensieri rapidi. Il Sistema 2, invece, è quello che governa i pensieri per i quali è richiesta una maggiore concentrazione e la necessità di estraniarsi dagli automatismi, al fine di analizzare ciò che sta succedendo in quel preciso istante: svolgere una operazione matematica complessa, rispondere in modo appropriato durante un colloquio di lavoro, spiegare a qualcuno la teoria della relatività di Einstein etc (i c.d. pensieri lenti). Entrambi i due sistemi sono necessari per proseguire la nostra esistenza senza farci dominare dagli istinti primordiali e senza crearci inutili complicazioni, così permettendoci di svolgere mansioni semplici e necessarie in automatico.

Ebbene, la mente umana utilizza i due sistemi a seconda delle circostanze e si trova alla continua ricerca di un giusto bilanciamento tra pensieri rapidi e pensieri lenti, e deve evitare che un sistema prevalga sull’altro togliendo razionalità alle decisioni di particolare rilevanza. I bias cognitivi, sfortunatamente, si inseriscono perfettamente all’interno dei due sistemi, creando scompiglio nel “Sistema 2”, ossia in quello che dovrebbe rappresentare per la mente umana un momento di pura analisi e ragionamento, strumentale a non commettere errori anche fatali.

Tra i più interessanti si annovera la “Paura del rimpianto” o herding behaviour, un bias molto diffuso che opera nella nostra mente quando decidiamo di non compiere o compiere un azione per paura che questa sviluppi in noi una sorta di rimpianto. In finanza, questo accade quando, per esempio, una persona decide di non vendere un prodotto finanziario (azioni, obbligazioni, ETF, fondi, etc) o, al contrario, di comprare uno di questi prodotti senza un attenta analisi dell’azione che si sta compiendo. A causa di questo bias, per smarcarci da una assunzione di responsabilità verso noi stessi – e quindi da una scelta più razionale verso la quale temiamo di provare poi rimpianto – prendiamo per buono il comportamento di massa. Se questa scelta dovesse rivelarsi sbagliata, il soggetto tenderà in automatico ad attribuire l’errore al gruppo, così attenuando il rimpianto di aver compiuto quell’azione. Questo bias agisce soprattutto nei momenti di incertezza di mercato, quando troviamo più conveniente osannare i gestori di una singola casa d’investimento senza prima aver valutato tutte le opzioni disponibili sul mercato, o comunque senza aver approfondito analiticamente la parte statistica e delle scelte da mettere in campo.

Un altro bias degno di nota è il c.d. Mental Accounting. Ognuno di noi, studiandolo, riconoscerà di avere agito almeno una volta nella vita seguendo questo bias. Il Mental Accounting è definito così poiché ognuno di noi elabora nel tempo, quasi in maniera automatica, una sorta di “contabilità mentale”, in base alla quale suddividiamo i risparmi/guadagni in categorie differenti. In parole semplici, i soldi che ricaviamo dal nostro lavoro, al quale abbiamo dedicato una parte importante del nostro tempo e dei nostri sforzi, vengono solitamente considerati come una parte del patrimonio da difendere, e quindi siamo tentati di investire quel denaro in strumenti a basso rischio/volatilità. Invece, il guadagno derivante da una vincita o da un lavoro che ha richiesto poco impegno è visto nella maggior parte dei casi come la parte da “scialacquare”, e quindi è più probabile che venga investito in strumenti più ad alto rischio, oppure utilizzato per spese poco utili al nostro sostentamento ed alla nostra sicurezza. Questo bias, oltre ad essere uno dei più frequenti è anche il più gestibile, soprattutto se ci si avvale di un professionista che ci aiuti a non silenziare il Sistema 2 e a farci assumere, in ogni campo (come in quello finanziario), decisioni razionali o comunque adottate grazie ad un percorso di attenta analisi delle migliori opzioni disponibili.

Il cervello umano e le decisioni di investimento: usando le “scorciatoie” spesso si sbaglia

Il sistema cognitivo umano possiede risorse limitate, e non potendo risolvere problemi tramite processi algoritmici fa uso delle c.d. euristiche per semplificare decisioni e problemi.

Di Giovanni Tommaso Olivieri

Il cervello umano è un organo talmente complesso che, durante il suo sviluppo e maturazione, costruisce nel tempo dei limiti, dei preconcetti e delle scorciatoie utili alla propria salvaguardia o difesa, ovvero inserisce degli schemi all’apparenza comodi nel gestire lo stress durante il nostro processo decisionale. Prova ne sia che, quando ci troviamo a ragionare su come agire in determinate situazioni della nostra vita (privata o lavorativa, non importa), capita spesso di trovarsi davanti ad una scelta che valutiamo come determinante rispetto a ciò che accadrà successivamente, e quando questo accade utilizziamo regole di pensiero semplici – le c.d. scorciatoie cognitive – per risolvere problemi che, invece, sono generalmente piuttosto complessi.

Facciamo un esempio. Immaginate di dovervi recare in un determinato luogo o zona della città da un cliente, al cinema etc) dove siete già stati, e dove le ultime due volte in cui vi ci siete recati, in condizioni meteorologiche normali, avete sempre trovato facilmente un parcheggio e siete arrivati in perfetto orario, pur avendo deciso di prendere la macchina e nonostante la metropolitana vi avrebbe portato proprio davanti al luogo d’interesse. La zona da raggiungere, tuttavia, è quasi sempre decisamente trafficata, e spesso le auto sostano in doppia fila, ma voi, in base all’esperienza recente, non avete mai avuto difficoltà nell’arrivare in tempo e trovare un parcheggio; per cui andate ancora una volta in auto. Secondo la legge dei grandi numeri, però, questa volta vi trovate imbottigliati nel traffico e, una volta raggiunto il luogo d’interesse, girate 20 minuti per cercare un parcheggio, arrivate in ritardo e magari irritate chi vi attendeva, perdendo una buona occasione.

Tutto questo, in Psicologia, si traduce con il termine Euristiche, e cioè quelle regole che spiegano come le persone risolvono, danno giudizi, prendono decisioni di fronte a problemi complessi o informazioni incomplete. Il principio che giustifica l’esistenza di euristiche è quello secondo cui il sistema cognitivo umano è un sistema a risorse limitate che, non potendo risolvere problemi tramite processi algoritmici, fa uso, appunto, di euristiche come efficienti strategie per semplificare decisioni e problemi. Sebbene le euristiche funzionino correttamente nella maggior parte delle circostanze quotidiane, in certi casi – come nell’esempio fatto – possono portare a errori. Infatti, l’euristica fondamentale è il cosiddetto “prova e sbaglia” (trial and error), e identifica il processo per mezzo del quale il nostro cervello riesce a perfezionarsi attraverso l’esperienza e a superare i c.d. bias cognitivi, ovvero quella tipica tendenza a creare la propria realtà soggettiva, non necessariamente corrispondente all’evidenza, sviluppata sulla base dell’interpretazione delle informazioni in possesso, che porta a un errore di valutazione o alla mancanza di oggettività di giudizio. (cit. Treccani)

Trasponendo i concetti di Euristica e Bias cognitivi nella gestione dei risparmi, il grande studioso e psicologo Daniel Kahneman (nella foto), vincitore del Premio Nobel per l’Economia nel 2002, ha scoperto che il cervello umano, durante il processo decisionale riguardante gli investimenti o la gestione del patrimonio, mette in atto alcuni bias cognitivi spesso deleteri e poco funzionali al raggiungimento degli obiettivi, i più frequenti dei quali sono:
BIAS DI DISPONIBILITÀ, per mezzo dei quali un investitore, allorchè si trova di fronte ad una decisione da prendere, ricorre a situazioni prontamente disponibili nella propria memoria e quindi probabilmente più vicine al periodo presente/recente, oppure decide  in base ad eventi “traumatici”, che hanno segnato in maniera distorta (sia in negativo che in positivo) quella stessa realtà dei fatti che, invece, richiederebbe decisioni differenti se quegli stessi fatti venissero analizzati su un periodo di tempo più ampio. Ad esempio, il crollo/crisi finanziaria importante, oppure un amico o conoscente che abbia perso molti soldi investendo in un dato strumento finanziario o, viceversa, un parente che abbia guadagnato molti soldi in brevissimo tempo (ad esempio, investendo negli NFT e nelle Cryptovalute).
OVERCONFIDENCE BIAS, ossia il Bias in base al quale si diventa incrollabilmente sicuri di aver trovato l’algoritmo perfetto e di battere sempre tutti i mercati, e quindi a guadagnare di più. Chi è “colpito” da questo bias arriva a farsi affidare soldi da amici e parenti, senza alcun titolo professionale, promettendo grandi ritorni; oppure ad indebitarsi fino al collo. L’Overconfidence Bias, come dice la parola stessa, è un preconcetto sviluppato dalla mente di quanti sono stati in grado di effettuare 2 o 3 operazioni di successo consecutive nel breve termine, e poi hanno la certezza che qualunque mossa futura sarà formidabile. Il fenomeno è molto frequente nel campo del Trading Online, e questo spiega l’esistenza di improbabili “guru” della formazione, che vendono corsi a peso d’oro su come guadagnare più di Warren Buffet in soli 2 mesi, e il perché molti ci cascano.

Si stima che l’Overconfidence bias sia uno dei principali motivi di fallimento rispetto agli obbiettivi prefissati. A riguardo, la narrativa (A random walk down Wall Street – di B. Malkiel) ci ha regalato una massima molto efficace, entrata presto nel linguaggio degli addetti ai lavori: “Una scimmia con gli occhi bendati che lancia freccette su una lista di titoli azionari è capace di creare un portfolio performante tanto quanto quello creato da un esperto”.
E’ tutto chiaro?