Aprile 21, 2026
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Mercato obbligazionario in equilibrio tra prudenza e graduale ritorno di fiducia

I rendimenti restano attrattivi, ma adesso prevale l’approccio basato sulla diversificazione delle scadenze, sulla qualità del credito e su una gestione attenta della duration.

Di Francesco Megna, direttore commerciale HUB primaria banca ed esperto di finanza

Il mercato obbligazionario apre l’anno con un tono più costruttivo rispetto alle tensioni che avevano caratterizzato la parte finale dell’anno precedente, ma lo fa in un contesto che resta complesso e selettivo. Gennaio si conferma un mese di osservazione e riposizionamento, nel quale investitori istituzionali e risparmiatori cercano di capire se il rallentamento dell’inflazione sia ormai strutturale e quanto spazio resti per un allentamento delle condizioni monetarie nel corso dell’anno.

Sui titoli governativi dei Paesi sviluppati prevale una dinamica di stabilizzazione dei rendimenti. Dopo mesi di forte volatilità, le curve tendono ad appiattirsi, con movimenti più contenuti sulle scadenze lunghe e un’attenzione particolare sul tratto breve e medio. Qui si concentra infatti la sensibilità alle aspettative di politica monetaria e alle indicazioni macroeconomiche di inizio anno. I rendimenti restano su livelli storicamente interessanti, ma senza gli scossoni che avevano caratterizzato le fasi di maggiore incertezza inflattiva. Nel comparto dei titoli di Stato dell’area euro, invece, emerge una domanda più selettiva: gli investitori privilegiano emissioni con duration intermedia, considerate un buon compromesso tra rendimento e rischio tasso.

Il tema dello spread resta presente, ma con oscillazioni più contenute rispetto al passato recente. La percezione del rischio sovrano appare meno emotiva e più legata ai fondamentali, in un contesto in cui i conti pubblici e la crescita economica tornano al centro delle valutazioni. Sul fronte corporate, gennaio mostra un mercato diviso in due: da un lato le emissioni investment grade beneficiano di flussi in ingresso, sostenute dalla ricerca di rendimento con un profilo di rischio relativamente controllato, e gli spread creditizi restano compressi, segnale che il mercato non sta prezzando scenari di stress imminenti sul fronte delle insolvenze; dall’altro lato, il segmento high yield si muove con maggiore cautela, poiché gli investitori chiedono premi più elevati e mostrano attenzione alla qualità degli emittenti, penalizzando i settori più ciclici o maggiormente esposti al rallentamento economico.

Interessante anche l’andamento dei titoli indicizzati all’inflazione. Infatti, pur in presenza di un raffreddamento delle dinamiche inflattive, una parte del mercato continua a considerarli uno strumento di copertura utile, soprattutto sulle scadenze medio-lunghe. Le aspettative di inflazione implicite restano infatti sopra i livelli pre-crisi, riflettendo l’idea che la fase di prezzi molto bassi appartenga ormai al passato.

Francesco Megna

Dal punto di vista degli investitori retail, gennaio conferma una preferenza per strumenti obbligazionari percepiti come più semplici e leggibili. Le sottoscrizioni si concentrano su titoli governativi, fondi obbligazionari a bassa volatilità e soluzioni con flussi cedolari regolari. L’obiettivo non è tanto la speculazione sul movimento dei tassi, quanto la costruzione di un reddito prevedibile e la difesa del capitale in un contesto ancora incerto.
Nel complesso, il mercato obbligazionario di gennaio si muove in equilibrio tra prudenza e graduale ritorno di fiducia. I rendimenti restano attrattivi, ma la stagione delle scommesse unidirezionali sembra lasciare spazio a un approccio più ragionato, basato sulla diversificazione delle scadenze, sulla qualità del credito e su una gestione attenta della duration. È un inizio d’anno che non promette accelerazioni improvvise, ma che getta le basi per un ruolo nuovamente centrale delle obbligazioni nei portafogli, dopo anni in cui erano rimaste ai margini delle scelte di investimento.

L’oro supera i 3.000 USD e si aggravano i timori di una guerra commerciale, ma niente panico

Sebbene gli ampi cambiamenti imposti da Trump ai mercati aggiungano incertezza, il messaggio è chiaro: potrebbe essere in arrivo una flessione, ma non è il momento di farsi prendere dal panico.

Venerdì della scorsa settimana l’oro ha raggiunto per la prima volta in assoluto la soglia chiave dei 3.000 USD, alimentato dall’escalation dei timori per la guerra commerciale e dalle crescenti aspettative di un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve, dopo aver registrato un massimo storico giovedì. Gli investitori continuano a puntare sull’oro come bene rifugio mentre cresce l’incertezza economica e geopolitica.

Wall Street è crollata giovedì a causa dell’escalation della guerra commerciale di Trump che ha spaventato gli investitori, spingendo lo S&P 500 a una correzione del 10,1% rispetto al picco di febbraio. Anche il Nasdaq è in territorio di correzione e l’indice Dow Transport sfiora il mercato in ribasso. L’ultimo colpo è arrivato dopo che l’UE ha imposto una tassa del 50% sul whisky americano, spingendo Trump a minacciare dazi del 200% su vini e liquori europei. L’inflazione statunitense è scesa al 2,8% a febbraio, al di sotto delle aspettative, offrendo un po’ di sollievo tra le preoccupazioni legate alla guerra commerciale. Anche l’inflazione di base, che esclude alimentari ed energia, ha rallentato al 3,1%, il livello più basso da aprile del 2021. Nonostante i dati positivi, l’incertezza rimane alta a causa dei dazi, che potrebbero far salire i prezzi nei prossimi mesi. La Federal Reserve dovrebbe mantenere i tassi di interesse stabili la prossima settimana, ma i mercati prevedono tagli dei tassi a partire da giugno se l’inflazione continuerà a diminuire. 

Anche i mercati europei hanno chiuso in ribasso nella giornata di giovedì, quando la minaccia di Trump di imporre dazi del 200% su vini e liquori dell’UE ha fatto crollare i titoli alcolici. Pernod Ricard, Rémy Cointreau e Campari sono scesi di oltre il 3%, mentre LVMH ha perso l’1,1%. Lo Stoxx 600 ha chiuso in ribasso dello 0,15%, con i titoli del settore automotive in testa alla classifica dei ribassi (-1,7%), mentre gli investitori valutavano le misure di ritorsione di UE e Canada.

Cresce il rischio di recessione, ma niente panico. Il capo economista di J.P. Morgan, Bruce Kasman, avverte che negli Stati Uniti quest’anno c’è una probabilità di recessione del 40%, in rialzo rispetto alla precedente stima del 30%. Tra i motivi Kasman ha citato i dazi di Trump e l’incertezza politica. Se ad aprile dovessero entrare in vigore dazi reciproci, il rischio potrebbe addirittura superare il 50%. Kasman avverte inoltre che l’imprevedibilità delle politiche statunitensi potrebbe indebolire la fiducia degli investitori nei mercati americani, minacciando “l’esorbitante privilegio” che consente agli Stati Uniti di finanziare il proprio debito a basso costo. Si tratta, comunque, di indici previsionali che devono comunque essere sottoposti alla prova dei fatti, e i fatti ci impediscono di essere anche lontanamente “catastrofisti”. Nonostante l’incertezza economica, infatti, i mercati suggeriscono solo una flessione, non una crisi economica durevole e generalizzata.

Relativamente al mercato obbligazionario, gli spread delle obbligazioni societarie statunitensi sono saliti al livello più alto degli ultimi sei mesi, riflettendo i crescenti timori di recessione. Gli spread delle obbligazioni investment-grade hanno raggiunto i 94 punti base, mentre quelli delle obbligazioni high-yield (spazzatura) hanno raggiunto i 322 punti base, segnalando una maggiore avversione al rischio. Eppure i possibili tagli dei tassi della Fed dovrebbero generare un andamento contrario, segno che tale previsione di politica monetaria non è consolidata. I titoli azionari sono calati, prevedendo un rallentamento degli utili, ma gli spread creditizi rimangono stabili, a dimostrazione della fiducia nel debito societario

Pertanto, sebbene gli ampi cambiamenti politici del Presidente Trump aggiungano incertezza, il messaggio del mercato è chiaro: potrebbe essere in arrivo una flessione, ma non è il momento di farsi prendere dal panico. Infatti, i mercati hanno tentato un rimbalzo venerdì scorso, quindi i rialzisti probabilmente vorranno vedere qualcosa di più del rimbalzo di un solo giorno per accrescere la propria fiducia. Peraltro, ci sono diversi potenziali catalizzatori che muovono il mercato la prossima settimana, tra cui il rapporto mensile sulle vendite al dettaglio di lunedì, una riunione del FOMC martedì-mercoledì e la conferenza annuale GTC di Nvidia che si svolgerà per tutta la settimana. In questo contesto attuale, c’è anche la possibilità di ottenere sviluppi sui dazi, che potrebbero essere di natura sia crescente che decrescente.

Inoltre, diversi indicatori tecnici hanno segnalato uno stato di ipervenduto, ma questo è stato anche il caso della scorsa settimana. C’è una certa incertezza sul rapporto sulle vendite al dettaglio, ma anche curiosità di vedere se il mercato azionario reagirà negativamente se il rapporto dovesse risultare debole. Per quanto riguarda la Fed, visti i dati sull’inflazione relativamente benigni e le ulteriori prove di un rallentamento dell’economia, il presidente della Fed Powell probabilmente trasmetterà ai mercati un tono più accomodante che aggressivo. Pertanto, la previsione per la prossima settimana è ancora una volta rialzista, e le “prove tecniche di rimbalzo” di venerdì scorso potrebbero avere più spazio. Cosa potrebbe mettere in discussione queste prospettive? Se la prossima settimana dovessimo avere ulteriori escalation tariffarie, i mercati potrebbero tornare in modalità “risk off” e virare al ribasso.