Chi è il c.d. Direttore Visionario, ruolo che sta cominciando a proliferare in molte aziende americane ed europee? Per alcuni una pedina importante, per altri una specie di santone aziendale, cui tutto sarebbe concesso.
Di Massimo Bonaventura
Il primo fu un certo Einar Stefferud, co-fondatore delle prime holdings della realtà virtuale nel 1994, ad essere riconosciuto come il primo CVO, ossia “Chief Visionary Officer”. In Italia, se non andassero troppo di moda gli inglesismi, verrebbe chiamato Direttore Visionario.
Roba da far sorridere – ed anche impaurire – i dipendenti: un visionario, per giunta direttore, è anche un tipo imprevedibile, non c’è che dire.
A contendere il primato nell’uso di questo ambita carica aziendale dei giorni nostri c’è anche Tim Roberts, alto dirigente del ramo della banda larga di un colosso come Investment Group. Roberts afferma di averlo inventato lui il titolo, per via dei suoi “attributi visionari”, necessari per integrare un business complesso e per definire in maniera netta ed inequivocabile il suo ruolo nell’organizzazione, quello appunto di capo con una “visione” del futuro dell’azienda nel lungo periodo.
In mezzo a questa contesa, si inserisce con prepotenza il mito – è il caso di dirlo – di Steve Jobs, visionario dei visionari, cui il mondo attribuisce meriti riconoscibili, tra i quali quello di aver creato l’azienda più ricca e potente del mondo. Infatti, la nutrita filmografia sul personaggio ci ha restituito l’immagine del “perfetto visionario”, quello a cui tutti gli altri vorrebbero tendere: determinato, arrogante, cinico e geniale.
Solo che lui, nel biglietto da visita, non scriveva CVO, ma CEO (Chief Executive Officer, in Italia è l’equivalente di Amministratore Delegato). Anzi, si narra che non li avesse neanche, i biglietti da visita.
Del resto, l’industria cinematografica ha contribuito al “racconto mitologico” di diversi visionari realmente esistiti; a titolo di esempio, lo stesso Jobs (due film e decine di docufilm all’attivo su di lui), il mito negativo (ma sempre mito) di Jordan Belfort interpretato da Leonardo Di Caprio in “The Wolf Of Wall Street”, ed il gruppo di visionari raccontati nel celebre film “La Grande Scommessa” (The Big Short, tratto da una storia verissima), su cui primeggia il personaggio interpretato dall’attore Christian Bale, Michael Burry, autentico visionario che era solito lavorare a piedi scalzi e in bermuda.
In Italia abbiamo avuto il compianto Sergio Marchionne, esempio di visionario “nostrano” (sebbene sia stato naturalizzato canadese), il quale ha saputo modificare profondamente la storia della FIAT – oggi FCA – e sul quale è cresciuto, anche per via della sua prematura scomparsa, un discreto mito imprenditoriale che continua anche dopo la sua morte (su tutto, la sua leggendaria insofferenza per la cravatta).
Gli esempi descritti hanno tutti un denominatore comune: sono dei fuoriclasse della “visionarietà”, e a loro la Società ha tributato l’appellativo onorifico di “visionario”. Oggi, invece, è tutto un proliferare – soprattutto in alcuni settori come quelli legati alla creatività – di biglietti da visita con su scritto visionary officer, utilizzati dagli executive del marketing, della pubblicità o anche del design.
Non sarebbe più appropriato il caro vecchio “direttore creativo”?
Ipoteticamente, in una classificazione dei ruoli aziendali, il ruolo di “capo visionario” incarnerebbe una funzione dirigente come le altre, ma a differenza di queste verrebbe usato per formalizzare una posizione di più alto livello, persino rispetto al CEO. Una specie di “santone aziendale” cui tutto è concesso: camminare a piedi scalzi, farsi una canna in pieno orario di lavoro (per amplificare il “pensiero visionario”), vestirsi in maniera informale anche durante i consigli di amministrazione, consumare pasti frugali e salutari, disprezzare (apparentemente) il denaro, vivere (apparentemente) in modo modesto, insultare occasionalmente i dipendenti che non seguono le sue visioni e mostrare una certa insofferenza per le regole dello stile dirigenziale.
In teoria, il CVO dovrebbe avere una conoscenza ampia e completa di tutte le questioni connesse con l’attività dell’organizzazione, così come la visione necessaria per guidare il suo corso verso il futuro. Dovrebbe possedere tutte competenze di base di ogni dirigente, a cui applicare le proprie idee visionarie al fine di definire le strategie aziendali e i piani di lavoro conseguenti. Un direttore strategico, insomma; un CSO (Chief Strategy Officer), cioè, ruolo già conosciuto, che nelle grandi aziende si occupa delle modifiche necessarie per adeguare il panorama aziendale alle previsioni dell’Economia, delle strutture organizzative complesse, della globalizzazione, delle nuove normative e dell’innovazione (di processo e di prodotto), portando avanti questo lavoro così complesso insieme ad un team dedicato.
In pratica, niente che già non ci fosse.
Il problema è che, se si desidera avere l’attribuzione della qualità positiva di “visionario”, non è sufficiente attribuirsela da soli in un biglietto da visita, ma deve essere il sistema in cui operi a riconoscerla, per meriti e risultati inaspettati e dirompenti. In caso contrario, si rischia di passare per un soggetto auto-referenziale – uno che si dà le arie insomma; che poi, quando i risultati non arrivano, è l’anticamera per un rapido oblio.
Qualcuno potrebbe pensare che questo mio modo di vedere la faccenda sia un po’ “arretrato” e non al passo con i tempi. Può darsi. Ma io, quando sento il termine “visionario”, continuo a pensare ad un tizio strampalato e bisognoso di cure, che vaga per strada in preda a confusione mentale, intento ad urlare anatemi complottisti contro gli infermieri che lo stanno riconducendo, con cauta gentilezza, verso un’ambulanza.



1. La famiglia di Sarah Jessica Parker, la protagonista della fortunata serie televisiva “Sex & The City”, non poteva permettersi l’elettricità o regali di compleanno. Molto prima che lei assumesse il ruolo iconico della scrittrice newyorkese Carrie Bradshaw, era solo una ragazza di Nelsonville, nell’Ohio, e la sua famiglia raramente celebrava compleanni, vacanze o altre occasioni familiari. Sarah Jessica Parker ha ottenuto il suo primo ruolo a Broadway all’età di 11 anni, e nel 19812 si è trasferita a Hollywood dove ha coronato una grande carriera. Il suo patrimonio personale vale oltre 100 milioni di dollari.
2. Ed Sheeran è oggi uno dei più grandi nomi della musica, ma ha iniziato come artista “povero” nella vivace scena musicale di Londra. Sheeran lasciò la scuola all’età di 16 anni, quando si trasferì nell’area metropolitana per frequentare la scuola di musica e suonare nei concerti locali. Il cantante passava spesso le notti a dormire nelle stazioni ferroviarie della metropolitana di Londra o in cima alle prese d’aria di riscaldamento fuori da Buckingham Palace. Sheeran ora vende milioni di CD ed è acclamato negli stadi di tutto il mondo. Il suo patrimonio netto è di 110 milioni di sterline.
3. Prima che Leonardo Di Caprio fosse uno dei più grandi nomi di Hollywood, con successi al botteghino come Titanic, The Revenant e The Wolf of Wall Street, era un bambino povero che cresceva alla periferia di Los Angeles, in un quartiere dominato dalla violenza delle gangs cittadine (da questa esperienza deriva il lato “oscuro” del famoso interprete). L’attore racconta di aver vissuto in grande povertà e di aver usato droghe in giovane età. In un’intervista con il Times, ha detto: “…sono cresciuto molto povero e ho visto l’altro lato dello spettro”. Il patrimonio netto stimato di Di Caprio è di 245 milioni di dollari.
4. Prima di essere “The Terminator” e governatore della California, Arnold Schwarzenegger viveva in una casa senza impianto idraulico e telefono. Cresciuto in una città austriaca del secondo dopoguerra, l’attore ricorda sempre la fame e le rivolte che si verificarono fuori dalla sua porta dopo la fine dell’annessione alla Germania nazista. Oggi è una delle star di film d’azione più ricche di tutti i tempi, e vanta un patrimonio netto di 400 milioni di dollari. Il catalogo di film che ha interpretato e prodotto ha guadagnato al botteghino circa 4,73 miliardi di dollari.
5. Celine Dion è cresciuta in Canada come la più piccola di quattordici fratelli. La sua famiglia ha attraversato momenti difficili nel tentativo di allevare dignitosamente tutti questi figli, ma fortunatamente la Dion ha realizzato le sue abilità musicali, iniziando ad esibirsi in piccoli eventi locali. Ha conosciuto il successo planetario con successi come “My Heart Will Go On” e “It’s All Coming Back To Me Now”, e man mano che la sua fama cresceva aumentava anche il patrimonio netto della star, che attualmente è valutato in 800 milioni di dollari.
6. Prima che l’idea di Harry Potter arrivasse a J.K. Rowling in un sogno, la scrittrice era una madre single che faticava a pagare l’affitto e ad arrivare alla fine del mese senza aiuti economici da amici e parenti. La Rowling, inoltre, ha combattuto contro la depressione e altri ostacoli prima di diventare una delle scrittrici di maggior successo nella storia recente, nonché una delle autrici britanniche più amate di tutti i tempi. I diritti ricevuti sulla fortunata serie di film di Harry Potter le hanno un patrimonio netto pari a a circa 1 miliardo di sterline, costruito anche grazie alle vendite di sette romanzi di Harry Potter e una serie di film risultante di grande successo.
7. Oprah Winfrey è nata in una povera famiglia del Mississippi nel 1954, ma ciò non le ha impedito di raggiungere un successo senza pari. Dopo un’educazione traumatica in cui è stata abusata e molestata da due membri della famiglia e un amico di famiglia, è scappata di casa all’età di 13 anni. A 14 anni ha partorito – la bambina morì poco dopo – e appena maggiorenne ricevette una borsa di studio alla Tennessee State University. Dopo un’apparizione in un concorso di bellezza locale, divenne la prima corrispondente televisiva afroamericana nello stato alla giovane età di 19 anni. Il suo “The Oprah Winfrey Show” è andato in onda per 25 stagioni, dal 1986 al 2011, fin quando la Winfrey ha fondato OWN, la Oprah Winfrey Network. Il suo patrimonio netto è calcolato in circa 2,6 miliardi di dollari, rendendola una delle donne di colore più ricche al mondo.
8. Howard Schultz, CEO della catena di caffetterie Starbucks, è cresciuto come figlio di un camionista che a malapena riusciva a sbarcare il lunario. Nonostante sia cresciuto in una famiglia povera, aveva un talento atletico e conseguì una borsa di studio per il calcio all’Università del Michigan settentrionale. Dopo essersi laureato in comunicazione, Schultz ha lavorato per la Xerox, fin quando si è imbattuto in un piccolo bar chiamato Starbucks. Amava così tanto il caffè di quel bar che divenne il loro amministratore delegato nel 1987 dopo aver lasciato Xerox. Con l’aiuto di Schultz, Starbucks è presto cresciuto da una piccola azienda di caffè con una decina di negozi a un gigante con oltre 16.000 punti vendita in tutto il mondo. L’attuale patrimonio netto di Howard Schultz è di 4,1 miliardi di dollari.
9. Ralph Lauren ha sempre sognato di diventare un uomo ricco e di successo. Nel suo annuario della DeWitt Clinton High School del 1957, secondo quanto riferito Ralph Lauren scrisse “milionario” come uno dei suoi più grandi obiettivi di vita (non sapeva che sarebbe arrivato a superare quella cifra dieci volte). Figlio più giovane di immigrati ebrei che vivevano nel Bronx, Lauren è fuggito dalla sua realtà entrandone in una nuova. Il giovane Ralph Lipschitz (in seguito avrebbe cambiato il suo cognome in Lauren) amava i film, e alcuni sostengono che le star della Vecchia Hollywood continuino a ispirare i suoi progetti stilistici. Lauren ora ha un patrimonio netto di circa 7 miliardi.
10. Sebbene Steve Jobs sia esaltato oggi come una delle più grandi menti della storia moderna, è venuto da umili origini. I giovani genitori della classe operaia di Jobs hanno faticato a sostenerlo e a sbarcare il lunario. Fu presto accolto da un’altra coppia, Paul e Clara Jobs. Jobs era affascinato dai computer, anche in giovane età. Tuttavia, a Jobs non è mai piaciuta l’educazione formale. Dopo aver lasciato il college dopo il suo primo semestre, ha iniziato a lavorare presso la società di produzione di videogiochi Atari. Poco dopo, Jobs ha creato la prima macchina Apple in assoluto insieme a Steve Wozniak. All’età di 23 anni, Jobs valeva 1 milione di dollari, ha guadagnato 10 milioni all’età di 24 anni e ha superato i 100 milioni quando aveva 25 anni. Prima di morire, nel 2011, il suo patrimonio valeva già 10 miliardi di dollari; oggi, le azioni Apple ereditate dai suoi familiari varrebbero circa 50 miliardi.







