Maggio 3, 2026
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Filantropia e investimento, 8 regole per coniugare progetti sostenibili e rendimento

Con l’evolversi della crisi, nei prossimi due anni la Filantropia dovrebbe seguire alcune regole per realizzare progetti sostenibili e massimizzare  il rendimento di portafoglio con cui finanziarli. In ogni caso, qualunque ente benefico ha la necessità di avvalersi di uno o più professionisti, tra i quali rientra certamente il consulente finanziario.

Il legame tra la Filantropia (dal greco antico: φιλία, philía, “amicizia” e ἄνθρωπος, ànthrōpos, “uomo”) e gli investimenti non sempre viene colto con immediatezza dal mondo della finanza. In particolare, non sono molti i consulenti finanziari che, in Italia, si avvalgono di una specifica competenza in questa materia così importante che, al contrario, potrebbe costituire una validissima opportunità per l’inizio di nuove relazioni professionali e per l’apertura di nuovi mercati di pregio

Per meglio chiarire questo legame, è sufficiente rifarsi al significato più profondo del termine “Filantropia”, con il quale si intende quella particolare disposizione d’animo, propria di un individuo o di gruppi organizzati, a promuovere la felicità ed il benessere del prossimo attraverso la programmazione e realizzazione di opere strumentali al raggiungimento questi obiettivi. Pertanto, sia al momento della loro costituzione sia durante la loro vita, fondazioni, associazioni onlus ed enti benefici effettuano una costante raccolta di capitale, da parte di donatori individuali e/o aziende, che non verrà “distribuito” ai soggetti deboli beneficiari, bensì investito in maniera professionale per trarre il massimo rendimento possibile, con il quale finanziare i progetti in grado di poter raggiungere il numero più alto possibile di destinatari finali.

Il c.d. capitale di funzionamento, quindi, non viene intaccato, se non parzialmente ed in casi di eccezionale gravità ed urgenza, ed anche in questi casi è compito dell’ente benefico, e dei suoi organi dirigenti, di ricostituirlo al più presto con altre donazioni (anche personali).

Da quanto delineato finora discendono una norma generale ed un paio di corollari di fondamentale importanza e, in un certo senso, sorprendenti: il patrimonio di un ente benefico deve essere gestito con criteri volti alla prudenza ed alla trasparenza (norma generale), ma potrà essere investito anche in asset non esclusivamente conservativi, ricomprendendo anche quelli azionari, sebbene in percentuale moderata (primo corollario). Un secondo corollario può essere individuato nella necessità, per un soggetto filantropico, di avvalersi di uno o più professionisti, tra i quali rientra certamente il consulente finanziario.

Il periodo che stiamo vivendo, ed i lockdown mondiali conseguenti, hanno creato veri e propri sconquassi di portafoglio anche per gli enti di questo particolare settore, mettendo a repentaglio i progetti benefici su cui essi stavano lavorando e, in molti casi, dirottando le risorse finanziarie verso l’emergenza del contagio, che ha colpito le fasce più deboli della popolazione mondiale.

Molti filantropi, ai massimi livelli, si sono fatti avanti per dare un sostegno alla Ricerca, come il fondatore di Microsoft, Bill Gates, che ha dichiarato di essere pronto ad assumersi i costi della produzione di un vaccino contro il Coronavirus; ma non personalmente – anche se certamente sarà tra i più generosi donatori in denaro – bensì attraverso la fondazioneBill and Melinda Gates”, la più ricca fondazione privata al mondo, fondata nel 2000 insieme alla moglie, mediante la quale aiuterà le istituzioni mondiali a trovare i soldi necessari perché, una volta messo a punto il vaccino, sia possibile produrlo su larga scala, in modo da coprire le necessità di tutti i paesi. In un’intervista al Times, Gates ha detto che “…è come una guerra mondiale, tranne che per il fatto che stiamo tutti dalla stessa parte”. In Europa, invece, si è messa in moto la macchina filantropica per finanziare la ricerca e trovare quanto prima una cura ed un vaccino. In particolare, con il patto europeo  “World against Covid-19” – ideato dalla Commissione Ue e presentato con una lettera aperta firmata dalla Merkel, da Macron, da Conte, dal presidente del consiglio europeo Michel, dalla premier norvegese Solberg e da Ursula von der Leyen – è nato un organismo per raccogliere almeno 7,5 miliardi di euro e destinarli alla Ricerca. 

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Sul fronte dei metodi di investimento, vista la grande incertezza in cui si continuerà a vivere anche nei prossimi mesi, le fondazioni filantropiche dovrebbero concentrare i loro sforzi per raggiungere alcuni obiettivi: a) minimizzare l’impatto della pandemia nei loro portafogli di investimento per mitigare quello che potrebbe essere un periodo gravemente afflittivo dal punto di vista economico; b) mantenere un livello stabile delle donazioni o aumentarle; c) conseguire significativi rendimenti finanziari durante la ripresa e d) approfittare dei profondi cambiamenti dei costumi dettati dalle circostanze, gettando le basi per un’economia futura resiliente e, soprattutto, equa.

Con l’evolversi della crisi, nei prossimi due anni la Filantropia dovrebbe seguire alcune regole per massimizzare sia i progetti sostenibili che il rendimento di portafoglio con cui finanziare i primi.

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1 – Supportare al meglio le aziende partecipate, e quindi mettersi in contatto con esse per capire meglio come la situazione in evoluzione influisce sulle loro attività; ma anche per rassicurarle che l’ente benefico continuerà ad essere una fonte di capitale paziente e flessibile, apportando, se serve, nuove risorse.

2 – Ritardare i pagamenti di interessi sul debito e posticipare le scadenze dei prestiti.

3- Per gli investimenti in titoli di debito, prolungare i periodi di prestito o rinunciare temporaneamente ai pagamenti di interessi per aiutare gli investitori a gestire il flusso di cassa e creare riserve per le soluzioni dei problemi (o per il finanziamento di progetti proficui) a breve termine.

4 – Aiutare le partecipate ad accedere al capitale di credito offrendo garanzie, al fine di rafforzare i loro bilanci, migliorare il profilo e sbloccare il capitale commerciale.

5 – Fornire capitale attraverso prestiti ponte, che possono aiutare le partecipate a mantenere i processi operativi (es. il pagamento dei salari per la manodopera).

6 – Cercare le nuove opportunità che i periodi di crisi sono capaci di creare, come contribuire a sviluppare un vaccino, creare un accesso continuo a cibi sani in comunità con risorse insufficienti o rafforzare i sostegni di capitale per le piccole imprese.  

7 – Finanziare aziende innovative/startup, perché la crisi creata dal Covid19 scatenerà sicuramente idee imprenditoriali innovative per la costruzione di infrastrutture sostenibili e nuovi servizi sanitari.

8- Prestare molta attenzione alle pratiche eque. Le comunità con risorse insufficienti sono le più bisognose in questo momento, ed anche in tempi normali hanno meno probabilità di attrarre capitali di investimento. Pertanto, gli enti filantropici dovrebbero assicurarsi di finanziare una serie diversificata di imprenditori per aiutare a costruire un’economia “per tutti”, in grado di assorbire gran parte delle richieste di lavoro provenienti da tutti gli strati della popolazione.

 

COP25: il suo fallimento è uno “stress test” per la domanda di risparmio e bond sostenibili

Il mercato di green bond e risparmio gestito “sostenibile” ha registrato notevoli progressi ed è ancora in piena fase espansiva, ma presto la domanda dovrà scontare l’attuale impasse mondiale sulle questioni climatiche.

Articolo di Matteo Bernardi

Nonostante i mille appelli ad una maggiore educazione e consapevolezza finanziaria, la maggioranza dei risparmiatori finisce sempre alla ricerca, più che di un bravo consulente, di un “buon prodotto” su cui investire. Infatti, viviamo in una società finanziariamente “ineducata”, in cui gli investitori si interessano ancora al rendimento che una certa attività genera, non prestando attenzione alla consulenza sugli strumenti di investimento proposti e, soprattutto, a quale tipologia di aziende finirà per destinare il suo denaro.

Questo diffusa superficialità è amplificata dalla natura stessa dei prodotti di risparmio gestito (ormai preferiti alle obbligazioni governative o corporate, per via dei tassi negativi), i quali contengono nel proprio portafoglio piccole quote di centinaia di emittenti internazionali che il singolo risparmiatore, spinto dalla logica del rendimento, non è interessato a conoscere.

Per coloro che, invece, vogliono avere un controllo diretto sulla destinazione del proprio denaro, da qualche anno è possibile destinare i propri risparmi a fondi/sicav specializzati sul tema della sostenibilità ambientale, oppure ai c.d. green bond, cioè ad obbligazioni emesse da imprese e istituzioni che intendono impiegare le risorse per  fronteggiare il più grande problema della nostra epoca: i cambiamenti climatici. Queste obbligazioni, in particolare, permettono ai risparmiatori di nuova generazione (soprattutto i c.d. millennials, molto attenti a queste tematiche) di monitorare costantemente i progetti finanziati, ricondotti all’interno della “finanza sostenibile”, ossia quel complesso di decisioni di investimento che porta a tenere in considerazione prioritariamente i fattori ambientali e sociali, con l’obiettivo di orientare verso questi ultimi i risparmi degli investitori, in un’ottica di lungo periodo.

Questo punto di vista è stato riassunto nel “Piano d’azione della Commissione europea per finanziare la crescita sostenibile”, presentato a marzo 2018 e implementato a partire dal 2019. Il Piano ha lo scopo di collegare il mondo della finanza alle esigenze specifiche dell’economia per apportare benefici alla nostra società e al nostro pianeta, proseguendo il percorso già intrapreso con l’Accordo di Parigi sul clima del 2015, all’interno del quale l’Unione europea ha stabilito l’obiettivo di ridurre del 40%, entro il 2030, le emissioni di gas-serra rispetto ai livelli del 2005. Questo obiettivo richiederà investimenti supplementari pari a circa 180 miliardi di euro all’anno, ed in questo contesto sarà necessario:

– riorientare i flussi di capitali verso investimenti sostenibili,

– gestire i rischi finanziari derivanti dai cambiamenti climatici, dall’esaurimento delle risorse, dal degrado ambientale e dalle questioni sociali,

– promuovere la trasparenza e la visione di lungo termine nelle attività economico-finanziarie.

I green bond, tecnicamente, rispondono perfettamente a questi criteri, e rientrano a pieno titolo nelle forme di investimento SRI (Sustainable and Responsible Investment), ossia quegli strumenti finanziari che, insieme alla ricerca di performance, mirano a generare un valore aggiunto sociale e ambientale e consentono di finanziare progetti di sostenibilità sui quali, finalmente, si va concentrando anche il marketing delle grandi banche di investimento (attraverso la valutazione e selezione dei titoli che rispettano i criteri c.d. ESG – Environmental, Social and Governance). Essi si presentano come una valida alternativa agli investimenti tradizionali, dal momento che hanno rendimenti simili e investono in progetti che promettono di salvaguardare e migliorare il contesto climatico in cui viviamo.

I principali obiettivi che gli emittenti dei green bond vogliono perseguire riguardano l’efficienza energetica, l’uso sostenibile dell’acqua potabile e dei terreni, la prevenzione dell’inquinamento, il ricavo di energia da fonti pulite e il trattamento dei rifiuti. Queste obbligazioni, oltre a soddisfare la domanda di strumenti  SRI, risultano particolarmente interessanti anche dal punto di vista operativo. La caratteristica che le contraddistingue è un’assoluta trasparenza: l’investitore è in grado di monitorare il progetto dal momento della sottoscrizione a quello della liquidazione, ricevendo report periodici sull’avanzamento dei progetti finanziati.

La crescita dei Green Bond – così come degli strumenti di risparmio gestito attivi in questo settore – è in rapida ascesa; basti pensare che il loro mercato è passato da 17 miliardi di dollari nel 2014 a 440 miliardi di dollari nell’agosto del 2019. Uno dei principali emittenti di queste obbligazioni è la Banca Mondiale, la quale presenta un rating da tripla A e, secondo i dati riportati sul suo sito, dal 2008 ad oggi ha emesso 13 miliardi di dollari di “obbligazioni verdi” attraverso oltre 150 transazioni in 20 diverse valute.

Recentemente la Commissione Europea ha elogiato le potenzialità di questo mercato, presentando un pacchetto di misure intitolato “Energia pulita per tutti gli europei”, secondo il quale dal 2021 sarà necessario un implemento di 177 miliardi per raggiungere gli obiettivi climatici che sono stati posti per il 2030.

Nonostante gli scambi  le emissioni abbiano registrato notevoli progressi, la domanda è ancora in piena fase espansiva, e presenta interessanti opportunità di investimento future; essa, però, deve scontare l’attuale impasse mondiale sulle questioni climatiche. Infatti, La 25esima conferenza sul cambiamento climatico organizzata dall’ONU a Madrid, la cosiddetta COP25, è stata considerata praticamente da tutti un fallimento. Alla conferenza hanno partecipato i rappresentanti di più di 190 paesi del mondo, che avevano l’obiettivo di trovare una soluzione su uno dei punti più importanti e discussi dell’Accordo di Parigi sul clima: il meccanismo previsto dall’articolo 6, che dovrebbe permettere ai paesi che inquinano meno di “cedere” la loro quota rimanente di gas serra a paesi che inquinano di più, per permettere loro una transizione più facile senza compromettere il raggiungimento degli obiettivi generali. Oltre a non avere concordato nulla sull’articolo 6, la COP25 non ha prodotto niente di vincolante sull’obbligo per i singoli paesi di presentare piani per ridurre ulteriormente le proprie emissioni di gas serra, necessari per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi nel 2015.

Pertanto, sembra che le nuove politiche di marketing delle banche di investimento e delle società emittenti stiano anticipando (e di molto, il dibattito sul clima è stato rinviato al 2020, in Scozia) la futura evoluzione della domanda di questi strumenti, che prima o poi si scontrerà con l’incapacità dei singoli stati (soprattutto Stati Uniti, Australia e

Brasile) di superare le forti reticenze ad assumersi nuovi impegni e responsabilità sulle questioni legate al cambiamento climatico.

Pertanto, il fallimento della conferenza di Madrid è, in tutta evidenza, uno “stress test” sulla tenuta della domanda di green bond e risparmio gestito a tema SRI, il cui successo è strettamente collegato alla profonda eco mediatica con cui le questioni climatiche vengono trattate.  In particolare, grazie al traino dei media, si prevede una domanda sostenuta fino a quasi tutto il 2020, dopodiché sarà necessaria una “conferma politica” sulla validità delle istanze degli ambientalisti, oppure l’industria del risparmio gestito e gli emittenti “green” dovranno fronteggiare una nuova bolla e trovare nuovi terreni su cui battere.