Giugno 9, 2026
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Andamento delle locazioni in Italia. Il mercato tiene, ma il 2021 è un importante banco di prova

Prendere casa in affitto può essere una necessità momentanea o una scelta di lungo periodo, ma serve comunque informarsi sull’andamento delle quotazioni, sia prima che dopo aver affittato un’abitazione o, soprattutto, i locali di una attività o di un ufficio. Il mercato ha tenuto anche grazie agli accordi di riduzione dei canoni.

Anche nel corso del mese di febbraio 2021 le variazioni dei prezzi delle locazioni differiscono sensibilmente a seconda delle città italiane prese in considerazione. Prendendo ad esempio un appartamento di grandezza media pari a 50 mq, il dettaglio delle province e delle regioni italiane è stato curato dallo studio di CaseinAffitto360.com. In particolare, le province dove i prezzi degli affitti sono aumentati hanno visto prevalere positivamente alcuni elementi esogeni al mercato, ma molto importanti: aumento delle possibilità di lavoro nell’area, incremento delle attività produttive, maggior rilievo dal punto di vista turistico e miglioramento delle condizioni del mercato immobiliare locale.

Partendo dalle province del Nord Italia, si distingue la provincia di Prato, dove si è vista una crescita del 6,13% ed una media di 329 euro mensili per appartamento di 50 mq.. Tra le province del Nord che hanno visto un incremento dei costi ci sono anche la provincia di Mantova, con un +3,72% e un canone medio pari a 390 euro; Pordenone con un +3,68% e un canone medio pari a 396 euro; Savona con canone medio pari a 396 euro e un aumento del +3,66%.

Nel Centro Italia, invece, spicca la provincia di Ravenna con un +5,23% ed una media di 410 euro mensili, e Teramo, con un +5,00% e un canone medio di 315 euro. Infine, nel Sud Italia le province interessate sono quella di Napoli, con un incremento del 5,13% e canone medio pari a 502 euro, e Benevento, con un canone medio pari a 315 euro e un aumento percentuale del 5,00%.

Andando alle aree che hanno visto una riduzione dei costi degli affitti, le province più colpite sono diverse e localizzate sia al Nord Italia sia al Sud. Le principali province del Nord Italia sono Belluno, con una diminuzione percentuale del -4,79% e canone medio pari a 338 euro; Bolzano, con una diminuzione del -3,33% e un canone medio pari a 468 euro; Vercelli, con una riduzione percentuale del -3,41% e un canone medio pari a 283 euro.

Nel Centro Italia, invece, Isernia ha subito una diminuzione del 4,63% (canone medio pari a 247 euro); Macerata segna per febbraio un -3,33% e vede un canone medio pari a 348 euro.

Infine, per il Sud Italia abbiamo la provincia di Caltanissetta, che segna un -5,33% e vede un canone medio pari a 231 euro; Ragusa, con un -3,86% e un canone medio pari a 274 euro; Enna, con un -4,76% e un canone medio pari a 220 euro, e Crotone, con un -3,28% e un canone medio pari a 295 euro.

Andando all’andamento dei prezzi degli affitti suddivisi per regioni, quelle del Sud e del Centro Italia presentano prezzi mediamente più bassi per un periodo di tempo prolungato. La situazione potrebbe cambiare guardando agli affitti stagionali, specie nelle zone d’Italia che si affacciano sul mare o quelle che si trovano vicino a mete turistiche invernali importanti, dove i costi delle case per le vacanze e degli affitti per il breve periodo sono molto più alti, rispetto alla media delle locazioni sul lungo periodo.

Sempre considerando un appartamento di una grandezza media di 50 mq, nelle regioni del Nord c’è stata una leggera diminuzione dei prezzi in Lombardia, con un -0,15% e un canone medio pari a 672, e in Valle d’Aosta, con una diminuzione percentuale del -3,66% e un canone medio pari a 369 euro. Percentuale negativa anche per la Toscana, che segna una discesa del -1,72% e un canone medio pari a 454 euro.

Nel Centro Italia, solo il Lazio vede una diminuzione dei prezzi dello 0,71% (canone medio pari a 561 euro), mentre al Sud il segno in negativo colpisce solo la Calabria con un -0,36% (canone medio pari a 274 euro).

Tutte le altre regioni italiane, invece, hanno segnato un incremento del prezzo degli affitti per il mese di febbraio. Tra quelle che hanno visto una variazione positiva con un impatto maggiore troviamo la Sardegna con un +3,67% e canone medio pari a 424 euro; l’Emilia Romagna, con un +2,20% e un canone medio pari a 372 euro; Il Friuli Venezia Giulia con un +2,02% e un canone medio pari a 353 euro. Infine, troviamo la Sicilia con un incremento del 2,48% e un canone medio pari a 372 euro. Infine, il Trentino Alto Adige che stabilisce a febbraio un +1,38% e un canone medio pari a 516 euro.

Le rimanenti regioni hanno visto solo un leggero incremento dei prezzi degli affitti, queste sono: Basilicata (+0,29% – 345 euro); Campania (+0,34% – 299 euro); Liguria ( +0,26% – 381 euro); Marche ( +0,79% – 383 euro); Molise ( +0,31% – 323 euro); Piemonte ( +1,19% – 426 euro); Puglia (+0,72% – 418 euro); Umbria ( +0,32% – 315 euro); Veneto (+1,51% – 337 euro).

La disamina dei dati appena esposti è strettamente legata al periodo che stiamo vivendo da un anno a questa parte. Infatti, a causa dell’emergenza Covid-19 molti inquilini hanno iniziato ad avere difficoltà nel rispettare i pagamenti dovuti ai proprietari, sia per la perdita del lavoro che per la sospensione della propria attività. Il problema, che si ripercuote immediatamente anche sul tenore di vita dei proprietari, riguarda le locazioni di unità abitative ma, soprattutto, gli affitti di locali destinati ad attività imprenditoriali o professionali. Molte imprese che non sono riuscite a rispettare gli impegni hanno chiesto una riduzione del canone di affitto, che è possibile effettuare per tutti i contratti di locazione, indipendentemente dalla loro tipologia e indipendentemente dalla durata del contratto di locazione o dal regime fiscale di tassazione ordinaria o di cedolare secca.

Quasi tutti i proprietari hanno aderito alle richieste di riduzione del canone, rinviando un possibile aumento alla fine dell’emergenza, per questo motivo il mercato delle locazioni ha sostanzialmente avuto una buona tenuta generale. Molto, adesso, dipenderà dagli scenari di fine emergenza che, grazie alla campagna di vaccinazione, potrebbero verificarsi a partire solo dal secondo semestre dell’anno in corso. Obiettivo principale: salvare la stagione estiva ed il fatturato derivante dagli affitti brevi e dalla ricettività turistica settimanale (B&B).

Le due Italie alla prova del Recovery Plan. Saverio Romano: c’è una “Questione Infrastrutturale” da risolvere

A distanza di 160 anni dalla c.d. Unificazione d’Italia, il Meridione continua ad essere la Cenerentola del Paese e di tutta Europa. Il differenziale dei  prezzi al mq e l’assenza di infrastrutture fondamentali segnano una linea di confine tra due facce dello stesso Paese. Saverio Romano: “La Questione Meridionale è soprattutto una Questione Infrastrutturale”.

In Italia esiste un confine che divide in due il Paese. Si tratta di un confine “invisibile”, non segnato nella cartina geografica, ma piuttosto evidente per chi si muove da una regione all’altra. A distanza di 160 anni dalla c.d. Unificazione,  infatti, esistono ancora due Italie. La prima, quella che va dal Piemonte al Lazio, gode di buone infrastrutture e di un tessuto industriale ben sviluppato, insieme ad una mentalità imprenditoriale che si trasmette di generazione in generazione. La seconda, dal Lazio in giù, con infrastrutture fatiscenti – o addirittura inesistenti – ed una economia perennemente “assistita” che lascia in eredità ai più giovani, anno dopo anno, la consapevolezza di dover lasciare il territorio (sempre più spesso all’estero) per trovare una condizione di vita dignitosa.

Il Sud Italia, in realtà, è una opportunità che rimane lì ad aspettare che qualcuno la colga. E’ una promessa mai mantenuta, un’aspettativa costantemente disattesa, una “donna troppo bella per essere chiesta in moglie”. Eppure, le risorse e la vocazione turistica di gran parte del Sud, se beneficiassero di un (notevole) potenziamento delle infrastrutture, consentirebbero al PIL nazionale di aumentare senza ulteriori aiuti esterni, in totale autonomia.

C’è da dire che il confine economico del “regno delle due Italie” è segnato da numerosi indicatori; uno di questi è quello immobiliare, che da sempre indica lo stato di salute di un territorio e la sua attrattività. I prezzi del mercato immobiliare, infatti, variano a seconda che ci si trovi nelle grandi città, medie e piccole città, piccoli centri e zone più interne. In particolare, il differenziale delle quotazioni, a parità di territorio, può dare l’idea sulla capacità di “attrazione” di una determinata economia territoriale rispetto ad un’altra, e generalmente, in un paese dove le opportunità di crescita sono distribuite in maniera omogenea, questo differenziale è contenuto  all’interno di una “forbice” massima di circa 10 punti (tra +5% e -5%). Se tali parametri di analisi – insieme a molti altri, di uguale importanza – dovessero presentare un differenziale più ampio di quello considerato “fisiologico”, testimonierebbero la presenza di un problema per l’economia dell’intero paese. Se poi, storicamente, tali differenziali dovessero persistere per più di un decennio, non si può più parlare di semplice “congiuntura”, ma di una precisa volontà politica che si protrae nel tempo, a cascata, attraverso le generazioni, diventando vera e propria “eredità” da accettare senza poter godere neanche del beneficio di inventario.

A mero titolo di esempio, la Liguria (2.451 euro/mq) si conferma il territorio più caro, seguita da Trentino-Alto Adige (2.449 euro/mq) e Valle d’Aosta (2.404 euro/mq), e si contrappongono alle quotazioni presenti in Sicilia (1.041 euro/mq), Molise (909 euro/mq) e Calabria (902 euro/mq). Mediamente, pertanto, i prezzi delle seconde tre regioni sono più bassi di circa il 55% delle prime tre. Se passiamo alle singole città, poi, il divario diventa ancora più sensibile: Venezia (4.441 euro/mq), Milano (4.000 euro/mq), Firenze (3.980 euro/mq) e Bolzano (3.697 euro/mq) sono le province più care d’Italia, mentre Palermo (1.342/mq), Ragusa (799 euro/mq), Caltanissetta (778 euro/mq) e Isernia (753 euro/mq) le più economiche, generando mediamente, a parità di abitanti, un differenziale medio del 65% tra le città del Nord e quelle del Sud (con la sola eccezione di Napoli, dove il differenziale a parità di caratteristiche si riduce drasticamente al 31%).

Tale minore attrattività del mercato immobiliare, naturalmente, è solo uno dei sintomi dell’enorme divario economico esistente tra le due Italie, che sarebbe possibile colmare – o ridurre, a voler essere più realisti – grazie al contributo di progetti di spesa pubblica più efficienti e mirati, che privilegino gli investimenti in infrastrutture invece degli inutili finanziamenti a pioggia. La bozza di ripartizione dei fondi del Recovery Plan, poi, ha acceso diversi dibattiti in relazione alla opportunità che il più grande intervento economico-finanziario della storia dopo il Piano Marshall sarebbe in grado di assicurare anche al Meridione d’Italia. Secondo Diego Bivona, Presidente di Confindustria Siracusa, “Non sappiamo se in futuro si presenterà un’altra opportunità come questa per sciogliere i nodi del Mezzogiorno che è, come è noto, fondamentale per far ripartire il Paese intero. E’ necessaria una grande mobilitazione dell’intera società civile, dobbiamo essere artefici e protagonisti del nostro futuro, determinando cosa è meglio in tema di infrastrutture, di sviluppo industriale e soprattutto in tema di riforme: non possiamo far decidere chi negli anni ’60 scelse di fermare l’autostrada A1 a Napoli o chi come oggi ha stabilito che l’Alta Velocità è un privilegio non per tutti al Sud”.

Saverio Romano, già  Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali nel Governo Berlusconi IV e deputato dal 2001 al 2018, ha recentemente affermato che “Senza infrastrutture il Sud è condannato alla miseria. E Draghi sa bene che per far crescere il PIL italiano non potrà più essere ritardata l’assunzione dell’impegno, che è sempre stato anche il mio, di rendere sempre meno pesante il gap che divide il Mezzogiorno dal resto dell’Italia. E per raggiungere questo obiettivo l’elemento decisivo è quello della infrastrutturazione materiale e immateriale delle regioni del Sud”. “Insisto su questo tema – prosegue Saverio Romano – perché dati, analisi, esperienza politica e conoscenza dei meccanismi politici ed economici mi portano su questa linea: senza infrastrutture il nostro territorio non ha alcuna speranza. Chi investe ha necessità di reti digitali, di strade, autostrade, ferrovie, porti efficienti e funzionali. Il trasporto delle merci, i collegamenti per il turismo e i servizi, non possono prescindere da un livello alto di opere infrastrutturali”. “L’obiettivo – conclude Romano – è il riequilibrio socio-economico delle aree del Sud, e la riduzione della distanza dai valori medi infrastrutturali europei che sono quelli in base ai quali i grandi investitori decidono dove investire, creando occupazione e sviluppo. È per questo che la questione meridionale di oggi è essenzialmente una questione infrastrutturale. Da questo dipende qualsiasi ipotesi di riscatto della nostra terra, contro ogni visione assistenzialistica e di mera rivendicazione”. (ac) 

Il Sud Europa in rovina nel dopo-Covid. Tocca al Nord evitare una nuova “Questione Meridionale Europea”

L’Italia, in quanto a “questioni meridionali”, ha una notevole esperienza. Con le dovute differenze, identico processo storico sta accadendo in Europa, sotto i nostri occhi, da venti anni, e senza interventi di riequilibrio il problema rischia di consolidarsi per i prossimi secoli.

La pandemia del Covid19, insieme a profonde trasformazioni nel modo di vedere il mondo e nelle modalità di relazione tra esseri umani, ha fatto emergere la fragilità di macro sistemi socio-economici che, prima dei vari lockdown, si ritenevano pressoché immutabili. Uno si questi è certamente quello dell’Unione Europea, nata sulla illusione del principio “one money, one nation” (una moneta, una nazione), grazie al quale si sarebbe dovuto produrre, nei singoli paesi aderenti, trasformazioni  tali da realizzare una progressiva armonizzazione tra le diverse realtà nazionali. Il Coronavirus, come la più classica delle onde anomale, ha distrutto in sole due settimane questo castello di sabbia, mettendo in chiaro ciò il vero principio su cui si basa oggi l’UE, quello del “one money, no nations” (una moneta, nessuna nazione). 

Passando dalle questioni di principio a quelle di realtà, tutto questo si è tradotto in una nuova “Questione Meridionale”, tra stati del Sud e stati del Nord Europa, che adesso richiede l’adozione di azioni riequilibrative. Azioni sul debito, innanzitutto, che in Italia (ma anche in Grecia e Spagna) è sempre aumentato senza produrre una crescita economica sufficiente a ripagarlo. Pertanto, non avendo prodotto alcun effetto, esso deve necessariamente essere ridotto adottando strumenti meno “dolorosi” di quelli imposti alla Grecia qualche anno fa. Un periodo di inflazione sostenuta (tra il 3 ed il 5%), per esempio, sarebbe uno dei metodi meno traumatici, perché  ridurrebbe il valore reale del debito, ma il Nord Europa impone – chissà perché – una inflazione massima del 2%, ed oggi uno scenario inflattivo è ipotizzabile solo dopo la totale eliminazione del problema-Covid.

In alternativa, al fine di escludere qualunque ipotesi di default, si potrebbe ragionare sulla ristrutturazione del debito, che però è impopolare, oppure sulla “monetizzazione del debito”, che però è impossibile per via del fatto che l’Italia non può avere, come tutti i paesi UE, una sua politica monetaria indipendente.

Da escludere anche la c.d. austerità, che aggiungerebbe solo povertà estrema in un Paese che, come il nostro, viene da un ventennio di bassa crescita economica e di diminuzione del reddito effettivo.

C’è da dire che l’Italia, in quanto a questioni meridionali, ha una notevole esperienza: quella “domestica”, che poggia le sue basi sulle modalità predatorie che hanno portato all’Unificazione, si è fatta modello economico strutturale – con conseguente flusso migratorio da Sud a Nord – e si traduce ancora oggi in un enorme divario in tutti i settori dell’Economia nazionale (dalle infrastrutture all’apparato industriale) tanto da far parlare, dopo 150 anni, di “due italie” e di una “unificazione mancata”. E’ storicamente accertato, però, come a seguito di questo processo storico il Meridione, prima fiorente ed economicamente avanzato, sia stato impoverito e privato delle sue migliori risorse, a vantaggio del Nord. Con le dovute differenze (nessuna strage di massa di “briganti” meridionali), identico processo storico sta accadendo in Europa negli ultimi venti anni. Infatti, con il loro ingresso nell’Unione Europea, i paesi del Sud (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) si sono impoveriti a tal punto da accentuare – anziché eliminarla – una inaccettabile “Questione Meridionale Europea” (S.E.Q., dall’inglese Southern European Question) che adesso rischia di durare nei secoli, e che gli stati del Nord non hanno alcuna intenzione di attenuare.

E come potrebbero? Ormai non si contano più le aziende nazionali passate in mano straniera, con buona pace dei nostri governi che nulla hanno fatto per impedirlo, schermandosi dietro le “leggi del mercato” che sono valide per tutti, tranne che per le poche aziende italiane che vogliono acquisire partecipazioni di controllo in quelle francesi e tedesche.                         

Paesi come la Germania, l’Olanda e l’Austria hanno potuto beneficiare del vantaggio di avere una moneta più debole rispetto a quella che oggi sarebbe stata la loro valuta nazionale, ed il loro export è cresciuto molto di più di quanto non sarebbe successo senza la moneta unica. Stessa cosa non è successa ai paesi del Sud, in ciò tradendo il principio ispiratore dell’Unione Europea, creata proprio per attenuare gli squilibri, e non per accentuarli. Questo divario di benefici andrebbe adesso ribilanciato attraverso l’adozione di strumenti redistributivi, per evitare che stati come la Germania possano dire “bye bye Unione Europea” uscendo da essa con una posizione economica ingiustamente acquisita ai danni dell’Italia o della Spagna.

La nuova S.E.Q., peraltro, è ben evidenziata dai numeri. La Germania,  per esempio, nel solo periodo 2002-2015 aveva già accumulato un surplus di ben 787 miliardi di dollari, che reinveste principalmente comprando titoli di debito estero. E’ successo con l’acquisto di titoli tossici americani, con i finanziamenti alla Grecia e alle banche spagnole, ed anche con i BTP italiani, oggetto – guarda un po’ il caso – delle attenzioni della Corte federale tedesca in relazione al Q.E.. Certamente, così facendo, la Germania si espone all’eventuale default degli stati emittenti, ma è anche vero che ciò ha un effetto dominante su di essi, una minaccia costante di agire sul loro spread vendendo titoli sul mercato (come è accaduto nel 2011, e come si è cercato di fare, a Marzo, tramite i “consigli disinteressati” di Commerzbank).

Con l’arrivo della pandemia, certi equilibri negoziali sono saltati, e questo ha permesso di poter alzare la voce nelle sedi europee. Pertanto, questo sarebbe il momento giusto per abbandonare gli sterili proclami di natura squisitamente negoziale, e tradurre in azioni concrete i principi contenuti nella lettera inviata da Giuseppe Conte alla Commissione Europea nelle scorse settimane, nella quale il Presidente del Consiglio scriveva che “……le regole europee, mentre si mostrano estremamente rigorose nel censurare politiche nazionali espansive potenzialmente suscettibili di incidere sulla dimensione del debito sovrano, non sanzionano con analogo rigore questi comportamenti (ndr, quelli tesi ad acquisire vantaggi commerciali a danno di altri), che certamente non sono meno destabilizzanti per il benessere dei cittadini europei di quanto non lo sia un elevato debito pubblico”.

In sintesi – ha detto Conte – perchè si minaccia contro l’Italia la procedura d’infrazione per il mancato contenimento del debito, e non si fa lo stesso contro la Germania per il problema del surplus?

In realtà, appare ormai evidente che l’Euro sia diventato un alibi per coprire le operazioni “corsare” di Germania, Francia e Olanda (con il suo paradiso fiscale de facto). La Germania, infatti, avendo adottato l’euro, non può più essere costretta a subire una rivalutazione della sua moneta nazionale – il che riequilibrerebbe in modo “naturale” lo squilibrio del surplus commerciale – come invece, per esempio, è accaduto ripetutamente dopo la seconda guerra mondiale nel cambio marco/dollaro USA. Con l’euro, tutto è cambiato, ed all’interno dell’area non è possibile svalutare per compensare gli squilibri commerciali tra uno Stato e l’altro. Tutto questo ha finito con il creare – quanto inaspettatamente, e quanto volutamente? – uno strumento di difesa dell’export tedesco, francese e olandese dalle “svalutazioni competitive” che periodicamente venivano messe in atto dall’Italia, la quale una volta aveva una fiorente struttura industriale con grandi capacità di adattamento alle fasi di mercato.

Vi ricorda qualcosa?