Barcellona è la città ideale per i giovani che vogliono studiare all’estero. Meglio però analizzare i costi per i genitori “investitori” ed il loro impatto sul “rendimento familiare atteso”.
di Marco d’Avenia
Barcellona è una città ambita da molti studenti universitari che vogliono intraprendere il progetto l’Erasmus, programma di interscambio culturale fra atenei promosso dall’Unione Europea, o anche un intero corso di studi nelle più disparate discipline. Tra cibo delizioso, cultura e tanta movida, però, si potrebbe facilmente far perdere il controllo delle proprie finanze ai genitori, ossia a coloro che finanziano gli studi universitari all’estero dei propri figli. Per costoro, infatti, il (molto) denaro speso per i figli durante gli anni dell’università è un investimento da cui si attende un “rendimento familiare” completamente diverso da quello atteso dai risparmiatori propriamente detti, poiché racchiude in sé una serie di risultati di natura non squisitamente numerica: istruzione internazionale, opportunità lavorative e raggiungimento dell’indipendenza economica. Ecco perché è importante scrivere una guida – senza pretesa di esaustività, sennò servirebbe un libro – che possa aiutare studenti e genitori a ponderare questa importante scelta.
La città catalana è una metropoli che non ha certo bisogno di presentazioni, e propone un ventaglio di opportunità davvero eccezionale. Barcellona ha infatti in sé una forte vocazione turistica, ma è al contempo uno dei principali centri europei per la chirurgia estetica e per la fecondazione eterologa e assistita, con capacità occupazionali di tutto rispetto per giovani medici. Essa, inoltre, è la culla di interessanti start-up che vogliono affacciarsi al panorama imprenditoriale, per cui la città attrae molti giovani neo-imprenditori, tutti provenienti dall’alta formazione universitaria, desiderosi di confrontarsi con coloro che hanno già avviato con successo nuovi progetti imprenditoriali avvalendosi dei più moderni strumenti di finanziamento (Lending e Equity Crowdfunding e Private Equity).
Prima di fare le valigie e prendere l’aereo, però, ci sono un paio di considerazioni da fare. Lo studente universitario in Erasmus, per esempio, deve prima conoscere in quali termini l’Unione Europea finanzierà il viaggio-studio. Il bando, infatti, distingue tre categorie di Paesi: Gruppo 1 (paesi con costo della vita alto, ad esempio Svizzera, Danimarca, Lussemburgo), Gruppo 2 (paesi con costo della vita medio, ad esempio Germania, Paesi Bassi, Portogallo) e Gruppo 3 (paesi con costo della vita basso, ad esempio Romania, Slovenia, Turchia). Ebbene, la Spagna è inserita nel Gruppo 2. Ora, presumendo una permanenza di un anno, il contributo Erasmus è pari a 3.600 euro (200 euro x 12 mesi), che saranno però erogati in un’unica soluzione poco prima di partire. In più, presentando il proprio ISEE, è possibile ottenere un ulteriore supplemento economico qualora la famiglia dello studente ricada in una fascia di reddito sfavorita. Questo può andare dai 400 euro per ogni mese
trascorso in Erasmus, se il reddito annuale risulta inferiore a 13mila euro, ai 150 euro mensili nel caso in cui l’Indicatore della Situazione Economica Equivalente sia compreso tra i 40mila e i 50mila euro. Anche l’importo legato all’ISEE non verrà erogato mensilmente, ma diviso in due tranche. La prima metà verrà infatti erogata assieme al finanziamento Erasmus, mentre la seconda a periodo di scambio concluso. In ogni caso, non ricevere il contributo con regolarità, ogni 30 giorni, per molte famiglie potrebbe rappresentare un problema, poiché il rischio di perdere il controllo sul proprio budget mensile è molto alto.
Una volta chiarito il funzionamento del programma Erasmus, concentriamoci sugli stessi tradizionali parametri di confronto che abbiamo indicato nei precedenti articoli di questa speciale serie “Città straniera, quanto mi costi?”, allorquando abbiamo parlato di Londra, New York e della Tunisia: costi dei voli aerei, abitazione, cibo e trasporti. Relativamente al volo, raggiungere Barcellona non comporta un impegno economico proibitivo, poiché le compagnie propongono prezzi allettanti per chi vuole imbarcarsi verso Barcellona con un biglietto di sola andata. Da Roma la tariffa è pari a circa 30 euro (stesso discorso per Milano) mentre per quanto riguarda Palermo si sale a circa 55 euro (100 euro circa da Napoli). Naturalmente, queste tariffe risentiranno molto della stagione in cui si deciderà di partire e dei servizi che si andranno ad aggiungere al biglietto, come il numero dei bagagli al seguito oppure la classe in cui si sceglierà di viaggiare.
Per vivere discretamente a Barcellona, senza far lievitare il budget a disposizione, è bene scegliere dove abitare senza allontanarsi troppo dal proprio ateneo, evitando però di prendere casa in una zona dove potrebbero esserci troppi studenti e dove, di conseguenza, i prezzi degli affitti sono aumentati per via della forte domanda. La nostra guida ha preso in considerazione, per questi motivi, il quartiere Collblanc, quadrante poco lontano dalla zona universitaria ma più abbordabile. Qui, secondo un noto portale online di ricerca affitti, un monolocale di 30 metri quadrati ammobiliato, con angolo cottura e due posti letto (camera condivisa), bagno privato e aria condizionata viene a costare circa 850 euro al mese. Se non si desidera condividere l’alloggio, nei principali quartieri della città l’affitto delle stanze singole in appartamenti condivisi oscilla tra i 400 euro (senza
bagno privato) ai 600 euro mensili (con bagno privato); tutto questo escluso il costo delle bollette della luce, che per una casa media beneficiano di un Voluntary Price for Small Consumers (PVPC) pari a 292 kWh all’anno e 51,64 euro al mese (per lo smartphone c’è il roaming europeo, per cui si può usare tranquillamente il numero italiano). L’affitto, dunque, non è certo un aspetto da prendere sottogamba in una città come Barcellona, e nei quadranti più centrali della metropoli catalana il costo per le medesime soluzioni esaminate può aumentare anche sensibilmente. Ma in ogni caso stiamo parlando di un mercato degli affitti che ha costi inferiori del 45% rispetto a quelli di Londra e Dublino, e del 70% rispetto a quelli di New York.
Una volta presa casa, sarà poi necessario organizzarsi per muoversi in città e fare la spesa. Chi vuole esplorare la dinamica e vivace Barcellona non può prescindere dal sottoscrivere la propria “T-Jove Card”, una tessera che consente agli under-30 di viaggiare illimitatamente per 90 giorni al costo di 42,70 euro sui mezzi pubblici. È possibile ottenere la propria card online oppure recandosi direttamente agli sportelli dedicati della TMB, l’azienda che gestisce i trasporti di Barcellona. In più, c’è da dire che nella città spagnola la
metro è molto efficiente e permette di raggiungere tutti i luoghi d’interesse in poco tempo. Fare la spesa, poi, è parimenti a buon mercato rispetto ad altre capitali europee: un caffè costa in media 1,25 euro, una baguette 0,75 euro, 1 litro di latte viene invece 1,70 euro, una dozzina di uova 1,60 euro, un boccale di birra circa 3,00 euro, un pacco di zucchero costa 0,81 euro mentre i pomodori viaggiano su una media di 1,75 euro al kg. Possiamo dunque riassumere che una spesa mensile per cibo e altri beni di prima necessità si attesta sui 270 euro al mese.
Vivere a Barcellona, comunque, comporta per chiunque l’opportunità di uscire per mangiare fuori con amici e colleghi di studio, e la città mostra anche in questo caso i suoi vantaggi: un menù del giorno può costare persino 10 euro a persona, e un menù alla carta 25 euro (in un ristorante standard). L’entrata per una discoteca varia da 15 a 40 euro (a seconda del tipo di locale e dal numero di drink inclusi); i biglietti del cinema da 7-10 euro, del teatro da 12 fino a 50 euro e gli ingressi ai musei da 5 a 15 euro.



Il 2023, a causa della stretta creditizia operata dal mondo delle banche, rivelerà un aumento notevole della domanda di affitti – soprattutto da parte di quanti non potranno più avere accesso ad un mutuo bancario – e sicuramente un aumento medio dei canoni in tutto il territorio nazionale. Milano si conferma la città con gli incrementi maggiori. La ripresa del mercato si
evidenzia anche dai tempi di locazione più brevi: 38 giorni. Limitando l’analisi alle tre metropoli analizzate, è Milano quella con i tempi di locazione più contenuti: 35 giorni. Il bilocale è la tipologia più affittata nelle grandi città (40%), in modo particolare a Milano arriva al 49,9%. A Roma è al 43,5% e a Napoli arriva al 37%. Inoltre, nel capoluogo lombardo prevale il contratto a canone libero (67,0%), così come a Napoli anche se con percentuali più basse (41,7%). A Roma vince il contratto a canone concordato (64,8%). L’affitto per scelta abitativa, infine, prevale a Napoli (77%) e Roma (56,2%) mentre a Milano vince la motivazione studio (34,8%).
In relazione ai contratti di affitto stipulati da studenti universitari – spesso con garanzie offerte ai proprietari dai genitori – Tecnocasa segnala che il segmento di mercato valeva già l’11,2% a fine 2022; pertanto si prevede una stabilizzazione di questa percentuale, causata dai probabili aumenti, e una sensibile mutazione nelle preferenze degli studenti per quanto riguarda l’alloggiamento. Il dato, naturalmente, sarà più evidente in autunno, periodo in cui la riapertura di corsi universitari richiama una maggiore domanda di alloggi per via del ritorno progressivo degli studenti in presenza. Un trend che continua e che, soprattutto nelle metropoli, rivelando notevoli difficoltà a causa di una bassa offerta, acuitasi negli ultimi anni con l’affermarsi degli short rent.
Come in gran parte dell’Europa e del Nord America, la necessità di posti letto per studenti sta portando a un aumento degli interventi di student housing, a cui numerosi investitori si stanno dedicando, grazie anche al sostegno previsto dal PNRR. Da Milano a Torino, passando per Bologna e Firenze, sono numerose le operazioni ultimate e ancora in essere, ma non ancora sufficienti a coprire l’importante domanda. Secondo i dati di Tecnocasa e Tecnorete, Torino primeggia con 38,5% di chi cerca per motivi di studio, tallonata da Milano con il 34,8%. In termini di preferenze di alloggiamento, gli studenti esprimono una netta preferenza per la camera singola, prevalentemente per una questione di privacy. La scelta della camera doppia avviene quasi sempre tra persone legate da parentela oppure tra amici. Succede spesso, infatti, che gruppi di amici cerchino un appartamento da condividere. La casa con due camere e due bagni è la soluzione più richiesta.
Le tipologie più locate dagli universitari sono i trilocali (32,1%) e i bilocali (28,4%). Importante la vicinanza a facoltà universitarie (o all’ospedale per chi studia medicina), la tranquillità della zona, la presenza di attività commerciali e di mezzi di trasporto che consentono di raggiungere le zone universitarie quando distanti. La ricerca inizia a partire da giugno. Negli ultimi anni ha acquisito sempre più peso nella scelta dell’abitazione lo stato d’uso dell’immobile, la presenza di mobili nuovi o seminuovi, il collegamento internet e wi-fi. Altro aspetto importante la luminosità dell’appartamento. C’è anche chi chiede il posto per la bici o per il monopattino. Con gli studenti si stipulano soprattutto contratti transitori annuali (69,5% dei contratti che interessano questa categoria di inquilini) e a canone libero (23,2%). Si chiede ai genitori di fornire garanzie con documentazione reddituale.
Per coloro che scelgono le università di Roma o Milano, il caro affitti venuto recentemente alla luce – con annesse tendopoli di protesta – ha scoperchiato il vaso di Pandora della “fuga per l’istruzione” della Generazione Z. Dal punto di vista economico, questa fuga oggi presenta maggiori difficoltà per via dell’inflazione, che ha fatto schizzare alle stelle i prezzi delle stanze per studenti in tutte le città europee, ed anche il costo medio della vita all’estero. E se lasciare il proprio Paese non è mai una scelta facile per un giovane – specie se si sceglie una città lontanissima dalla propria famiglia – studiare all’estero comporta numerosi vantaggi. Primo fra tutti quello di imparare forzosamente una lingua straniera diventandone “madrelingua” in un anno o due di full immersion; poi, fare nuove esperienze e intraprendere nuove relazioni sociali in preparazione dell’ingresso nel mondo lavorativo straniero, che in alcuni paesi assicura buone carriere e stipendi elevati in applicazione del criterio meritocratico.
Per quanto riguarda gli affitti universitari, il quadro nel nostro Paese non è dei più confortanti. Secondo l’indagine di una nota agenzia immobiliare, infatti, si evince come il costo del metro quadro italiano sia aumentato in media dell’11% rispetto ad aprile 2022. La classifica dello studio di mercato vede Milano come città più cara d’Italia, ed una stanza singola viene in media 628 euro. Il prezzo locativo sfiora poi i 25 euro al mq nelle zone Quadronno e Guastalla (le più ricercate dagli universitari), mentre gli aumenti più significativi hanno riguardato il quartiere Città Studi (+12,7%). In quest’ultimo quadrante di Milano un anno fa si reperivano prezzi locativi inferiori al 18 euro al metro quadro, mentre ora si supera abbondantemente quota 20. Completano poi il podio Bologna (467 euro per una stanza singola) e Roma (452 euro).
A questo scenario, inoltre, va sommato il fattore “qualità di vita”. Stando a uno studio condotto proprio dall’Università degli Studi di Milano su un campione di circa 7 mila studenti, il 32% degli intervistati (quasi uno su tre) si dice insoddisfatto o estremamente insoddisfatto della propria vita; il 23% si ritiene leggermente insoddisfatto, i leggermente soddisfatti sono il 22%, quelli soddisfatti appieno rappresentano il 19%, mentre il 5% non sa. Ilaria Cutica, docente di Psicologia generale, commenta così la sua indagine: “Questi dati indicano un malessere diffuso, che nel tempo può predisporre a una diminuzione della volizione e della motivazione, a un abbassamento dell’autostima, a un aumento dello stress, e anche a problematiche ansiose o depressive”. Fatti, questi, tristemente confermati da numerosi fatti di cronaca che vedono protagonisti sempre più studenti, vittime di un sistema ansiogeno ed estremamente orientato alla performance, e non alla crescita armonica delle persone.
In conclusione, si può affermare che in Italia serpeggi la convinzione che studiare in questo Paese sia un pessimo affare o un affare per pochi. L’università italiana non solo costituisce un sistema psicologicamente provante e svilente, ma rappresenta una vera e propria fonte di disagio economico per le famiglie italiane. Queste ultime, sempre più spesso, preferiscono indirizzare il proprio “investimento generazionale” verso gli stati esteri, dove è necessario affrontare un notevole dispendio di risorse finanziarie ma è più forte la sensazione di assicurare alla progenie un miglioramento di posizione in quella stessa scala sociale che, una volta, era possibile far salire all’interno del nostro Paese; quest’ultimo, poi, progrediva rapidamente grazie al mantenimento della “italianità” del percorso di crescita delle generazioni successive. Aver fatto uscire fuori dai nostri confini questo circolo virtuoso ha determinato, negli anni, un arretramento culturale ed economico dell’Italia, all’interno di una Unione Europea che, forte della egemonia dei paesi del Nord, non ci ha mai fatto sconti.
L’analisi dei contratti di locazione evidenzia un 69,1% di affitti conclusi per scelta abitativa, un 23,0% di contratti stipulati da lavoratori trasfertisti e un 7,9% di affitti legati agli studenti universitari. Questi ultimi, in particolare, sono tornati ad affittare con percentuali superiori anche a quelle che si registravano nel 2019 (7,9% nel 2021, 4,5% nel 2020 e 6,3% nel 2019). Dinamica differente per quanto riguarda i contratti di locazione stipulati con lavoratori trasferisti; in questo caso, infatti, non si è ancora tornati ai valori che si registravano nel periodo pre-pandemia (25,8%), ma si rimane a livelli più bassi, già registrati a partire dal 2020 (intorno al 23,0%). Questo significa che lo smart-working ha determinato un cambiamento persistente sul mercato delle locazioni, abbassando la quota di persone che cerca abitazioni in affitto per motivi di lavoro, anche dopo la fine delle restrizioni legate al Covid. Saranno i prossimi semestri a dirci se questo cambiamento è strutturale e permanente oppure se si tornerà ai valori del passato. 








