Maggio 20, 2026
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Grant Thornton, pessimismo sul futuro delle aziende italiane. Solo 23 su 100 sono ottimiste

Secondo Grant Thornton, nei primi sei mesi dell’anno in Italia l’ottimismo economico è diminuito del 10% rispetto al 2° semestre del 2019, con “solo” il 23% delle aziende positive sulla ripresa nei prossimi 12 mesi. Nel mondo tale fiducia è scesa al 43% (-16%).

Milano, 30 luglio 2020 – Per i primi sei mesi dell’anno il network di consulenza internazionale Grant Thornton indica un deciso calo dell’ottimismo da parte delle aziende italiane (-10%) per quel che riguarda le aspettative economiche per i prossimi 12 mesi, con solo il 23% delle aziende ottimiste sulla ripresa. La performance italiana segue il trend di forte peggioramento su scala mondiale (-16%) che tocca il livello più basso dalla crisi dell’Eurozona del 2011-2012. Anche in Europa si inasprisce l’ottimismo che, in linea con il dato globale, diminuisce del 16% rispetto al 2° semestre dell’anno, con solo il 29% di imprese positive.

Un quadro di incertezza generale che – secondo Grant Thornton – riflette un clima di pessimismo sulle aspettative future delle imprese verso i fattori chiave della crescita economica quali fatturato, redditività e occupazione, che preannunciano un anno potenzialmente difficile per l’andamento del business. Per quanto riguarda la situazione italiana, solo il 24% delle aziende italiane si aspetta un aumento dei ricavi nei prossimi 12 mesi, dato in netta caduta rispetto al 42% registrato nel 2° semestre 2019. Al contrario, il 40% si aspetta una diminuzione. Osservando la media globale solo il 34% si aspetta un aumento nei ricavi, in discesa di ben 20 punti percentuali rispetto al 2° semestre 2019.

Una quota importante di aziende, pari al 65%, si aspetta che il Covid-19 avrà un impatto negativo sui ricavi nel 2020 che, secondo le aziende intervistate, diminuiranno in media a livello globale del 9,7% nel 2020 a causa degli effetti della pandemia. Andando a focalizzare i diversi livelli di perdita, in Italia lo scenario di previsione non sembra così scoraggiante, infatti, è di solo il 2,7% il numero di imprese che vede gli impatti del Covid come causa di perdita economica superiore al 50%, per l’11,3% rappresenta una perdita tra il 20 e il 29%, mentre la quota maggiore, il 32,7%, si aspetta una perdita minore, compresa tra l’1 e il 9%. Fa ben sperare un 4,7% che immagina un aumento dei ricavi del 10%.

L’attuale contesto di crisi ha determinato un forte picco di incertezza economica: il 66% delle aziende identifica l’incertezza come un vincolo aziendale (con quasi 1 su 3 aziende che lo identifica come un “grave” vincolo). In Italia il dato sale al 68% (+19% rispetto al secondo semestre del 2019) mentre in Europa rimane più basso al 59% (+14%).

Tra i fattori più limitanti per la crescita vi è anche la carenza di ordini, dichiarata come vincolo dal 57% delle aziende italiane, che supera di poco il dato globale al 55% (più basso quello europeo al 51%). Il crollo della domanda, elevati livelli di incertezza e preoccupazioni per la disponibilità finanziaria sono tutti elementi che in egual misura contribuiranno a ridurre le intenzioni di investimento.

In Italia, diminuisce (-18%) il numero delle imprese che pianificano di investire nella qualità dei prodotti e servizi, con solo il 29% delle imprese che prevede di aumentare le spese in R&S nei prossimi 12 mesi. Dati negativi anche sulla crescita dell’export, sul quale la percentuale delle imprese ottimistiche è più che dimezzata passando dal 38% del 2019 al 16% di quest’anno.

Brutte notizie anche per quanto riguarda l’occupazione, scende infatti il numero delle aziende italiane che prevede di assumere nuovo personale nel prossimo anno (dal 36% al 21%), con un calo pressoché identico all’Unione Europea (dal 36% al 20%). Complice di questa situazione gli impatti drammatici della pandemia da Covid-19 sul mercato del lavoro, che ha fatto sì che il solo 28% delle aziende del mondo prevede di assumere nuovo personale nei prossimi 12 mesi (45% nel 2° semestre 2019).

A causa delle conseguenze della crisi in atto, molte aziende (quasi il 50%) stanno prendendo in considerazione l’implementazione di misure di sicurezza sul lavoro in vista della ripresa, un sentiment forte anche in Italia (quasi il 35%) e in Europa (38%). Rimarrà alta l’attenzione verso il mantenimento del flusso di cassa: a livello globale il 40% delle aziende ha iniziato a pianificare le risorse necessarie per la fase di rilancio, in Italia il 19% e in Europa il 30%. Oltre a sensibilizzare le imprese sulla necessità di maggiore tecnologia e trasformazione digitale nelle prossime strategia aziendali (Italia 31%, Europa quasi il 36% e nel mondo circa il 46%), la pandemia da Covid-19 ha evidenziato l’importanza di una migliore flessibilità delle organizzazioni (riconosciuta dal 30% delle imprese italiane, 40% europee e 46% globali) e dei processi di gestione delle crisi (circa 25% delle imprese italiane, 31% europee e 42% globali).

Gabriele Labombarda

Gabriele Labombarda, Partner & IBC Director Bernoni Grant Thornton commenta: “come si evince dai risultati, l’ottimismo aziendale ha visto un forte peggioramento su scala globale, motivato dalle deboli performance economiche degli ultimi mesi legate soprattutto agli impatti del Covid-19 sui mercati internazionali. In particolare, le conseguenze derivanti dalla diffusione della pandemia, come il crollo della domanda, gli elevati livelli di incertezza e le preoccupazioni sulla disponibilità finanziaria, impongono oggi alle aziende una riflessione e revisione delle proprie strategie aziendali relative al prossimo futuro. Molte aziende hanno saputo approfittare della forzata inattività e/o della riduzione dei volumi di lavoro conseguenti il lock-down e hanno avviato azioni volte a contrastare le difficoltà causate dalla pandemia, come, ad esempio, il ripensamento e la riorganizzazione dei processi interni e la ristrutturazione della propria posizione finanziaria, preparandola per la ripartenza.”

Trading online, 9 su 10 perdono capitale. Trappola “mortale” per chi non osserva metodo e disciplina

Nel trading online, chi non usa rigorosamente metodo e disciplina sarà matematicamente destinato a perdere, così come lo scommettitore in un casinò, e alimenterà la schiera di quel famoso 95% di (sedicenti) investitori che perde il  capitale ma ricorda solo le vincite.

Articolo di Matteo Bernardi

Oltre il 95% di coloro che investono nei mercati finanziari sfruttando il trading online non riesce a chiudere in profitto le proprie operazioni sia nel breve che nel lungo periodo. Bisogna chiedersi, pertanto, quali sono i motivi per cui così tanti risparmiatori, che decidono di lanciarsi nell’investimento autonomo dei propri risparmi, non riescono ad ottenere risultati profittevoli.

Lasciando da parte la questione delle piattaforme non bancarie – su quelle non certificate incombe sempre il rischio di possibili truffe – in generale, operando con il proprio sistema di home banking, perdere ingenti somme di capitale in un’operazione di trading è molto facile anche per i più “esperti” (figuriamoci per quelli inesperti), ed il segreto di questa “disgrazia” è riposto in un principio elementare ma quasi sempre non tenuto nella dovuta considerazione: nei mercati finanziari la ricchezza non viene né creata né distrutta, bensì trasferita.

Da questa regola deriva una conseguenza altrettanto elementare: se circa il 95% di c.d. traders è destinato a perdere il proprio capitale nel lungo periodo, questo denaro verrà sistematicamente guadagnato dal restante 5%.

Ma esiste davvero qualcuno che, nel lungo periodo e indipendentemente dallo scenario macroeconomico che si presenta, riesce a chiudere costantemente in profitto? E quali sono le cause per cui la maggior parte di coloro che si approcciano in autonomia al mondo dei mercati finanziari non riesce a guadagnare una cippa oppure perde il proprio capitale? La risposta alla prima domanda è SI’, esistono traders che fanno di questa attività il loro mestiere principale, riuscendo a sfruttare a loro vantaggio la maggior parte dei movimenti che il mercato ogni giorno propone loro, ed a “farsi trasferire” – legittimamente, si capisce – risorse da coloro che, invece, le perdono maldestramente.

Molti concordano sul fatto che ciò che contraddistingue traders di successo dagli altri è l’atteggiamento con cui i primi si approcciano al mercato a differenza dei secondi. In particolare, i primi riescono a creare una sorta di “codice interiore di condotta” che consente loro di agire in modo equilibrato ed efficace in ogni situazione, rispettando rigorosamente due elementi fondamentali: metodo e disciplina. Con il primo si intende l’adozione di una precisa strategia, composta da limiti auto-imposti e da “piani alternativi” che non lasciano mai l’investitore senza sapere cosa fare in caso di possibili perdite. In particolare, egli dovrà assicurarsi di poter controllare alcune variabili e, prima di effettuare ogni movimento di acquisto/vendita, conoscere i segnali di entrata/uscita da un’operazione, quanto capitale investire su ogni singolo trading, quale è la perdita massima accettabile e quanto a lungo si terrà aperta la posizione.

Se il trader non osserva questo metodo con un certo rigore, non avrà mai pieno controllo del rischio. Al contrario, egli potrà minimizzare le perdite o, in segno contrario, massimizzare i profitti. Il pieno controllo di queste quattro variabili consente di evitare, sempre e comunque, la possibilità di subire gli effetti di situazioni in cui la perdita possa avere un impatto sul proprio capitale, tale da pregiudicare l’attività di trading complessiva.

In relazione alla disciplina, essa concerne il rigoroso rispetto del metodo che ci si impone di osservare e sul quale si fa pieno affidamento. Ciò comporta il controllo delle proprie emozioni, che sono alla base delle più grandi perdite della storia dei mercati finanziari. Infatti, mettere in pratica quanto detto finora è tutt’altro che scontato, perché il contrasto interiore tra la parte razionale e irrazionale della nostra mente spesso fa prevalere la seconda, la quale è preda dei naturali istinti dell’uomo, nel senso più antropologico del termine “istinto”.

In buona sostanza, una lotta contro la nostra stessa natura umana, che richiede la giusta dose di sacrificio attraverso il quale è possibile dominare i propri istinti, i propri impulsi e le proprie emozioni.  Questo accade ai traders più esperti, i quali sono consapevoli che non tutte le operazioni possono concludersi positivamente e, in virtù di ciò, si abituano a ragionare in maniera probabilistica, abituando la mente ad accettare che se una singola operazione si traduce in perdita, non è detto che le altre abbiano lo stesso esito, e che alla fine, conta il bilancio della giornata.

Nell’attività di trading non esistono né analisi tecnica né analisi fondamentale, ma solo probabilità. Infatti, imparare a ragionare sulla base delle probabilità conferisce l’unica possibilità di riportare i guadagni anche nel lungo periodo. In ogni caso, l’analisi del comportamento individuale è basilare per comprendere al meglio ciò che accade quando ci si lancia nel trading. Secondo la teoria più accreditata, molti investitori “credono” di essere dei traders, ma in realtà agiscono come dentro ad un Casinò, ottenendo le stesse probabilità di guadagno – e di perdita, soprattutto – di un giocatore d’azzardo. Invece, la differenza tra il trader ed il giocatore d’azzardo ricade proprio nel ruolo del casinò, nel quale i limiti posti sul singolo tavolo assicurano alla casa da gioco una forte redditività complessiva anche se qualche scommettitore dovesse vincere le sue giocate (evento che il casinò mette in conto ed accetta ben volentieri). Il casinò non prova alcuna emozione nel mettere in atto queste manovre, né si fa condizionare dalle piccole perdite che di tanto in tanto subisce. Invece, il giocatore d’azzardo si fa bruciare interiormente dalle proprie emozioni e in qualsiasi gioco in cui sfiderà il banco, indipendentemente dalla strategia utilizzata – ammesso che ce l’abbia – non sarà in grado di sconfiggerlo.

In parole povere, nel trading online chi non usa metodo e disciplina andrà incontro ad una “trappola mortale” per il suo capitale, e sarà matematicamente destinato a perdere, così come lo scommettitore in un casinò, alimentando così la schiera di quel famoso 95% di (sedicenti) investitori che nel lungo perdono capitale ma ricordano solo le vincite.

Chiunque voglia approcciarsi al trading online deve tener conto di questa similitudine, e cercare di ragionare sempre come il casinò, e non come il giocatore d’azzardo.

Chi non ne è capace o non se la sente, poco male: c’è sempre la vecchia cara Borsa Valori, con le sue azioni e obbligazioni, a rendere la vita da investitori meno rischiosa di quella del trader online; per quanto, anche lei, piuttosto movimentata di questi tempi.