Maggio 25, 2026
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Emergenza economia, sarà un autunno nero per i consumi. Chiudono 120.000 imprese

Il 6% delle imprese non ottiene credito e il 56,3% di esse rinuncia. Nel 2023 circa 120.000 aziende avranno chiuso i battenti a causa di costi fuori controllo e degli indicatori di produttività crollati.

Le imprese italiane stanno vivendo in questi mesi un periodo molto delicato, e ancora di più lo sarà l’autunno. L’analisi “Congiuntura Flash” del centro studi di Confindustria ad esempio ha messo in evidenza una frenata del PIL che nel secondo trimestre del 2023 è rimasto sostanzialmente fermo.

L’aumento dei tassi sta frenando la crescita, visto che la BCE ha portato a 4,50% il tasso di sconto. La conseguenza è che il credito, sia per le imprese che i consumatori, costa di più ed aumenta anche la difficoltà ad ottenerlo: il costo del denaro è aumentato di 4,81 punti, e il credito bancario tende a ridursi (-2,9% annuo a maggio). Istat e Banca d’Italia, infatti, stanno rilevando una domanda del credito fortemente rallentata dal costo eccessivo, con il 6% delle imprese che non ottiene credito, e il 56,3% delle stesse che rinuncia per le proibitive condizioni. Per non parlare del costo dei carburanti che continua a salire, nonostante la discesa del greggio: per la benzina siamo ai massimi da metà aprile, per il gasolio dai primi di marzo.

Sembrerebbe che a causare tutto ciò sia il calo delle scorte Usa di prodotti raffinati, insieme allo stop di alcune raffinerie in Europa, Stati Uniti e Asia. E con le vacanze tutto è diventato più salato: per esodo e controesodo estivo si ipotizzano in 800 milioni i maggiori costi sostenuti dai cittadini, cosa che potrebbe impattare sui consumi dell’autunno. Secondo le stime delle associazioni di categoria infatti, dopo la stagione turistica si avrà un rallentamento forte dei consumi nell’ultima parte dell’anno, e con uno scenario del genere, nel 2023, il dato complessivo in termini di chiusure di imprese potrebbe ammontare a circa 120.000 aziende che chiudono i battenti a causa di costi fuori controllo e indicatori di produttività crollati, secondo i dati di Confcommercio.

“Le imprese che non studiano attentamente i loro numeri rischiano di saltare” afferma Pasquale Abiuso (nella foto), esperto di strategie di gestione aziendale. “I costi improduttivi, che non portano un ritorno certo vanno immediatamente tagliati, così come vanno liquidati immediatamente i prodotti in magazzino che non girano o i servizi che non si vendono, per recuperare cassa. E’ arrivato il momento per gli imprenditori di diventare maniacali circa i numeri aziendali, imparare a fare marketing, studiare la concorrenza e non navigare a sensazione come spesso accade nelle PMI italiane” continua Abiuso. “Le aziende italiane devono strutturarsi velocemente per fronteggiare i momenti avversi del futuro e gli imprenditori devono mettere in atto dei processi efficaci di delega lasciando da parte il tanto blasonato ‘chi fa da sé fa per tre’. e in tutto ciò la ricerca di talenti da inserire in azienda sarà un tema cruciale per il prossimo futuro” conclude Abiuso.

Nel frattempo, continua far discutere il fenomeno delle “grandi dimissioni”. Secondo l’economista Anthony Klotz, colui che nel 2021 aveva coniato il termine “Great resignation“, la stagione delle grandi dimissioni sarebbe giunta al capolinea. A spingerlo in questa direzione sono i numeri degli Stati Uniti, che nel 2022 – con 50 milioni di lavoratori che hanno dato le dimissioni, stando al Bureau of Labor Statistics – stanno tornando ai livelli del 2019. In Italia, invece, il numero di dimissioni continua a essere insolitamente alto: nel 2022  1.255.706 persone si sono dimesse da un contratto stabile, il 24% in più rispetto al 2019. “Al di là di quanto dimostrano le statistiche degli ultimi mesi e anni, il concetto di fondo è chiaro: la loyalty aziendale ha perso appeal, e sempre più dipendenti sono propensi a valutare seriamente nuove opportunità di carriera” spiega Carola Adami (nella foto), head hunter e fondatrice di Adami & Associati.

Gli elementi e le tendenze che spingono in questa direzione sono tanti. Innanzitutto, chi oggi cerca un impiego desidera conciliare vita privata e lavorativa. E’il c.d. work-life balance, che nella maggior parte dei casi viene considerato ancora più importante rispetto all’entità dello stipendio: orari flessibili, smart working e utilizzo funzionale delle nuove tecnologie sono i principali fattori ricercati dai lavoratori, insieme ad uno stipendio “equo”, definito all’interno di una offerta economica in grado di raccogliere l’attenzione dei potenziali candidati e di definire un eventuale piano di carriera attraverso corsi di formazione, aggiornamenti e promozioni al raggiungimento di risultati non esclusivamente quantitativi.

PMI italiane: come sopravvivere alla stretta dei tassi e aumentare l’export

Per l’imprenditore italiano è fondamentale tagliare tutti i costi che non hanno un ritorno positivo e stare molto attenti ai flussi di cassa. Sono ancora molte le PMI che non esportano.

E’ partito da qualche giorno il toto tassi: cosa si deciderà a Francoforte a settembre 2023 e nel prossimo futuro? Intanto dopo 8 aumenti consecutivi da luglio 2022, che hanno visto l’inflazione quasi dimezzarsi da ottobre 2022, i tassi sono arrivati ai massimi da decenni e la maggioranza degli esperti  si aspetta un ulteriore aumento a settembre 2023.

Anche se c’è il timore che per contenere l’inflazione le economie dell’Eurozona possano ancora andare incontro a una recessione, la Lagarde non ha escluso “ulteriori aumenti anche nel futuro prossimo, se l’aumento dei prezzi non tornerà a livelli sostenibili”. Anche il capo della banca centrale americana non ha escluso un prossimo aumento del tasso d’interesse, e come è noto l’Europa spesso segue a ruota ciò che accade oltre oceano. L’aumento dei tassi ha un impatto non trascurabile sull’economia, perché causa maggiori costi di finanziamento sia per le imprese che per i cittadini, che vedono il costo dei prestiti e mutui aumentare notevolmente. Un fattore che causa un rallentamento dei fatturati e della crescita economica, con conseguente aumento della disoccupazione.

Con questo scenario all’orizzonte, come devono comportarsi gli imprenditori italiani? “L’Italia è il Paese delle PMI (imprese che hanno meno di 250 occupati, un fatturato annuo non superiore a 50 milioni di euro), molte delle quali hanno risentito negativamente dell’effetto Covid19. Per l’imprenditore italiano è fondamentale tagliare tutti i costi improduttivi che non hanno un ritorno positivo, e soprattutto stare molto attenti ai flussi di cassa, studiando attentamente i numeri gestionali e cercando in ogni modo possibile e lecito di arrivare ad un ciclo monetario negativo, cioè incassare prima di pagare i debiti”, afferma Pasquale Abiuso (nellafoto), esperto di strategie di gestione aziendale.

Una previsione di Confcommercio vede a rischio 120mila imprese per il 2023, con una potenziale perdita di 370 mila posti di lavoro. “L’urgenza da parte delle imprese italiane di strutturarsi non è più derogabile” – continua Abiuso – “non può passare più l’idea di avere un’azienda accentrata sul titolare benché l’abbia creata, ma c’è la necessità di riorganizzare il contesto aziendale stabilendo chi fa cosa, per poter affrontare le sfide che si presenteranno nel prossimo futuro. Da qui l’ esigenza di mettere in atto un processo di delega efficace per consentire alle risorse umane, dopo opportuno affiancamento, di contribuire al consolidamento e all’innesco di strategie di crescita”, conclude Abiuso.

L’internazionalizzazione delle PMI è sempre un tema molto importante per l’economia italiana. Le piccole e medie imprese, infatti, rappresentano oltre il 95% del nostro tessuto imprenditoriale e generano oltre il 70% del valore aggiunto. Tuttavia, solo una piccola parte di queste imprese riesce a esportare fuori dai confini italiani i propri prodotti e servizi. “Ciò non significa che i dati dell’export delle nostre PMI non siano positivi”, afferma Giordano Guerrieri (nellafoto), CEO di Finera (azienda operante nel settore della finanza aziendale e agevolata). “Nel 2022, infatti, le esportazioni delle PMI italiane hanno raggiunto i 291 miliardi di euro, in crescita del 15,6% rispetto al 2021. Questo risultato è stato trainato dalla domanda proveniente dai Paesi europei, che ha rappresentato il 58% delle esportazioni italiane. I principali mercati di sbocco per le esportazioni delle nostre piccole e medie imprese dello scorso anno sono stati  Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito”. Nonostante questi risultati positivi, però, ci sono ancora molte PMI che non esportano e, secondo Guerrieri, i principali ostacoli all’internazionalizzazione “li possiamo rintracciare sia nelle barriere linguistiche e culturali, sia nella burocrazia, nel timore di rischi rappresentati da guerre o criticità politiche, nella mancanza di conoscenza dei mercati esteri e, ultimo ma non meno importante, nella mancanza di risorse finanziarie”.

Eppure, i governi che si sono susseguiti negli anni, hanno messo a disposizione diversi strumenti per supportare le PMI nello sviluppo di strategie di internazionalizzazione, stanziando contributi a fondo perduto, incentivi fiscali e fornendo garanzie sui prestiti. A questi strumenti, da tempo, si sono affiancate le misure di Simest, la società italiana del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti istituita dal Ministero del Commercio con l’Estero, che per il 2023 ha previsto ben sei misure volte a supportare le nostre piccole e medie imprese a svilupparsi oltre i confini della Penisola. Nello specifico, la società ha previsto finanziamenti agevolati con la possibilità di co-finanziamenti a fondo perduto per lo sviluppo di e-commerce, per investire nella transizione digitale ed ecologica, per la partecipazione delle PMI a fiere ed eventi internazionali, per coprire i costi di certificazioni e consulenze necessarie per l’internazionalizzazione e per supportare le imprese italiane nell’ingresso in nuovi mercati.

Lavoro, le posizioni più ricercate dalle aziende. Chi cerca impiego vuole anche ampliare le proprie skills

Secondo Pasquale Abiuso, le aziende che offrono lavoro hanno una scarsa attrattività. “Il mercato del lavoro sta cambiando velocemente, ma molti imprenditori continuano a pensare alla retribuzione come criterio di valutazione principale.

Per chi è alla ricerca di nuove opportunità lavorative, è importante conoscere quali sono le Regioni di Italia che offrono il maggior numero di posizioni aperte. Dove è più facile trovare lavoro in Italia? Il sito annuncilavoro360 ha stilato la classifica delle 5 regioni migliori, e delle 5 peggiori, mettendo a disposizione i dati relativi agli annunci attivi. Se non sorprende vedere la Lombardia al primo posto, storicamente una delle regioni più operose e industrializzate d’Italia, vale la pena di guardare anche al resto della classifica per notare come alcuni territori siano in crescita e potrebbero quindi rivelarsi “a sorpresa” dei luoghi interessanti in cui cercare lavoro.

Sono Lombardia, Emilia Romagna e Veneto le prime tre regioni in classifica per numero di annunci di lavoro attivi (dati aggiornati al 4 agosto 2022). In dettaglio, si registrano 128.232 annunci in Lombardia dove le mansioni più richieste sono quelle di operaio, impiegato, magazziniere, autista, ingegnere. Invece, con 74.474 annunci l’Emilia Romagna si posiziona al secondo gradino del podio, e anche qui le ricerche più numerose sono per le figure di operaio, magazziniere, impiegato, ingegnere, autista. Il Veneto segue al terzo posto con 58.329 annunci, le professioni più richieste si confermano quelle di operaio, impiegato, magazziniere, logistica, autista.

La classifica prosegue con il Piemonte (45.794 annunci) e al quinto posto la Toscana (43.345 annunci). Per quanto riguarda le mansioni, in queste due regioni a quelle già citate si aggiungono anche quelle dell’addetto marketing e del promoter. In generale, i numeri mostrano come il divario tra Nord e Sud sia ancora molto marcato e risulti più facile trovare un impiego al Nord o Centro-Nord. Infatti, guardando alla parte più bassa della classifica la regione che risulta avere meno opportunità di lavoro aperte è la Basilicata, con 4.989 annunci attivi. Del resto, il territorio poco antropizzato e poco industrializzato non facilita il mondo del lavoro e il mercato occupazionale. Al Sud non mancano, tuttavia, le note positive: il Molise, con 5.177 annunci, pur collocandosi come la penultima regione italiana per annunci attivi e pur essendo la seconda regione più piccola del Paese dopo la Valle d’Aosta, ha registrato una crescita del 9% rispetto al mese precedente. Trend positivo anche per la Sardegna, che con 7.828 annunci segna un +4% sul mese precedente; qui le mansioni più richieste sono quelle di addetto marketing, cuoco, cameriere, autista, contabile, rispecchiando la natura fortemente votata al turismo e alla stagionalità del territorio. In posizione contraria al trend, anche al Nord non mancano le sorprese, sebbene siano in negativo: poche le posizioni aperte in Trentino Alto Adige/Sudtirolo (5.815 annunci) e in Umbria (7.998 annunci), entrambe regioni che risultano essere tra le peggiori 5 dello Stivale per chi cerca lavoro.

Uscendo fuori dalle statistiche, l’estate che si avvia alla conclusione verrà ricordata per le lamentele dei titolari di esercizi commerciali a causa della mancanza di candidati validi, e alla supposta preferenza verso il reddito di cittadinanza anziché verso il lavoro. Ma sono corrette le notizie riportate da alcuni media, e soprattutto questo fenomeno è davvero attribuibile alla politica assistenzialista del nostro Paese? Secondo il marketing coach Pasquale Abiuso*, il motivo principale risiede nella scarsa attrattività delle aziende che offrono lavoro. “Il mercato del lavoro sta cambiando velocemente, come ogni altro mercato. Molti imprenditori non riescono a essere in linea con queste trasformazioni e continuano a seguire un approccio old style, con annunci redatti pensando alla retribuzione come il criterio di valutazione principale per chi cerca lavoro”, afferma Abiuso. “In questo modo, si trascurano le altre esigenze dei lavoratori”.

L’analisi di Abiuso si concentra soprattutto sul settore Ho.Re.Ca., ossia sul mondo legato a consumi e somministrazione di cibi e bevande che non avvengono all’interno delle mura domestiche: “Ho” indica “Hospitality”, · “Re” sta per “Restaurant” e “Ca” ha due ambivalenti significati, ovvero “Cafè” o “Catering”. Ebbene, secondo una recente ricerca, gli italiani in cerca di impiego non effettuano le proprie scelte soltanto in base ai driver della retribuzione e dei benefit, poiché questi parametri risultano essere solo al terzo posto (Employer brand research 2022 di Randstad). “Soprattutto gli imprenditori tendono a considerare la forza lavoro come un numero – aggiunge Abiuso – e cercano risorse per colmare un ‘vuoto’ temporaneo. Il focus deve invece spostarsi sul valore reale percepito dal candidato, al di là del fattore economico”.

Come rendere più attrattiva una opportunità lavorativa e trovare la risorsa giusta, allora? La soluzione è offrire ai candidati un percorso di formazione per aumentare le loro skills, anche in caso di lavoro stagionale. “Una proposta è ritenuta più qualificante se prevede la possibilità di imparare: in un clima di incertezza, sapere di poter acquisire nuove competenze, spendibili anche altrove, è un elemento cruciale di scelta perché permette di pensare concretamente ad un piano di carriera. Oggi, nell’annuncio di ricerca, la possibilità di essere affiancati da tutor in un percorso formativo diventa un plus da mettere ben in evidenza” prosegue Abiuso. Secondo lo studio già citato, la crescita professionale è ritenuta “molto importante” per il 65% dei lavoratori dipendenti, percentuale che sale al 75% per coloro che hanno meno di 35 anni.

“Pertanto – conclude Pasquale Abiuso – riscontro la necessità di aumentare la consapevolezza nei titolari del loro ruolo diretto nel determinare l’attrattività di un’azienda e aumentare così la soddisfazione dei lavoratori. Un’impresa è veramente sana solo quando il clima aziendale è stimolante. Tutti noi, per esempio, vogliamo essere apprezzati nel nostro lavoro, qualunque esso sia. Ci piace essere sorpresi da apprezzamenti pubblici dai nostri responsabili, elogiati per qualcosa che abbiamo fatto bene. Questo ci motiva e ci porta a migliorare, compensando anche gli aspetti meno performanti del nostro ruolo. Migliorare è un modo per meritarci un nuovo apprezzamento. È importante ricordarsi sempre che è il capitale umano a creare il capitale economico.”

* Marketing coach, esperto di strategie di gestione aziendale