Luglio 26, 2026
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Nel 2024 la politica al centro dei mercati finanziari. Effetti sulle valute

Dal dollaro USA allo Yen, passando per l’Euro e la Sterlina. Ecco una analisi sulle più importanti valute mondiali, alla luce dei cambiamenti dettati dalle elezioni in gran parte del mondo.

di Roberto Gusmerini, Head of Dealing Ebury Italia

Il primo semestre del 2024 si è concluso, ma quali sono stati i principali sviluppi sul mercato dei cambi fino ad oggi? L’attenzione si è concentrata principalmente sul rallentamento della tempistica dei tagli dei tassi di interesse nelle principali economie. Ciò è stato particolarmente evidente negli Stati Uniti, dove il dot plot del FOMC di giugno indica un solo taglio dei tassi nel 2024.

Il dollaro USA, che ha sovraperformato tutte le valute del G10 quest’anno, è stato quindi favorito. Riteniamo che la Banca d’Inghilterra inizierà ad allentare la politica monetaria in agosto, dopo le elezioni nel paese, mentre la Banca centrale norvegese, quella australiana e quella neozelandese non sembrano intenzionate a ridurre i tassi prima della fine del 2024. Al contrario, la Banca nazionale svizzera e la Riksbank svedese sono state le prime banche centrali del G10 a tagliare i tassi, seguite a giugno dalla BCE e dalla Bank of Canada.

Sul fronte macroeconomico, negli ultimi mesi si è registrato un costante calo dei tassi di inflazione in tutto il mondo, anche se in alcuni casi il processo di disinflazione ha recentemente subito un arresto. Anche la domanda mondiale ha retto bene, con un andamento delle economie largamente superiore alle attese, in particolare in Europa. Ciò può spiegare in parte il rallentamento delle aspettative di taglio dei tassi nel G10. A giugno l’attenzione dei mercati si è spostata in gran parte sulla politica. Le elezioni in Messico, Sudafrica e India hanno provocato volatilità sia nei mercati locali che in quelli dei cambi. I risultati delle elezioni parlamentari europee hanno contribuito a una debole performance dell’euro, a causa della convocazione di elezioni anticipate in Francia. Il doppio turno elettorale ha un pò tradito le attese di un possibile governo di destra: il Rassemblement National di Le Pen, dopo aver ottenuto il maggior numero di voti, non è riuscito a raggiungere la maggioranza assoluta al secondo turno ed è fuori da ogni ipotesi di governo. 

Quest’anno la sterlina ha sovraperformato rispetto a tutte le altre valute del G10, ad eccezione del dollaro, sostenuta dall’ampia ripresa dell’economia britannica e dalla certezza nel panorama politico, con la vittoria del partito laburista nelle elezioni del 4 luglio che non è mai stata in discussione. Le tradizionali valute rifugio, lo yen e il franco svizzero, hanno registrato le peggiori performance nel G10, a causa della riluttanza della BoJ ad aumentare rapidamente i tassi e del secondo taglio dei tassi da inizio anno da parte della Banca Nazionale Svizzera. Le valute dei mercati emergenti, invece, hanno registrato una performance eterogenea, anche se tutte le valute da noi prese in considerazione hanno perso terreno rispetto al dollaro nell’ultimo anno. La rupia indiana e il rand sudafricano hanno registrato le performance migliori, mentre quelle dell’America Latina hanno perso terreno, in particolare il real brasiliano, il peso messicano e il peso cileno

Cosa possiamo aspettarci dai mercati questo mese? Luglio e agosto sono di solito periodi relativamente tranquilli per i mercati, anche se la volatilità potrebbe aumentare a causa dell’incertezza politica in corso. Le lotte politiche in Francia potrebbero frenare la crescita della moneta comune nel caso in cui dovessero sorgere problemi da una coalizione che appare in debole equilibrio. Continuiamo inoltre a prevedere un rafforzamento dei dati sull’attività nell’area dell’euro, con la pubblicazione dei dati preliminari sul PIL del secondo trimestre (30/07) che probabilmente mostreranno un altro trimestre di crescita positiva. La BCE, nel frattempo, manterrà i tassi fermi (18/07), ma la Lagarde probabilmente terrà aperte le possibilità di tagliare ancora a settembre. 

La costituzione di una maggioranza laburista nel Regno Unito costituisce un fattore leggermente positivo per la sterlina. Questo era già completamente scontato dai mercati, anche se potremmo assistere a un nuovo rialzo degli asset britannici nelle prossime settimane se il neo-premier Starmer dovesse aumentare la retorica a favore di un avvicinamento tra Regno Unito e Unione Europea. I dati sull’indice dei prezzi al consumo di giugno (17/07) potrebbero mostrare che l’inflazione britannica si è attestata al di sotto dell’obiettivo del 2% per la prima volta in oltre tre anni. Questo sarà l’ultimo dato sull’inflazione prima della prossima riunione della Banca d’Inghilterra e un eventuale dato debole potrebbe portare ad un taglio ad agosto. 

Negli Stati Uniti, gli investitori dovrebbero presto rivolgere la loro attenzione alle conseguenze delle elezioni presidenziali di novembre, che finora sono rimaste in secondo piano. La disastrosa performance di Joe Biden nel primo dibattito elettorale di giugno sembra aver spianato la strada a un secondo mandato alla Casa Bianca per Donald Trump, che secondo i bookmaker ha una probabilità del 65% di vittoria. Questo potrebbe presto riflettersi in un rafforzamento del dollaro, qualora i mercati iniziassero a prevedere un maggiore protezionismo sotto la sua amministrazione. A fine mese (31/07) si riunirà anche la Federal Reserve. Prevediamo ancora due tagli dei tassi entro la fine del 2024 e cercheremo di individuare eventuali segnali di una svolta dovish nel messaggio della Fed durante la riunione di questo mese. 

Per il resto, gli investitori terranno d’occhio gli sviluppi in Giappone e monitoreranno attentamente l’andamento dello yen, che attualmente viaggia vicino ai minimi di quattro decenni rispetto al dollaro. Questo potrebbe innescare un intervento diretto sul mercato dei cambi delle autorità giapponesi questo mese e potrebbe portare a toni più restrittivi da parte della Banca del Giappone nella riunione di luglio. Riteniamo che la BoJ a luglio alzerà i tassi per la seconda volta da inizio anno, anche se probabilmente dovrebbe essere accompagnata da una serie di commenti hawkish per innescare qualcosa di più di una modesta ripresa della valuta giapponese.

Il Regno Unito preso alla gola dall’inflazione: un avvertimento per l’Occidente?

Secondo il team di gestione di DNCA Invest, la paura che il potere d’acquisto dei salari sarà schiacciato dall’aumento dei prezzi sta intaccando l’ottimismo dei britannici, alcuni dei quali temono che i costi energetici aumenteranno fino al 60%. A questo si aggiunge il conto della Brexit.

“Meglio prendere il cambiamento per mano prima che ci prenda per la gola” diceva Churchill. Con il rischio che l’inflazione vada fuori controllo, i banchieri centrali dovranno agire al più presto. Tra i primi di questi duellanti della moderna teoria del denaro a dover incrociare le spade con l’aumento dei prezzi c’è Andrew Bailey. Il governatore della Banca d’Inghilterra, che è entrato in carica a marzo al culmine della tempesta pandemica, è originario di Leicester. Oltre ad essere la patria dell’industria tessile e del suo famoso condimento, la città manifatturiera delle Midlands è anche nota per condividere il suo nome con la famosa piazza di Londra che fu uno degli epicentri più iconici dell'”inverno dello scontento” del 1978-79. Il ricordo della “piazza putrida” è forse particolarmente forte nella mente di Bailey, che deve già affrontare il fatto che la fiducia delle famiglie è scesa al livello più basso da febbraio nel suo 17° mese di mandato.

Nonostante una crescita nominale di quasi il 6% nel secondo trimestre e un rialzo dei salari mai visto da qui a 24 anni, la paura che il loro potere d’acquisto sarà schiacciato dall’aumento dei prezzi sta intaccando l’ottimismo dei britannici, alcuni dei quali temono che i loro costi energetici aumenteranno fino al 60%. A questo si aggiunge il conto della Brexit: la carenza di beni e di manodopera nell’industria, nell’artigianato e nei servizi sta paralizzando il paese dalle sue stazioni di servizio ai banchi dei macellai, e peggiorando le interruzioni della catena di approvvigionamento internazionale.

Questo aumento dell’inflazione non è arrivato nel momento migliore. Gravato da un deficit di bilancio e commerciale (rispettivamente 10% e 2% del PIL), il paese si trova in una situazione di dipendenza dai finanziamenti esteri, tanto più che, dopo 17 mesi di sostegno, la BoE smetterà di finanziare direttamente il debito pubblico da dicembre. Tuttavia, troppa inflazione riduce l’attrattiva della zona della sterlina. Gli investitori chiedono quindi un premio di rischio per investire nel Regno Unito. Il rendimento a 10 anni richiesto dal mercato è in aumento, mentre la sterlina ha perso il 6% del suo valore contro il dollaro da maggio. Questa doppia penalità finanziaria porta a un terribile circolo vizioso: più la sterlina cade, più le materie prime importate diventano costose, spingendo in alto i prezzi alla produzione e al consumo

Per fermare questo circolo vizioso e ripristinare la credibilità della BoE e della sua moneta, Bailey dovrà prendere una decisione difficile: aumentare i tassi di interesse prima del previsto e probabilmente più di una volta. In un contesto di rallentamento economico e di inflazione record dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, questo cambiamento di politica monetaria potrebbe innescare una recessione alle porte dell’Europa. Tagliare la mano per non perdere il braccio… dall’altra parte della Manica e dell’Atlantico, né Lagarde né Powell possono vantarsi di essere indifferenti al destino britannico. 

Fonte: Newsletter DNCA dell’11 Ottobre 2011 – DNCA Finance, Via Dante, 9 Milano

100 giorni di Brexit. In aumento le ripercussioni economiche per il Regno Unito

I danni maggiori nella finanza e nei comparti interessati dalle barriere non tariffarie. La Brexit costerà all’economia britannica più di 40 miliardi di sterline entro la fine del 2022, e la sterlina resta lontana dai livelli pre-Brexit.

di Volker Schmidt*

All’inizio di gennaio 2021, il periodo di transizione dell’accordo sulla Brexit è giunto a termine e il Regno Unito ha lasciato per sempre l’UE. Questo non solo ha reso il Regno Unito un paese terzo, alterando profondamente le relazioni con l’Unione Europea, ma ha anche modificato l’accesso del Regno Unito al mercato unico. Oggi, 100 giorni dopo, è ormai chiaro che Brexit sta causando cambiamenti economici di vasta portata, che sembrano destinati a durare nel tempo.

Secondo le ultime proiezioni della Commissione europea, Brexit costerà all’economia britannica più di 40 miliardi di sterline entro la fine del 2022, che corrispondono a circa il 2,25% del Prodotto interno lordo del Regno Unito, pari a 2,85 trilioni di sterline. A titolo di paragone, per gli stati dell’UE è prevista una perdita media di circa lo 0,5%. A pesare sull’economia sono, in particolare, le condizioni commerciali dell’accordo. Anche se il Regno Unito e l’UE hanno stretto un accordo di libero scambio che esclude la possibilità di imporre dazi, il carico burocratico sta aumentando notevolmente. Per esempio, le aziende britanniche devono dimostrare che le merci esportate nell’UE sono state prodotte prevalentemente nel loro paese: in un’economia globalizzata, con catene di produzione complesse, questo non è affatto facile.

Oltre a questo, ci sono i controlli sanitari e di sicurezza, l’Iva sulle importazioni e altri intralci che comportano rallentamenti e ostacolano il commercio. Molte aziende, soprattutto piccole e medie, non sono in grado di affrontare le sfide burocratiche e hanno temporaneamente sospeso le loro esportazioni. Secondo il New York Times, le esportazioni che hanno attraversato la Manica in gennaio sono crollate di oltre due terzi rispetto all’anno precedente. I produttori di pesce, carne e prodotti lattiero-caseari sono stati particolarmente colpiti e vi sono casi di deperimento di tonnellate di alimenti che non sono riusciti a superare il campo minato burocratico e raggiungere i porti di Francia e Olanda.

Londra continua a perdere terreno come centro finanziario. Anche l’industria finanziaria britannica, che per molto tempo è stata il più importante e il più grande centro di negoziazione di titoli in Europa, sta risentendo delle conseguenze di Brexit. Praticamente da un giorno all’altro, il trading azionario si è spostato nell’Europa continentale, in particolare ad Amsterdam e Parigi, mentre il trading di derivati è in larga parte migrato a New York. Il colosso del settlement, Euroclear, ha recentemente completato il trasferimento a Bruxelles di circa 50 titoli irlandesi, per un valore equivalente di circa 100 miliardi di euro, prima gestiti a Londra. In precedenza, per gestire le transazioni sui titoli l’Irlanda si affidava alla filiale di Euroclear “Crest”, con sede nel Regno Unito.

Ma i cambiamenti imposti da Brexit sono solo agli inizi. Le regole sulle future relazioni commerciali sono ancora in fase di trattativa e gli scontri sulle disposizioni speciali per l’Irlanda del Nord mostrano che il capitolo Brexit è tutt’altro che concluso. Per evitare controlli alle frontiere tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, l’accordo di uscita dall’Unione Europea prevede che le regole del mercato unico dell’Unione continuino ad applicarsi all’Irlanda del Nord. A tal fine, un confine commerciale tra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito doveva essere introdotto alla fine del periodo di transizione e comunque al più tardi all’inizio di aprile. Ora, però, il governo britannico ha esteso unilateralmente questo periodo di proroga, cosa che l’UE considera come una violazione dell’accordo. Poiché il governo britannico non ha ancora revocato il suo comunicato, l’UE sta portando la questione alla Corte di giustizia europea. Se la Corte dovesse pronunciarsi a favore dell’UE, potrebbero essere imposte sanzioni finanziarie. Di conseguenza, il clima tra Londra e Bruxelles sta diventando sempre più teso.

Nonostante il rialzo, la sterlina britannica è lontana dai livelli pre-Brexit. La sterlina britannica ha notevolmente recuperato rispetto all’euro da quando il Regno Unito ha lasciato l’UE. Mentre la valuta britannica era ferma a circa 1,10 a dicembre, oggi una sterlina vale già 1,16 euro. Questo è certamente dovuto in parte alla campagna vaccinale, molto più efficace nel Regno Unito: non solo è stato vaccinato il gruppo a rischio over 70, ma complessivamente un britannico su quattro ha ricevuto la vaccinazione. In secondo luogo, la valuta è sostenuta dal fatto che l’incertezza che circondava Brexit è quasi scomparsa. Ora, secondo l’opinione diffusa di molti sostenitori di Brexit, Londra ha di nuovo il controllo della propria politica estera e del proprio destino economico, e questo si riflette non soltanto nel successo della campagna vaccinale, ma, per il futuro, anche nelle rinnovate relazioni commerciali fuori dall’Europa, per esempio con Cina e Stati Uniti. Tuttavia, è anche vero che la ripresa della sterlina è partita da un livello estremamente basso in termini storici ed è ancora lontana dai livelli pre-Brexit di oltre 1,40 euro. Nel breve termine, la forza della sterlina potrebbe certamente acquisire ulteriore slancio, ma nel lungo termine, resta da vedere se Londra può trarre un vantaggio economico sostenibile dall’apparentemente sovranità riconquistata e dal vantaggio sui vaccini. 

* Senior Portfolio manager di Ethenea Independent Investors

Volker Schmidt: con la Brexit sterlina giù e probabili tassi negativi

La Gran Bretagna accusa il peggior crollo del Pil degli ultimi tre secoli. Un nuovo slittamento della data del 31 dicembre per la fine dei negoziati con l’Ue sarebbe il peggior scenario possibile.

“La crescita economica inferiore alla media, il massiccio deficit di bilancio, il rapporto tuttora non chiaro con l’UE e una politica monetaria ancora più espansiva sono tutti elementi che lasciano presagire un ulteriore deprezzamento della sterlina britannica rispetto all’euro. Sebbene la Bank of England abbia finora respinto l’idea di introdurre tassi negativi, riteniamo che finirà per infrangere questo tabù e seguire le orme della Bce. Questo metterebbe ancora più pressione sulla valuta britannica, causandone l’ulteriore deprezzamento”. È l’analisi di Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager di Ethenea.

Il doppio choc della Brexit e della pandemia ha colpito in modo particolarmente duro l’economia britannica. L’aumento della disoccupazione, il calo dei fatturati e la perdita di posti di lavoro, soprattutto nel commercio al dettaglio e nel settore dell’intrattenimento, hanno fatto scendere il prodotto interno lordo britannico più che in qualsiasi altro paese industrializzato. Il -11,3% stimato nel 2020 è il dato peggiore degli ultimi tre secoli. A ciò si aggiunge il fatto che il Regno Unito dipende dalle relazioni commerciali con l’UE molto più di quanto l’UE non dipenda dal Regno Unito, dato che circa la metà delle importazioni e delle esportazioni britanniche di merci e servizi riguarda scambi con l’UE. Anche l’accordo più favorevole possibile sulla Brexit imporrebbe a Londra investimenti significativi nella riconversione della produzione e della catena di approvvigionamento, nonché l’adeguamento ai nuovi controlli alle frontiere e ai nuovi requisiti in materia di documentazione.

“Una situazione che graverà ulteriormente sull’economia britannica e che eserciterà ulteriori pressioni al ribasso sulla sterlina», sottolinea Schmidt, «mentre i titoli di Stato britannici dovrebbero continuare a essere considerati un porto sicuro”.

Quest’anno la Bank of England ha già abbassato due volte il tasso di riferimento portandolo dallo 0,75% allo 0,1% e di recente ha incrementato di altri 150 miliardi di sterline gli acquisti di titoli di Stato, saliti ormai a quota 875 miliardi di sterline. La domanda così creata dovrebbe da un lato stabilizzare il mercato obbligazionario e dall’altro mantenere bassi i tassi, agevolando quindi il finanziamento pubblico. Inoltre gli investitori possono essere praticamente certi che, in caso di necessità, potranno rivendere alla Banca centrale i titoli di Stato acquistati.

Volker Shmidt

La sterlina rimarrà sotto pressione, dato che, a un mese dalla fine della fase di transizione della Brexit, non è ancora stato trovato un accordo accettabile sulle future relazioni commerciali tra UE e Regno Unito. La Banca centrale farà di tutto per attenuare le ripercussioni negative dell’uscita dall’UE e della pandemia di coronavirus. Sono già stati annunciati ulteriori acquisti di obbligazioni e si discutono altre misure. Finora la Bank of England si è rifiutata di adottare tassi di riferimento negativi, ma presto potrebbe cambiare idea.

“Infine, se la scadenza del 31 dicembre 2020 sarà posticipata ancora una volta e i negoziati proseguiranno anche nel nuovo anno, si scivolerebbe in un incubo senza fine, probabilmente il peggiore tra tutti gli scenari possibili a causa del perdurare delle incertezze. Abbinato al coronavirus, questo metterebbe ancora più in difficoltà l’economia britannica”, conclude Schmidt.