Giugno 7, 2026
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Mutui: il mercato gioca la scommessa sul tasso variabile, ma il rischio rimane

Cresce sensibilmente il numero delle richieste di mutui a tasso variabile, ma la scommessa sulla discesa dell’inflazione e sulla fine del rialzo dei tassi è ancora tutta da giocare. Evitare il mutuo a tasso misto con opzione.

In soli otto mesi, da Novembre 2021 a oggi, i mutui a tasso fisso sono passati da una media dell’1.0% a quella odierna del 3.0% (e anche di più), mettendo alla prova il mercato del credito ipotecario. Fortunatamente, la domanda crescente di immobili residenziali ha sorretto le richieste, anche perché il c.d. “impatto emozionale” del tasso di interesse applicato, in coloro che hanno bisogno di un mutuo per comprare casa, è tradizionalmente ridotto. Non a caso, in passato, circa il 70% degli italiani ha comprato casa anche con tassi medi dell’8-10%, sebbene con le condizioni economiche di quell’epoca abbiamo oggi in comune solo l’inflazione elevata.

Grazie alla competizione tra banche e all’evoluzione dell’informazione finanziaria, resa disponibile a tutti anche dai media nazionali, gli italiani sono mediamente più informati sulla differenza – fondamentale – tra mutui a tasso fisso e mutui a tasso variabile, e la storia recente – la famigerata crisi mondiale nata nel 2008 dai mutui subprime americani a tasso variabile – ha svelato la necessità di effettuare con molta cura la scelta tra le due tipologie. Pertanto, per chi richiede un mutuo la scelta tra fisso e variabile non è più così scontata come soltanto otto mesi fa, quando la forbice dei tassi era quasi pari a zero, e la convenienza di stipulare un mutuo a tasso variabile oggi è da soppesare con estrema attenzione; essa, infatti, deriva esclusivamente dalla scommessa – tutta da giocare – che dal 2023 l’inflazione si riduca sensibilmente, i tassi delle banche centrali fermino la loro corsa al rialzo e, successivamente, scendano di nuovo, com’è negli obiettivi delle banche centrali in tema di politica monetaria e controllo dell’inflazione.

L’odierna offerta bancaria vede una “forbice” di 1,50% a svantaggio del tasso fisso e in costante aumento, per cui il rapporto di convenienza tra fisso e variabile sta gradualmente cambiando, come emerge dalle analisi effettuate dall’Ufficio Studi di 24MAX, società di mediazione creditizia del Gruppo RE/MAX. Analizzando i dati da gennaio a giugno 2022, il tasso fisso continua a prevalere nettamente rispetto al variabile, con picchi pari al 94,12% a febbraio e al 90,91% a giugno. La tendenza, però, cambia se si osservano gli andamenti delle pratiche caricate ma ancora in fase di elaborazione, che rivelano un cambio di rotta fino a giugno, quando la proporzione tra fisso e variabile sfiora il pareggio, con il fisso che rappresenta il 53,73%. “Questi dati vanno letti alla luce dello scenario generale di grande incertezza che trasmette instabilità anche ai consumatori finali. Riteniamo che questo cambio di passo proseguirà nei prossimi mesi, tanto che già da luglio si potrebbe manifestare il sorpasso del variabile sul fisso“, commenta Riccardo Bernardi, Chief Development Officer di 24MAX.

Inoltre, scende notevolmente l’importo medio dei mutui erogati, che passa da quota di 124.106 euro del 2021 a 105.204 euro del primo semestre 2022. “Una tendenza che potremmo interpretare come una scelta cautelativa dei clienti che, dopo anni di tasso fisso, non sono ancora pronti all’idea di orientarsi verso il variabile. Al rischio di pagare rate crescenti preferiscono finanziarsi per importi inferiori”, spiega Marco Boidi, Head of Sales Network di 24MAX. “Il contesto economico generale si è notevolmente inasprito a partire da marzo con l’inizio del conflitto e il costante aumento dell’inflazione. La crisi di Governo di questi ultimi giorni e la possibilità che vengano a mancare le agevolazioni fiscali che finora hanno contribuito ad alimentare il mercato immobiliare, rendono difficili eventuali previsioni nel medio-lungo termine”, aggiunge Marco Boidi. I dati in questione, comunque, non devono infondere pessimismo, poiché il 97% dei mutui riguardano l’acquisto della prima casa – ed esulano dunque dalle logiche di investimento – e i tassi, seppur aumentati, rimangono comunque sostenibili rispetto agli anni di boom del mattone, durante i quali i richiedenti erano abituati a percentuali del 6/7%. Del resto, il costo del denaro negli ultimi anni ha toccato minimi storici davvero senza precedenti, e chi ha sottoscritto un mutuo a tasso fisso entro Dicembre 2021 ha fatto “l’affare del secolo”, ipotecando, oltre alla casa, una rata molto bassa.

A copertura del rischio di ulteriore rialzo dei tassi di interesse, oggi il mercato dei mutui offre un ventaglio di proposte adeguate, come i tassi variabili a rata fissa e i variabili con CAP; nei primi, a variare può essere soltanto il periodo di ammortamento, e non la rata mensile che rimane sempre uguale; i secondi, invece, pongono un limite al rialzo del tasso, in modo tale da assicurare uno stop all’eventuale aumento della rata. A questi si aggiungono i cosiddetti mutui green,  che offrono un tasso favorevole e condizioni contrattuali agevolate a chi sceglie di comprare un immobile nuovo o ristrutturato in classi energetiche A e B o superiori. Questi tipi di mutuo sono destinati ad avere un buon successo nei prossimi anni, poichè i bonus a pioggia erogati dal governo italiano consentono ad edifici e immobili con un elevato livello di vetustà di beneficiare di una classe energetica superiore, e questo avrà un effetto-traino sui mutui “green”

Ormai superata, invece, appare la formula dei mutui a tasso misto con opzione, che sono una formula intermedia tra i mutui a tasso fisso e quelli a tasso variabile. In questo tipo di mutuo, durante la durata e con una cadenza prestabilita (ad esempio ogni tre anni o cinque anni) è possibile scegliere tra fisso e variabile, ma per tutta la durata del periodo precedente alla data di opzione il tasso e la rata rimarranno fissi o varieranno esattamente come nel caso di un fisso o variabile classici. Lo svantaggio di questo tipo di mutuo è che si tratta di un “insieme” di mutui più corti (con periodi intermedi di 3-5 anni); pertanto, se la tipologia di partenza è il tasso fisso e, alla prima scadenza, non lo vogliamo cambiare, il tasso sarà comunque ricalcolato sulla base del parametro Euribor del momento successivo, e non sulla base di quello iniziale. Ciò comporta che la rata varierà, a dispetto dell’obiettivo di mantenerla costante nel tempo.

Bce, l’uscita dall’inflazione comincia solo oggi. Cattiva strategia o mancanza di coraggio?

La politica degli annunci e del non-fare messa in atto dalla Bce sta costando agli investitori europei una tassa inflattiva inaccettabile, che non appare frutto del caso o della congiuntura. Servirebbe un cambio di stile.

La Banca centrale europea si appresta a varare oggi il suo primo rialzo dei tassi dopo 11 anni di sonnacchiosa gestione di bassa inflazione. Il “sogno tedesco” di un indice dei prezzi al 2% si è scontrato bruscamente con alcuni eventi imprevisti – come la pandemia – e prevedibili già nel 2020 – come la guerra in Ucraina e l’alta inflazione – ma ampiamente sottovalutati dalla peggiore presidenza nella storia della Bce. E così, il Consiglio direttivo giovedì alle 14 dovrebbe stabilire la prima mossa concreta sui tassi, e da lì comincerà il lungo cammino che porterà l’inflazione europea a rientrare verso percentuali più sostenibili, non senza aver prima abbattuto il valore reale del maggior indebitamento pubblico assunto durante l’emergenza, e averlo scaricato sui cittadini europei sotto forma di una tassa occulta che vale mediamente circa 2.500 euro a famiglia solo nel 2022. 

La conferenza stampa di Christine Lagarde è prevista a seguire, per le 14.45 di giovedì, e tutti sono in attesa di capire quale sarà lo stile della politica monetaria restrittiva che l’Unione Europea a guida tedesca intende intraprendere. Mentre quasi tutte le banche centrali del mondo stanno già portando avanti manovre di correzione delle rispettive linee monetarie (rialzando i tassi), la Bce soltanto adesso dovrebbe alzare i tassi di 25 punti base su tutti e tre i riferimenti: il rifinanziamento principale (che è a zero), le operazioni marginali (0,25%) e i tassi sui depositi che sono ancora a -0,50%. Alcune voci autorevoli hanno richiamato la possibilità di un aumento dello 0,50%, e questa ipotesi potrebbe rientrare tra le possibilità, dal momento che sarebbe giustificata dal livello del carovita raggiunto nell’area euro, che secondo Eurostat è salito all’8,6%.

La Bce aveva anche preavvertito che procederà ad un ulteriore rialzo alla riunione di settembre, e che in quel caso sarebbe stato più alto (0,50%) di quello che con verrebbe annunciato giovedì. E allora, perchè non farlo adesso, con le quotazioni del mercato obbligazionario che già incorporano un rialzo di tre quarti di punto, accompagnando la decisione con l’annuncio di un ulteriore rialzo di 25 punti base in Settembre, magari aggiungendo una chiosa beneaugurante come “a meno che l’inflazione non sia scesa in modo apprezzabile“? Sia il clima generale che le quotazioni ne trarrebbero giovamento, ma sembra che questo cambio di stile – a metà strada tra quello americano e quello inglese – alla Germania non vada proprio giù. Peraltro, il Consiglio direttivo della Bce ha sempre detto che le sue decisioni sarebbero state basate sui dati: di quali altri dati avrebbe bisogno la Bce oltre ad una inflazione vicina al 9%? Forse la Bce ritiene che siano ancora valide le previsioni di un carovita 2022 al 6,8%, del 3,5% nel 2023 e del 2,1% nel 2024? 

Se è così, Christine Lagarde lo dica a gran voce; ma dubitiamo che lo farà, che sia per cattiva strategia o mancanza di coraggio. Del resto, relativamente al PIL dell’Eurozona, i tecnici della Bce prevedevano un +2,8% quest’anno e un +2,1% sia nel 2023 che nel 2024, ma il conflitto in Ucraina e le sanzioni imposte alla Russia contro le forniture di beni e materie prime avranno contraccolpi sulla nostra economia, soprattutto se verranno estese su petrolio e gas. Inoltre, le interruzioni nelle catene di approvvigionamento create dalla politica cinese del contagio-zero creano ulteriori pressioni sui prezzi, ed il crollo dell’euro sul mercato dei cambi rispetto al dollaro rivela la previsione di un rialzo dei tassi ancora più sostenuto del previsto da parte della Federal Reserve. Questo rischia di creare, per la prima volta dopo venti anni, inflazione “importata” dagli USA

Nel frattempo, la lentezza con la quale il c.d. scudo anti-spread viene discusso dal Consiglio Europeo dimostra ciò che avevamo già compreso in occasione del suo annuncio: la Lagarde non ha ancora idea di che sostanza sarà fatto, e certamente non c’è unità di intenti sulle sue caratteristiche. L’Italia, che è il primo “beneficiario naturale” di tale misura, è in preda ad una stranissima crisi di governo – voluta dallo stesso Draghi e dalla sua maggioranza schiacciante, primo e (probabilmente) ultimo caso nella storia della Democrazia – e in queste condizioni il nostro Paese difficilmente avrà voce in capitolo, poichè non sarà in grado di fronteggiare politicamente le ennesime condizioni capestro imposte dall’Europa.

Rothschild: dal 2020 al 2022 tre “shock” diversi. Rischi da politiche meno accomodanti

La pandemia è stata un catalizzatore di cambiamenti a cui famiglie e imprese si sono  adattate in ​​un breve periodo di tempo. Il sostegno monetario e fiscale straordinario ha comunque raggiunto un chiaro punto di svolta.

Di Marc-Antoine Collard*

A Gennaio le infezioni giornaliere globali da Covid-19 segnalate hanno raggiunto 2,5 milioni, più del doppio del picco precedente registrato nell’aprile 2021, sebbene le distorsioni nei test e i ritardi nelle segnalazioni durante le festività potrebbero aver gonfiato in qualche modo le statistiche sul virus. Nel frattempo, diversi studi suggeriscono che l’Omicron causa sintomi più lievi, il che comporta un tasso di ospedalizzazione inferiore rispetto alla precedente ondata di variante Delta. Tuttavia, sebbene l’impatto negativo sul PIL sarà probabilmente più attenuato rispetto al 2020 e 2021, la variante Omicron a rapida diffusione sta danneggiando comunque l’attività economica. Infatti, le aziende hanno cercato di adattarsi all’aumento dei nuovi casi di Covid-19, inclusa la pressione sui livelli di personale, e migliaia di cancellazioni di voli hanno fornito esempi delle sfide che le aziende devono affrontare.

I governi stanno ora valutando come mantenere in funzione i servizi critici in un’ondata di assenze del personale. Paesi come gli Stati Uniti ed il Regno Unito hanno ridotto i periodi di isolamento per le persone che risultano positive al Covid-19, senza mostrare sintomi, per prevenire la carenza di lavoratori in aree importanti come gli ospedali. Al contrario, la Cina mantiene la sua politica zero-Covid di eradicazione immediata della trasmissione del virus, che continueranno a pesare sull’economia. È probabile che il recupero venga ritardato a causa dell’impatto del virus, ma non per molto tempo. Infatti, i produttori globali hanno già chiuso il 2021 con condizioni operative favorevoli, poiché il settore continua a raccogliere i frutti della forte domanda interna e internazionale.

I vincoli della catena di approvvigionamento raggiungeranno presto il picco?
Sebbene la maggior parte degli analisti rimanga ottimista riguardo alle prospettive economiche per il 2022, è difficile ignorare l’impatto della pandemia. Ad esempio, la carenza di materiali e le interruzioni della catena di approvvigionamento hanno ostacolato la crescita e causato notevoli pressioni sui prezzi. L’inflazione è aumentata nella maggior parte delle economie poiché le perturbazioni nei mercati dell’energia, dei prodotti alimentari e delle materie prime hanno fatto salire i prezzi. Inoltre, i prezzi elevati dell’energia stanno limitando la produzione di materiali chiave e beni intermedi e le strozzature nelle catene di produzione stanno portando a una carenza più generalizzata di beni.

Inoltre, il mercato del lavoro manifesta segni di squilibrio. Ad esempio, negli Stati Uniti 4,5 milioni di americani si sono dimessi dal lavoro a novembre e ha spinto il tasso di dimissioni fino al 3%, il livello più alto da quando i dati sono stati pubblicati per la prima volta nel 2000. A livello globale, i tassi di disoccupazione nella maggior parte dei paesi rimangono al di sopra dei livelli pre-pandemia, e le ore lavorate si sono solo parzialmente riprese. Tuttavia, le imprese di diversi settori hanno difficoltà a reclutare lavoratori, in parte spiegate da una mancata corrispondenza delle competenze. Una carenza di lavoratori in diversi settori riflette anche un calo dei tassi di partecipazione alla forza lavoro in diversi paesi, poiché alcune persone hanno deciso di andare in pensione in anticipo mentre le esigenze di assistenza all’infanzia o i problemi di salute hanno portato altre persone ad uscire dal mercato del lavoro. Infatti, indipendentemente dal fatto che gli equilibri di potere tra capitale e lavoro siano cambiati per sempre, la pandemia avrà innescato molti cambiamenti.

Detto questo, l’indagine Markit sulla produzione industriale di dicembre ha inviato segnali provvisori che i vincoli di fornitura potrebbero aver iniziato a diminuire. Dopo aver raggiunto il massimo storico in ottobre, il sottoindice dei tempi di consegna globali ha indicato una riduzione dei ritardi, ed è ora tornato ai livelli dello scorso maggio. Inoltre, il miglioramento è in linea con il calo delle pressioni sui prezzi, poiché il sottoindice dei prezzi alla produzione è sceso per un secondo mese e, sebbene sia ancora elevato, è ora tornato al livello più basso da aprile.

Rischi derivanti da politiche meno accomodanti
Nel complesso, gli impatti di Omicron – e la possibilità di nuove varianti – sono ancora sconosciuti, ma gli investitori sono ottimisti che i policymaker rimarranno impegnati a contenere eventuali ripercussioni negative sull’economia. Tuttavia, le prospettive di inflazione sono incerte e le banche centrali sono state costrette a inasprire le politiche monetarie di fronte alle dilaganti pressioni sui prezzi. Il rischio è che l’economia globale sia colpita da uno “shock dei tassi” nel 2022, dopo lo “shock inflazionistico” del 2021 e lo “shock di crescita” del 2020. Nel frattempo, la maggior parte delle banche centrali nei paesi emergenti, ma anche alcune economie avanzate come Norvegia e Regno Unito, hanno intrapreso cicli di rialzo dei tassi di interesse in un momento in cui la politica fiscale è sul punto di essere meno stimolante.

Negli Stati Uniti, i tassi sono rimasti al limite inferiore dello zero, ma la Fed ha lanciato un messaggio da falco nelle ultime riunioni, e ha raddoppiato il ritmo del tapering degli acquisti di asset in vista della fine del programma a metà marzo. Inoltre, la previsione mediana per il tasso sui fondi federali ora prevede tre rialzi dei tassi nel 2022, e alcuni membri sono arrivati ​​al punto di sostenere che la riduzione del bilancio potrebbe iniziare subito dopo il rialzo dei tassi, aggiungendo che potrebbe essere appropriato un calo significativo. Questi aggiustamenti riflettono le modifiche alle aspettative economiche della Fed, con in particolare l’inflazione core PCE rivista fino al 2,7% nel 2022, rispetto alla stima precedente del 2,3% e dopo il 4,4% nel 2021. Inoltre, un tasso di disoccupazione in calo è stato visto come una prova che il mercato del lavoro si sta rapidamente avvicinando all’obiettivo di massima occupazione e, di conseguenza, gli operatori di mercato si aspettano che la Fed potrebbe iniziare ad aumentare i tassi già a marzo se l’inflazione dovesse aumentare significativamente.

* Chief Economist & Head of Research di Rothschild
(traduzione fedele dall’inglese a cura della redazione di P&F)