Perché il Fatto Quotidiano si accanisce contro i consulenti finanziari? Quando le ideologie scarseggiano, l’informazione spesso le crea dal nulla, lanciando false teorie prive di qualunque fondamento scientifico, ma ripetute con una certa regolarità da soggetti scarsamente autorevoli e molto disponibili.
Di Alessio Cardinale*
Qual è la differenza tra Teoria e ideologia? La prima è sorretta da studi, statistiche e ricerche effettuate con estrema razionalità da studiosi autorevoli (i teorici) nel corso degli anni; e quando viene annunciata pubblicamente, la Teoria deve anche dimostrare, con stime e risultati inconfutabili, l’esistenza di un certo fenomeno (sociale, economico, naturale etc), in base al quale i c.d. decisori – i governi, le democrazie parlamentari e gli organismi mondiali – adotteranno (o meno) scelte a beneficio della Collettività. La seconda, invece, è basata su idee elaborate strumentalmente da una piccola cerchia di soggetti (gli ideologi), affatto interessati allo studio di un fenomeno ma dotati di una certa posizione di potere, grazie alla quale sfruttano gli elementi non razionali (emozioni e sentimenti collettivi) della comunicazione e riescono così ad orientare l’opinione di certe fasce di popolazione.
In pratica, mentre le prime servono a trasferire “conoscenza utile” a chi deve risolvere problemi pratici, le seconde “….servono a risolvere l’incertezza e a soddisfare l’umano bisogno di comprendere e prevedere ciò che accade, per fronteggiare l’ansia e mantenere l’autostima. La conferma della propria ideologia aumenta il senso di sicurezza, la disconferma provoca invece ansia e accresce il senso di vulnerabilità. Quando l’ideologia è in pericolo, le persone che credono in essa si impegnano per riaffermarla…” (Chiara Volpato).
Non è superfluo aggiungere che, storicamente, le teorie sono state sempre uno strumento proprio delle democrazie, mentre le ideologie esclusivo appannaggio delle peggiori dittature. Entrambe, però, trovano un comune denominatore nell’Informazione e nei media, di cui hanno bisogno per propagarsi e sopravvivere nel tempo.
In Italia, l’Informazione non è esattamente “libera e indipendente”, ma asservita a gruppi di potere che fanno a gara per possedere i maggiori organi di stampa con cui influenzare l’opinione pubblica. Pertanto, al netto dei piccoli editori, i media italiani sono particolarmente sensibili alle ideologie, con le quali riescono a creare il terreno per raggiungere obiettivi di natura politica e, a cascata, proteggere interessi di natura economica. E quando le ideologie scarseggiano o non sono più efficaci, l’Informazione italiana le crea dal nulla: è sufficiente lanciare una “falsa teoria” – priva, cioè, di qualunque fondamento scientifico – nutrendola di singoli episodi (che non costituiscono fenomeno a sé stante), e poi farla ripetere a soggetti per niente autorevoli, ma molto disponibili, con una certa periodicità, al fine di mantenere alto il livello di attenzione dell’opinione pubblica su alcuni c.d. fattoidi (“notizie prive di fondamento, ma diffuse e amplificate dai mezzi di comunicazione di massa al punto da essere percepite come vere”) attribuiti agli “avversari” di turno, i quali di solito appartengono ad una intera categoria di individui avente interessi in contrasto con il gruppo di potere a cui l’ideologia è asservita.
In sintesi, si tratta di garantire basse questioni di interesse e/o di potere, e non del rispetto di alti principi.

Beppe Scienza
Da qualche anno, con una certa regolarità, il Fatto Quotidiano sferra attacchi di matrice ideologica (e non teorica) ai consulenti finanziari, e lo fa ospitando i contenuti scritti da soggetti autoreferenziali, di scarsa autorevolezza, però molto disponibili, i quali, in cambio di immeritata visibilità, sparano a zero contro l’intera categoria professionale dei professionisti della finanza. Degli attacchi del prof. Beppe Scienza sul Fatto Quotidiano ci siamo occupati in passato ed anche di recente, per cui non è il caso di impiegare altro tempo. Lo scorso 8 Agosto, però, è stato il turno del dottor Vincenzo Imperatore, “consulente di direzione, giornalista e saggista”, come si definisce lui stesso, il quale ha in comune con il prof. Scienza l’uso di una terminologia volutamente dispregiativa verso i consulenti finanziari, definiti ora “promotori” (vecchia denominazione), ora “venditori porta a porta” (come i piazzisti di enciclopedie o di aspirapolveri di un tempo) oppure “consulenti-squalo”.
Nel suo articolo dal titolo “Basta ai continui cambi di casacca dei consulenti finanziari!”, Vincenzo Imperatore mostra di sapere utilizzare bene la “tecnica del fattoide”, ammantando di negatività quelli che lui definisce “cambi di casacca” i quali, invece, altro non sono che l’esercizio di un sacrosanto diritto di qualunque professionista al cambiamento ed al miglioramento delle proprie condizioni lavorative ed economiche, nel rispetto delle norme che regolano il mercato del lavoro.

Vincenzo Imperatore
In particolare, Imperatore inventa due fattoidi; il primo è sintetizzato nella frase “…Se il vostro consulente finanziario cambia casacca e passa a lavorare per un’altra banca, fate attenzione! Perché lui, in tal caso, guadagna un bel po’ di soldini (“premio di ingaggio”) dal nuovo intermediario per effetto del trasferimento del suo patrimonio gestito (……) e voi vi potreste trovare nella condizione di dover sostenere pro-quota, senza accorgervene, quel costo….”. In questo caso, il fattoide (falso come una banconota da due euro) è il seguente: “i clienti del consulente che va a lavorare per un’altra banca dovranno sostenere il costo del premio di ingaggio”. La realtà, invece, è esattamente opposta: in occasione di un “cambio di casacca”, il consulente sopporterà il rischio di perdere parte della clientela che si è guadagnata con il sudore della fronte, e la banca “ricevente” dovrà investire interamente, nel nuovo collega, le somme relative al premio di ingaggio, che nei successivi due o tre anni peseranno sul suo conto economico. Il cliente, dal canto suo, non pagherà proprio niente, nè direttamente, nè indirettamente. Infatti, per avere successo nel trasferire clientela alla nuova banca, il consulente dovrà proporre condizioni migliorative anche in termini di costi e commissioni (sennò il cliente potrebbe non seguirlo, mica è fesso).
Andiamo al secondo fattoide: “…i consulenti finanziari sono i venditori “porta a porta” di prodotti finanziari, liberi professionisti (…) che possono però collocare solo i prodotti della banca a cui sono legati da un vincolo monomandatario. Il promotore finanziario non può dunque vendere i prodotti di un altro istituito…”. Questa affermazione, se andava bene venti anni fa, oggi suscita solo ilarità. Imperatore, infatti, dovrebbe sapere bene che tutte le banche reti – proprio tutte, nessuna esclusa – lavorano con un modello di business definito “ad architettura aperta”, e cioè caratterizzato dalla distribuzione alla clientela di prodotti di case terze, non aventi alcun legame con la società mandante, e dalla fortissima limitazione – persino inesistenza – dei c.d. prodotti di casa. Ed è proprio tale architettura aperta che consente al consulente, in occasione del passaggio ad altra banca, di effettuare il trasferimento del portafoglio senza neanche toccare i singoli investimenti dei clienti, con una semplice procedura di “cambio gestore” che evita il disinvestimento ed il successivo reinvestimento.
Tralasciando altri fattoidi “secondari” che comunque abbiamo annotato, sui primi due Vincenzo Imperatore costruisce un articolo che, per qualità ed approfondimento, solo il Fatto Quotidiano avrebbe potuto pubblicare.
Ma chi è Vincenzo Imperatore?
Secondo le informazioni scritte da lui stesso su Internet, “…ho vissuto 22 anni come manager di un primario istituto di credito del nostro paese (…). Nel 2012 ho scelto la strada della libera professione e oggi sono titolare di Imperatore Consulting (….). (Nei suoi libri) ..per la prima volta un ex manager bancario offre la sua testimonianza per svelare i segreti, le strategie e gli scandali avvenuti nelle “segrete stanze” delle banche che hanno distrutto il risparmio degli italiani e frenato lo sviluppo economico…”.
Pertanto, dopo aver partecipato in prima persona al grande banchetto degli utili bancari del periodo storico che termina nel 2008, Imperatore improvvisamente ha una crisi di coscienza dal sapore mistico, “si pente” e poi si scaglia contro l’intero sistema, ergendosi a paladino della italica clientela. Tutto questo, però, dopo aver incassato la liquidazione da ex manager (che immaginiamo sostanziosa) dalla banca per cui lavorava.
In considerazione del profondo pentimento che lo ha portato ad uscire, in un impeto dell’anima, da quell’ambiente “immondo” che oggi attacca a tutto spiano, ci si sarebbe aspettati che vi rinunciasse, alla liquidazione, e che magari restituisse anche i ricchi premi di produzione ed i benefits da manager acquisiti nei 22 anni in cui era stato “traviato” dal “demonio bancario”. Ma come si fa a dimenticare il primo amore? Egli è stato (recensione di Amazon) “… per vent’anni nelle direzioni operative di alcuni tra i più blasonati istituti di credito italiani. Prima e dopo la crisi economica. La sua testimonianza svela i segreti, le strategie e i maneggi delle banche a danno del correntista. I costi eccessivi caricati sui conti (…). La moltiplicazione delle commissioni. Il ricatto psicologico dietro le richieste di rientro (…). Le procedure di calmierazione reclami per i clienti che si accorgono di movimenti strani sul conto e minacciano di chiuderlo (“Noi lo chiamavamo sistema 72H”, ricorda Imperatore). Le tecniche per piazzare un diamante, una polizza assicurativa o un derivato (“Ci garantivano una redditività enorme”)…”.
Quindi Imperatore aveva, per sua stessa ammissione, le mani in pasta, per così dire; salvo poi “pentirsi”. Ma 22 anni di partecipazione attiva – in qualità di manager/testimone che “sa tutto ed ha le prove” – ai maneggi delle banche ai danni dei correntisti, il dottor Imperatore come intende espiarli? Forse rifacendosi una verginità al Fatto Quotidiano dopo aver cambiato la casacca da dirigente di banca con quella di consulente/giornalista?
Il sogno dei “giornalisti-squalo” (e probabilmente del Fatto Quotidiano), stile Beppe Scienza e Vincenzo Imperatore, sembra essere unicamente quello di vedere scomparire il sistema delle banche-reti dal mercato. E questo ci fa legittimamente sospettare che dietro i loro attacchi ci sia un disegno preciso, di cui Scienza e Imperatore sembrano essere soltanto compiacenti esecutori.
Fortunatamente, avere il titolo di professore o di consulente di direzione non fa di loro dei bravi giornalisti, né li rende credibili; così come non è sufficiente, per il Fatto Quotidiano, rinunciare al finanziamento pubblico all’Editoria per essere un buon giornale, distante da approcci ideologici e da banalissimi interessi di parte.



L’espressione “politicamente corretto” nasce dalla locuzione “correttezza politica”, che in teoria designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione verso determinate categorie di persone, rimuovendo la terminologia che può risultare offensiva e promuovendo, in ciò, maggiore rispetto per i beneficiari ed eliminando ogni tipo di pregiudizio razziale, etnico, religioso, di genere, di età, di orientamento sessuale, o relativo a disabilità fisiche o psichiche della persona. Qualsiasi idea o condotta in deroga più o meno aperta a tale indirizzo appare quindi, per contro, politicamente scorretta (politically incorrect).
Gli eccessi del politically correct, applicati alla politica parlamentare, hanno raggiunto negli ultimi dieci anni livelli mai visti prima, tanto da spingere alcuni esponenti autorevoli della Cultura a scriverne per segnalare gli effetti nocivi. Una buona disamina è quella svolta da Raffaele Alberto Ventura (“La guerra di tutti. Populismo, terrore e crisi della società liberale, pp. 263-270), secondo il quale “…In principio, il Politicamente Corretto non era per niente una brutta idea; più tardi, tuttavia, le cose hanno iniziato a degenerare e il politicamente corretto è diventato un incubo….Individuando aggressioni e micro-aggressioni dietro ogni scambio comunicativo, il Politicamente Corretto ha finito per diventare una teoria della “guerra giusta” alla portata di chiunque”.
Da qualche anno, la stessa tendenza ad omologare tutto nel “pensiero unico politicamente corretto” si sta pericolosamente avvicinando al mondo della Consulenza Finanziaria. Nel 2019, le donne iscritte nella sezione dei consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede dell’Organismo unico erano 11.493 (dati Relazione Annuale dell’OCF), in leggera diminuzione rispetto al 2018 ma saldamente intorno al 25% del totale dei CF attivi. Pertanto, una percentuale per niente trascurabile – ed anzi piuttosto significativa, per usare un eufemismo – segno che la presenza femminile nelle banche-reti è un dato oggettivo e consolidato, e non necessita di alcuna politica delle “quote rosa” vagheggiata ogni tanto dai “negazionisti della meritocrazia”. A dimostrazione di ciò, la statistica sugli esami di abilitazione rivela che oltre un terzo delle domande è presentato da donne, e secondo recenti studi e indagini il 39,9% degli italiani sceglierebbe un consulente finanziario donna. Segno, anche questo, che le donne non sono affatto discriminate in questo settore, e che la loro presenza in ambito professionale è ritenuta assolutamente normale dai potenziali utenti (diversamente, la percentuale più elevata sarebbe andata alla risposta “Non so”).
Eppure, nonostante tutte queste evidenze, il politicamente corretto spinge alcuni gruppi di interesse verso quella che appare come la ricerca di privilegi e posizioni di potere, grazie anche alla arrendevolezza di alcune testate di stampa piegate alle logiche che diffondono “il messaggio unico politicamente corretto”. E così, leggiamo del fantomatico “Comitato Diversity di Assogestioni” (presieduto da Cinzia Tagliabue, amministratore delegato di Amundi SGR), che pare stia lavorando per “…riconoscere e concretizzare il valore delle donne nel risparmio gestito…. Quando si parla di investimenti, gli uomini possono farsi prendere maggiormente dalla paura. Le donne hanno una visione più ampia, basata sul raggiungimento di obiettivi prospettici, mentre l’uomo è più votato alla protezione della famiglia nel breve termine…”.
A ben vedere, Cinzia Tagliabue riceve il supporto di un altro “pezzo da novanta” delle reti, e cioè Paola Pietrafesa (A.D. e D.G. di Allianz Bank Financial Advisors) che, dimenticandosi di quel 33,8% di consulenti donne già operative nelle reti, afferma incautamente “…..Il modus operandi di qualunque attività ante-covid era una barriera all’entrata per le donne (…). Una maggiore presenza femminile …. può essere solo positiva per lo sviluppo della consulenza finanziaria. Donne nelle reti di consulenza ce ne vorrebbero tante di più, per la capacità di ascolto, l’empatia, l’ambizione alla perfezione, l’attenzione al particolare, il sostegno psicologico. Tutti elementi che fanno parte della natura delle donne e che sono centrali nella prestazione del servizio di consulenza finanziaria….”.
In pratica, secondo questa versione prona al politically correct (e piuttosto offensiva per gli stessi lettori di quel magazine, molti dei quali sono proprio consulenti), circa 23.000 professionisti uomini sarebbero dei grassatori scatenati che rischiano allegramente con il denaro dei clienti, e questi ultimi sarebbero una massa di stupidi che subiscono passivamente, senza reagire, le scorribande dei propri consulenti nei mercati finanziari.
Parimenti, non è ugualmente accettabile che, dietro l’inesistente problema della scarsa presenza femminile nelle banche-reti, alcune top manager dell’industria del risparmio gestito cerchino di distrarre l’attenzione dal vero problema che affligge la categoria: le insuperabili barriere all’entrata poste dalle società mandanti alle nuove leve, nonchè l’assenza di qualunque azione concreta volta a favorire il ricambio generazionale, senza il quale la categoria stessa dei consulenti finanziari morirà di vecchiaia precoce. Donne comprese.







