Aprile 21, 2026
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I pensionati di Neanderthal e i pensionati Sapiens alla prova della catastrofe previdenziale

Oggi in Italia vivono contemporaneamente due specie di “Homo Quiescens”: quella con pensioni al 90-100% dell’ultima retribuzione, e quella destinata ad un assegno non superiore al 45% dell’ultimo reddito.

Di Alessio Cardinale

Il sistema previdenziale italiano, nel suo complesso, non smette di creare problemi ai cittadini, e molti sono ancora i nodi da sciogliere, perennemente rinviati al governo successivo da ogni esecutivo precedente. Come una patata bollente, infatti, il disastro dei conti pubblici previdenziali passa di mano in mano con grande velocità, fino a quando l’ultima mano non ha chiuso il giro e la patata cade a terra, incapace di raffreddarsi ed essere finalmente colta da qualche volenteroso che decida di farsene carico.

Per quasi tre decenni, i governi che si sono succeduti non hanno messo mano ad una riforma seria, preoccupati com’erano di non scontentare chi viveva di generosissime baby-pensioni, con il risultato che, come in quel breve periodo di tempo in cui gli ultimi uomini di Neanderthal hanno convissuto con i Sapiens, oggi in Italia vivono contemporaneamente due specie di “Homo Quiescens”: quella con pensioni al 90-100% dell’ultima retribuzione (più una pletora di decine di migliaia di privilegiati con vitalizi e super pensioni a cinque zeri), e quella destinata ad un assegno non superiore al 45% dell’ultimo stipendio o reddito da lavoro autonomo.

Sebbene la prima sia destinata ad estinguersi nel giro di pochi decenni, le cose non andranno affatto meglio per la specie sopravvivente, come invece prevedrebbe qualunque processo evoluzionistico. Infatti, coloro che sopravvivono ai “pensionati neanderthaliani” saranno segnati da un divario economico inaccettabile rispetto ai “pensionati antenati” e da un futuro tenore di vita inadeguato, al quale vengono abituati subito, in età lavorativa, attraverso l’assenza di un salario minimo obbligatorio e conseguenti redditi medi da fame. Il fatto è che, nel caso dei “pensionati di Neanderthal”, essi rappresentano la specie che si estinguerà mantenendo fino all’ultimo giorno un migliore tenore di vita rispetto ai “pensionati Sapiens”, i quali invece sono destinati, stando così le cose, a peggiorare le proprie condizioni di vita in nome di una grottesca inversione dell’evoluzione economica della specie.

Al momento, l’Italia è il primo tra i 34 membri dell’OCSE per spesa per le pensioni. Un terzo del nostro stipendio serve ad alimentare il bacino delle pensioni, rispetto alla media OCSE del 18,2%. A questo risultato siamo arrivati, oltre che con la fervida collaborazione dei governi che hanno preceduto l’ultimo nuovo di zecca – anche questo dovrà mostrare il suo valore in tema di pensioni, e non solo – “grazie” al gravissimo problema demografico nazionale: facciamo pochissimi figli, l’istituto del matrimonio viene costantemente scoraggiato da una narrazione iper femminista della famiglia – quest’ultima affievolita dall’imposizione dei nuovi archetipi familiari pseudo progressisti – con gli uomini relegati al ruolo di portatori di reddito e soprattutto di soggetti gravati del welfare occulto a favore delle donne italiane non lavoratrici, quest’ultime perennemente dimenticate dallo Stato. Questo sistema, se si reggesse su un patto sociale chiaramente espresso tra le parti, potrebbe anche reggere, ma così non è. Prova ne sia che il nostro tasso  di natalità è disarmante, e secondo le ultime proiezioni nel giro di cinque anno saremo 12 milioni in meno.

Del resto, un sistema pensionistico che consente al genere più longevo – quello femminile, che ha una aspettativa di vita maggiore – di entrare in pensione prima di quello che ha una aspettativa di vita inferiore, spiega la follia irrazionale che puntualmente si ripercuote sui conti dell’INPS. Equiparare l’età pensionabile dovrebbe essere la prima misura da prendere, ma una scelta del genere verrebbe fatta pagare cara a chi la prende, poiché il voto femminile è il tesoro nascosto di ogni partito politico italiano. E così, anche nel 2023 i requisiti per andare in pensione sono quelli previsti dalla legge Fornero: la pensione di vecchiaia si ottiene a 67 anni, mentre si può andare in pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini, e 41 anni e 10 mesi per le donne. Da gennaio 2023, inoltre, sparisce la “Quota 100” che consentiva di andare in pensione di vecchiaia a 62 anni e 38 anni di contributi, e sparisce anche la “Quota 102” che consentiva di andare in pensione a 64 anni più 38 di contributi.

Dopo questa doverosa premessa, torniamo a parlare di previdenza integrativa, strumento cui gli italiani dovrebbero ricorrere – e correre – sempre più spesso, anticipando l’accantonamento fin dal primo anno di lavoro, un po’ come fanno gli americani. Il problema è che noi non siamo americani, e in Italia non esiste ancora alcuna forma di educazione all’accantonamento previdenziale e assicurativo in generale. Eppure, gli italiani hanno sempre avuto una tra le più elevate propensioni al risparmio del mondo, almeno finchè la scelta di farci entrare nell’Unione Monetaria Europea – la peggiore di tutte le scelte possibili, con il senno del poi – non ha frenato la nostra propensione al risparmio per via della perdita di potere d’acquisto. Peraltro, anche negli ultimi tre anni, a partire dallo scoppio della pandemia, il nostro tasso di risparmio è stato tra i più alti al mondo.

Pertanto, non si comprende come un popolo così preparato all’accantonamento non sia stato negli anni “educato” al risparmio previdenziale massivo, se non con la suicida ostinazione della classe politica di voler tenere in piedi un sistema pensionistico destinato a morire non solo per via del calo demografico – che negli anni potrebbe anche subire una inversione positiva, se solo si mettessero in piedi le politiche sociali adatte – ma soprattutto per l’uso delle casse dell’INPS per finalità che, sia pure di stampo assistenziale, servono a risolvere problemi di temporanea improduttività di reddito del singolo lavoratore, e nulla hanno a che vedere con il trattamento pensionistico propriamente detto, che invece è uno strumento di stabilità finanziaria personale dell’ex lavoratore a beneficio della sua vecchiaia.

Sembra che il prossimo Governo lavorerà ad una serie di strumenti di rilancio della previdenza integrativa. Negli ultimi mesi si è ipotizzata, per esempio, la possibilità di varare un semestre di silenzio/assenso (come nel 2007) per trasferire il TFR a un fondo pensione, cercando così di attrarre gli under 45, ossia i più penalizzati in merito al futuro trattamento pensionistico (assegno pari al 40% dell’ultimo stipendio). Il resto dovrebbe farlo  la profonda rivisitazione della tassazione agevolata in fase di erogazione della pensione integrativa: la ritenuta a titolo d’imposta del 15% (aliquota massima) dovrebbe essere ridotta al 6% fin dal primo anno, e non solo dal quindicesimo anno in poi, quando scatta lo sconto dello 0,30%. Ma il provvedimento più importante del nuovo Governo dovrebbe essere quello di “ubriacare” gli italiani con una campagna di comunicazione costante e continua, come quella che si è stati capaci di mettere in piedi per la vaccinazione contro il Covid-19. Infatti, da una recente ricerca (Nicola Ronchetti di Finer) è scaturito che il 72% dei clienti di banche e consulenti finanziari non ha mai toccato il tema previdenziale, e ancora oggi quasi il 40% di essi pensa che la pensione non sia un problema che lo riguardi.

In base all’ultimo rilevamento Covip, le risorse accumulate dalle forme pensionistiche complementari si attestano a oltre 220 miliardi di euro, in costante aumento rispetto agli anni precedenti, e sugli orizzonti temporali lunghi – si prenda ad esempio il decennio 2011-2021 – il rendimento medio annuo composto degli strumenti di previdenza integrativa è assai soddisfacente: fondi negoziali  4,1%, fondi aperti 4,6%, PIP unit linked 5% e PIP gestioni separate 2,2%. Nello stesso periodo, il tasso di rivalutazione medio annuo del TFR è stato del 1,9%, per cui nel lunghissimo periodo – tipico degli accantonamenti previdenziali, che durano alcuni decenni – il risultato in termini di integrazione dell’assegno pensionistico potrebbe essere sensibilmente più adeguato alle esigenze della vecchiaia.

Silenti e arrabbiati, il ritorno. Lucaselli: quello di Enasarco un emblema di ingiustizia sociale

La pandemia ha solo rinviato la soluzione delle incongruenze e contraddizioni ai danni degli agenti di commercio che non riescono a maturare venti anni di contribuzione, perdendo o impoverendo il valore dei contributi versati e le relative prestazioni pensionistiche.

“Mentre le istituzioni di Governo si stanno prodigando per racimolare risorse pubbliche e “aggiornare” il sistema pensionistico degli italiani, le loro stesse azioni si rivelano discriminatorie e incostituzionali, essendo rivolte soltanto ai lavoratori che rientrano nella previdenza pubblica INPS e abbandonando tutti quegli altri che fanno parte dei sistemi di previdenza privata ex D. lgs 509/1994. Per i secondi, infatti, le sorti della propria pensione rimangono appese agli ipotetici risultati dei grandi investitori, e non ad un welfare sociale solidaristico in cui la certezza del trattamento pensionistico sia garantita sia in base ai due parametri dell’età pensionabile e degli anni di contribuzione”. Così Cosimo Lucaselli, responsabile del dipartimento Silenti Enasarco di Federcontribuenti.

“La prova di questa aperta discriminazione – afferma Lucaselli – è data dal sistema pensionistico integrativo Enasarco, che negli anni ha portato in pensione solo il 15% degli iscritti e ha trasformato in “silenti” il rimanente 85% che ha versato complessivamente 9,25 miliardi di euro di contributi. Come possiamo definire questa incredibile incongruenza se non come una discriminazione sociale ed economica tra le più gravi oggi in Italia?”. “È discriminatorio – prosegue Lucaselli – non ricevere le attenzioni del Governo su un tema così importante e annoso, e ciò conferma che in Italia esiste un modo “tutto italiano” di interpretare la previdenza, portandola fuori da ogni regola di ragionevolezza  e di equità sociale, se solo fa comodo a certe fasce elitarie del mondo del lavoro”.

Effettivamente, è impossibile non riconoscere che quello degli agenti silenti di Enasarco è un problema volutamente non affrontato, che annovera presso di sé casi eclatanti di agenti che, pur avendo versato contributi per 50-60.000 euro, non si vedono riconosciuti un euro di pensione. Si tratta di una anomalia di rango costituzionale, poiché colpisce lavoratori chiamati a versare obbligatoriamente contributi integrativi che non potranno usare se non a condizioni-capestro che qualunque giudice, in altri ambiti della giustizia civile, dichiarerebbe vessatorie e nulle all’origine. ”Quella di Enasarco, è diventata un emblema di cattiva giustizia sociale e di incostituzionalità – aggiunge Lucaselli – e se Enasarco e i ministeri vigilanti avessero applicato negli anni il principio di ragionevolezza previsto dal Legislatore nella legge 613/1966, all’art. 29, oppure quanto previsto dagli articoli 1,3 e 11 del decreto legge 252/2005, non si sarebbero accumulati 692.000 posizioni di agenti silenti”.

Come occorre affrontare il problema in futuro? “Abbiamo avviato già da tempo – aggiunge ancora Lucaselli – una serie di incontri istituzionali, cosa mai accaduta sino ad oggi, per dare sbocco ad una soluzione positiva per i contributi silenti Enasarco, per cercare di abbattere la barriera di disinteresse manifestato sia dai sindacati di categoria che, naturalmente, della stessa Enasarco, la quale dovrebbe essere riconoscente verso i silenti che, con i propri versamenti, hanno contribuito concretamente a garantire le prestazioni assistenziali e pensionistiche agli altri agenti, nonché stipendi e trattamenti economici di tutto rilievo ai vertici della Fondazione in tutti questi anni. È arrivato il momento di dire basta a questo scandalo”.

“La fondazione Enasarco – conclude Lucaselli – non si sostituisce al regime obbligatorio dell’INPS, ma si limita a gestire una forma integrativa di tutela complementare a INPS. Tuttavia, essa continua a imporre unilateralmente regolamenti interni che limitano ed estromettono coloro che hanno contribuito anche per decine di migliaia di euro, costringendoli a perdere quanto versato come se Enasarco fosse una cassa di previdenza sostitutiva, e non semplicemente integrativa”. “Non si può nascondere che l’universo Enasarco sia complicato in materia previdenziale, ma bisogna riconoscere che esso è diventato così per mano di chi non ha applicato la sufficiente diligenza nell’interpretare la volontà del Legislatore, nel redigere e nell’approvare i regolamenti interni più rispettosi di tutti i contribuenti alla Cassa. La previdenza integrativa-complementare a quella dell’INPS, per sua stessa natura, deve essere erogata senza vincoli di anni di contribuzione nel momento in cui l’iscritto percepisce la pensione di vecchiaia INPS, come recita il decreto legislativo 252/2005″.