Il debito pubblico americano cresce di 416 milioni di dollari ogni ora, e gli Stati Uniti non lo pagheranno mai completamente. Aggiornare i portafogli per gestire i rischi di oltreoceano.
A cura di Colibrinvest
E’ notizia di pochi giorni fa che il debito pubblico americano abbia toccato nuovi record, e questa tendenza va avanti da decenni. Ma come può durare tutto questo? Il debito pubblico non può crescere all’infinito e, a un certo punto, il sistema potrebbe collassare se non si interviene. Il problema non è solo degli Stati Uniti, ma anche di molti altri Paesi del G20. È un problema di cui si parla molto da vicino, ed è quindi necessario sapere quali sono le strade per gestire questi debiti pubblici esorbitanti e capire cosa possiamo aspettarci, per potersi preparare a non essere vittima di queste dinamiche economiche.
Il debito pubblico statunitense è ai massimi di sempre. Il rapporto con il PIL ha toccato i massimi segnati negli anni ’40, dopo la Seconda Guerra Mondiale. In passato, i livelli di deficit erano così elevati solo in periodi di grandi difficoltà economiche; oggi, nonostante le entrate del governo dal 2012 siano raddoppiate – passando da 2.450 miliardi di dollari a quasi 5.000 miliardi stimati per la fine del 2024 – gli Stati Uniti hanno sempre speso molto di più rispetto alle entrate, creando deficit costante fin dal 1970 con l’eccezione del quadriennio 1998-2001, in cui il governo ha speso meno di quanto ha incamerato con le tasse dei cittadini. Inoltre, il deficit tende a crescere sempre di più anno dopo anno: il record, a parte il periodo delle restrizioni pandemiche, è stato toccato nel 2023 e nel 2024.
Chiaramente, per spendere più soldi di quelli che entrano nelle casse dello stato, il governo deve prendere i soldi a debito, emettendo obbligazioni (Treasury) e aumentando così il debito pubblico. Il debito non è mai un problema in sé, ma ciò che conta è che sia sostenibile. Ebbene, per gli Stati Uniti il costo degli interessi sul debito supera i mille miliardi di dollari in un anno. Il governo, nel 2023, ha incassato 4.440 miliardi di dollari e ne ha spesi 6.130. I restanti 1.690 miliardi sono quindi un deficit, e di questi ben 1.025 miliardi sono stati spesi solo per mantenere il debito pubblico. Non per aumentarlo, ma solo per poterlo mantenere. La maggior parte del deficit è quindi causata dagli alti costi degli interessi del debito pubblico, e così si spiega come il mantenimento del debito sia la seconda voce in termini di spesa totale per il governo degli Stati Uniti.
Si spende più per il debito che per la salute e la difesa degli Stati Uniti. Se si continua così, la spesa per gli interessi sarà presto il costo principale da sostenere con le tasse dei cittadini. Continuare a indebitarsi per pagare gli interessi, assomiglia molto a ripagare il debito con una carta di credito, facendo un debito con un’altra carta di credito. Il problema è che uno Stato molto indebitato ha pochi margini di manovra, e se le finanze pubbliche, per un motivo o per l’altro, sono percepite come non solide, allora i tassi di interesse dovranno crescere per attirare nuovi capitali. Lo abbiamo visto in

passato: nei periodi di crisi l’economia rallenta, le entrate fiscali diminuiscono e il governo ha bisogno di creare denaro per stimolare la crescita, e lo fa acquistando Treasury o obbligazioni. Tuttavia quando si stampa troppa moneta, come durante i lockdown, ci sono più soldi che corrono dietro lo stesso numero di beni e servizi, la domanda supera l’offerta e così i prezzi salgono. Negli Stati Uniti i prezzi sono saliti del 20% in poco più di tre anni (in Italia del 18% nello stesso periodo). Per contrastare l’alta inflazione, la banca centrale è stata costretta ad alzare i tassi di interesse, andando a pesare ancora di più sui costi del debito.
Ci troviamo alla fine di un lungo ciclo, iniziato negli anni ’80. Negli ultimi 40 anni, i tassi d’interesse sono stati costantemente abbassati, permettendo ai debiti pubblici di crescere in maniera smisurata senza creare un vero problema: se raddoppio il debito, ma i tassi di interesse si dimezzano, la spesa per interessi non è un vero problema, ed è quello che è successo in molti dei Paesi occidentali. Al contrario, oggi ci troviamo in uno scenario totalmente diverso, con debito pubblico e tassi di interesse elevati per tenere sotto controllo l’inflazione. Ma non è possibile pensare ai prossimi 10 o 20 anni nello stesso modo in cui sono stati affrontati negli ultimi 40 anni. Dobbiamo anche valutare i nostri portafogli di investimento con logiche diverse. Infatti, la maggior parte delle teorie di investimento si basano su un’unica fase del ciclo del debito a lungo termine, a partire dagli anni ’80, con un debito crescente e tassi di interesse in diminuzione.
Invece, quello che dobbiamo capire è come investire in uno scenario simile a quello degli anni ’40, con un enorme debito e alti tassi di interesse. Negli anni ’40, il debito fu ridotto da un lavoro congiunto di politiche fiscali, quindi del governo, e di politiche monetarie, cioè della banca centrale. Ma il tutto non è stato assolutamente gratuito. Infatti, tra la fine del 1930 e la metà del 1970 il Treasury decennale ha avuto un andamento reale negativo. Durante quel periodo, la banca centrale che intervenne acquistando abbastanza titoli di Stato da poter abbassare i tassi di interesse ad un livello che fosse costantemente inferiore rispetto al livello dell’inflazione. Questo permise al governo di spendere grandi quantità di denaro e
stimolare l’economia, svalutare una grande porzione di debito pubblico, far crescere il PIL più rapidamente del debito e riuscire a ridurre significativamente il rapporto debito/PIL. A pagare il conto, però, sono stati tutti i titolari di bond governativi USA, che hanno ricevuto sì il valore nominale di ciò che avevano investito, ma con quel denaro hanno potuto acquistare beni e servizi in misura inferiore rispetto a prima, vista la crescita dei prezzi. In particolare, a causa dell’inflazione, nel periodo 1941-1952 i Treasury decennali portati alla scadenza persero circa un terzo del loro potere di acquisto.
Oggi sembra difficile che la Fed o la Bce possano ricominciare ad aiutare i governi, e certamente ciò non accadrà prima che l’inflazione sia definitivamente sotto controllo. Alcuni segnali cominciano ad arrivare, e la Bce ha già iniziato a tagliare i tassi mentre sembra che la Fed si stia avvicinando al suo primo taglio. Powell ha anche annunciato una riduzione del Quantitative Tightening, e prima o poi la recessione darà alle banche centrali il motivo per intervenire nuovamente. Dobbiamo quindi imparare a gestire i nostri portafogli di investimento in modo coerente con i grandi trend macroeconomici.



In ogni caso, oggi soffia un vento favorevole per le obbligazioni, in particolare per una strategia buy-and-hold con i bond governativi. In USA, per esempio, il recente acquisto di Treasury e l’utilizzo di rendimenti correnti nettamente più elevati offre un’opportunità mai vista negli ultimi anni. Secondo alcuni analisti, infatti, ai corsi attuali sarà possibile ottenere due terzi dell’apprezzamento a lungo termine del mercato azionario sopportando il solo “rischio di credito” tipico delle obbligazioni, che non è minimamente paragonabile al più elevato “rischio di capitale” insito nelle azioni. Naturalmente, decidere come o se aumentare i pesi nelle obbligazioni richiede un’analisi accurata e ponderata, ma un rendimento del Treasury decennale al 3,88% (al 23 febbraio) è troppo attraente per non valutarne gli effetti benefici in un portafoglio con orizzonte temporale di pari durata (o almeno quinquennale).
Ma decidere quanto patrimonio detenere in titoli del Tesoro richiede di valutare qualcosa di più dei semplici rendimenti, dovendo, dovendosi prendere in considerazione l’orizzonte temporale, la tolleranza al rischio e altre variabili che sono valide anche per il settore obbligazionario. È poi importante formulare alcune ipotesi su come si svilupperanno i rendimenti azionari all’interno di un orizzonte temporale dettato dalla scadenza obbligazionaria media del portafoglio. Relativamente al mercato USA, per esempio, ci verrebbe in aiuto il confronto tra l’andamento decennale del mercato azionario statunitense (misurato attraverso l’indice S&P 500) e la detenzione di un Treasury a 10 anni. Quest’ultimo, acquistato un decennio fa, aveva un rendimento annuo appena inferiore al 2%, ed ha quindi performato il 2% fino ad oggi, mentre l’S&P500 ha guadagnato il 10,2% annuo nell’ultimo decennio.
Ebbene, oggi l’attuale rendimento del Treasury a 10 anni è pari al 3,88% (al 23 febbraio), e questo dato rappresenta la previsione affidabile del rendimento atteso per un Treasury Note a 10 anni per il prossimo decennio. Risulta evidente, quindi, che si tratti di un rendimento atteso pari al doppio di quello su cui gli investitori obbligazionari potevano contare dieci anni fa; questo dato, da solo, dovrebbe far capire quanto sia importante adesso valutare positivamente un aumento di peso dell’asset obbligazionario in qualunque portafoglio che, per scelta dell’investitore, non debba essere esclusivamente azionario.
E’ chiaro che dagli asset azionari ci si aspetta un premio al rischio, che si traduce in una maggiore performance delle azioni rispetto alle obbligazioni. Tuttavia, il punto è questo: riuscirà l’indice S&P500 a performare in misura pari a cinque volte rispetto al Treasury decennale, come nel decennio appena trascorso (e quindi 5 volte il 3,88%, ossia il 19,4% annuo)? Chi può dirlo, tutto è possibile, ma è oggettivamente più complicato pensare che ciò possa accadere, ed è più saggio attendersi nei prossimi dieci anni un rendimento dello S&P500 in linea con quello dei dieci anni trascorsi. Ciò rilancia prepotentemente il valore di quel 3,88% del Treasury decennale, e probabilmente ci suggerisce che la tendenza del rendimento del Treasury a riallinearsi verso il 2% – quest’ultimo fortemente voluto dalla FED – potrebbe riservare gradite over-performance proprio del comparto obbligazionario governativo, e ciò potrebbe accadere non appena l’inflazione si abbasserà ai livelli considerati sostenibili dalla banca centrale americana.
Medesimo ragionamento, sia pure con i dovuti distinguo, si può fare in relazione all’Europa, dove non sarebbe difficile effettuare un confronto tra indice azionario principale e andamento dei vari bond decennali, ma l’analisi sconta la presenza delle diverse emissioni di ciascun governo dell’Unione, per cui lo studio risulta necessariamente più complicato. Il risultato, però, è del tutto simile in termini di raffronto tra diversi mercati (azionario e obbligazionario) e relative conclusioni. L’unica differenza rispetto agli Stati Uniti è che le azioni europee appaiono a sconto del 18% rispetto alle omologhe USA, per cui gli asset manager del vecchio continente mostrano al momento di voler privilegiare gli asset azionari, ma questa tendenza durerà poco, fino al completo “assorbimento” del differenziale di prezzo delle azioni.







