Maggio 1, 2026
Home Posts tagged rappresentanza sindacale

Consulenti finanziari e sindacato, Marucci: rimuovere bias cognitivi e credenze errate

I consulenti, ed in special modo i manager, devono prendere coscienza della loro condizione oggettiva di lavoro e delle difficoltà sempre più evidenti nel svolgere la loro professione.

Intervista di Massimo Bonaventura

Il termine “Sindacato”, all’interno della categoria dei consulenti finanziari, è qualcosa di astratto, una parola che sembra appartenere a periodi storici del passato più remoto. Questa sensazione di distanza ideale aumenta quanto più è alto il valore del portafoglio clienti, ossia il comune denominatore che ancora oggi tiene in piedi l’industria del risparmio gestito e le stesse reti di consulenza finanziaria.

Fino alla prima MiFID, e cioè fino al 2007-2008, il settore della promozione finanziaria era talmente in crescita – così come i fatturati personali dei consulenti – che i possibili problemi di sistema, quelli cioè in grado di protrarsi nel tempo e creare danni, non sono stati compresi. Solo con l’arrivo delle due MiFID, e con il loro naturale portato di tagli ai margini di ricavo decisi dall’alto, i promotori–consulenti si sono accorti che nessuno aveva coperto loro le spalle: nessuna rappresentanza sindacale di base (ad eccezione di Federpromm), nessuna negoziazione con i governi e con l’Europa, nessuna protesta organizzata in caso di abbassamento delle provvigioni o dei tagli al numero dei consulenti operativi sul campo in base al semplice parametro di portafoglio.

Ne abbiamo parlato con Manlio Marucci, presidente di Federpromm-Uiltucs, che ha accettato di rispondere “fuori dai denti” ad alcune domande sul tema delle tutele sindacali dei consulenti e agenti finanziari.

1) Cosa vuol dire “fare sindacato”, oggi, per i consulenti finanziari?
Il contesto socio economico italiano, storicamente, è sempre stato caratterizzato da rapporti di lavoro ben disciplinati nei vari CCNL tra i soggetti legati alla formazione del capitale e alla produzione – operai, impiegati, quadri e dirigenti – attraverso il ruolo negoziale tra organizzazioni sindacali e associazioni dei datori di lavoro. La rappresentanza sindacale di nuove categorie professionali legate al settore dei servizi, come quella dei consulenti finanziari, non è mai decollata veramente, e nonostante nel corso degli ultimi quarant’anni le condizioni di lavoro siano radicalmente cambiate – soprattutto nei settori chiave del credito e della finanza – i modelli di natura contrattuale sono rimasti molto fragili. Di conseguenza, la tutela sindacale dei consulenti e agenti finanziari oggi è diventata una necessità primaria per ottenere un riconoscimento concreto sul piano contrattuale e le garanzie di stabilità sul piano lavorativo.     

2) Per quale motivo i consulenti finanziari, notoriamente poco avvezzi a rafforzarsi all’interno di un sindacato, oggi dovrebbero pensarci seriamente?
Perché è diventata una esigenza oggettiva, almeno per coloro che vogliono mantenere, senza fare passi indietro, i livelli di miglioramento economico e di crescita professionale acquisiti nel tempo. Ne va di mezzo la loro sopravvivenza, e i dati censiti presso l’OCF sono lì a dimostrare come il fenomeno sia preoccupante: pochissime nuove iscrizioni da molti anni, con conseguente invecchiamento medio dei consulenti, scarsa capacità di attrazione per i giovani, che vedono questa professione priva di tutele concrete.

3) I consulenti che vogliono trovare unità sindacale devono aver paura delle società mandanti, storicamente abituate a non dover affrontare alcuna battaglia sindacale da parte dei consulenti?
Non credo sia questo il vero problema. Innanzitutto, va analizzata a fondo la natura dei comportamenti assunti dai singoli consulenti, molti dei quali considerano irrilevante la funzione svolta dal sindacato, salvo poi sentirne la mancanza quando si rendono conto di non avere alcuna capacità di condizionare le decisioni importanti (quasi sempre assunte in modo unilaterale) delle società mandanti. Vanno rimossi i bias cognitivi che hanno sempre condizionato alcune credenze sull’argomento: se i consulenti si organizzano sindacalmente, nessuna mandante potrà assumere comportamenti contrari all’interesse del singolo appartenente alla categoria, come successo diverse volte in passato.  I consulenti, ed in special modo i manager, devono prendere coscienza della loro condizione oggettiva di lavoro e delle difficoltà sempre più evidenti nel svolgere la loro professione.

4) In che cosa il sindacato si differenzia dalle attività di ANASF, a lungo erroneamente considerato uno “pseudo-sindacato” da parte di molti consulenti?
Non ho mai dato molto rilevanza a tale Associazione, essendone uscito nel lontano 1994, prima del congresso di Ischia, quando insieme ad altri colleghi operatori di borsa demmo vita a Federpromm perchè in Anasf mancavano le basi del ragionamento su cui affrontare i problemi reali della categoria da un punto di vista sindacale. Ad Anasf riconosco invece il ruolo significativo svolto a favore dei consulenti sul piano della formazione.

5) Federpromm-Uiltucs-Uilca ha intenzione di intavolare un dialogo con le società mandanti?
E’ un ruolo che quotidianamente la nostra organizzazione ha sempre svolto e svolge con incisività e passione, e in diverse reti di consulenza abbiamo designato molti responsabili sindacali proprio per aprire un dialogo con tali aziende e affrontare le varie problematiche presenti. Purtroppo devo constatare come questa nostra disponibilità venga vista in modo non dialettico ma di disturbo. Per questo abbiamo stabilito un rapporto organico con la Uiltucs e la Uilca, ambedue federazioni firmatarie dei rispettivi Accordi e Contratti collettivi di lavoro, al fine di avere formale riconoscimento dei diritti sindacali nel nostro settore.  

6) Quali sono, in ordine di priorità, i problemi della categoria di cui intendete occuparvi?
Prevalentemente stiamo lavorando per fare in modo di avere un riconoscimento formale della qualifica del consulente finanziario all’interno dei rispettivi contratti applicati al nostro settore, ivi compreso quello creditizio anch’esso in fase di rinnovo. Una volta ottenuto questo riconoscimento sul piano contrattuale, si avrà modo di affrontare le singole specificità con il negoziato di secondo livello, con particolare attenzione al welfare.

7) Qual è il programma di attività sindacali di Federpromm-Uiltucs-Uilca nell’immediato futuro per i consulenti finanziari? 
Lavoriamo su più fronti, sia nei rinnovi contrattuali, nella formazione di accordi con diverse università per il riconoscimento della figura del consulente patrimoniale, nello sviluppo dei servizi per dare maggiore tutele agli associati, quali assistenza legale e contrattuale; tutela per i risparmiatori (non ultima la vicenda di Eurovita), assistenza di natura previdenziale.

8) Un consulente che volesse valutare l’iscrizione presso la vostra sigla sindacale, cosa dovrebbe fare?
E’ molto semplice. Info sul nostro sito www.federpromm.it , sul sito della Uiltcucs www.ultics.eu/federpromm; oppure scrivere a info@federpromm.it o federpromm@uiltucs.eu.

Fenomenologia di una crisi di rappresentanza e tutela sindacale per i consulenti finanziari

Di Manlio Marucci*

L’assenza di segnali di crescita del numero di consulenti finanziari attivi negli ultimi 10 anni è un dato privo di logica industriale, a meno che non si ammetta che le politiche di reclutamento che si sono convenientemente limitate a “pescare” risorse umane all’interno del sistema non sia la causa della potenziale scomparsa dell’intera categoria entro i prossimi 10-15 anni.

Circa sei anni fa (esattamente il 14 ottobre 2014), pubblicavo un articolo nel quale scrivevo che le complesse dinamiche alla base dei rapporti tra consulenti finanziari e reti di distribuzione dei prodotti di case terze erano già impostate, sul piano giuridico-normativo, sulle modificazioni apportate dai legislatori allo scopo di far  prevalere la trasparenza del mercato e soprattutto la tutela del cliente. Nel medesimo articolo, scrivevo anche che mentre le società mandanti (banche e reti) affinavano i loro piani strategici per mantenere o aumentare le loro posizioni dominanti e le quote di mercato, la funzione svolta dai consulenti finanziari veniva del tutto dimenticata, e trattata alla stessa stregua di una “appendice di comodo” al servizio delle reti di collocamento, priva di ogni elementare tutela sindacale.

In quei tempi, i mezzi di comunicazione amplificavano già i risultati raggiunti nel tessuto produttivo italiano dalle reti di collocamento in termini di crescita economica, di rappresentanza, di qualità dei servizi di consulenza offerti ai risparmiatori e di masse gestite, proprio come oggi; e come oggi nessun risalto veniva dato alla circostanza che tali risultati sono attribuibili grazie al lavoro dei consulenti, al loro impegno professionale, alla costante valorizzazione del loro rapporto fiduciario con la clientela. Tutto questo, come sei anni fa, viene mortificato sempre di più con la riduzione dei margini commissionali, a volte anche significativi, con l’applicazione dei nuovi parametri dettati dalla normativa MiFID II.

Un paradosso dei paradossi: mentre da un lato si richiedono ai consulenti più impegni, più formazione, più responsabilità e più obblighi sul piano degli adempimenti normativi, dall’altro invece si è assistito ad un peggioramento del loro tenore di vita e di crescita economica; un mix di contraddizioni che ha determinato, dal 2014, l’uscita di centinaia di risorse umane per le quali non sussistevano più le condizioni oggettive di mantenere il proprio status ed il livello di benessere riconosciuto dai media.

In particolare, sono diminuiti ancora di più gli spazi negoziali con gli intermediari, e sono aumentati  i ritmi di lavoro nel rispetto degli adempimenti imposti dalla regolamentazione. Sono aumentati anche i costi ricorrenti (previdenza, formazione obbligatoria, tasse per l’OCF, spese di ufficio etc), mentre il conto economico dei soggetti abilitati non ha fatto che crescere, anche a seguito di fusioni, incorporazioni e acquisizioni che hanno determinato un dominio assoluto nel gestire la gran massa del risparmio delle famiglie italiane

La consistenza dei consulenti abilitati, sulla carta, è pari a 53.299 professionisti, ma quelli attivi con mandato sono molti meno (33.965). Nel 2011, il totale era di 54.581 iscritti all’Albo, con 34.347 mandati attivi, ed il patrimonio totale delle reti di consulenza finanziaria fuori sede era pari a circa 230 miliardi di euro. Oggi (fine maggio 2020), siamo vicini ai 600 miliardi di euro, e ciò dimostra che il modello di business si è rafforzato, ma a fronte di una sostanziale stabilità del numero degli addetti.

In considerazione dei dati di raccolta (triplicati in nove anni), qualunque modello microeconomico avrebbe prodotto un aumento anche degli addetti; ed in particolar modo il modello di consulenza finanziaria italiana, che certamente non può essere vittima di “robotizzazione delle relazioni e dei processi”, come accade nella catena di montaggio di una fabbrica.

L’assenza di segnali di crescita del numero di consulenti attivi, pertanto, è un dato privo di logica industriale, a meno che non si ammetta che le politiche di reclutamento che si sono convenientemente limitate a “pescare” risorse umane all’interno del sistema non sia la causa della potenziale scomparsa dell’intera categoria entro i prossimi 10-15 anni.

Rinviando l’analisi dei soggetti su cui far ricadere “le colpe” – non sono pochi, anche dal lato degli stessi consulenti finanziari, ma non c’è più temo per i processi – sarebbe opportuno promuovere un tavolo permanente (ed urgente) che prenda a cuore le sorti della professione. Un tavolo in cui i consulenti devono far sentire la propria voce, e far valere sindacalmente il proprio ruolo senza alcun timore reverenziale verso le mandanti.

Diversamente, l’età media dei professionisti continuerà a crescere ed il ricambio generazionale non sarà più possibile, al contrario di ciò che i “soloni” dell’alta finanza dicono quotidianamente, strombazzando i propri risultati economici.

Si tratta di cominciare, tutti insieme, una nuova esperienza, quella concretamente sindacale, che le organizzazioni lobbistiche di categoria non hanno mai consentito di avviare. Nessuna di queste, però, ha mai pensato che, se scompaiono i consulenti, muoiono anch’esse.

Forse è il caso che ci riflettano.

* Segretario nazionale di Federpromm – Uiltucs