Giugno 10, 2026
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I millennials e il fenomeno delle “grandi dimissioni”. Valentina: basta illuderci, scappo in Canada

Lasciare il posto fisso per abbracciare un nuovo stile di vita lontano dall’Italia. Ecco perché le “great resignation” di molti under 40 dovrebbero far riflettere. Una testimonianza diretta.

Testo e intervista di Marco d’Avenia

“Non fraintendermi: io voglio lavorare. Voglio una vita faticosa, che sia però faticosa per me, per il raggiungimento di un mio obiettivo. I colleghi pensavano stessi fingendo e facevano mobbing, ma in realtà stavo male. Per questo mi trasferisco in un eco-villaggio in Canada, dove hanno reintrodotto il concetto di baratto”. La voce di Valentina, 30enne lombarda, trema quando ripensa a tutto ciò che ha affrontato e che ancora dovrà affrontare. Valentina aveva un posto stabile ed era in procinto di comprare la sua prima casa, poi qualcosa è scattato e in poche settimane la sua vita è cambiata: tra non molti giorni, lascerà l’Italia e un intero sistema di valori per trasferirsi in Canada.

Valentina, come tanti millennial e molti appartenenti alla Generazione Zeta, è pronta ad abbandonare il proprio lavoro per dedicarsi ad altre attività, lontane – se possibile – da una logica capitalista di sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. È il fenomeno delle “Grandi dimissioni” (in inglese, “great resignation”): lasciare la propria vita di occidentale privilegiato per mettersi in gioco in altre realtà, non necessariamente ai confini del mondo. Economia circolare, autogestione di uno spazio, sinergia con il prossimo e con la natura e tanta buona volontà, questi sono i nuovi valori che i giovani però non incontrano sul posto di lavoro.

Secondo le tabelle dell’ultima nota trimestrale sulle comunicazioni obbligatorie del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, le dimissioni di under 40 in Italia sono aumentate del 26% dall’inizio della pandemia. Solo nei primi 9 mesi del 2022 si sono registrate in Italia 1,6 milioni di dimissioni: un aumento del 22% sullo stesso periodo del 2021. Sebbene una recente ricerca del Politecnico di Milano abbia evidenziato che una fetta consistente di coloro che hanno deciso di abbandonare il proprio posto di lavoro per percorrere altre strade non rifarebbe la stessa scelta, e soltanto l’11% dei dipendenti che hanno intrapreso questa scelta dica di esserne veramente felice, il fenomeno spaventa comunque i governi di quei Paesi che, come il nostro, non se la passano bene dal punto di vista demografico e vedono aumentare sempre di più la percentuale di “patrimonials” (i meglio conosciuti babyboomers) a discapito dei millennial. Ecco perché vale la pena conoscere la storia della nostra protagonista.

Valentina, partiamo dall’inizio: che succede nel bel mezzo del lockdown?
Durante il Covid inizio a cercare lavoro. Invio CV ovunque e alla fine mi prendono a Milano in un’azienda, inserendomi nel settore dell’assistenza ai clienti (parlo sei lingue, italiano compreso). Il lavoro in questa fase iniziale esclusivamente da remoto va bene. L’affitto senza contratto, però, mi preclude una serie di detrazioni fiscali e bonus. A lockdown allentato, inizio a frequentare anche in presenza il mio luogo di lavoro, ma a stipendio invariato. Una condizione per me inaccettabile. In più periodi dell’anno mi trovavo costretta a chiedere soldi ad amici e famigliari: una situazione spiacevole.

Quanto ha pesato il passaggio dallo smart-working al lavoro in presenza?
Molto. Io per un anno e mezzo non ho avuto contatti con i miei colleghi: non li conoscevo. Era l’inizio del 2022. E io avevo anche trovato il monolocale giusto per me, peccato che ci fossero costi d’agenzia insostenibili per me e caparre infinite da versare. Alla fine, affittare questo alloggio mi avrebbe comportato una spesa superiore ai 3 mila euro. Una somma che io non mi potevo permettere.
Poi però arriva il contratto a tempo indeterminato. Che succede a questo punto?
Succede che accetto la proposta, sempre a parità di stipendio, quando ho già maturato la consapevolezza di non poterne più, perché il clima lavorativo a Milano è diventato insostenibile, e la competizione estrema ha reso la città un luogo non più vivibile per me, dove non si riescono più a creare veri rapporti umani.

La tua scelta è stata il frutto di un processo graduale, oppure c’è stato un momento preciso in cui hai detto: “Ora mi trasferisco in Canada”?
Entrambe le cose. Quando nell’estate del 2022 mi sono resa conto che la situazione per me era insostenibile, ho comprato un’utilitaria per cercare un altro lavoro. Lo trovo, ma era uno stipendio di appena 200 euro in più rispetto a quello che già avevo. Una differenza che in un mese avrebbe a stento coperto il costo del carburante. A quel punto, ho cercato anche di sfruttare il mio contratto a tempo indeterminato per accendere un mutuo, ma si prospettava un pagamento dilazionato in 30 anni per un monolocale, che avrei finito di acquistare a sessant’anni. Da lì, ho capito di essere in un vicolo cieco.

… e invece, un episodio particolare lo ricordi?
La verità è che un momento in effetti c’è stato. Era l’Epifania, ero in treno e stavo tornando in ufficio; sempre nello stesso treno, che percorre sempre la stessa tratta. Vedo questo signore di 60-65 anni seduto al suo posto con una valigetta ventiquattrore, e di fronte a lui un ragazzo con la sua stessa valigetta. E in quel momento mi sono detta: “Ma davvero è questo il futuro, una vita con treno e valigetta al seguito? La mia vita non sarebbe stata mai questa.

Come hai scoperto della tua comune in Canada?
Un giorno, all’improvviso, mi sono ricordata di una piattaforma che consente di lavorare in giro per il mondo esclusivamente in cambio di vitto e alloggio. Già dal 2019 io avevo in mente il Canada come meta di un mio eventuale viaggio.
Perché proprio il Canada?
Per i cambiamenti climatici. Provo una profonda angoscia per quello che stiamo facendo al nostro pianeta e il Canada è un territorio ricco di acqua dolce, una risorsa vitale che nell’Italia settentrionale si sta facendo sempre più scarsa. È un Paese che educa a un ottimo rapporto tra animali e uomo: un posto perfetto per me. Andrò in British Columbia, nel Canada sud-occidentale. Mi hanno detto che lì la gente è molto accogliente e cordiale.

Quanto ha influito questa componente ambientalista nella tua scelta?
Moltissimo. Lavoravo per un’azienda che supporta la fast fashion e con essa valori e abitudini che non mi appartengono, come lo spreco indiscriminato di plastica monouso. Ho provato anche a segnalare questi problemi ai miei capi, ma sono stata ignorata. Ho una visione molto pessimistica per quanto riguarda i cambiamenti climatici. Mi viene l’ansia. E ci sono tanti miei coetanei che la pensano come me. Avendo amici sparsi per il mondo e conoscendo molte lingue, posso approfondire la cronaca estera. L’Indonesia sarà costretta a spostare la sua capitale perché Giacarta sta sprofondando. Si stanno perdendo di vista le cose davvero importanti: il cibo, l’acqua, l’aria che respiriamo. I soldi non potranno mai far tornare indietro tutto questo.

Ora cosa succederà?
Partirò a giorni, e penso che questa nuova vita possa piacermi. Farò esperienza del concetto di economia circolare. Un sistema in cui non si possono evitare i conflitti: per far sì che funzioni, tutti devono rispettarsi. Perché senza benessere emotivo individuale non può esistere quello della collettività. Alla base di tutto deve esserci la sinergia tra le persone.
Adesso che sei con le valigie in mano, cosa vorresti dire ai tuoi ex datori di lavoro?
Il lavoro non può essere il fine ultimo della vita. Siamo cresciuti con una serie di bugie: se ti impegni, allora otterrai ciò che desideri; se ti piace quello che fai, non lavorerai neanche un giorno. Nulla di tutto ciò è vero, e l’ho sperimentato sulla mia pelle. La nostra generazione è stata presa in giro, è stata tradita. E ora vi dico: basta illuderci, non siamo dei robot. Non voglio sprecare la mia vita per arricchire qualcun altro, voglio solo coltivare me stessa, e crescere come una pianta rigogliosa.

Sistema pensionistico al collasso, i fondi pensione sempre più indispensabili per i più giovani

In un sistema pensionistico che si sta gradualmente “americanizzando”, sottoscrivere un fondo pensione diventa una necessità per tutti, soprattutto per i più giovani. Ecco una analisi dei suoi fattori di convenienza.

In Italia, il tema delle pensioni è uno dei più discussi, soprattutto negli ultimi anni. Per molti cinquantenni, che nella seconda metà del secolo scorso avevano visto i propri genitori andare in pensione anche prima dei cinquanta annidi età, la pensione oggi sembra lontanissima, soprattutto per via delle varie riforme che negli ultimi decenni si sono succedute, “marcando” negativamente il nome dei vari ministri che le hanno varate. Sta di fatto che adesso l’età in cui si va in pensione è aumentata sempre di più, e soprattutto le nuove generazioni – complice un tasso di natalità quasi dimezzato rispetto agli anni ’70 – andranno in pensione con il sistema contributivo, a differenza di quanti, ancora oggi, godono del sistema retributivo.

E’ un sistema, quello pensionistico, che si sta gradualmente “americanizzando” in tema di pensioni (e pericolosamente anche in tema di Sanità), e i lavoratori più giovani sarebbero obbligati ad attivarsi in largo anticipo sulla propria previdenza, poiché versare i propri contributi non è più sufficiente per vivere dignitosamente in futuro. Il problema è che il “messaggio” di effettuare una severa pianificazione previdenziale, nella categoria che ne ha oggi più bisogno, non è ancora passato a sufficienza nel comune sentire degli italiani, ed è probabile che, se lo Stato non avvierà una seria e martellante campagna di informazione sull’argomento, esisterà presto una “generazione zero” – quella degli attuali babyboomers o patrimonials – che sbatterà contro al problema delle pensioni povere e del tenore di vita insostenibile, prima che le generazioni immediatamente successive, di fronte al disagio vissuto da chi li ha preceduti, non imparino la lezione e comincino finalmente a pianificare per obiettivi come regola di vita.

In buona sostanza, arriverà il momento in cui la fine del principio solidaristico intergenerazionale si manifesterà in tutta la sua virulenza, con un probabile capovolgimento di fronte: i figli che dovranno aiutare economicamente i genitori, pur avendo redditi medi molto bassi – in Italia non esiste il reddito minimo, e sembra che nessuno in Parlamento abbia intenzione di istituirlo – e divorati dall’inflazione. Uno scenario da allarme sociale, cui servirà porre rimedio dopo gli sprechi del passato: baby pensioni, pensioni anticipate, assegni uguali o addirittura superiori all’ultimo stipendio, pensioni d’oro etc.

Oltre a questo e a monte di tutto, lo Stato ha dovuto far fronte a un aumento del numero di pensioni erogate a causa – come dicevamo – di un progressivo invecchiamento della popolazione. E così, per via della bassa natalità e dell’aumento dell’aspettativa di vita, il numero di persone appartenenti alla terza età è altissimo rispetto al secolo scorso. Inoltre, l’età media in cui si inizia a lavorare si è anch’essa alzata, e questo ha portato il sistema pensionistico nazionale ad indebolirsi. Di fronte a questo scenario, lo strumento più adatto e “forzoso” di risparmiare (in modo similare alla contribuzione obbligatoria, per le sue caratteristiche) per avere un buon tenore di vita in vecchiaia è il Fondo Pensione, e cioè quello strumento che permette a tutti i lavoratori di avere una pensione complementare, la cui somma si aggiunge a quella che gli garantirà lo Stato.

In concreto, ogni mese una parte del proprio stipendio viene accantonata e inserita nel Fondo Pensione. Al termine della propria vita lavorativa, il titolare potrà godere di una rendita pensionistica sul totale dei contributi accantonati, oppure riscattare in denaro il 50% del montante maturato (capitale versato più rendimenti) e l’altra metà sotto forma di rendita. La differenza principale con la pensione erogata dall’INPS, è che l’importo di quest’ultima varia a seconda dell’andamento del PIL italiano, che dall’entrata nell’Unione Europea è stato inadeguato a sostenere un tasso di crescita in linea con quello degli altri paesi dell’UE. I fondi pensionistici privati, invece, basano il proprio risultato sull’andamento dei mercati azionari e obbligazionari europei e mondiali, e questo li rende più affidabili e sicuri, soprattutto nel lungo periodo.

Sottoscrivere un Fondo Pensione è molto semplice, basta compilare un modulo apposito scaricabile da internet con il quale si autorizza il datore di lavoro a mettere da parte una percentuale del nostro stipendio da versare poi nel fondo. La somma di denaro da accantonare in un Fondo Pensione varia a seconda del “tasso di sostituzione” (che si può trovare sul sito dell’INPS tramite l’apposito simulatore), ossia del rapporto in percentuale tra l’importo della prima pensione mensile e l’ultimo stipendio o reddito percepito prima del pensionamento. Generalmente i lavoratori dipendenti riescono a godere mediamente di una pensione pari al 70% della retribuzione durante la vita lavorativa, mentre i lavoratori autonomi solo del 50%, ma queste proiezioni sono destinate a peggiorare nel tempo. Pertanto, aprire un Fondo Pensione nel momento in cui si inizia a lavorare è diventato fondamentale.

Dal punto di vista fiscale, il Fondo Pensione presenta vantaggi indiscutibili, che si sommano ad un regime di costi di gestione tra i più bassi rispetto a tutti gli altri strumenti finanziari di accantonamento faceti parte dell’universo del c.d. Risparmio Gestito. Infatti, ad accezione del libero professionista a partita IVA in regime forfettario (che non può godere di alcuna deduzione fiscale ma solo del vantaggio intrinseco dell’accantonamento forzoso per un miglior tenore di vita futuro), il professionista con regime fiscale ordinario può dedurre dal proprio reddito lordo le somme versate nel Fondo Pensione fino a 5.164,57 di euro annui. Il lavoratore dipendente è ancora più avvantaggiato dalla sottoscrizione di un Fondo Pensione; infatti, egli potrà dedurre le  somme accantonate fino a 5.164,57 di euro annui ed potrà anche versare il TFR (a sua discrezione) nel Fondo Pensione, beneficiando della tassazione nel momento dell’erogazione della prestazione pensionistica – e non annualmente – e di un’aliquota compresa tra il 9% e il 15% (in base agli anni di contribuzione nel fondo), mentre l’aliquota applicata al TFR lasciato in azienda sarà pari alla media delle aliquote Irpef degli ultimi 5 anni di lavoro, e quindi da un minimo del 25% ad un massimo del 44%.

Infine, tra i tanti altri vantaggi, la tassazione delle plusvalenze finanziarie del Fondo Pensione avviene tramite una aliquota agevolata del 20%anzichè del 26%, e ciò contribuisce notevolmente ad aumentare l’appeal di questo strumento così utile anche a proteggere il patrimonio dagli attacchi esterni di terzi (creditori vari, Stato): il TFR versato nel Fondo Pensione è “blindato”, impignorabile ed insequestrabile (ad eccezione dell’intervento di una sentenza penale), poiché risponde alla finalità previdenziale dell’individuo, che nei giudizi civili supera le pretese di eventuali creditori. Cosa che non accade per il TFR lasciato in azienda, regolarmente pignorabile e sequestrabile qualora sorretto da una sentenza civile esecutiva.

Articolo redatto con la collaborazione di https://www.prontoassicuratore.it

Rata del mutuo troppo alta? Attenti al redditometro. 6,6 annualità di stipendio per comprare casa

Secondo la Cassazione la rata di mutuo troppo elevata legittima l’accertamento sintetico da parte dell’Agenzia delle Entrate. Oggi l’acquisto dell’abitazione è meno impegnativo di 12 anni fa nel 2009 servivano 9 annualità di reddito, 6,6 nel 2021.

Il legame tra reddito delle famiglie e acquisto della casa – in Italia come nel mondo occidentale – è sempre stato fondamentale per capire, da un lato, lo stato di salute dell’economia nazionale e, dall’altro, il livello del tenore di vita degli italiani. In particolare, il numero delle annualità di reddito necessario per comprare un’abitazione rappresenta un indice più che significativo, e la dice lunga anche sul crollo delle quotazioni immobiliari avvenuto su quasi tutto il territorio nazionale negli ultimi 12 anni.

Naturalmente, questo parametro non è uguale in tutte le regioni, poiché le differenze di reddito medio all’interno del territorio italiano sono ancora evidenti. Infatti, il reddito complessivo dichiarato ammonta (dati 2019) a oltre 884 miliardi di euro (in aumento  di 4,5 miliardi rispetto all’anno precedente, +0,5%) per un valore medio di 21.800 euro, ma l’analisi su ciascun territorio rivela che a fronte del reddito medio complessivo della Lombardia (25.780 euro) e della Provincia Autonoma di Bolzano (24.970 euro), si oppone quello della Calabria con 15.600 euro.

In sintesi, la questione meridionale e lo “spread” di reddito tra regioni del Centro-Nord e quelle del Sud non è ancora terminato. Ciò è testimoniato anche dai dati sulla povertà: nel 2019, il 20,1% delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà (circa 12.060.000 persone con un reddito netto annuale inferiore a 10.299 euro (858 euro al mese); di queste, circa il 72% si trova al Sud, dove il 10,4% della popolazione si trova in condizioni di grave deprivazione materiale e vive in famiglie a bassa intensità di lavoro, ossia con componenti tra i 18 e i 59 anni che hanno lavorato meno di un quinto del tempo.

Pertanto, mentre tra i nuovi acquirenti immobiliari avanzano gli extracomunitari di seconda generazione, l’acquisto della casa continua ad essere una delle spese maggiori che le famiglie italiane devono sostenere, sebbene oggi siano necessarie 6,6 annualità di stipendio per comprare casa. Secondo il confronto effettuato da Tecnocasa*, la differenza con il 2009 è stata consistente, poiché si è passati dalle 9,0 annualità di stipendio alle 6,6 attuali. Peraltro, il dato non è neanche quello migliore: nel 2008 ce ne volevano ben 10,2. Per comprare casa a Roma occorrono 4,4 annualità in meno, mentre a Milano soltanto 0,6 annualità in meno, a conferma del fatto che a Milano, negli ultimi anni, i valori immobiliari non hanno subito grosse variazioni e si sono stabilizzati in una plateau elevato.  In ogni caso, oggi Milano è la città dove occorrono più annualità (12,1) seguita da Roma (9,1 annualità). Il rialzo costante dei prezzi nella capitale lombarda, con tassi di crescita superiori alla media, la pone in cima alle città più costose d’Italia. Al terzo posto Firenze con 8,6 annualità, mentre la città dove servono meno annualità di stipendio è Genova (3,3).

L’acquisto della casa presenta numerosi collegamenti anche con i suoi inevitabili aspetti fiscali. In particolare, molti tra coloro che si accingono a comprare un’abitazione nutrono dei timori che questo passaggio così ricco di evidenze amministrative possa essere causa, all’indomani dell’acquisto, di problemi con il Fisco. In tal senso, con l’ordinanza numero 26668 del 24 novembre 2020 la Corte di cassazione ha fornito degli importanti chiarimenti sul tema, ed ha specificato che in sede di eventuale accertamento sintetico da parte dell’Agenzia delle Entrate (verifica della presunta capacità reddituale del contribuente, cd. redditometro) l’importo ricevuto a titolo di mutuo può essere detratto. E’ bene precisare, però, che il mutuo stipulato per acquistare un immobile “non esclude, ma diluisce la capacità contributiva” dell’acquirente. In poche parole, per ogni annualità di imposta i ratei di mutuo maturati ed effettivamente versati alla banca si sommeranno alle spese complessive di diversa natura. Per risolvere la questione, in caso di accertamento sintetico sarà sufficiente – ed obbligatorio – produrre all’Agenzia delle Entrate il contratto di mutuo, e dimostrare così la provenienza di natura creditizia (e non reddituale) delle somme con cui si è comprato l’immobile.

Va detto che, di norma, se le spese superano una certa percentuale del reddito, l’accertamento del Fisco scatta quasi d’ufficio, per cui l’acquisto di una casa potrebbe causare problemi solo se non si riesce a giustificare la provenienza del denaro. Inoltre, la stipula di un mutuo non salva il contribuente dalle presunzioni di reddito evaso. Infatti, in altra sentenza gli stessi giudici di Cassazione (pronuncia numero 1244 del 21 gennaio 2020) hanno precisato che se la rata da pagare alla banca è troppo alta l’accertamento sintetico deve reputarsi legittimo, poiché l’Agenzia delle Entrate può presumere una capacità contributiva maggiore rispetto a quella dichiarata.

* L’analisi condotta dall’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa si basa sui dati relativi al prezzo al metro quadro di un immobile medio usato di 85 mq, rilevati a gennaio 2021, e sulle retribuzioni contrattuali annue di cassa per dipendente (al netto dei dirigenti) a tempo pieno per attività economica e contratto, al lordo delle trattenute fiscali e previdenziali, ricavate dalla banca dati ISTAT. Si è inoltre ipotizzato che il reddito fosse destinato interamente all’acquisto di un’abitazione di 85 mq.

Tecnocasa, 6.6 annualità di stipendio per comprare casa in italia. 11.1 a Milano, 3.6 a Palermo

Il divario economico tra Nord e Sud Italia viene confermato anche dal dato delle annualità di stipendio necessarie per comprare casa in Italia. Dalle 11,1 di Milano alle 3,6 di Palermo, la “questione economica meridionale” trova una ennesima conferma.

L’acquisto della casa è una delle spese maggiori che le famiglie italiane devono sostenere, a livello nazionale si evince che sono necessarie 6,6 annualità di stipendio per comprare casa: 0,4 in più di quante ne servivano l’anno scorso.

Milano è la città dove occorrono più annualità, 11,1 seguita da Roma che scivola al secondo posto, con 9,3 annualità. Il rialzo costante dei prezzi a Milano, con tassi di crescita superiori alla media la pone in cima alle città più costose d’Italia. Al terzo posto Firenze con 9 annualità. La città dove servono meno annualità di stipendio è Palermo (3,6).

Effettuando un confronto a distanza di dieci anni, si evince che a livello nazionale la differenza è stata più consistente: infatti si è passati dalle 9,0 annualità nel 2009 alle 6,6 del 2019. In questo lasso temporale per comprare casa a Roma occorrono 4,3 annualità in meno (nel 2009 ne servivano 13,6), a Milano 1,4 annualità in meno. Bologna (-1,1) è la città in cui, nell’orizzonte temporale considerato, il numero di annualità necessario è diminuito meno.

Per elaborare questa analisi l’Ufficio studi del gruppo Tecnocasa ha preso in considerazione i dati relativi al prezzo al metro quadro di un immobile medio usato, raccolti dalle agenzie affiliate nelle grandi città e rilevati a dicembre 2019, e sulle retribuzioni contrattuali annue di cassa per dipendente, al netto dei dirigenti, a tempo pieno per attività economica e contratto, al lordo delle trattenute fiscali e previdenziali, ricavate dalla banca dati Istat.

Il valore finale della retribuzione è una stima. Va specificato, inoltre, che l’ipotesi è costruita considerando che il reddito venga interamente destinato all’acquisto di un’abitazione di 85 metri quadrati.

Utile un confronto con altre città italiane: Firenze è passata dai 10,8 anni di retribuzione del 2009 ai 9 dell’anno scorso; Bologna da 8,9 di dieci anni fa ai più recenti 7,8; Napoli da 10,2 a 7,6; Torino da 7,1 a 4,8 a pari merito con Verona che però nel 2009 partiva da un punto in meno. In fondo alla lista Bari, Genova e Palermo. La prima ha registrato un crollo dagli 8 anni necessari nel 2009 a 3,8 dell’anno scorso. Le ultime due sono passate rispettivamente da 6,8 e 5,9 di un decennio fa a 3,7 e 3,6 del 2019. “

NOTA METODOLOGICA

L’analisi condotta dall’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa si basa sui dati relativi al prezzo al metro quadro di un immobile medio usato, raccolti dalle agenzie affiliate delle grandi città e rilevati a dicembre 2019, e sulle retribuzioni contrattuali annue di cassa per dipendente (al netto dei dirigenti) a tempo pieno per attività economica e contratto, al lordo delle trattenute fiscali e previdenziali, ricavate dalla banca dati ISTAT. Si è inoltre ipotizzato che il reddito fosse destinato interamente all’acquisto di un’abitazione di 85 mq. In questa analisi il valore finale della retribuzione è stato ottenuto da una stima.