Giugno 10, 2026
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La guerra, i mercati e le banche centrali: cosa ci aspetta e cosa non dobbiamo aspettarci

La Russia di Putin è disposta a tutto per difendere la sua posizione, e il mito della guerra-lampo è già crollato miseramente. Ecco cosa ci si può aspettare dalle banche centrali e dai mercati nei prossimi mesi del 2022.

Di Massimo Bonaventura

Dopo undici giorni di aggressione militare, L’invasione russa dell’Ucraina si è rivelata più aggressiva ed espansiva di quanto ci si attendesse all’inizio, allorquando gli analisti davano quasi per scontata una guerra-lampo che, se da un lato suscitava lo sdegno generale, dall’altro era l’auspicio di un attacco con scarsi effetti sui mercati mondiali.

Anche noi di P&F siamo stati incantati come Ulisse dal canto di queste sirene, ma adesso è chiaro più che mai che si tratta di un conflitto di ampio respiro geo-politico, anche internazionale, e l’iniziale obiettivo di smilitarizzare alcune zone russofone dell’Ucraina dove si sarebbero consumati crimini contro la popolazione russa del luogo ha rivelato il vero scopo di annettere l’intera Ucraina, rimuovendo e sostituendo la sua classe dirigente. Prova ne sia che l’esercito russo, a parte mostrare assoluta indifferenza verso i “danni collaterali” subiti dai civili, non sta distruggendo le infrastrutture vitali del paese che ha invaso: reti di telefonia cellulare, centrali energetiche, autostrade e ferrovie, porti commerciali e aeroporti civili vengono accuratamente tenuti lontani dal conflitto, ed anzi, come nel caso delle centrali nucleari, addirittura occupate e difese militarmente. Non si tratta certamente di motivi umanitari – che il dittatore finto-democratico Putin sembra sconoscere del tutto – ma di semplice protezione degli asset sottratti all’Ucraina, la cui continuità di funzionamento deve essere assicurata per la futura dominazione sul territorio e per assicurare una economia funzionale agli interessi della Russia.  

Quanto sopra porta a presagire che anche gli effetti sui mercati e sull’economia europea saranno più significative di quanto inizialmente ipotizzato, e gli impatti negativi potrebbero essere più gravi del previsto per le borse, almeno nel brevissimo periodo. La chiusura del “venerdì nero” della scorsa settimana ne è valida dimostrazione, e l’assenza di nuovi spunti e aperture – la continuazione dei colloqui tra delegati russi e ucraini sembra più che altro un negoziato per le condizioni della resa – non fa prevedere una settimana di corposi recuperi. Nonostante ciò, trasponendo la valutazione degli scenari in un’ottica globale, sembra improbabile che questa guerra possa causare una recessione, poiché l’aumento del prezzo del gas e del petrolio è largamente compensato da fondamentali economici molto solidi e da una ripresa economica che non accenna a diminuire. Inoltre, la produzione di beni durevoli appare robusta e le intenzioni di investimento delle imprese non sembrano essere state intaccate dagli eventi, dando stabilità alla crescita significativa dei redditi da lavoro (che sosterranno la domanda dei consumatori, nonostante l’aumento della bolletta energetica).

Le sorti dei mercati azionari appaiono legate al conflitto bellico attivo: non appena questo si attenuerà, la preoccupazione degli investitori diminuirà come d’incanto e assisteremo ad una rapida crescita dei valori di borsa, anche perché gli impatti negativi a breve termine dei prezzi energetici sulle attività produttive mondiali (secondo uno studio recente di UBS Investment Bank) potrebbero tradursi in un freno dello 0,1% sulla crescita globale, e ciò costituisce un freno per le banche centrali nell’utilizzare aggressivamente i tassi di interesse nel tentativo di rallentare l’inflazione senza provocare anche un rallentamento della crescita economica.

In estrema sintesi, lo scenario migliore – e più cinico, visto il coinvolgimento di una intera popolazione e della Comunità Internazionale – è quello che vede una rapida sostituzione della leadership ucraina e una cessione del controllo alla Russia. Lo scenario “di mezzo”, meno probabile ma ugualmente positivo, è quello in cui la Russia si ritira unilateralmente dopo aver raggiunto determinati obiettivi militari e politici. Gli altri scenari purtroppo prevedono una durata più lunga del conflitto, con impatti negativi gradualmente maggiori a seconda del tempo trascorso e del coinvolgimento della Comunità Internazionale, che oggi appare divisa ed ha un atteggiamento ambiguo: da un lato annuncia sanzioni durissime, e dall’altro non le mette in pratica perché manca la necessaria unanimità politica.

Lo scenario peggiore, manco a dirlo, è quello che vede i paesi membri della NATO entrare in conflitto diretto contro la Russia. Per quanto detto sopra relativamente alle sanzioni, un evento di questo tipo è ritenuto improbabile, ma l’eventuale ingresso di Moldavia e Lituania nell’Unione Europea verrebbe interpretata come una sorta di dichiarazione di guerra, poiché questi paesi –così come l’Ucraina – fanno parte di quella “zona cuscinetto” tra Russia e NATO ritenuta strategicamente irrinunciabile da Putin. Nel frattempo, le banche centrali rimangono preoccupate per i rischi di mantenimento rialzo dell’inflazione, e questo potrebbe giocare un ruolo importante nell’influenzare la propensione al rischio degli investitori. Le prospettive per i rendimenti obbligazionari rimangono incerte, dato il contrasto tra lotta all’inflazione elevata e rischio di rallentare  la crescita economica, ma la prospettiva rimane quella di politiche monetarie e fiscali ancora piuttosto accomodanti. Infatti, se la crescita dovesse iniziare ad indebolirsi, le banche centrali dovrebbero assumere un comportamento a metà strada tra la “modalità easing” e quella restrittiva, tardando il più possibile le misure monetarie restrittive allo scopo di evitare la recessione.

A livello valutario, il dollaro americano o e lo Yen sembrano già più apprezzati dell’Euro, che appare sotto pressione anche per via dell’attuale situazione del continente, molto vicino al conflitto sia politicamente che geograficamente. Inoltre, la Russia non è soltanto un grande produttore di petrolio e gas, ma anche di alluminio e fertilizzanti, per cui occorrerà più tempo per riconfigurare le catene di approvvigionamento verso altri paesi produttori di queste materie prime così vitali per l’Europa. Pertanto, le attese sono per uno spostamento dei capitali verso la Cina e i paesi emergenti dell’Asia, che sono meno colpiti dalla crisi e, soprattutto, saranno beneficiari della riconfigurazione delle catene di approvvigionamento delle materie prime precedentemente fornite dalla Russia.

PIL 2020-2021, Italia si conferma economia fragile. Mattarella si arrende all’evidenza e chiama Draghi

Dopo il “grande balzo in avanti” del terzo trimestre 2020 (+16%), il PIL italiano sembra essersi arrestato, e di questo passo potrebbe raggiungere i livelli pre-pandemia solo nel 2023. In grave ritardo rispetto al resto del mondo.

I numeri sul PIL dell’Europa sono impietosi: Austria -4,3%, Germania +0,1%, Spagna +0,4%, Francia -1,3. Nel quarto trimestre 2020, il PIL dell’Eurozona è sceso dello 0,7% (-0,5% nell’intera UE)  rispetto al terzo trimestre, che aveva visto un aumento rispettivamente del +12,4% e +11,5%. Statisticamente, si tratterebbe del crollo più grave dal 1995, ma l’analisi dei dati richiede un approfondimento, anche per via delle numerose sfumature negative che riguardano l’Italia e, conseguentemente, la recente decisione del Presidente Mattarella di non dare un terzo incarico a Conte, ma chiamare al capezzale del Paese il più autorevole Mario Draghi.

Tornando ai numeri, nel 2020 il Pil italiano è calato dell’8,8%, mentre nel quarto trimestre del 2020 è sceso del 2% rispetto al trimestre precedente. Sebbene i media stiano sbandierando che il dato sia lievemente migliore delle attese (era previsto un calo del 9%), la situazione italiana è drammatica, ed il trend per il 2021 non si profila all’altezza di quello degli altri paesi europei e delle maggiori economie mondiali, per le quali il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente alzato le stime per il 2021.


Va da sé che, in uno scenario mondiale in cui si cominciano a sentire gli effetti positivi dell’inizio delle vaccinazioni e delle misure di sostegno varate soprattutto negli Stati Uniti e in Giappone, questo ritardo appare inaccettabile. Alle ragioni dell’ottimismo, infatti, si contrappongono ancora le incognite legate all’efficacia e alla rapidità delle campagne di vaccinazione – i ritardi delle case farmaceutiche nelle consegne del vaccino hanno innalzato il livello di incertezza – le nuove ondate di infezioni e le brutte notizie sulle varianti del Covid-19, che ritardano i tempi di riapertura del traffico internazionale con diversi partner commerciali.

Nonostante questa congiuntura, che accomuna tutto il mondo, sono diversi gli stati che hanno fatto e faranno meglio dell’Italia. In tal senso, vale la pena analizzare la “forbice” tra diminuzione del PIL nel 2020 e l’aumento previsto nel 2021 dei maggiori paesi dell’UE, rispetto al nostro, che vede un saldo negativo nel biennio pari a -5,4% (-8,9% nel 2020 e +3,5% nel 2021). Il PIL tedesco, invece, nel quarto trimestre del 2020 è cresciuto dello 0,1% (Italia -2%), rallentando il processo di ripresa per via della seconda ondata di Covid ed il relativo lockdown a Dicembre 2020, ma conseguendo un saldo 2020/2021 pari a -1,9%.

Il PIL della Francia è risultato in contrazione dell’1,3% nel quarto trimestre, e su base annua è pari a -8,3%, con una previsione di crescita del +5% nel 2021 (saldo biennio 2020/2021 pari a – 3,3%). In particolare, l’economia francese ha resistito al lockdown della seconda ondata grazie al successo di misure di sostegno rapide e più mirate.

La Spagna ha sorpreso tutti, con una crescita dello 0,4% nel quarto trimestre (contro attese per – 1,9%), e presenta un saldo negativo del biennio 2020/2021 pari a – 3,2% (-9,1% nel 2020 e + 5,9% nel 2021).

Il saldo negativo atteso, in media, nell’Eurozona è del 3%, e pertanto l’Italia presenta dati decisamente peggiori, superata solo dal Regno Unito – “vittima” della combinazione di Brexit e Covid-19 – con un saldo 2020/2021 pari a – 5,5%.

Il confronto con le più grandi economie mondiali, di cui facciamo parte a pieno titolo, diventa addirittura impietoso. Gli Stati Uniti conseguiranno nel biennio, sempre in termini di PIL, un risultato positivo di + 1,7%, l’India di + 3,5% e la Cina di + 10,4%. Il Giappone contiene il dato negativo a -2% ed il Brasile a -0,9%.

In definitiva, dopo il “grande balzo in avanti” del terzo trimestre 2020 (+16%), il PIL italiano sembra essersi arrestato, e di questo passo potrebbe raggiungere i livelli pre-pandemia solo nel 2023; complice anche il tasso di disoccupazione, che è previsto in crescita (11,1%) nel 2021 e ancora al 10% nel 2022. 

Proprio il mondo del lavoro presenta gli interrogativi più difficili. Infatti, a breve – quando sarà sancita la fine della fase di emergenza – scatteranno i tagli agli organici, già definiti dalle grandi e medie aziende per adeguare la capacità produttiva al più basso livello della domanda. Con questo scenario alle porte, il compito del presidente Mattarella e, soprattutto, di Mario Draghi, si presenta arduo. Non sarà sufficiente, infatti, il prestigio internazionale di cui Draghi gode per dipanare la matassa in cui è caduta l’economia italiana, stretta com’è tra la necessaria temporaneità delle politiche di sostegno alle famiglie e alle categorie produttive, e la necessità di spendere nel miglior modo possibile le risorse finanziarie del Recovery Plan.

In tal senso – e politica parlamentare permettendo – le differenze tra un governo Draghi ed il governo tecnico di Mario Monti, che aveva il compito di trovare risorse che non c’erano, sono abissali.