Luglio 3, 2026
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L’Outlook economico globale. L’Europa nuota, gli Stati Uniti galleggiano ed il Giappone è sott’acqua

Le ultime letture sull’attività economica indicano un mix di performance per le c.d. economie sviluppate, con la zona euro ed il Regno Unito che stanno guadagnando forza, gli Stati Uniti che vacillano ed il Giappone che va sempre più giù.

Di Ira Kalish, chief global economist, Deloitte Touche Tohmatsu Limited

Gli ultimi indici di Luglio dei gestori degli acquisti (PMI) di IHS Markit indicano chiaramente che le economie dell’Eurozona e del Regno Unito stanno risalendo la china, l’economia degli Stati Uniti è a pelo d’acqua e l’economia del Giappone continua a calare giù. Questa lettura dell’attività economica globale arriva proprio nel momento in cui si manifestano altri problemi per la ripresa degli Stati Uniti, alle prese con i pagamenti delle assicurazioni contro la disoccupazione – che hanno integrato finora il reddito dei lavoratori disoccupati – che scadranno questa settimana, e le difficili (e lunghe) trattative al Congresso per decidere un altro pacchetto di stimolo all’economia.

Le PMI della zona euro, invece, indicano una forte crescita a Luglio. Infatti, una lettura superiore a 50 per le PMI indica un’attività in crescita, e l’indice dei servizi è aumentato da 48,3 a Giugno a 55,1 a Luglio, mentre quello delle PMI manifatturiero da 47,4 a 51,1. L’indice composito è aumentato da 48,5 a Giugno a 54,8 a Luglio, indicando che l’economia generale si sta rafforzando. Ma non è tutto oro quel che luccica. Infatti, le aziende continuano a ridurre il numero di dipendenti in misura preoccupante, e cresce la preoccupazione che la domanda sottostante sia insufficiente a sostenere il recente miglioramento della produzione.

Pertanto, il timore è che l’aumento della disoccupazione e la necessità di risollevare i bilanci ostacoleranno la ripresa in Eurozona, dove permangono rischi.

Anche l’economia britannica ha registrato un miglioramento delle PMI, il cui indice è aumentato da 47.1 a Giugno a 56.6 a Luglio, mentre il PMI manifatturiero è aumentato da 50,1 a 53,6. Questa forte crescita arriva dopo un calo particolarmente marcato dell’attività nel secondo trimestre, ed è legata alla domanda repressa. Tuttavia, anche in UK dominano una certa debolezza di nuovi ordini ed un continuo declino dell’occupazione, dando così poca forza ai consumi. In aggiunta di ciò, la ripresa del Regno Unito potrebbe essere soffocata dalla mancanza di accordi commerciali post Brexit.

Negli Stati Uniti, il PMI dei servizi è aumentato da 47,9 a Giugno a 49,6 a Luglio, un livello che indica che l’attività ha continuato a diminuire, sebbene modestamente. Il PMI manifatturiero è aumentato da 49,8 a Giugno a 51,3 a Luglio, indicando una crescita modesta, mentre il PMI composito è aumentato da 47,9 di a 50,0. La debolezza dei servizi è particolarmente preoccupante, e riflette in pieno l’impatto dell’attuale ondata di virus.

I dati sull’occupazione mostrano che la ripresa dei posti di lavoro potrebbe vacillare. La scorsa settimana sono stati registrati 1.416 milioni di nuovi crediti per l’assicurazione contro la disoccupazione, più della settimana precedente e il primo aumento settimanale da marzo. Questo rapporto suggerisce che, con l’epidemia virale in aumento in gran parte del sud e dell’ovest, il mercato del lavoro degli Stati Uniti sta iniziando a indebolirsi. Inoltre, se l’economia rimane debole per un periodo prolungato, potrebbero verificarsi interruzioni di altri settori a causa della domanda generale debole. Ciò, a sua volta, potrebbe scatenare una recessione più tradizionale.

Le PMI per il Giappone hanno continuato a essere deludenti. Il PMI dei servizi è rimasto pressoché invariato, passando da 45,0 a Giugno a 45,2 a Luglio, indicando un continuo calo delle attività. L’indice della produzione manifatturiera è aumentato da 32,3 a 41,2 a Luglio, mentre l’indice composito di Luglio è stato di 43,9. In Giappone, i flussi commerciali globali sono attenuati dalle restrizioni sui viaggi, e ciò contribuisce alla flessione dei nuovi ordini e degli ordini all’esportazione. Il governo giapponese ha recentemente allentato le restrizioni economiche, il che potrebbe avere un impatto positivo sulla domanda interna.

Ma il Giappone potrebbe vedere maggiori benefici dalla crisi, rispetto ad altri paesi. Infatti, il Giappone ha alcune delle aziende più produttive e iconiche del mondo, e la minaccia del virus ha portato molte aziende a cambiare comportamento in modi che probabilmente aumenteranno la produttività, incluso un maggiore uso della tecnologia informatica per l’interazione umana, il lavoro da casa e lo shopping da casa. Inoltre, il governo giapponese ha risposto alla crisi con un massiccio aumento delle spese destinato ad aiutare le famiglie e le imprese in difficoltà, anche attraverso programmi che aumenteranno la produttività (come le spese per aumentare i servizi sanitari digitali, la digitalizzazione dei servizi pubblici e le reti in fibra ottica).

Infine, il governo ha aumentato il sussidio disponibile per le persone che lavorano da casa, e sta fornendo alle piccole e medie imprese incentivi finanziari per investire in attrezzature per lavorare a casa.

Analizzando la situazione in Unione Europea, l’UE ha raggiunto un accordo fondamentale al fine di fornire sostegno agli Stati membri, concordando uno stimolo da 750 miliardi di euro destinato a sostenere la ripresa economica. Rispetto al passato, sarà la stessa UE, anziché i singoli membri, ad emettere direttamente obbligazioni per finanziare lo stimolo. Nonostante la proposta iniziale di Francia e Germania (500 miliardi a fondo perduto) sia stata declassata a 390 miliardi dalla forte opposizione del premier olandese Rutte (a capo della cordata dei “frugali”), si tratta comunque di una nuova tendenza, che in futuro potrebbe rafforzare il ruolo globale dell’euro.

Il nuovo debito sarà finanziato dai futuri bilanci dell’UE, con l’obiettivo di estinguerlo completamente entro il 2058. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che l’Europa ha attraversato il Rubicone. Questo nuovo accordo è di gran lunga la più grande, diretta, unificata azione di bilancio intrapresa dall’UE. È un passo nella direzione dell’integrazione fiscale, sebbene il processo per arrivare a questo punto sia stato piuttosto difficile e controverso, rivelando profondi disaccordi e sollevando dubbi tali da rappresentare un potenziale punto di rottura per l’Europa.

Olanda, quando frugale fa rima con paradiso fiscale. Dietro il negoziato un patto su tasse e dividendi?

La battaglia che si sta combattendo sul Recovery Fund probabilmente nasconde una posta in palio ben più importante per alcuni paesi dell’UE con un fisco più “generoso” degli altri. Dietro l’ipocrisia della frugalità, interessi inconfessabili ed una implicita richiesta di garanzie, da parte di Olanda, Irlanda e Lussemburgo, sul tema della diversa imposizione fiscale.

Cosa nasconde il dibattito sul Recovery Fund, condotto dall’Olanda con cinica opposizione da quando è stato concepito? Qual è la vera contropartita? Sono domande solo apparentemente senza risposta, perché la vera posta in palio, ormai, è diventata come il “segreto di Pulcinella”.

Fino ad oggi, è bene precisarlo subito, l’Italia ha fatto quasi da sola, e gli effetti negativi sull’economia si vedono tutti. A parte il programma di Quantitative Easing, che serve soltanto a creare la base di liquidità “a prestito”, è mancata del tutto quella “a fondo perduto”, e cioè l’unico vero aiuto per degli stati che si trovano in estrema difficoltà finanziaria. Dopo quattro mesi, infatti, il tanto strombazzato intervento di aiuti straordinari per i paesi europei sta ancora lì, sul tavolo delle trattative, tenuto in stallo da un gruppo di paesi definiti generosamente da una stampa ruffiana come “frugali” – la traduzione più esatta sarebbe quella di “parsimoniosi” – che di frugale non hanno proprio nulla. A capo di questi paesi che ci remano contro per vile calcolo finanziario c’è l’Olanda, guidata da Rutte (cognome che richiama in Italia buona digestione), che già si era distinta tra Marzo ed Aprile come sospetto sicario di una Merkel allora allineata, per calcolo politico, con il gruppetto dei frugali.

A Bruxelles, sede della Commissione Europea, lo scorso 17 luglio è cominciata la partita finale, quella in cui i ricatti diventano troppo insistenti per non rivelare la vera poste in gioco, che Giuseppe Conte – o chi per lui – ha fatto uscire nei mesi scorsi in tutta la loro chiarezza: la tassazione più bassa riservata alle aziende dall’Olanda, che di fatto è un paradiso fiscale, al pari di Irlanda e Lussemburgo, all’interno dell’UE.

Questo significa, in soldoni, ricevere concorrenza sleale che fa danni a tutti, e che solo in Italia genera mancati introiti per diversi miliardi ogni anno.

La riunione sul Recovery Fund, cioè il fondo da 750 miliardi di euro che dovrebbe far ripartire l’economia UE dopo il disastro della pandemia, non ha ancora messo d’accordo i 27 primi ministri UE, soprattutto sul modo in cui questi soldi vanno distribuiti. Secondo il piano di Germania e Francia di fine Marzo, di questi 500 dovrebbero essere sovvenzioni, e 250 prestiti, ma questa ipotesi non piace ai cosiddetti paesi frugali, cioè Austria, Danimarca, Olanda e Svezia (ed anche la Finlandia sembra avere la stessa linea). 

Ufficialmente, a condurre questa guerra ad oltranza contro il Sud Europa sono Il primo ministro austriaco, Sebastian Kurz (Partito Popolare), il primo ministro danese, signora Mette Frederiksen (partito socialdemocratico), la premier della Svezia è Stefan Löfven (socialdemocratica) ed il premier olandese Mark Rutte (Vvd, partito conservatore liberale europeista). A questi si potrebbe aggiungere anche il primo ministro finlandese, signora Sanna Marin, che però ancora non si svela apertamente.

E Irlanda e Lussemburgo, cosa c’entrerebbero? Siamo sicuri che il lezioso Rutte non rappresenti anche loro, in qualche modo?

I motivi ci sarebbero, eccome, ed è perfettamente lecito sostenerlo al di là di ogni bislacca ipotesi “complottista”. Secondo il presidente dell’Antitrust Roberto Rustichelli, sentito in audizione alla Camera, paesi come l’Irlanda, l’Olanda e il Lussemburgo sono veri e propri paradisi fiscali dell’area Euro, che attuano pratiche fiscali aggressive e, anche grazie a queste pratiche, registrano elevatissimi tassi di crescita sia del PIL (dal 2015 il PIL italiano è cresciuto solo del 5%, quello dell’Irlanda del 60%, quello del Lussemburgo del 17% e quello dell’Olanda del 12%) che del reddito pro capite (Italia 2019 pari a euro 28.860, Lussemburgo euro  83.640, Irlanda 60.350 e Olanda euro 41.870).

Il flusso degli investimenti internazionali è lo specchio del fenomeno, dal momento che quelli effettuati in Italia sono pari al 19% del PIL, mentre il Lussemburgo attrae investimenti pari a oltre il 5.760%, l’Olanda al 535% e l’Irlanda al 311%.

In tutto ciò, l’Unione europea nel complesso ci perde, dal momento che le multinazionali localizzano le loro sedi proprio nei paesi europei con una tassazione più favorevole, realizzando un gettito fiscale complessivamente inferiore. Secondo alcuni uffici studi, per esempio, il fisco italiano perde la possibilità di tassare oltre 23 miliardi di dollari di profitti, perchè 11 miliardi vengono spostati in Lussemburgo, oltre 6 miliardi in Irlanda, 3,5 miliardi in Olanda e circa 2 miliardi in Belgio. Ciò comporta un danno per l’Italia che può essere stimato tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari l’anno.

Tutti questi dati, che certo non sono una novità, sono saltati fuori soltanto quattro mesi fa, allo scoppio della pandemia, quando tutti litigavano e l’Unione Europea sembrava aver fatto definitivamente il suo corso. Oggi, dopo estenuanti trattative, i paesi litigano ancora, e l’ipotesi che la posta in gioco sia quella della concorrenza fiscale si fa sempre più reale. Infatti, un negoziato che tratta su 50 miliardi in meno (su 500) di fondo perduto non è credibile, se dietro le quinte non ci sia qualcosa di più “sostanzioso”, ossia un patto di non belligeranza sul tema della tassazione, che vale 70 miliardi l’anno. Tanto è quanto i paradisi fiscali europei sottraggano ogni anno agli altri paesi della UE, grazie alle tasse basse e alla libera circolazione dei capitali.

Troppo, per rinunciarvi.

Poliziotto buono e poliziotto cattivo, Italia sotto torchio da 1.416 ore. BTP e borsa in pericolo?

Come nel più classico dei polizieschi, l’Italia ed il suo sistema finanziario sembrano essere in stato di fermo dalla notte del 7 Marzo scorso. In questa immaginaria saletta degli interrogatori, le istituzioni della UE si alternano, ora con aggressività ora con gentilezza, per strappare al nostro Paese la confessione di un “reato” non ancora commesso.

di Massimo J. Bonaventura

Nella notte tra il 7 e l’8 marzo, con un nuovo decreto, Conte limitava le possibilità di movimento nelle zone più colpite dal contagio, in entrata e in uscita e all’interno dei territori. La sera del 9 marzo, con un nuovo decreto, tutta l’Italia diventava zona rossa, mentre il successivo 11 Marzo l’OMS dichiarava che l’epidemia di Covid19 fosse ufficialmente una pandemia, con oltre 165 paesi nel mondo coinvolti nel contagio. Da quella notte di venerdì 7 Marzo, però, l’Italia veniva posta in una sorta di “fermo di polizia comunitario” che, in tutta evidenza, continua ancora oggi, con un balletto di attori che si alternano per tenere sotto torchio il nostro Paese da ben 1.416 ore.

Come nel più classico dei film polizieschi, ci sono tutti i personaggi: l’imputato (Conte), i poliziotti cattivi (Merkel, Lagarde e soprattutto il rude olandese Rutte, dal cognome che evoca buona digestione) ed i poliziotti buoni (il presidente della Repubblica tedesca Frank-Walter Steinmeier, Ursula Von Der Leyen e Mario Draghi). Ci sono anche quegli attori (Commerz Bank) che, in una immaginaria storia di complotti internazionali, interpretano la parte degli sgherri senza scrupoli, pronti ad eseguire ordini da chi li foraggia – non importa se i buoni o i cattivi – pur di rendere l’imputato ricattabile. Tutti costoro si danno il cambio più o meno settimanalmente, ora con aggressività ora con gentilezza, per strappare all’imputato la confessione di un “reato” non ancora commesso, ossia la sua uscita dall’UE, sfruttando la presunzione di colpevolezza di una Italia considerata inaffidabile per via dell’ampiezza del suo debito, e mascherando il desiderio di tenersela, invece, così com’è, fragile e accomodante, invece di avere un avversario economico temibile com’era un tempo, prima del suo ingresso nell’UE.

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Passando dal piano della fantasia – e nemmeno tanto – a quello di realtà, l’intervento dal perfetto tempismo della Corte Costituzionale tedesca fa seguito al downgrade sull’Italia deciso da Fitch e precede solo di qualche giorno (8 Marzo) il giudizio sul rating del debito italiano delle due agenzie Moody’s e DBRS, preannunciando un mese di Maggio 2020 ad alta tensione per la borsa italiana ed i BTP. Infatti, dopo il rinvio del 24 marzo, la Corte federale  si è finalmente pronunciata sulla legittimità degli acquisti di titoli di BCE nell’ambito del Quantitative Easing, creando scompiglio laddove, invece, c’era bisogno di adottare maggiore sensibilità giuridica; ergo, maggiore livello di compromesso, necessario date le circostanze. Così, la Corte ha accolto solo in parte il ricorso sulla legalità del Quantitative Easing della BCE, sottolineando che alcuni suoi aspetti violerebbero la legge tedesca e concedendo al governo della Merkel tre mesi di tempo per fare chiarezza sul programma. Pertanto, adesso Christine Lagarde deve dimostrare a Berlino che la BCE ha fatto il suo lavoro come si deve, e questo la dice lunga su chi comanda in Europa.

Onestamente, quella di una Corte costituzionale tedesca indipendente dai chiari desideri di supremazia politica ed economica della Germania, portati avanti dai conservatori che tengono in piedi la Merkel, non se la beve nessuno, tanto più che la scelta della Corte di aumentare il periodo di “riflessione” di tutta l’Unione Europea sui futuri strumenti da adottare non sembra accadere per caso, ed è certamente collegabile all’avversione della Germania verso gli eurobond. Pertanto, ci vuole poco a scommettere su una Merkel che userà la decisione della Corte federale per apparire “con le mani legate” ed opporsi alla emissione di un debito comune (e questo la dice lunga sulle istituzioni tedesche “indipendenti” che non farebbero politica…).

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Inoltre, la Corte interviene in un momento gravissimo per l’Europa, e nonostante ciò lancia un messaggio inaccettabile, secondo il quale il diritto deve essere rispettato anche il mondo andasse a rotoli, senza alcun cambio dell’ordine delle cose e a qualunque costo (degli altri). Una posizione, a ben vedere, molto cara alle banche tedesche: come non collegare l’uscita di Commerz Bank dell’1 Aprile, in occasione della quale la seconda banca tedesca dava per scontato il declassamento del debito italiano a livello “junk” (spazzatura), con la decisione odierna della Corte? 

Per chi vuol vedere il bicchiere mezzo pieno, potremmo dire che la Corte avrebbe promosso parzialmente il piano di QE già lanciato da tempo dall’Eurotower, dichiarando di “….non avere riscontrato una violazione del divieto di finanziamento monetario dei bilanci degli Stati membri“; però, allo stesso tempo, i giudici costituzionali hanno aggiunto che governo federale e Bundestag tedesco avrebbero violato i diritti dei ricorrenti (gli imprenditori tedeschi Heinrich Weiss, Patrick Adenauer e Juergen Heraeus, molto vicini ai conservatori) per non aver intrapreso iniziative contro la BCE allo scopo di verificare se le misure inerenti al QE avrebbero travalicato il principio di proporzionalità.

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C’è da dire che una bocciatura da parte della Corte tedesca, pur escludendo la partecipazione della Bundesbank dagli acquisti dei titoli (cioè, del maggiore acquirente), non avrebbe bloccato il QE della BCE, ma avrebbe comunque dato un segnale politico di crisi irreversibile dell’Unione Europea che, alla luce dei fatti, necessita ancor di più di una revisione dei suoi trattati, di cui la decisione della Corte federale tedesca ha rivelato tutta la fragilità.

Inoltre, a causa di tutto ciò, il prossimo 8 Maggio si potrebbe aprire un capitolo dolorosissimo per la borsa italiana e, soprattutto, per i BTP. Infatti, un ulteriore downgrade segnerebbe l’ingresso dei titoli di stato italiani nell’inferno dei junk bond (titoli spazzatura), e la decisione della Corte tedesca pone già il veto alla Merkel di permettere il loro acquisto nel programma di QE e costringerebbe la Lagarde – che ogni tanto veste i panni del poliziotto buono – a fare i salti mortali per fare accettare la continuità dello stesso programma.

In ogni caso, è chiaro che all’Italia verrà chiesto di fare un passo indietro sugli eurobond.

E speriamo soltanto su questi.