Secondo l’indagine di Banca d’Italia, Tecnoborsa e Agenzia delle Entrate, le attese sulle variazioni dei prezzi di vendita per il II trimestre restano prevalentemente improntate al pessimismo, anche con riferimento a un orizzonte biennale.
Banca d’Italia, Tecnoborsa e Agenzia delle Entrate hanno pubblicato di recente l’indagine periodica che riguarda l’andamento e le prospettive a breve termine del mercato degli immobili residenziali. Secondo lo studio condotto dal 3 aprile al 4 maggio 2023 presso 1.458 agenti immobiliari, nel I trimestre oltre il 60 per cento degli operatori continua a indicare prezzi delle abitazioni stabili, mentre il saldo tra i giudizi di aumento e di diminuzione è tornato marginalmente positivo. Infatti, la quota di agenti che hanno concluso almeno una transazione è in calo ma si mantiene su livelli elevati. Anche lo sconto medio sui prezzi di vendita rispetto alle richieste iniziali è tornato a diminuire, attestandosi su valori molto bassi.
Relativamente ai tempi di vendita, i dati rivelano un nuovo minimo dall’inizio della rilevazione. Secondo Tecnocasa, il mercato è molto dinamico nel Nord Italia, ma “imballato” al Sud, e ciò si riflette sui tempi necessari a concludere una compravendita. Nelle grandi città, infatti, si è arrivati a una media di 104 giorni, minimo storico toccato negli ultimi dieci anni, con un miglioramento di 10 giorni rispetto a un anno fa. Tuttavia, si tratta di una media, per cui sussistono notevoli differenze tra le diverse aree territoriali: Bologna e Milano si confermano le città più veloci, rispettivamente con 50 e 55 giorni, mentre a Bari servono in media 121 giorni per concludere una transazione, a Palermo con 134 giorni e Genova 130 giorni. Nelle realtà dell’hinterland delle metropoli, poi, occorrono in media 138 giorni.
Le attese sulle variazioni dei prezzi di vendita per il II trimestre restano prevalentemente improntate al pessimismo, e le condizioni della domanda appaiono nel complesso in peggioramento, guidate da un deterioramento dei giudizi relativi al numero dei potenziali acquirenti e alla notevole restrizione in atto del sistema bancario nell’accesso ai mutui. Le prospettive sulla situazione del mercato immobiliare, pertanto, rimangono sfavorevoli, sebbene in lieve attenuazione, anche con riferimento a un orizzonte biennale. Quasi un operatore su tre segnala difficoltà nel reperimento del mutuo da parte degli acquirenti, il valore massimo dal 2015. Secondo la larga maggioranza degli agenti, nei prossimi dodici mesi l’andamento atteso dell’inflazione al consumo, sebbene in calo rispetto alla precedente rilevazione, continuerà a incidere negativamente sulla domanda di abitazioni.
La quota di operatori che esprimono giudizi di stabilità delle quotazioni immobiliari è rimasta preponderante nel I trimestre del 2023, pur riducendosi lievemente (a 61,7 per cento, da 64,9 nella rilevazione precedente). Il saldo fra i giudizi di aumento e di riduzione dei prezzi è tornato appena positivo per effetto di una più ampia percentuale di agenti che ravvisano un incremento delle quotazioni immobiliari, salita al 19,6 per cento (da 17,1). La quota di agenzie che hanno venduto almeno un’abitazione nel I trimestre è in calo (all’84,2 per cento da 87,8), in misura maggiore nelle aree urbane e nelle metropoli (all’81,1 e all’81,5 da 86,6 e 85,9, rispettivamente), rimanendo comunque su valori elevati. Circa l’80 per cento degli operatori ha venduto solo abitazioni preesistenti, mentre la quota di quelli che hanno intermediato esclusivamente immobili nuovi è rimasta molto contenuta, intorno al 2 per cento.
Il saldo tra i giudizi di crescita e di diminuzione del numero dei potenziali acquirenti è diminuito (-26,4 punti percentuali, da -15,5), in misura più marcata nelle aree urbane e nel Nord. La quota di agenzie che riportano un aumento degli incarichi da evadere è di poco salita, ma il saldo con quante ne segnalano il calo resta ancora ampiamente negativo (a -29,1 da -35,3); anche la percentuale di operatori che dichiarano un incremento dei nuovi incarichi a vendere è cresciuta, pur rimanendo su livelli modesti (15,4 per cento, da 11,7). Lo sconto medio sui prezzi di vendita rispetto alle richieste iniziali è tornato a diminuire (all’8,2 per cento, da 8,8), attestandosi su valori molto bassi. Anche i tempi di vendita sono scesi (a 5,5 mesi da 6,1),
facendo registrare il nuovo minimo dall’inizio della rilevazione. Circa la metà degli agenti immobiliari segnala che fra le cause prevalenti di cessazione dell’incarico a vendere vi è un valore delle offerte ricevute ritenuto troppo basso dal venditore; una frazione analoga indica prezzi richiesti giudicati troppo elevati dai compratori. La quota di compravendite finanziate con mutuo ipotecario è ancora scesa, soprattutto nelle maggiori aree metropolitane, attestandosi nel complesso al 64,1 per cento (dal 65,3). Il rapporto fra l’ammontare del prestito e il valore dell’immobile si colloca su valori elevati, intorno al 76 per cento, seppur in lieve calo rispetto alla precedente rilevazione.
Relativamente al mercato delle locazioni, i prezzi attuali e quelli attesi sono in forte rialzo. La percentuale di operatori che hanno dichiarato di aver locato almeno un immobile nel I trimestre dell’anno è tornata ad aumentare, al 78,1 per cento. Circa un agente immobiliare su due segnala un aumento dei canoni di affitto; il saldo rispetto a quanti ne riportano una riduzione si è portato sul valore più alto dall’inizio della rilevazione (a 45,9 punti, da 36,3) in tutte le aree geografiche, in misura più accentuata nel Centro e nel Meridione, che si sono avvicinati ai livelli del Nord. La maggioranza degli operatori continua a prefigurare un ulteriore rialzo dei canoni di locazione per il II trimestre (con un saldo pari a 35,6 punti, da 34,5). Il margine medio di sconto rispetto alle richieste iniziali del locatore è diminuito,
registrando un nuovo minimo al 2,0 per cento. La quota di agenzie che hanno riportato un aumento degli incarichi a locare si conferma inferiore a quella di chi ne ha segnalato una riduzione, con un saldo pressoché stabile rispetto all’indagine precedente (a -37,5 punti percentuali). Le aspettative degli agenti immobiliari per il II trimestre sono divenute leggermente meno negative rispetto sia al proprio mercato di riferimento sia a quello nazionale: i saldi tra attese di miglioramento e di peggioramento sono passati a -21,2 e -25,8 punti percentuali, rispettivamente da -25,6 e -28,3 nell’indagine precedente.
Le recenti modifiche governative al ‘Superbonus’, in particolare i vincoli posti alla cedibilità del credito, secondo gli operatori avrebbero complessivamente un effetto negativo sul numero di potenziali acquirenti e sui prezzi di vendita (con saldi rispettivamente di -29,7 e -18,5 punti percentuali); quasi la metà degli agenti immobiliari si aspetta invece che le modifiche non avranno alcun impatto significativo. In media, le attese degli agenti immobiliari sull’inflazione al consumo in Italia si sono ridotte, al 7,0 per cento nei prossimi 12 mesi (da 7,8 nella rilevazione precedente), e per poco meno di due terzi degli operatori l’andamento atteso dei prezzi al consumo inciderà negativamente sulla domanda di abitazioni.



All’inflazione, tuttavia, si aggiungono altri “megatrend immobiliari” che stanno cambiando profondamente il mercato in tutta Europa. Il primo è strettamente legato all’aumento del costo della vita, poiché la necessità di trovare una difesa dei propri risparmi contro l’inflazione spinge anche i piccoli investitori verso la ricerca di immobili da mettere a reddito, soprattutto in un’area geografica dove la valuta locale – non ancora pienamente unificata nell’Euro – si è svalutata, ed esiste una sempre maggiore richiesta di alloggi residenziali che possono entrare a pieno titolo nei portafogli di un investitore europeo. Gli altri megatrend immobiliari, peraltro, continuano a trainare il mercato. L’abitazione sostenibile a basso impatto ambientale, le costruzioni dedicate ai data center, i c.d. smart office e, in generale, gli asset immobiliari di qualità sono i più ricercati.
Relativamente alle nazioni dell’Est Europa dove conviene investire, l’analisi vede l’Ungheria in prima fila. “Dopo la riapertura dei confini, il mercato immobiliare ungherese si è rivelato ancora più frizzante rispetto al pre-pandemia” afferma Laura Bindi, Responsabile Sviluppo Tecnocasa in Ungheria. “Grazie al ritorno degli investitori stranieri e non, ai mutui a tassi agevolati per le famiglie, alle agevolazioni sull’IVA per le nuove costruzioni e alla riapertura delle Università e a tutto l’indotto ad essa legato, abbiamo riscontrato una crescita delle quotazioni immobiliari in tutto il Paese ed un aumento del numero delle compravendite. La crescita degli affitti, invece, ha registrato un trend inferiore rispetto a quello dei prezzi”. “Il fiorino – aggiunge Bindi – che ancora non ha un cambio fisso legato all’euro, si è svalutato ufficialmente di un 8-10% a seconda dei periodi, quindi per gli acquirenti che pagano in euro il prezzo degli immobili è sempre interessante, mentre un po’ meno vantaggioso per coloro che percepiscono le rendite degli affitti in fiorini, in quanto il cambio è fluttuante”.
In Lituania, invece, lo scenario di bassa corruzione e investimenti diretti esteri – che ne sono una naturale conseguenza – determina una concentrazione dell’economia nei settori finanziario e assicurativo, manifatturiero, immobiliare, all’ingrosso e dei servizi informatici, per cui il mercato immobiliare lituano si sta adattando rapidamente a queste principali fonti di domanda libera di svilupparsi all’interno di uno stato dove mancano quasi del tutto tensioni geo-politiche e sociali, e dove esiste una manodopera qualificata. A differenza di Russia e Turchia, dove la guerra e l’economia resa instabile dalla folle politica monetaria di Erdogan non attribuisce stabilità agli investimenti immobiliari; soprattutto a quelli effettuati per ricavare un reddito da locazione, che dovendo essere pagato in Lira Turca si è svalutato del 40% solo nell’ultimo anno.
La Polonia, dopo essere stata al centro di guerre millenarie che l’hanno vista sempre come “merce di scambio”, negli ultimi 10 anni ha fatto un gran balzo in avanti dal punto di vista economico. A Varsavia, per esempio, lo scorso anno i prezzi delle case di fascia alta sono aumentati del 20%, e anche le nuove costruzioni di lusso sono aumentate, a testimonianza che il nuovo corso politico ed economico polacco sta attirando gli investitori con maggiori disponibilità. Un recente rapporto PWC ha rivelato che Varsavia ha ancora molto spazio per crescere relativamente alle quotazioni degli immobili residenziali. Inoltre, la Polonia ha un rapporto tra capitalizzazione di borsa e Pil del 55%, ben al di sotto dei normali livelli dei mercati c.d. occidentali, che superano abbondantemente il 100%. Questo attrae gli investitori di borsa, soprattutto in relazione ai titoli delle società immobiliari quotate al mercato ufficiale.
In Romania, nell’ultima rilevazione di marzo 2022 sono state registrate 72.123 compravendite in tutto il Paese, 13.460 in più rispetto a Febbraio, e questo il trend di crescita sembra confermato dai dati più recenti di Aprile e Maggio. Inoltre, il numero di case, terreni e appartamenti scambiati è superiore di 9.232 unità rispetto all’analogo periodo del 2021, a conferma di uno slancio nelle transazioni che non si vedeva da circa venti anni. Anche in Romania, la svalutazione della moneta locale in prossimità dell’unificazione monetaria completa nell’area Euro – fenomeno già vissuto in Italia venti anni fa, all’atto dell’ingresso nell’EU, e continuato negli anni successivi – aveva generato negli anni scorsi un indebolimento della domanda interna ed un ribasso temporaneo dei prezzi degli immobili, anche in relazione alla debolezza dell’economia nelle fasi più dure della pandemia. Tuttavia, gli investimenti produttivi di capitali stranieri ed il miglioramento graduale – ancora in corso – delle condizioni di vita dei rumeni stanno rivitalizzando la domanda. 
I verbali della riunione di marzo della Fed hanno fatto eco alla posizione inasprita della banca centrale nei confronti dell’inflazione, ribadendo il piano per ridurre il suo bilancio di quasi 9 trilioni di dollari al ritmo più rapido di sempre. Con sorpresa, i verbali hanno anche lasciato la porta aperta alle vendite a titolo definitivo dei $ 2,7 trilioni di titoli garantiti da ipoteca della banca centrale, un processo potenzialmente dirompente che richiede ad altri investitori di colmare il vuoto. “Chiaramente, la Fed è molto concentrata sulla riduzione dell’inflazione“, ha affermato Greg Handler, responsabile dei mutui e del credito al consumo presso Western Asset Management, osservando che le abitazioni costituiscono circa un terzo dell’indice dei prezzi al consumo, nonchè un indicatore chiave dell’inflazione che ha raggiunto un tasso annuo del 7,9% a febbraio.
Il presidente della Fed Jerome Powell la scorsa estate ha minimizzato qualsiasi legame diretto tra i suoi acquisti di titoli del Tesoro pandemici e obbligazioni ipotecarie con l’aumento dei prezzi delle case. Ma la Fed è stata per anni un acquirente chiave di tale debito e la banca centrale esercita un’influenza considerevole sui tassi di interesse. Dalla recessione del 2007-2009 e il governo è stato un ingranaggio vitale nel mercato del debito immobiliare statunitense di circa 12 trilioni di dollari. Infatti, sempre più americani si affidano ai finanziamenti per l’acquisto di case, con l’obiettivo di costruire ricchezza generazionale. Anche l’edilizia abitativa rimane un segmento critico dell’economia, il che significa che la posta in gioco è alta per ciò che verrà dopo. “Stiamo prendendo atto che una quota significativa del patrimonio netto delle famiglie è costituita dal capitale proprio“, ha affermato Mike Reynolds, vicepresidente della strategia di investimento di Glenmede, aggiungendo che i baby boomers possiedono una grande quantità di case di famiglia rispetto ai 142 milioni di single statunitensi.
I bassi tassi di interesse e le scorte scarse di materie prime hanno portato i prezzi degli immobili a salire verso nuovi record anche dopo la pandemia, con un aumento del 19% annuo tra gennaio 2021 e gennaio 2022. Ma mentre parte dello slancio dei prezzi al rialzo potrebbe attenuarsi quando i mutui a tasso fisso a 30 anni si avvicineranno improvvisamente al 5% e rallenteranno la domanda di nuovi acquirenti, le bollette dei mutui a tasso variabile si sono già avvicinate ai livelli dell’era della bolla. Infatti, in relazione agli aumenti di prezzo negli Stati Uniti, la società di rating S&P Global ora considera l’88% delle quotazioni immobiliari di tutti gli stati come ampiamente sopravvalutate. “Sta arrivando sul mercato un crollo chiaro e imminente?” ha chiesto Reynolds. “Sembra improbabile data l’interazione tra domanda e offerta”.
Gli strateghi di BofA Global, all’inizio di aprile, hanno affermato di aspettarsi un apprezzamento dei prezzi delle case statunitensi del 10% quest’anno e del 5% nel 2023. Allo stesso tempo, parti del mercato delle obbligazioni ipotecarie che la Fed ha acquistato hanno già ripreso il prezzo da quando la banca centrale ha iniziato a segnalare una riduzione potenzialmente più rapida del suo bilancio. “Purtroppo per la Fed, il mercato immobiliare è caldo”, ha detto Handler. Ma in termini di offerta criticamente bassa di stock immobiliare, “non c’è molto che la Fed possa fare a questo punto”.







