Febbraio 14, 2026
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2025, Trump in guerra contro il commercio. Outlook Regno Unito e USA in cinque punti

Un cambiamento dai contorni ancora sconosciuti travolgerà l’America, mentre i vecchi problemi dell’economia e la lotta all’inflazione affliggeranno altri paesi. Regno Unito in stagnazione?

L’economia globale sta entrando nel nuovo anno con crescenti tensioni geopolitiche che incombono sulle sue prospettive, mentre le principali banche centrali del mondo tentano di tagliare i tassi di interesse dopo il peggior shock inflazionistico degli ultimi decenni.

In tutta probabilità, il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca dominerà l’agenda economica, e le tensioni commerciali globali sono ormai all’orizzonte, mentre il presidente eletto minaccia di imporre tariffe radicali sulle importazioni statunitensi. In Europa, l’economia britannica sta vacillando sotto la scure delle pressioni inflazionistiche, mentre le maggiori economie dell’eurozona sono travolte da turbolenze politiche. In Asia, Pechino sta lottando per rilanciare l’economia cinese, mentre i paesi del sud del mondo stanno affrontando pagamenti di interessi sul debito in forte aumento. Ecco i cinque punti chiave che sostengono le prospettive economiche per il 2025.

1) Le guerre commerciali di Trump 2.0 – La vittoria inequivocabile di Trump ha aumentato la prospettiva di battaglie globali su una scala molto più ampia rispetto al suo primo mandato, quando i suoi scontri con la Cina hanno avuto ripercussioni sul commercio mondiale. Tuttavia, molti economisti sperano che Trump si fermi prima di schierare l’intero arsenale di minacce che ha fatto durante la campagna elettorale, che includeva tariffe sulle importazioni fino al 60% sulla Cina e fino al 20% sui nemici e gli alleati dell’America. Le promesse del presidente eletto di tagliare le tasse e le normative sulle imprese hanno fatto sperare gli investitori in un’impennata nel mercato azionario americano, ma si teme che le sue misure possano aprire un buco enorme nel bilancio federale degli Stati Uniti, dove anche le famiglie colpite da tasse più elevate sulle importazioni potrebbero alimentare l’inflazione. Altrove, le tensioni rimangono elevate con i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, mentre l’incertezza politica sta aumentando nel nucleo dell’eurozona, dove i governi francese e tedesco sono sotto pressione.

2) Inflazione ostinata – Le banche centrali più potenti del mondo hanno iniziato a tagliare i tassi di interesse nel 2024 dopo che l’inflazione si è raffreddata più rapidamente del previsto. L’attenzione principale per l’anno a venire sarà su quanto saranno ulteriormente ridotti i costi dei prestiti, in considerazione dei timori per le persistenti pressioni inflazionistiche e le prospettive di crescita economica. La Banca d’Inghilterra ha segnalato un approccio graduale, dopo aver previsto che l’inflazione sarebbe rimasta al di sopra del suo obiettivo del 2% fino al 2027. Nel Regno Unito l’inflazione complessiva è scesa da un picco dell’11,1% nella seconda metà del 2022 fino a sotto il 2% a settembre 2024, ma è tornata quasi subito al 2,6%. La crescita salariale è rimasta più forte del previsto, con il potenziale per alimentare l’inflazione. La Banca centrale inglese sta anche monitorando l’impatto del bilancio autunnale di Rachel Reeves, dopo che il cancelliere ha annunciato un aumento di 25 miliardi di sterline nei contributi previdenziali nazionali dei datori di lavoro da aprile. I leader aziendali hanno avvertito che ciò potrebbe colpire i posti di lavoro o essere trasferito ai consumatori attraverso prezzi più alti. Gli investitori hanno ridotto le aspettative di tagli profondi dei tassi di interesse nel 2025.

3) Il Regno Unito in stagnazione? – L’economia britannica è sull’orlo della stagnazione, aumentando la prospettiva di un periodo di “stagflazione“, quando la crescita è in stallo ma l’inflazione è alta. Il Regno Unito è cresciuto al ritmo più rapido nel G7 nella prima metà del 2024, in parte perché si stava riprendendo da una recessione superficiale nella seconda metà del 2023. Tuttavia, un forte calo della fiducia dei consumatori e delle imprese ha pesato sull’economia, che alcuni analisti hanno attribuito alla cupa retorica del Labour e ai piani di aumento delle tasse. L’economia si è contratta dello 0,1% a ottobre, mentre la Banca d’Inghilterra prevede una crescita pari a zero negli ultimi tre mesi del 2024. Alcuni esperti sono, tuttavia, più ottimisti, e affermano che la fiducia degli inglesi nell’economia britannica e continentale dovrebbe riprendersi, poiché il contesto politico generale è molto più stabile in Inghilterra rispetto agli ultimi anni e, soprattutto, rispetto ad altri paesi europei.

4) Tasso di occupazione – La Gran Bretagna è uno dei pochi paesi sviluppati con un tasso di occupazione inferiore rispetto a prima della pandemia di Covid.

Oltre 9 milioni di persone sono “economicamente inattive”, ovvero non lavorano né cercano un lavoro. Riportare più persone al lavoro è visto dal governo come uno dei modi più efficaci per riavviare la crescita economica e sarà una delle sue massime priorità nel 2025. Parte di questo sforzo sarà mirato a sistemare i servizi pubblici malconci, mentre ci saranno cambiamenti nei centri per l’impiego e nel sostegno all’occupazione a partire dalla primavera. Negli USA, invece, il il mercato del lavoro è passato di recente da una lunga fase di piena occupazione tecnica (ossia un tasso di disoccupazione “fisiologico” compreso tra il 3% ed il 3,5%) ad un leggero rallentamento del saldo netto occupazionale, con un livello di disoccupazione passato al 4,1%. Se questa percentuale di inoccupati dovesse aumentare o mantenersi ai livelli attuali, le pressioni inflazionistiche potrebbero rallentare e la Fed potrebbe continuare ad abbassare i tassi di interesse, sia pure con lenta gradualità (e non come Wall Street vorrebbe).

5) Rendimenti obbligazionari – I governi di tutto il mondo stanno affrontando sfide dovute ai maggiori costi di indebitamento. A differenza degli anni di tassi di interesse ultra bassi dopo la crisi finanziaria del 2008, quando la spesa pubblica alimentata dal debito ha contribuito a sostenere una crescita fragile, il rischio di un’inflazione più rigida e di tassi di interesse più elevati nel 2025 renderà tutto più difficile. “La politica fiscale espansiva nei periodi difficili non è più un pranzo gratis. Ora richiede un adeguato consolidamento fiscale nei periodi favorevoli“, hanno scritto gli analisti della Bank of America in una nota ai clienti. Anche la Francia sta lottando per ridurre il suo deficit di bilancio in mezzo a turbolenze politiche. Gli investitori potrebbero richiedere rendimenti più elevati se prestassero a governi con deficit elevati, e questo farebbe aumentare ulteriormente i costi del debito sovrano.

Tensioni geopolitiche e mosse delle banche centrali: l’impatto sui mercati finanziari

L’inflazione rimane al centro di tutte le attenzioni, poiché il percorso verso la disinflazione non sembra ancora del tutto spianato. le economie sembrano dimostrare una resistenza maggiore del previsto.

A cura di Roberto Gusmerini*

Il mese scorso ha messo a dura prova la stabilità dei mercati finanziari, colpendo gli investitori con una serie di eventi di rilevanza globale. Dati macroeconomici, tensioni geopolitiche e decisioni delle politiche monetarie hanno contribuito a delineare un paesaggio di incertezza e fluttuazioni significative. Il conflitto in Medio Oriente, aggravatosi improvvisamente, ha catalizzato l’attenzione dei mercati. La crescente inquietudine geopolitica ha spinto gli investitori verso beni rifugio, determinando un picco del prezzo del petrolio Brent, che ha oltrepassato la soglia psicologica dei 90 dollari al barile – il punto più alto dallo scoppio delle ostilità nella Striscia di Gaza. Questa ondata di instabilità ha minacciato di esasperare le già tese relazioni internazionali. Tuttavia, è stato evitato uno scenario di guerra totale, e questo ha, per ora, parzialmente calmato il nervosismo degli investitori.

La politica monetaria delle banche centrali continua a esercitare la sua influenza predominante sull’animato palcoscenico valutario. Le aspettative di taglio dei tassi sono state temperate, con particolare riferimento agli Stati Uniti dove è cresciuta la percezione che i tassi possano rimanere elevati più del previsto. Gli indicatori di inflazione nell’economia più grande al mondo hanno indotto i mercati a ridimensionare le probabilità di vedere manovre espansive dalla Federal Reserve quest’anno, mentre si sono levate voci di possibili rialzi, prontamente mitigate dalle dichiarazioni del governatore Powell. Nonostante ciò, il dollaro americano ha mostrato un apprezzamento significativo nel corso dell’anno, anche se di recente ha assistito a un arresto del rally, allentando parte dei guadagni nei confronti delle valute principali.

Le recenti dichiarazioni della Fed hanno delineato un approccio più cauto e accomodante, aumentando l’asticella per l’ipotesi di rialzi futuri dei tassi negli USA. Inoltre, un rallentamento della crescita economica e un mercato del lavoro non più così fervido negli Stati Uniti hanno riportato sul tavolo delle discussioni la possibilità di tagli dei tassi anticipati a settembre, mentre il mercato sconta due tagli entro la fine dell’anno. In tale scenario, il dollaro australiano si è distinto, raggiungendo un picco di performance contro il dollaro USA grazie all’aspettativa che la Reserve Bank of Australia possa assumere una posizione più incisiva per arginare l’inflazione. Un mercato del lavoro vigoroso e la pressione inflattiva lasciano presagire non solo l’assenza di tagli imminenti ma l’orientamento verso una politica di rialzi dei tassi.

Ultimo ma non meno importante, assistiamo a un’incoraggiante ripresa economica in Europa, con le economie dell’Eurozona e del Regno Unito che sembrano essersi lasciate alle spalle la fase più critica. Questo dinamismo ha portato sostegno e vigore a euro e sterlina, le quali hanno recuperato terreno nei confronti del dollaro negli ultimi tempi. Come sempre, è fondamentale monitorare incessantemente il panorama dei mercati finanziari poiché gli scenari possono evolversi rapidamente. A completamento dell’analisi sui mercati finanziari e valutari, emergono sviluppi rilevanti riguardanti alcune delle valute fondamentali e alcune meno centrali nel contesto globale.

Il marasma che ha afflitto i mercati il mese scorso ha visto lo yen giapponese e la corona svedese come i protagonisti meno lusinghieri. Quest’ultima, in particolar modo, ha subito il contraccolpo di un’economia che procede a passo rallentato e di un atteggiamento ultra-cauto adottato dalla Riksbank, la banca centrale di Svezia. Le indicazioni di un possibile taglio dei tassi nella prossima riunione di maggio hanno avuto un impatto tangibile sulla posizione della corona, addirittura mandandola al suo livello più basso dallo scorso novembre contro euro.

Spostando lo sguardo ai mercati emergenti, il peso cileno ha sfoggiato una performance notevolmente più positiva il mese scorso, guadagnando terreno fino a posizionarsi intorno al livello di 929 contro il dollaro USA e tornando sotto 1000 contro l’euro, livello che non si vedevano da fine gennaio. Fattori come il costante prezzo elevato del rame e un contesto macroeconomico cileno generalmente positivo hanno certamente contribuito a questo rafforzamento. In termini di politiche monetarie, poi, abbiamo assistito ad un’apertura della BCE ad un primo taglio dei tassi a partire da giugno. La presidente Christine Lagarde ha percepito una maggiore tranquillità in un ambiente meno teso, mentre l’inflazione, seppur mitigata, continua a richiedere attenzione.

Roberto Gusmerini

Per quanto riguarda la Banca del Giappone, ad aprile i tassi sono stati mantenuti invariati dopo il rialzo del mese precedente. Di contro, l’inerzia nell’ultima riunione ha causato un calo dello yen giapponese, portandolo vicino ai livelli minimi degli ultimi 30 anni. Sembra che la banca centrale sia intervenuta per rafforzare lo yen, l’iniziativa ha riportato USD/JPY sotto 153, ma come manovre simili fatte in passato da altre banche centrali anche questa non convince i mercati, infatti il cambio è tornato nel giro di pochi giorni in area 156. Dal canto oro, i mercati restano in trepidante attesa per qualsiasi segno che possa fornire indicazioni sulla direzione futura dei tassi d’interesse da parte delle maggiori economie mondiali. In aggiunta, la situazione dell’inflazione rimane al centro di tutte le attenzioni, poiché il percorso verso la disinflazione non sembra ancora del tutto spianato. Stati Uniti e Area Euro mostrano segnali di un’inflazione che, sebbene lontano dai picchi, non dà segni di arrendersi facilmente.

I dati sull’attività economica e sulle prospettive di crescita sono altresì cruciali. Nonostante le tensioni inflattive e la stretta monetaria, le economie sembrano dimostrare una resistenza maggiore del previsto. In questo contesto, gli indicatori PMI sia in Eurozona sia nel Regno Unito riflettono un ottimismo moderato, suggerendo un’espansione dell’attività economica. Sorprendentemente, una convergenza dei dati tra Stati Uniti ed altre aree economiche principali potrebbe rafforzare le posizioni di euro e sterlina nei confronti del dollaro.

* Head of Dealing Ebury Italia

Londra, quanto costi? Tutto ciò che serve sapere per trasferirsi in modo consapevole

La guida di oggi punta i riflettori sulla capitale inglese: lavoro, affitti, trasporti e cibo. Un vademecum per giovani ambiziosi e famiglie attente al portafoglio.

Di Marco d’Avenia

Dopo la Brexit, vivere a Londra è più conveniente di prima? La risposta a questa domanda è tra le più ricercate sul web da quando la Gran Bretagna ha detto addio all’Unione Europea e tutti coloro che ne erano già affascinati hanno pensato a nuove occasioni di visita e, perché no, di trasferimento per motivi di lavoro. A distanza di qualche anno, pertanto, sarà utile approfondire in modo analitico – sebbene non esaustivo – tutti i vantaggi e gli svantaggi dell’andare a vivere a Londra.

La città ha sempre avuto una forte vocazione per la costante ricerca dell’avanguardia, in tutti i campi. A Londra sono nate le moderne industrie, negli anni ’60-’70 la città ha visto un enorme sviluppo nel campo della musica e della moda e oggi rappresenta un vero e proprio modello per multi-etnicità e integrazione. Relativamente ai costi di un eventuale trasferimento, ci riagganciamo proprio alla Brexit, poiché dal 31 gennaio 2020 per entrare nel Regno Unito occorre il passaporto, documento che invece non serviva quando il paese era incluso nell’area Schengen. Di conseguenza, chiunque stia programmando di trascorrere del tempo a Londra, non perdere tempo: ottenere il passaporto, grazie alla burocrazia italiana, è diventato sempre più lungo, e il sito della Polizia di Stato è saturo di appuntamenti già prenotati. Il costo di emissione è relativamente contenuto (circa 115 euro, più il costo delle foto e il lucro cessante per una mezza giornata persa tra ufficio postale e questura), ma se l’obiettivo è quello di essere analitici, non possiamo non citarlo.

Più complicato, invece, il capitolo del visto di ingresso nel Regno unito. Dal 1° gennaio 2021, infatti, i cittadini UE che intendono recarsi nel Regno Unito devono richiedere un visto secondo le procedure stabilite dal nuovo sistema di immigrazione britannico, denominato Points-Based System. Secondo questo sistema, i cittadini italiani che desiderano giungere nel Regno Unito per turismo o per studiare in un istituto accreditato, inclusi i corsi di lingua inglese, oppure per effettuare un breve tirocinio pertinente al corso di studi svolto in Italia (es. per gli iscritti ad un corso di medicina, scienze veterinarie o odontoiatria), possono entrare nel Paese per un massimo di 6 mesi senza richiedere un visto (Standard Visitor). In ogni caso, tutti costoro non possono studiare in una scuola o accademia finanziata dallo stato, non possono fare un corso che duri più di 6 mesi (ad eccezione dei corsi a distanza) o ancora non possono svolgere un lavoro retribuito o non retribuito. Inoltre, ad essi potrà essere richiesto di dimostrare di essere in possesso di una lettera di accettazione ufficiale che indichi il nome, la durata e il costo del corso dell’istituto accreditato; di essere in grado di sostenersi (o possedere un finanziamento esterno per il sostentamento nel periodo di studio nel Regno Unito); di possedere fondi sufficienti per il viaggio di ritorno e di avere un alloggio per il soggiorno.

Per tutti coloro che vogliono fare ingresso nel Regno Unito per motivi di lavoro, è necessario richiedere il visto lavorativo o Skilled Worker Visa. Questo è destinato a lavoratori qualificati con un’offerta di impiego da parte di un’azienda basata nel Regno Unito, e per ottenerlo occorrono 70 punti, calcolabili in base ad alcuni requisiti di natura obbligatoria e “negoziabile” (tramite lo “scambio” tra requisiti che possono essere intercambiabili per importanza). I requisiti obbligatori forniscono 50 punti e sono: 
1) un’offerta di lavoro da un datore di lavoro con licenza di sponsor;
2) lavoro offerto al livello RQF 3 o superiore (in Italia l’esame di maturità);
3) conoscere l’inglese a livello almeno intermedio, B1 o superiore.

Come indicato sul sito dell’Home Office, se il lavoratore riceve una retribuzione maggiore di £26.200  annui o, se superiore, pari alla media per il proprio ruolo (come stabilito dalle tabelle governative), ottiene i 20 punti mancanti. In alternativa, se la retribuzione è inferiore, ma comunque non al di sotto di £20.960 e di una determinata percentuale della media (variabile a seconda dei casi), si potrà ancora ottenere il punteggio necessario se si è conseguito un dottorato di ricerca rilevante per il ruolo offerto; se si è conseguito un dottorato in discipline scientifico-tecnologiche; se l’offerta è per un ruolo in un settore con carenza di lavoratori e se l’offerta è per un ruolo in un settore di natura sanitaria o educativa. Inoltre, per ottenere il visto per lavoratori qualificati il cittadino straniero dovrà dimostrare di possedere fondi sufficienti per mantenersi nel Regno Unito e dovrà pagare l’Immigration Health Surcharge, ossia la tassa che dà accesso ai servizi sanitari NHS.

Riguardo al volo di sola andata, tra Roma e Londra ci sono poco meno di 2.000 chilometri, per cui è una tratta a media percorrenza. Infatti, i prezzi dallo scalo capitolino di Fiumicino partono da un minimo di 30 euro fino ad un massimo, in stagione medio-bassa, di 150 euro. Naturalmente, la tariffa cambia a seconda di quanti bagagli si devono imbarcare e di quali servizi si vuole aggiungere. Abbiamo preso Fiumicino solo come esempio: i voli da Londra partono anche da Milano, Genova, Firenze, Napoli, Palermo e Catania. Poi, prima di partire, indispensabile conoscere bene quanto ammonta l’affitto delle case. Ovviamente in questa guida seguiremo lo stesso principio che abbiamo usato per New York, e non prenderemo in considerazione quartieri come Kensington and Chelsea, Westminster e Camden. Queste zone, infatti, sono molto costose, e cercare un affitto conveniente lì sarebbe solo tempo perso. Mettiamo invece sotto la lente d’ingrandimento il quartiere di Lewisham: medio budget e servizi a volontà.

Il circondario di Lewisham è perfettamente inserito nel tessuto metropolitano di Londra, poichè servito dalla Dockland Light Railway, che consente di arrivare al London Bridge in circa 12 minuti, mentre per raggiungere il distretto finanziario di Canary Wharf ne serviranno circa 20. In questa zona, un appartamento costa in media 1.500 Pound (1.755 euro) al mese. L’appartamento che abbiamo preso come campione è quello adatto sia ad uno studente che ad un lavoratore single o in coppia, misura circa 50 metri quadrati, ha bagno privato e un balcone. Come si intuisce, il prezzo sale a seconda dei servizi offerti dall’isolato che si va a scegliere, dalla metratura e dai servizi che la casa propone.

Come sempre, gli esperti di Forbes suggeriscono di non spendere più del 30% delle proprie entrate mensili per l’affitto, ma è una regola che, nei primi periodi di vita londinese è destinata ad essere infranta per via degli stipendi più bassi di inizio carriera, facendo arrivare tale percentuale anche al 50%. Da qui se ne deduce che, per condurre a Lewisham una vita senza disagi economici, è necessario guadagnare non meno di 3.000-3.500 Pound al mese. Un’entrata mensile che non è difficile da ottenere in una città piena di opportunità e costantemente in stato di piena occupazione, dove la paga oraria minima varia di categoria in categoria ed è immediatamente contrattualizzata e rispettata (il classico “lavapiatti” di un ristorante guadagna 11,44 Pound l’ora, ossia 13,38 euro, contro una media italiana di 5 euro l’ora). Inoltre, i mezzi pubblici di trasporto mitigano non poco i costi grazie ad opportuni “pacchetti” tariffari. Londra, infatti, ha fatto da apripista per il mezzo pubblico contemporaneo per eccellenza: la sua metropolitana, universalmente conosciuta come “The Tube”, è stata inaugurata nel 1863 e conta oggi ben 272 fermate distribuite lungo tutto il tessuto urbano per oltre 28 milioni di passeggeri ogni anno. La capitale inglese è però conosciuta in tutto il mondo anche per i suoi mitici bus rossi a due piani, che sono in grado di coprire grandi distanze fornendo un servizio puntuale.

Ma quanto si deve pagare per tutta questa efficienza? Per viaggiare in metropolitana e sulla rete tranviaria, a Londra si utilizza la “Oyster Card”. Il costo per un abbonamento mensile che comprenda tutte le zone della capitale (dalla 1 alla 9) è di 407 Pound (circa 476 euro), ma questo prezzo non deve spaventare, visto che è possibile scegliere le zone sulle quali far valere la propria “Oyster Card”: meno zone si includono, meno si paga (in media 180 Pound mensili, ossia circa 210 euro). Del resto, Londra ha una superficie e una popolazione pari a 9-10 medie città italiane, per cui la vita dei londinesi – originari e soprattutto “sopravvenuti” – si svolge all’interno del proprio quartiere-città, in modo tale da limitare i costi e il disagio negli spostamenti (anche due o tre ore al giorno, tra andata al lavoro e rientro a casa, se si lavora in zone lontane tra loro).

Per gli affezionati dell’automobile, è chiaro avere in mente due concetti. Il primo è che la guida nel Regno Unito è l’opposto rispetto al resto del mondo: il volante è a destra e si tiene la sinistra. È quindi necessario stravolgere le proprie abitudini di guida. Il secondo, è che il prezzo della benzina sta lievitando sensibilmente. Per riempire un serbatoio da 50 litri servono infatti 85 Pound* (circa 100 euro) e il traffico di Londra può davvero metterti nei guai in ambito lavorativo. Basti pensare che ogni abitante della capitale britannica perde ogni anno la bellezza di 156 ore – l’equivalente di 18 giorni lavorativi – all’anno imbottigliato nel traffico: un record su base mondiale.

Insomma, Londra non è una città facile, e senza una valida organizzazione ed un reddito adeguato il sogno di vivere in questa città meravigliosa potrebbe presto trasformarsi in un incubo. Per venire incontro ai cittadini, il sito del sindaco di Londra ha messo a disposizione di tutti una tabella per confrontare la paga oraria media di un lavoratore (full-time o part-time) a seconda dei quartieri. Lewisham si conferma un quartiere “nella media”, visto che nel 2020 il salario corrispondeva a circa 16,50 Pound* l’ora (19,30 euro). Naturalmente, la zona da noi presa in considerazione non può competere con quadranti ad altissimo reddito come Kensington e Chelsea (22,22 £/h) o come Wandsworth (20,58 £/h), ma si difende bene se messo a paragone con Barking and Dagenham (13,10 £/h) o Hounslow (14,37 £/h).

Ovviamente, questi dati hanno risentito di inflazione ed erosione del potere d’acquisto, fenomeni che nel 2022 e 2023, in tutto il mondo, hanno generato una sensibile diminuzione della capacità di spesa delle famiglie. La riflessione trova conferme anche riguardo al carrello della spesa: quanto costa nutrirsi a Londra? Secondo la Kingston University, un litro di latte nella capitale britannica costa in media 1,20 Pound* (1,4 euro), una confezione di pane in cassetta invece 1,53 Pound* (1,79 euro). Una pinta di birra viene dai 5 ai 6,5 Pound, un cocktail alcolico 12 Pound, mentre un pasto medio consumato al ristorante ammonta a circa 60 Pound (per 2 persone, 3 portate). Il costo di un cappuccino formato regular è di 3 Pound, mentre una pizza margherita va dai 10 ai 15 Pound a seconda delle zone e della qualità degli ingredienti.

Relativamente alla Sanità, il National Health Service garantisce a tutti i residenti nel Regno Unito cure gratuite e immediate, esattamente come in Italia. Dopo la Brexit e durante il periodo di transizione, il governo del Regno Unito ha confermato che i cittadini europei potranno accedere all’assistenza sanitaria grazie alla tessera sanitaria, ma per sicurezza, visto che non ci sono ancora accordi scritti, è opportuno sottoscrivere un’assicurazione di viaggio che copra le spese mediche, per non rischiare di affrontare spese impreviste o problemi di accesso al National Health Service. Per chi viaggia per un breve periodo in Inghilterra, non è necessario iscriversi al NHS, ma portare con sé la tessera sanitaria italiana, mentre il discorso cambia se si soggiorna nel Regno Unito per un lungo periodo. Se invece si intende restare a Londra per lavoro, e quindi per un lungo periodo, è necessario registrarsi al National Health Service, altrimenti non è possibile ottenere tutte le cure di cui si può avere bisogno e accedere anche alle prestazioni specialistiche (visite dal dentista, dermatologiche, cardiologiche, ectc). Per iscriversi al NHS bisogna registrarsi un General Practitioner, ossia una sorta di medico di famiglia. La prescrizione per ogni medicinale non è a costo zero e ammonta a 9,65 Pound, mentre alcuni prodotti sono sempre gratuiti, come i farmaci prescritti in ospedale. I medicinali comuni, dato il costo aggiuntivo della loro prescrizione, presentano un prezzo contenuto: una confezione di Ibuprofene 200mg da 84 pastiglie costa 6,75 Pound, mentre il paracetamolo in formato 16 pillole si ferma a 0,65 Pound.

* Cambio GBP/EUR applicato alla data di pubblicazione dell’articolo pari a 1,17 Euro per ogni Sterlina

Il Regno Unito può salvarsi dalla recessione?

Subito dopo il Capodanno, l’attenzione nella City di Londra si sta spostando verso le prospettive per il 2024. Ripresa economica più rapida rispetto ai paesi UE, su gli affitti medi e in calo i prezzi delle case.

di Walid Koudmani, Chief Market Analyst XTB

Le domande sul ritmo dei tagli dei tassi di interesse, sulla possibilità che il Regno Unito eviti una recessione, sui tempi delle elezioni generali, e sul potenziale vincitore sono sempre più al centro dell’attenzione. PwC identifica diverse ragioni di ottimismo – tra cui un miglioramento delle condizioni delle famiglie – dal momento che il salario minimo dovrebbe aumentare di quasi il 10% in primavera. Le previsioni suggeriscono un calo dell’inflazione più rapido del previsto, vicino all’obiettivo del 2%, contribuendo a un cambiamento positivo nella fiducia dei consumatori.

Nonostante una crescita modesta, si prevede che il Regno Unito mostrerà una ripresa più rapida rispetto al periodo pre-pandemia in confronto a Germania, Francia o Giappone. Il Regno Unito sarà la quarta economia del G7 con le migliori prestazioni rispetto ai livelli pre-pandemia, con un PIL reale previsto in media più alto di circa il 2,7% nel 2024 rispetto ai livelli del 2019. Tuttavia, le sfide persistono: i prezzi al consumo, nonostante un prevedibile calo dell’inflazione, rimarranno circa un quarto più alti rispetto all’inizio del 2021. Gli affitti medi di Londra continueranno a salire, raggiungendo oltre £ 2.000 al mese entro la fine del 2024, circa tre volte superiore alla media del Nord-Est, e anche il resto del Regno Unito assisterà a un continuo trend rialzista degli affitti, con un aumento medio di oltre il 5% nel 2024. Inoltre, si prevede un notevole aumento delle insolvenze aziendali, con circa 30.000 aziende che dovranno affrontare sfide dovute agli alti tassi di interesse e all’aumento dei costi e che probabilmente saranno avvertite maggiormente dalle imprese più piccole, in particolare in settori come hotel e ristorazione, produzione, trasporto e magazzinaggio.

Tutto ciò potrebbe causare problemi significativi, se dovesse portare ad un aumento della disoccupazione proprio mentre la Banca d’Inghilterra sta iniziando a modificare la propria politica. A preoccupare è anche il settore immobiliare. Infatti, mentre entro la fine del 2024 è previsto un potenziale calo dei tassi di interesse al 4%, le spese dei mutui rimangono considerevolmente elevate rispetto agli ultimi anni, a seguito della decisione della Banca d’Inghilterra di aumentare i tassi di interesse al 5,25% nel tentativo di combattere l’inflazione persistente. Mentre i prezzi delle case nel Regno Unito hanno mostrato una crescita per il terzo mese consecutivo a dicembre, attribuita alla scarsità di immobili disponibili sul mercato, i proprietari di case sono alle prese con un aumento di 19 miliardi di sterline dei costi dei mutui a causa della scadenza di numerosi accordi a tasso fisso, costringendo i mutuatari a rinegoziare i loro mutui immobiliari durante la serie di aumenti dei tassi di interesse più notevoli degli ultimi decenni.

Con i tassi che mostrano segnali di allentamento, esiste il potenziale per un miglioramento della fiducia degli acquirenti nei prossimi mesi. Tuttavia, la crescita osservata è probabilmente spinta da un’offerta immobiliare limitata piuttosto che da una forte domanda da parte degli acquirenti. Quest’anno potremmo assistere ad un calo dei prezzi compreso tra il 2% e il 4%, poiché molti continuano a fare i conti con i costi ipotecari considerevolmente elevati derivanti dagli aumenti dei tassi della Banca d’Inghilterra. La domanda chiave sembra essere quando la banca centrale avvierà i tagli dei tassi, con i mercati finanziari che ipotizzano che la prima riduzione potrebbe avvenire entro maggio, mentre si prevede che il ritmo della riduzione dei tassi durante tutto l’anno sarà graduale, influenzato dall’andamento dei prezzi al dettaglio, che non stanno aumentando al ritmo rapido osservato in precedenza.

È chiaro che la situazione rimane piuttosto volatile e le aspettative sono contrastanti, ma con eventuali sviluppi importanti potremmo vedere un effetto diffuso non solo sul mercato immobiliare, ma sull’economia nel suo complesso.

Economic outlook di Giugno: in Cina ripresa irregolare, USA e UK in recessione (ma senza shock)

Le prospettive globali continuano ad essere caratterizzate da incertezza e significativi rischi al ribasso. I dati recenti stanno sfidando la forza, un tempo percepita, della ripresa post-pandemia della Cina.

I risultati del primo trimestre, migliori del previsto, hanno migliorato le prospettive di crescita per diverse economie avanzate. Tuttavia, mentre i servizi sono aumentati, la produzione non tanto: il petrolio rallenta, la domanda si indebolisce con l’allentamento dell’inflazione e i prezzi dell’energia si sgonfiano. Le banche centrali, di contro, non sembrano pronte a mettere in pausa il rialzo dei tassi di interesse.

Il Global Economic Outlook di giugno 2023 delinea le ultime aspettative per l’economia globale e più specificamente per il G20. I dati relativi ai primi cinque mesi del 2023 danno forma alle aspettative e alle prospettive a breve e lungo termine. In particolare, l’irregolare ripresa economica della Cina lascia molte domande senza risposta, e con quasi metà dell’anno alle spalle i persistenti interrogativi sulla forza della ripresa post-pandemica della Cina iniziano a preoccupare i mercati. Infatti, l’indebolimento dell’attività industriale in Cina sta causando timori per tutte quelle le economie che dipendono fortemente dalla domanda di esportazioni cinesi, poiché la domanda interna, un tempo molto forte, ha cominciato a vacillare già da due anni a questa parte, in concomitanza con le severe restrizioni della politica zero-Covid.

Le economie regionali, tra cui la Corea del Sud e Singapore, dove i risultati di crescita del primo trimestre hanno deluso, trarranno il massimo vantaggio dal forte rimbalzo dell’economia cinese. Anche la crescita delle vendite al dettaglio in Cina ha deluso le aspettative di aprile, indicando una debolezza dell’economia interna. Tuttavia, sarebbero necessari diversi mesi aggiuntivi di dati per determinare la traiettoria del settore manifatturiero cinese e il conseguente impatto sulle economie globali.

I risultati del primo trimestre migliori del previsto migliorano le prospettive di crescita per diverse economie nazionali e regionali. La maggior parte dei paesi avanzati ha ora rilasciato dati per consentire una valutazione della performance del primo trimestre dell’economia globale. In particolare, diversi paesi dell’America Latina e delle economie europee, tra cui Francia e Italia, hanno registrato risultati migliori del previsto nel 1° trimestre 2023. Al contrario, la Germania – ossia la più grande economia in Europa – è entrata in una recessione tecnica nel primo trimestre dell’anno, e si prevede che registrerà il tasso di crescita annuale più lento tra le nazioni del G20, escluse Argentina e Russia.

Sono migliori anche le previsioni di crescita del PIL di Regno Unito, Messico e Italia. Il Regno Unito ha visto la revisione più significativa (da una contrazione dello 0,5% precedentemente prevista a un’espansione dello 0,2% nel 2023) poiché i dati economici in arrivo indicavano un’economia molto più resiliente di quanto previsto all’inizio dell’anno. Ciononostante, le prospettive economiche globali rimangono pessimistiche, e si prevede che la maggior parte delle economie registrerà condizioni di domanda interna debole per il resto dell’anno.

Anche gli Stati Uniti e il Regno Unito potrebbero sperimentare lievi recessioni durante l’anno, sebbene sia probabile che si evitino shock significativi per l’economia. Questa debole performance nelle economie occidentali pone sfide per le prospettive economiche globali complessive, e probabilmente avrà un impatto anche sui flussi commerciali e di investimento verso i mercati emergenti. Del resto, mentre il settore dei servizi continua ad espandersi, l’attività manifatturiera diminuisce. Tale divergenza tra i settori dei servizi e quello manifatturiero evidenzia l’evoluzione dei modelli di consumo influenzati dallo spostamento dei costi del credito e dalle mutevoli preferenze dei consumatori. Infatti, l’aumento degli oneri finanziari ha compresso i profitti aziendali che, combinati con le scarse condizioni della domanda, hanno portato a contrazioni nel settore manifatturiero.

È probabile che la ripresa post-Covid nel turismo sarà un motore dell’espansione del settore dei servizi in futuro, il che implica tuttavia anche che i costi del settore dei servizi eserciteranno probabilmente una pressione al rialzo sull’inflazione. Poiché gli effetti dei successivi aumenti dei tassi di interesse negli ultimi mesi permeano completamente l’economia, si prevede che le vulnerabilità nei settori con elevati livelli di indebitamento diventino più evidenti man mano che avanziamo verso il 2023. Negli Stati Uniti, le banche regionali più piccole che hanno esposizione a il settore immobiliare potrebbe subire tensioni, portando a un ulteriore consolidamento all’interno del settore.

L’inflazione si è ridotta più rapidamente con la deflazione dei prezzi dell’energia, anche se l’inflazione core rimane al di sopra dei livelli di comfort. L’inflazione è stata vista diminuire più rapidamente del previsto in alcuni paesi ad aprile, i prezzi dell’energia di maggio sono diminuiti e gli effetti del calo dei prezzi dell’energia si stanno finalmente riflettendo in altre categorie, tra cui cibo e trasporti. Anche l’effetto degli effetti base dell’elevata inflazione dell’anno precedente dovrebbe essere più evidente nella seconda metà dell’anno, riducendo ulteriormente le pressioni inflazionistiche. Tuttavia, l’inflazione core rimane ostinatamente elevata in alcuni paesi, in particolare nella regione europea, con la BCE che ha segnalato la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi nei prossimi mesi.

Il mercato dell’energia continua ad essere un importante motore delle dinamiche economiche nel 2023. Le decisioni dell’OPEC+ e le fluttuazioni della domanda globale hanno svolto un ruolo cruciale nel plasmare i prezzi del petrolio. Mentre l’OPEC+ potrebbe prendere in considerazione ulteriori tagli alla produzione per stabilizzare i prezzi, è probabile che i cambiamenti nella domanda siano il fattore più dominante, limitando gli aumenti del prezzo del petrolio nei prossimi mesi. Anche la transizione in corso verso fonti di energia rinnovabile e gli sforzi per ridurre le emissioni di carbonio hanno implicazioni a lungo termine per i mercati dell’energia, insieme a potenziali implicazioni per l’inflazione, le bilance commerciali e la performance economica complessiva.

L’inflazione mette a nudo la dipendenza energetica dell’Italia. Gli USA vedono il picco?

L’interruzione delle catene di approvvigionamento generate dalla pandemia e il conflitto armato in Ucraina hanno messo a nudo i problemi italiani di dipendenza energetica dall’estero. In Usa si intravede il picco dell’inflazione, nel Regno Unito la recessione.

Mentre i dati sul tasso di inflazione in Europa non accennano a diminuire nel secondo semestre – come invece era stato predetto nei mesi scorsi dai più autorevoli analisti – l’indice dei prezzi al consumo rivela in tutta la sua gravità i problemi di dipendenza energetica dell’Italia e di altri paesi europei.

Secondo Eurostat il tasso di inflazione annuale dell’Eurozona si è attestato all’8,9% a Luglio, ed è in aumento rispetto all’8,6% di Giugno (l’anno scorso era del 2,5%), mentre nell’area Euro l’indice è al 9,8%. In Italia, l’inflazione armonizzata a Luglio cala all’8,4% dall’8,5% di Giugno, e rimane sotto la media dell’Eurozona (8,9%), ma tassi annualizzati più bassi sono già riscontrabili in Francia e Malta (entrambi con il 6,8%), mentre i più alti sono stati registrati in Estonia (23,2%), Lettonia (21,3%) e Lituania (20,9%). La stessa Bce, per bocca del comitato esecutivo, vede un quadro in peggioramento per la crescita nell’area euro e non esclude la possibilità di entrare in una recessione tecnica; e se anche entrassimo in recessione, secondo la Bce sarebbe abbastanza improbabile che le pressioni inflazionistiche scendano da sole, poiché lo shock da offerta sta rallentando la crescita, ma la minore domanda di beni derivante da tale rallentamento non è sufficiente a indebolire l’inflazione.

Il bilancio mese su mese, comunque è negativo: rispetto a giugno, l’inflazione è diminuita in sei Stati membri, è stabile in tre ma è aumentata in diciotto. Questo accade perché le economie di ogni paese membro reagiscono in modo diverso a seconda del proprio livello di dipendenza energetica. L’Italia, in tal senso, sconta la miopia della pessima classe politica degli ultimi trent’anni anni, che ha snobbato completamente il problema, favorendo di fatto gli interessi degli altri paesi europei, come la Francia, in campo petrolifero. Infatti, storicamente Parigi vanta uno strapotere nell’area nordafricana per via del colonialismo, ed è opinione ampiamente condivisa che senza il volere del governo francese di quell’epoca il leader libico Muammar Gheddafi non sarebbe mai stato deposto, anche perché quest’ultimo ha pagato soprattutto il rifiuto di eseguire diversi contratti d’affari che aveva stipulato proprio con la Francia. Da qui l’intervento diretto manu militari di Sarkozy e il caos in cui versa il paese nordafricano dopo la sua mancata rielezione alla presidenza. Dopo la deposizione di Gheddafi, comunque, i giganti energetici Gdf-Suez (oggi ENGIE) e Total si sono fatti largo – come era prevedibile – a suon di acquisizioni e partecipazioni societarie, che hanno consentito alla Francia di raggiungere una produzione di oltre 400mila barili al giorno, superando l’italiana ENI, anch’essa titolare di contratti petroliferi in Libia.

Questa serie di circostanze, aggravate prima dalla interruzione delle catene di approvvigionamento generata dalla pandemia e poi dal conflitto armato NATO/Ucraina/Russia, ha messo a nudo i problemi dell’Italia, che è uno dei Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero: nel 2021, infatti, le importazioni da altri Paesi di combustibili fossili, ovvero petrolio, gas e carbone, hanno coperto ben il 77% del fabbisogno nazionale, a fronte del 23% soddisfatto dalla produzione nazionale (per la maggior parte costituita da fonti rinnovabili). Proprio la Russia, da sola, copre il 25% del nostro fabbisogno, con il 40% delle importazioni di gas, il 12% di quelle di petrolio e ben il 52% di quelle di carbone. A seguire, l’Algeria contribuisce con il 15%, l’Azerbaigian con il 13%, la Libia con il 9%, l’Iraq con il 6%, il Qatar e l’Arabia Saudita con il 4%, gli Usa con il 3% e la Nigeria con il 2%. A ben vedere, si tratta di Paesi con regimi autoritari, oppure con problemi di instabilità politica o addirittura di guerre civili interne, per cui c’è poco da stare allegri sull’affidabilità nel tempo dei contratti di fornitura.

Relativamente agli USA – che di guerre se ne intende parecchio – dalle minute della Fed è emerso che il mantenimento della massima occupazione e l’abbassamento del tasso di inflazione al 2% potrebbe comportare ulteriori rialzi dei tassi, il cui ammontare dipenderà dai dati macro. Queste affermazioni lasciano un certo spazio ad un rallentamento del ritmo di crescita dei tassi, anche perché la Federal Reserve è già intervenuta ritoccando verso l’alto i tassi con una certa enfasi, che ha permesso di registrare una lieve contrazione dell’inflazione. Un altro rialzo di 75 punti base vede il favore di alcuni presidenti regionali della Fed, ed anche i più cauti si pronunciano per nuovi incrementi che non vanno al di sotto di 50 punti base, riferendosi ad eventuali aumenti di 75 bps come “ragionevoli”. La Fed, infatti, deve raffreddare on solo i consumi, ma anche il mercato del lavoro, dal momento che oggi ci sono quasi due posti di lavoro per ogni lavoratore disponibile.

In ogni caso, l’inflazione statunitense – sia “headline” che “core” – si è ridimensionata nel mese di luglio, e il mese di giugno segnerà probabilmente il picco del tasso di inflazione globale su base annua. Pertanto, il fatto che l’inflazione si modererà è dato per scontato da qualunque sondaggio, come quello condotto dal Wall Street Journal fra 75 economisti, i quali – tutti e 75 – prevedono un’attenuazione dell’inflazione rispetto al livello attuale, ma c’è disaccordo sulla misura di tale attenuazione. Infatti, l’intervallo delle previsioni per il 2023 va dallo 0,0% al 5,3%, mentre per il 2024 l’intervallo è compreso tra lo 0,3% e il 4,1%. Anche i sondaggi dell’Università del Michigan e della Fed di New York sulle aspettative di inflazione registrano un intervallo così ampio tra le opinioni degli economisti intervistati. Il problema è che le aspettative di inflazione misurate dai sondaggi possono rivelare dati distorti e confusi poichè fortemente influenzati dalla volatilità dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, ossia i due principali contributori dell’indice dei prezzi al consumo di ogni paese.

Nel frattempo, gli effetti nefasti della Brexit si fanno sentire nel Regno Unito, dove l’inflazione sta mettendo in ginocchio gli inglesi e non accenna a rallentare. Secondo la Banca d’Inghilterra, il picco inflattivo sarà registrato ad ottobre, e il timore di una recessione profonda sono molti. L’economia inglese, infatti, è appesantita anche dall’aumento del prezzo dei generi alimentari, generato dalla loro produzione – il Regno Unito importa moltissime derrate alimentari dall’estero – e soprattutto dal loro approvvigionamento per via del divorzio dall’UE. E così, le cassandre che avevano annunciato le conseguenze nefaste della Brexit possono finalmente cantare vittoria, ma relativamente alle materie prime energetiche gli inglesi detengono un buon livello di indipendenza – grazie alla British Petroleum – e non sono quindi importatori netti. Pertanto, pare che nel continente europeo l’Inghilterra sarà la prima ad entrare in recessione reale (non solo tecnica), e probabilmente la prima a uscirne. Tuttavia, l’inflazione potrebbe stabilizzarsi a livelli medio-alti per lungo tempo, e questo costringe gli inglesi a rivedere i programmi di finanza pubblica adattandosi a circostanze che non si vedevano da decenni.

Il Regno Unito preso alla gola dall’inflazione: un avvertimento per l’Occidente?

Secondo il team di gestione di DNCA Invest, la paura che il potere d’acquisto dei salari sarà schiacciato dall’aumento dei prezzi sta intaccando l’ottimismo dei britannici, alcuni dei quali temono che i costi energetici aumenteranno fino al 60%. A questo si aggiunge il conto della Brexit.

“Meglio prendere il cambiamento per mano prima che ci prenda per la gola” diceva Churchill. Con il rischio che l’inflazione vada fuori controllo, i banchieri centrali dovranno agire al più presto. Tra i primi di questi duellanti della moderna teoria del denaro a dover incrociare le spade con l’aumento dei prezzi c’è Andrew Bailey. Il governatore della Banca d’Inghilterra, che è entrato in carica a marzo al culmine della tempesta pandemica, è originario di Leicester. Oltre ad essere la patria dell’industria tessile e del suo famoso condimento, la città manifatturiera delle Midlands è anche nota per condividere il suo nome con la famosa piazza di Londra che fu uno degli epicentri più iconici dell'”inverno dello scontento” del 1978-79. Il ricordo della “piazza putrida” è forse particolarmente forte nella mente di Bailey, che deve già affrontare il fatto che la fiducia delle famiglie è scesa al livello più basso da febbraio nel suo 17° mese di mandato.

Nonostante una crescita nominale di quasi il 6% nel secondo trimestre e un rialzo dei salari mai visto da qui a 24 anni, la paura che il loro potere d’acquisto sarà schiacciato dall’aumento dei prezzi sta intaccando l’ottimismo dei britannici, alcuni dei quali temono che i loro costi energetici aumenteranno fino al 60%. A questo si aggiunge il conto della Brexit: la carenza di beni e di manodopera nell’industria, nell’artigianato e nei servizi sta paralizzando il paese dalle sue stazioni di servizio ai banchi dei macellai, e peggiorando le interruzioni della catena di approvvigionamento internazionale.

Questo aumento dell’inflazione non è arrivato nel momento migliore. Gravato da un deficit di bilancio e commerciale (rispettivamente 10% e 2% del PIL), il paese si trova in una situazione di dipendenza dai finanziamenti esteri, tanto più che, dopo 17 mesi di sostegno, la BoE smetterà di finanziare direttamente il debito pubblico da dicembre. Tuttavia, troppa inflazione riduce l’attrattiva della zona della sterlina. Gli investitori chiedono quindi un premio di rischio per investire nel Regno Unito. Il rendimento a 10 anni richiesto dal mercato è in aumento, mentre la sterlina ha perso il 6% del suo valore contro il dollaro da maggio. Questa doppia penalità finanziaria porta a un terribile circolo vizioso: più la sterlina cade, più le materie prime importate diventano costose, spingendo in alto i prezzi alla produzione e al consumo

Per fermare questo circolo vizioso e ripristinare la credibilità della BoE e della sua moneta, Bailey dovrà prendere una decisione difficile: aumentare i tassi di interesse prima del previsto e probabilmente più di una volta. In un contesto di rallentamento economico e di inflazione record dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, questo cambiamento di politica monetaria potrebbe innescare una recessione alle porte dell’Europa. Tagliare la mano per non perdere il braccio… dall’altra parte della Manica e dell’Atlantico, né Lagarde né Powell possono vantarsi di essere indifferenti al destino britannico. 

Fonte: Newsletter DNCA dell’11 Ottobre 2011 – DNCA Finance, Via Dante, 9 Milano

100 giorni di Brexit. In aumento le ripercussioni economiche per il Regno Unito

I danni maggiori nella finanza e nei comparti interessati dalle barriere non tariffarie. La Brexit costerà all’economia britannica più di 40 miliardi di sterline entro la fine del 2022, e la sterlina resta lontana dai livelli pre-Brexit.

di Volker Schmidt*

All’inizio di gennaio 2021, il periodo di transizione dell’accordo sulla Brexit è giunto a termine e il Regno Unito ha lasciato per sempre l’UE. Questo non solo ha reso il Regno Unito un paese terzo, alterando profondamente le relazioni con l’Unione Europea, ma ha anche modificato l’accesso del Regno Unito al mercato unico. Oggi, 100 giorni dopo, è ormai chiaro che Brexit sta causando cambiamenti economici di vasta portata, che sembrano destinati a durare nel tempo.

Secondo le ultime proiezioni della Commissione europea, Brexit costerà all’economia britannica più di 40 miliardi di sterline entro la fine del 2022, che corrispondono a circa il 2,25% del Prodotto interno lordo del Regno Unito, pari a 2,85 trilioni di sterline. A titolo di paragone, per gli stati dell’UE è prevista una perdita media di circa lo 0,5%. A pesare sull’economia sono, in particolare, le condizioni commerciali dell’accordo. Anche se il Regno Unito e l’UE hanno stretto un accordo di libero scambio che esclude la possibilità di imporre dazi, il carico burocratico sta aumentando notevolmente. Per esempio, le aziende britanniche devono dimostrare che le merci esportate nell’UE sono state prodotte prevalentemente nel loro paese: in un’economia globalizzata, con catene di produzione complesse, questo non è affatto facile.

Oltre a questo, ci sono i controlli sanitari e di sicurezza, l’Iva sulle importazioni e altri intralci che comportano rallentamenti e ostacolano il commercio. Molte aziende, soprattutto piccole e medie, non sono in grado di affrontare le sfide burocratiche e hanno temporaneamente sospeso le loro esportazioni. Secondo il New York Times, le esportazioni che hanno attraversato la Manica in gennaio sono crollate di oltre due terzi rispetto all’anno precedente. I produttori di pesce, carne e prodotti lattiero-caseari sono stati particolarmente colpiti e vi sono casi di deperimento di tonnellate di alimenti che non sono riusciti a superare il campo minato burocratico e raggiungere i porti di Francia e Olanda.

Londra continua a perdere terreno come centro finanziario. Anche l’industria finanziaria britannica, che per molto tempo è stata il più importante e il più grande centro di negoziazione di titoli in Europa, sta risentendo delle conseguenze di Brexit. Praticamente da un giorno all’altro, il trading azionario si è spostato nell’Europa continentale, in particolare ad Amsterdam e Parigi, mentre il trading di derivati è in larga parte migrato a New York. Il colosso del settlement, Euroclear, ha recentemente completato il trasferimento a Bruxelles di circa 50 titoli irlandesi, per un valore equivalente di circa 100 miliardi di euro, prima gestiti a Londra. In precedenza, per gestire le transazioni sui titoli l’Irlanda si affidava alla filiale di Euroclear “Crest”, con sede nel Regno Unito.

Ma i cambiamenti imposti da Brexit sono solo agli inizi. Le regole sulle future relazioni commerciali sono ancora in fase di trattativa e gli scontri sulle disposizioni speciali per l’Irlanda del Nord mostrano che il capitolo Brexit è tutt’altro che concluso. Per evitare controlli alle frontiere tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, l’accordo di uscita dall’Unione Europea prevede che le regole del mercato unico dell’Unione continuino ad applicarsi all’Irlanda del Nord. A tal fine, un confine commerciale tra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito doveva essere introdotto alla fine del periodo di transizione e comunque al più tardi all’inizio di aprile. Ora, però, il governo britannico ha esteso unilateralmente questo periodo di proroga, cosa che l’UE considera come una violazione dell’accordo. Poiché il governo britannico non ha ancora revocato il suo comunicato, l’UE sta portando la questione alla Corte di giustizia europea. Se la Corte dovesse pronunciarsi a favore dell’UE, potrebbero essere imposte sanzioni finanziarie. Di conseguenza, il clima tra Londra e Bruxelles sta diventando sempre più teso.

Nonostante il rialzo, la sterlina britannica è lontana dai livelli pre-Brexit. La sterlina britannica ha notevolmente recuperato rispetto all’euro da quando il Regno Unito ha lasciato l’UE. Mentre la valuta britannica era ferma a circa 1,10 a dicembre, oggi una sterlina vale già 1,16 euro. Questo è certamente dovuto in parte alla campagna vaccinale, molto più efficace nel Regno Unito: non solo è stato vaccinato il gruppo a rischio over 70, ma complessivamente un britannico su quattro ha ricevuto la vaccinazione. In secondo luogo, la valuta è sostenuta dal fatto che l’incertezza che circondava Brexit è quasi scomparsa. Ora, secondo l’opinione diffusa di molti sostenitori di Brexit, Londra ha di nuovo il controllo della propria politica estera e del proprio destino economico, e questo si riflette non soltanto nel successo della campagna vaccinale, ma, per il futuro, anche nelle rinnovate relazioni commerciali fuori dall’Europa, per esempio con Cina e Stati Uniti. Tuttavia, è anche vero che la ripresa della sterlina è partita da un livello estremamente basso in termini storici ed è ancora lontana dai livelli pre-Brexit di oltre 1,40 euro. Nel breve termine, la forza della sterlina potrebbe certamente acquisire ulteriore slancio, ma nel lungo termine, resta da vedere se Londra può trarre un vantaggio economico sostenibile dall’apparentemente sovranità riconquistata e dal vantaggio sui vaccini. 

* Senior Portfolio manager di Ethenea Independent Investors

Atradius: riparte l’economia globale nel 2021, ma gli scenari rimangono incerti

Lo sviluppo dei vaccini e le politiche di sostegno fiscale dei governi lasciano ben sperare per una ripresa dell’economia, che dovrebbe riacquistare slancio nel 2021, ma molto dipenderà dall’efficacia della vaccinazione e dall’assenza di nuove ondate di contagio.

(Comunicato Stampa) Roma, 02 marzo 2021 – L’economia, grazie ai programmi di vaccinazione di massa e agli aiuti fiscali, dovrebbe riprendersi, sebbene rimanga incerta l’efficacia dei vaccini e, per alcuni Paesi, la stabilità degli effetti positivi sul PIL anche per il 2022. Questo lo scenario delineato dall’Economic Outlook, il documento di previsione economica di Atradius, società leader mondiale nell’assicurazione del credito commerciale, recupero crediti e fideiussioni assicurative. L’outlook, sulla scia del PIL mondiale in aumento (+5%) nel 2021, mostra previsioni fiduciose anche per il commercio globale (+7-8% nel 2021).

Sono i paesi emergenti dell’Asia, guidati da Cina e India, a riprendersi più rapidamente, essendo tornati già a fine 2020 ai livelli del 2019; Europa Occidentale e America Latina appaiono invece in ritardo, e si riprenderanno solo nel 2022, mentre USA ed Est Europa si collocano a metà strada e supereranno la crisi entro fine 2021.

Andando più nel dettaglio, le economie avanzate stanno iniziando a riprendersi dalla recessione e dovrebbero registrare una crescita media del PIL del +3.9% nel 2021, dopo un calo del -5% nel 2020 e ancora un punto in meno rispetto al 2019, anche se rimangono alcune incertezze nelle due aree principali. Gli Stati Uniti  dovrebbero cresecre del +4.2% nel 2021 , ma il rischio di un nuovo aumento della disoccupazione e dei contagi riduce al +3,4% la crescita nel 2022; per l’Eurozona la ripresa sarà più lenta, dovendo recuperare il crollo dell’economia nel 2020 (-7,1%), e nonostante la previsione di un aumento del 4.2% nel 2020, dovrà aspettare il 2022 (previsione: +4,9%) per tornare ai livelli pre-pandemici (possibili anche due scenari, vedi tabella sotto).

Nel Regno Unito, a causa soprattutto dell’imposizione di un terzo lockdown nazionale, la ripresa si mostra più lenta e la crescita del +4,5% del 2021 coprirà solo la metà delle perdite del PIL nel 2020 a causa della pandemia (-10,3%), mentre un recupero sostanziale potrebbe arrivare nel 2022 (+6.4%). In Giappone, la forte recessione innescata dalla pandemia nel 2020 (-5,3%), potrebbe essere recuperata grazie alle Olimpiadi estive, che fanno prevedere una prudenziale stima del +2,7% nel 2021 e altrettanto nel 2022.

La crescita economica nei mercati emergenti (Pil a -1.9% nel 2020, +6.3% nel 2021) è peggiorata drasticamente nel 2020 e staziona ancora in una fase critica, seppure con trend differenti tra i diversi Paesi. L’Asia Emergente (Pil a -0.3% nel 2020 e +7.4% nel 2021) si trova nella posizione più alta tra i Paesi che hanno saputo contenere meglio la diffusione del virus, grazie soprattutto alla performance di Cina (Pil a -1.8% nel 2020 e +8.8% nel 2021), con la gestione dei contagi sotto controllo e una forte politica di sostegno monetario, e India (PIL a -7.6% nel 2020 e +10.2% nel 2021), caratterizzata da previsioni più deboli. Viceversa, l’America Latina (Pil a -7.1% nel 2020 e +5.4% nel 2021) si colloca nella posizione più bassa, con le sue economie trainanti, Brasile (Pil a -4.7% nel 2020 e +4.0% nel 2021) e Messico (Pil a -8.7% nel 2020 e +6.1% nel 2021), che mostrano entrambe una performance di crescita ancora debole.

Massimo Mancini

Massimo Mancini, Country Director di Atradius per l’Italia, ha commentato: “Le previsioni sulla ripresa economica nel corso del 2021 restano ancora incerte, a causa dei dubbi sulla diffusione dei vaccini e sul reale controllo dei contagi. In molti mercati, anche fra quelli avanzati, permangono inoltre incognite sull’evoluzione politica dei governi e sulle decisioni che verranno adottate nei rapporti commerciali tra Stati. In questa fase, è ancora fortemente necessaria un’attenzione particolare alla gestione del credito, verso tutti i mercati che si stanno ancora riprendendo dagli effetti devastanti della pandemia”.

Con la Brexit il business abbandona Londra. Volker Schmidt: processo irreversibile

Secondo Volker Schmidt di Ethenea, Londra ha già perso il suo status di centro finanziario europeo, e questo processo probabilmente sarà irreversibile.

Sebbene l’accordo su Brexit sia in vigore solo da poco tempo, ha già avuto un impatto sul settore finanziario: “Per decenni Londra è stata considerata il centro del trading azionario transnazionale, ma con Brexit e la fine del periodo di transizione, sembra non essere più così”, afferma Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager di Ethenea Independent Investors.

Aquis Exchange, la seconda piattaforma di trading per le azioni europee nel Regno Unito, ha dichiarato che all’inizio di gennaio il 99,6% delle negoziazioni è stato effettuato attraverso la piattaforma gemella di Parigi. Lo stesso è da Cboe Global Markets, Inc. (precedentemente Chicago Board Options Exchange): circa il 90% delle operazioni di trading azionario dell’Unione Europea è stato eseguito ad Amsterdam, aggiunge Schmidt, quando nel 2020 quasi l’intero volume era stato gestito da Londra.

“Nel complesso, soltanto nel primo giorno di trading dell’anno, circa 6 miliardi di euro sono stati spostati da Londra all’Europa continentale”, spiega Schmidt. “In questo modo, non solo il Ministero delle Finanze britannico di conseguenza perde il relativo gettito fiscale, ma è ragionevole supporre che in futuro le società preferiranno quotare le loro attività nel mercato comunitario per beneficiare di condizioni di trading più fluide e senza intoppi. Questo dimostra chiaramente che Londra ha già perso il suo status di centro finanziario europeo e questo processo probabilmente sarà irreversibile”.

L’impatto sulle catene di approvvigionamento – Uno dei punti chiave dell’accordo Brexit riguarda l’assenza di dazi nel commercio bilaterale tra Regno Unito e Unione Europea. Tuttavia, poche settimane dopo, i problemi stanno diventando sempre più evidenti. “Da un lato, i piccoli commercianti al dettaglio e le aziende di trasporto si stanno lamentando della crescente burocrazia e dell’aumento di carte che questo comporta”, afferma l’esperto di Ethenea. “Ci sono code alla frontiera, camion che vengono respinti e catene di approvvigionamento che stanno collassando. Molte società di trasporto hanno provvisoriamente sospeso le consegne. Ma anche le grandi aziende sembrano essere state colte alla sprovvista dalle incertezze e sembrano non essere adeguatamente preparate. Affinché le merci possano beneficiare del trattamento duty-free, è necessario dimostrarne la provenienza dall’Unione Europea o dal Regno Unito”, spiega Schmidt.

“Tuttavia, se le merci vengono importate nel Regno Unito e successivamente esportate nell’Unione Europea – con poca o nessuna ulteriore lavorazione – si applicherebbero i dazi doganali. Marks & Spencer, ad esempio, ha il suo marchio di dolciumi “Percy Pig” prodotto da Katjes in Germania, li importa nel Regno Unito e da lì li distribuisce anche in Irlanda: d’ora in poi dovranno pagare i dazi doganali. Per questo motivo, in futuro, le aziende si troveranno di fronte alla scelta di pagare gli oneri doganali o di riorganizzare le loro catene di approvvigionamento, in modo che i magazzini possano essere riforniti senza dover coinvolgere le strutture britanniche. Quest’ultima sarà una sfida enorme soprattutto per le piccole e medie imprese”.

Volker Schmidt

Diritti di voto revocati agli investitori – “L’11 marzo 2019, le compagnie aeree Ryanair e Wizzair hanno annunciato che in caso di Brexit avrebbero revocato i diritti di voto ai loro azionisti britannici e all’inizio di quest’anno hanno effettivamente implementato la revoca,” afferma Schmidt. “Alla base di questa decisione c’è il regolamento secondo il quale i voli all’interno dell’UE possono essere operati solo da compagnie possedute per la maggioranza da azionisti dell’Unione Europea o almeno sotto il loro controllo. Nel peggiore dei casi il risultato sarebbe stato lo stop dei voli. Nonostante Ryanair abbia sede in Irlanda, un gran numero dei suoi azionisti, principalmente investitori istituzionali e fondi, provengono dal Regno Unito. Lo stesso discorso vale per Wizzair che ha sede in Ungheria”.

“Questi sono solo i primi effetti e ce ne saranno molti altri, alcuni dei quali del tutto inaspettati”, conclude Schmidt. “Riteniamo quindi opportuno essere flessibili e diversificati in tutti i settori, per essere pronti in caso di eventuali futuri sviluppi”.