Luglio 27, 2026
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L’inflazione mette a nudo la dipendenza energetica dell’Italia. Gli USA vedono il picco?

L’interruzione delle catene di approvvigionamento generate dalla pandemia e il conflitto armato in Ucraina hanno messo a nudo i problemi italiani di dipendenza energetica dall’estero. In Usa si intravede il picco dell’inflazione, nel Regno Unito la recessione.

Mentre i dati sul tasso di inflazione in Europa non accennano a diminuire nel secondo semestre – come invece era stato predetto nei mesi scorsi dai più autorevoli analisti – l’indice dei prezzi al consumo rivela in tutta la sua gravità i problemi di dipendenza energetica dell’Italia e di altri paesi europei.

Secondo Eurostat il tasso di inflazione annuale dell’Eurozona si è attestato all’8,9% a Luglio, ed è in aumento rispetto all’8,6% di Giugno (l’anno scorso era del 2,5%), mentre nell’area Euro l’indice è al 9,8%. In Italia, l’inflazione armonizzata a Luglio cala all’8,4% dall’8,5% di Giugno, e rimane sotto la media dell’Eurozona (8,9%), ma tassi annualizzati più bassi sono già riscontrabili in Francia e Malta (entrambi con il 6,8%), mentre i più alti sono stati registrati in Estonia (23,2%), Lettonia (21,3%) e Lituania (20,9%). La stessa Bce, per bocca del comitato esecutivo, vede un quadro in peggioramento per la crescita nell’area euro e non esclude la possibilità di entrare in una recessione tecnica; e se anche entrassimo in recessione, secondo la Bce sarebbe abbastanza improbabile che le pressioni inflazionistiche scendano da sole, poiché lo shock da offerta sta rallentando la crescita, ma la minore domanda di beni derivante da tale rallentamento non è sufficiente a indebolire l’inflazione.

Il bilancio mese su mese, comunque è negativo: rispetto a giugno, l’inflazione è diminuita in sei Stati membri, è stabile in tre ma è aumentata in diciotto. Questo accade perché le economie di ogni paese membro reagiscono in modo diverso a seconda del proprio livello di dipendenza energetica. L’Italia, in tal senso, sconta la miopia della pessima classe politica degli ultimi trent’anni anni, che ha snobbato completamente il problema, favorendo di fatto gli interessi degli altri paesi europei, come la Francia, in campo petrolifero. Infatti, storicamente Parigi vanta uno strapotere nell’area nordafricana per via del colonialismo, ed è opinione ampiamente condivisa che senza il volere del governo francese di quell’epoca il leader libico Muammar Gheddafi non sarebbe mai stato deposto, anche perché quest’ultimo ha pagato soprattutto il rifiuto di eseguire diversi contratti d’affari che aveva stipulato proprio con la Francia. Da qui l’intervento diretto manu militari di Sarkozy e il caos in cui versa il paese nordafricano dopo la sua mancata rielezione alla presidenza. Dopo la deposizione di Gheddafi, comunque, i giganti energetici Gdf-Suez (oggi ENGIE) e Total si sono fatti largo – come era prevedibile – a suon di acquisizioni e partecipazioni societarie, che hanno consentito alla Francia di raggiungere una produzione di oltre 400mila barili al giorno, superando l’italiana ENI, anch’essa titolare di contratti petroliferi in Libia.

Questa serie di circostanze, aggravate prima dalla interruzione delle catene di approvvigionamento generata dalla pandemia e poi dal conflitto armato NATO/Ucraina/Russia, ha messo a nudo i problemi dell’Italia, che è uno dei Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero: nel 2021, infatti, le importazioni da altri Paesi di combustibili fossili, ovvero petrolio, gas e carbone, hanno coperto ben il 77% del fabbisogno nazionale, a fronte del 23% soddisfatto dalla produzione nazionale (per la maggior parte costituita da fonti rinnovabili). Proprio la Russia, da sola, copre il 25% del nostro fabbisogno, con il 40% delle importazioni di gas, il 12% di quelle di petrolio e ben il 52% di quelle di carbone. A seguire, l’Algeria contribuisce con il 15%, l’Azerbaigian con il 13%, la Libia con il 9%, l’Iraq con il 6%, il Qatar e l’Arabia Saudita con il 4%, gli Usa con il 3% e la Nigeria con il 2%. A ben vedere, si tratta di Paesi con regimi autoritari, oppure con problemi di instabilità politica o addirittura di guerre civili interne, per cui c’è poco da stare allegri sull’affidabilità nel tempo dei contratti di fornitura.

Relativamente agli USA – che di guerre se ne intende parecchio – dalle minute della Fed è emerso che il mantenimento della massima occupazione e l’abbassamento del tasso di inflazione al 2% potrebbe comportare ulteriori rialzi dei tassi, il cui ammontare dipenderà dai dati macro. Queste affermazioni lasciano un certo spazio ad un rallentamento del ritmo di crescita dei tassi, anche perché la Federal Reserve è già intervenuta ritoccando verso l’alto i tassi con una certa enfasi, che ha permesso di registrare una lieve contrazione dell’inflazione. Un altro rialzo di 75 punti base vede il favore di alcuni presidenti regionali della Fed, ed anche i più cauti si pronunciano per nuovi incrementi che non vanno al di sotto di 50 punti base, riferendosi ad eventuali aumenti di 75 bps come “ragionevoli”. La Fed, infatti, deve raffreddare on solo i consumi, ma anche il mercato del lavoro, dal momento che oggi ci sono quasi due posti di lavoro per ogni lavoratore disponibile.

In ogni caso, l’inflazione statunitense – sia “headline” che “core” – si è ridimensionata nel mese di luglio, e il mese di giugno segnerà probabilmente il picco del tasso di inflazione globale su base annua. Pertanto, il fatto che l’inflazione si modererà è dato per scontato da qualunque sondaggio, come quello condotto dal Wall Street Journal fra 75 economisti, i quali – tutti e 75 – prevedono un’attenuazione dell’inflazione rispetto al livello attuale, ma c’è disaccordo sulla misura di tale attenuazione. Infatti, l’intervallo delle previsioni per il 2023 va dallo 0,0% al 5,3%, mentre per il 2024 l’intervallo è compreso tra lo 0,3% e il 4,1%. Anche i sondaggi dell’Università del Michigan e della Fed di New York sulle aspettative di inflazione registrano un intervallo così ampio tra le opinioni degli economisti intervistati. Il problema è che le aspettative di inflazione misurate dai sondaggi possono rivelare dati distorti e confusi poichè fortemente influenzati dalla volatilità dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, ossia i due principali contributori dell’indice dei prezzi al consumo di ogni paese.

Nel frattempo, gli effetti nefasti della Brexit si fanno sentire nel Regno Unito, dove l’inflazione sta mettendo in ginocchio gli inglesi e non accenna a rallentare. Secondo la Banca d’Inghilterra, il picco inflattivo sarà registrato ad ottobre, e il timore di una recessione profonda sono molti. L’economia inglese, infatti, è appesantita anche dall’aumento del prezzo dei generi alimentari, generato dalla loro produzione – il Regno Unito importa moltissime derrate alimentari dall’estero – e soprattutto dal loro approvvigionamento per via del divorzio dall’UE. E così, le cassandre che avevano annunciato le conseguenze nefaste della Brexit possono finalmente cantare vittoria, ma relativamente alle materie prime energetiche gli inglesi detengono un buon livello di indipendenza – grazie alla British Petroleum – e non sono quindi importatori netti. Pertanto, pare che nel continente europeo l’Inghilterra sarà la prima ad entrare in recessione reale (non solo tecnica), e probabilmente la prima a uscirne. Tuttavia, l’inflazione potrebbe stabilizzarsi a livelli medio-alti per lungo tempo, e questo costringe gli inglesi a rivedere i programmi di finanza pubblica adattandosi a circostanze che non si vedevano da decenni.

Deutsche Bank: il 2022 anno di transizione. Dieci temi “caldi”, sull’onda del cambiamento

Nel 2022 l’inflazione e le banche centrali saranno al centro dell’attenzione, in un anno in cui la politica della BCE inizierà a cambiare marcia, e le altre banche centrali inizieranno a seguire la linea della Fed sull’inasprimento.

di Christian Nolting

Nel 2022 ci saranno molti cambiamenti rispetto al regime in corso, soprattutto in termini di inflazione, clima, geopolitica e tecnologia. Tutto questo creerà un ambiente in cui dovrebbe essere evitato il compiacimento intorno a qualsiasi scenario “di base”. La pandemia, infatti, ci ha già dimostrato che le soluzioni complete e rapide a problemi complessi sono rare, per cui dovremmo considerare il 2022 come un anno di transizione, che consentirà agli investitori di posizionare i portafogli in vista delle sfide future.

Christian Nolting

Del resto, la ripresa economica dai minimi di metà 2020 non è mai stata del tutto semplice, ed ha richiesto alti livelli di sostegno alla politica monetaria e fiscale. Il mondo è cambiato negli ultimi due anni, e molte economie stanno ancora lottando per riadattarsi. Gli alti tassi di inflazione sono un sintomo importante di questo processo di riaggiustamento, e riflettono in larga misura un disallineamento tra la ripresa della domanda e dell’offerta, come è possibile vedere nell’interruzione della produzione globale e delle catene di approvvigionamento (ma anche nei mercati del lavoro). Tuttavia la correzione di tali discrepanze non fermerà il processo di cambiamento, poichè l’economia mondiale è un luogo dinamico.

Parafrasando ciò che si suppone abbia detto l’antico filosofo greco Eraclito, è impossibile entrare due volte nello stesso fiume. Il fiume è diverso e anche tu come persona sei diverso. Il “fiume” dell’inflazione cambia sempre con driver diversi; allo stesso modo stanno cambiando anche le aspettative di inflazione.

Il cambiamento comporta che un’efficace gestione del rischio deve essere integrata da considerazioni a lungo termine sugli obiettivi e sulla composizione del portafoglio: è necessario pensare in modo strutturale, piuttosto che reattivo, e rifarsi ad alcune componenti essenziali in questa ottica. Innanzitutto, questo è un momento importante per concentrarsi sull’asset allocation strategica, dal momento che l’utilizzo del market timing attorno a processi di cambiamento così complessi non sarà sufficiente: un’efficace allocazione strategica degli asset probabilmente si dimostrerà una fonte molto più efficace e affidabile di rendimenti a lungo termine.

Questo potrebbe anche essere un ambiente di investimento meno stabile di quanto sembri a prima vista. Infatti, la “repressione finanziaria” (tassi di interesse reali artificialmente bassi o negativi) è chiaramente destinata a durare per qualche tempo a venire, ma al punto in cui ci troviamo anche variazioni relativamente piccole dei tassi di interesse possono avere importanti effetti diretti e indiretti sulle classi di attività. Inoltre, non dovremmo presumere che un’allocazione di attività molto tradizionale (ad esempio la classica allocazione di azioni/obbligazioni 60/40) funzionerà bene, e saranno necessari approcci più sofisticati. In particolare, le questioni ambientali ed ESG in senso più ampio (inclusi gli aspetti sociali e di governance) diventeranno ancora più importanti per i portafogli.

Le questioni ambientali sono ora saldamente al centro della scena politica globale, e le implicazioni per gli investitori vanno ben oltre i tassi di inflazione più elevati: il passaggio a un’economia a emissioni zero creerà anche molte opportunità interessanti. Il 2022 dovrebbe essere visto come un anno di transizione poiché l’ambiente economico e di investimento globale si evolve alla ricerca di una nuova realtà. Agire ora sull’asset allocation strategica e sui fattori ESG nei portafogli dovrebbe aiutare a catturare questo processo di cambiamento. Dieci sono i temi per il 2022.

Politica: condividere i dolori – La competizione per il commercio e le risorse naturali continua con questioni ambientali e anche la ridistribuzione delle risorse all’interno delle economie importanti.
Economia: tema caldo – I forti tassi di crescita nel 2021 probabilmente saranno seguiti solo da una leggera moderazione nel 2022. Ma questa sarà una ripresa sottilmente differenziata, con implicazioni per diverse classi di attività.
Asia: l’occhio della tigre – Il dinamismo economico della regione creerà un entusiasmante 2022 dopo un difficile 2021. È probabile che la stabilizzazione economica cinese trarrà vantaggio da molte risorse regionali e la crescita indiana dovrebbe essere forte.

Inflazione: il rinoceronte nella stanza – Gli aumenti dei prezzi sono un problema serio, sono già dirompenti e contengono una serie di rischi a lungo termine. È improbabile che torniamo a un regime di inflazione ultra-bassa.
Politica monetaria: timori crepuscolari – L’elevata inflazione crea molteplici problemi per le banche centrali e una politica reattiva potrebbe ulteriormente turbare i mercati. La probabile aggressività delle banche centrali non dovrebbe essere sopravvalutata.
Reddito fisso: sabbie mobili – La volatilità indotta dal cambiamento di politica può mettere in discussione il ruolo del reddito fisso nei portafogli. Alcuni mercati saranno ben supportati, ma bisogna essere consapevoli dei rischi.

Azioni: rendimenti realistici – Le prospettive della classe di attività sembrano ancora generalmente positive, ma i rendimenti potrebbero essere inferiori rispetto al 2021. Le rotazioni cicliche e geografiche nel corso del 2022 potrebbero avere un impatto.
Materie prime: crescita del Green – La volatilità dei prezzi delle materie prime potrebbe diminuire man mano che le pressioni sulla riapertura economica si attenuano. Creare le infrastrutture green potrebbe aumentare la domanda di energia e di alcuni prodotti industriali.

Immobiliare: ancora in costruzione – Il settore offre un certo margine per ulteriori guadagni, ma la differenziazione settoriale e geografica è importante. I costi dei materiali e della manodopera possono influire sull’offerta in alcuni mercati.
Forex: la macro contano – Le preoccupazioni per l’inflazione negli Stati Uniti e le probabili risposte politiche hanno fatto salire l’USD. Ma altre politiche e fondamentali macro potrebbero iniziare a lavorare contro la valuta nel 2022.

* Global Chief Investment Officer, Deutsche Bank Private Bank (Dec. 14, 2021)