Febbraio 14, 2026
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Sulle perdite delle banche centrali aleggia lo spettro della ricapitalizzazione?

Secondo un nuovo filone del terrorismo mediatico sul ruolo delle banche centrali, le perdite di queste ultime potrebbero portare alla necessità di una loro ricapitalizzazione pagata dai cittadini dei singoli stati. Cosa c’è di vero?

E’ notizia recente che la Banca nazionale svizzera (BNS) abbia riportato perdite particolarmente ingenti che, nel breve periodo, la costringeranno a non inviare più soldi ai Cantoni. Le ha fatto eco la Reserve Bank of Australia (RBA), le cui perdite registrate dagli approcci contabili mark-to-market* potrebbero spingere la RBA verso un patrimonio netto negativo.

Negli ultimi anni, la BCE e le banche centrali nazionali dell’Eurozona hanno generato utili molto elevati che, al netto degli accantonamenti previsti, sono stati girati agli stati membri. Solo nel 2019, ad esempio, la Banca d’Italia aveva registrato un utile di oltre 8,2 miliardi di euro, di cui 7,8 miliardi sono stati distribuiti allo Stato sotto varie forme. Tale distribuzione non è legata al risultato di gestione del singolo anno, ma alla volontà “politica” di distribuire utili, accantonati negli anni precedenti e messi a riserva, ogni qual volta esigenze di bilancio lo richiedano. Infatti, via via che i tassi d’interesse sui titoli di Stato sono diventati negativi, gli utili che la BCE e le altre banche centrali – detentrici di titoli in portafoglio – hanno conseguito si sono gradualmente assottigliati fino a registrare una perdita di esercizio, che in teoria  imporrebbe prudenza contabile e la concreta possibilità di sospendere la distribuzione di utili allo stato.

In realtà, le enormi riserve accumulate dalle banche centrali servono proprio a questo, e cioè a fronteggiare le perdite di singoli esercizi, ma prima di questo esse potrebbero anche riportare eventuali perdite agli esercizi successivi, compensandole con gli utili futuri senza intaccare il capitale. Le banche centrali accantonano obbligatoriamente a riserva una parte degli utili per far fronte ad eventuali perdite future. La Banca D’Italia, per esempio, accantona ogni anno il 20% degli utili, che va a rimpinguare il Fondo Rischi Generali e si aggiunge agli ulteriori accantonamenti – conti di rivalutazione – effettuati per creare riserve specifiche in funzione delle attività che le banche svolgono e dei rischi che esse assumono o devono gestire, soprattutto nelle operazioni sui derivati che necessitano di un approccio contabile mark-to-market*. Nel 2019, l’insieme di capitale sociale, riserve, accantonamenti e conto di rivalutazione della Banca D’Italia ammontava a 159,5 miliardi, una somma in grado certamente di far fronte agli eventi negativi che, aggiungendosi alle politiche di tassi negativi, si sarebbero verificati dall’anno successivo ad oggi.

Il problema delle perdite delle banche centrali, infatti, è stato esaminato con maggiore attenzione per via del fatto che il Sistema Europeo delle Banche Centrali, in occasione della pandemia, ha comprato una enorme quantità di obbligazioni governative (e non solo) per via del Quantitative Easing e del PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme), e solo di recente ha programmato una vendita graduale di quei titoli di stato che detiene in portafoglio in grande quantità. In particolare, le eventuali perdite della BCE da statuto sono da imputare ai fondi di riserva, che a fine 2020 ammontavano a oltre 90 miliardi di euro. Solo qualora questi fondi fossero insufficienti le perdite potrebbero essere imputate alle banche centrali nazionali in proporzione alla loro quota di partecipazione al capitale (per l’Italia è il 17%). Infine, la tanto temuta procedura di ricapitalizzazione, necessaria solo di fronte ad una serie di perdite annuali tali da attribuire al capitale  della BCE un valore negativo, richiederebbe comunque la concertazione con il Consiglio Europeo, la Commissione Europea e il Parlamento Europeo.

Ebbene, le politiche monetarie “non convenzionali” adottate fin dalla crisi finanziaria del 2008 hanno portato a zero i tassi d’interesse (anche sotto zero) e aumentato enormemente gli utili delle banche centrali grazie alla crescita dei corsi dei titoli di stato acquistati e detenuti in portafoglio. Ma con l’inflazione galoppante per via dello shock di offerta e la conseguente risalita dei tassi in cui siamo ancora dentro, i titoli in portafoglio si sono deprezzati determinando perdite importanti, come quelle stimate dalla Bank of England nei prossimi cinque anni, pari ad almeno 133 miliardi di sterline. In pratica, alcune banche centrali stanno pagando di più sulle loro passività verso gli istituti finanziari di quanto guadagnano sui loro titoli detenuti, aumentando il rischio di perdite. Questo può voler dire che, seguendo l’esempio della Svizzera, le stesse banche centrali potrebbero non versare più un centesimo nelle casse degli stati, e questo è un rischio che, nel breve periodo, non è destinato a produrre effetti diretti sulla finanza personale dei cittadini  di quegli stati: solo nel caso in cui le perdite fossero di entità tale da far entrare il patrimonio della banca in area negativa per diversi anni, senza potervi far fronte con l’utilizzo delle riserve ed il rinvio agli esercizi futuri, si potrebbe prospettare una ricapitalizzazione ed un eventuale coinvolgimento dei singoli cittadini tramite un aumento delle imposte dirette o, nei casi peggiori, un prelievo forzoso sui conti correnti.

Pertanto, le “cassandre” non si sprechino in previsioni tragiche, e magari si concentrino un pò sui fondamentali.

* Calcolo giornaliero operato dalla clearing house dei profitti e delle perdite associate alle posizioni aperte su strumenti derivati. La posizione di chi detiene un derivato infatti, varia dopo la stipula del contratto in base al prezzo di mercato dell’attività sottostante. Nel caso di un compratore di un  future su un’azione, se il prezzo di mercato di questa si abbassa rispetto al suo strike price, il soggetto registra una perdita teorica quantificata, appunto, dal mark to market. La perdita viene addebitata sul suo margine di garanzia e contemporaneamente accreditata dalla clearing house sul margine del venditore del contratto. Se l’attività sottostante si apprezzasse rispetto allo strike price, si verificherebbe il meccanismo inverso.

Mercati USA, primo trimestre all’insegna delle difficoltà. Recessione non ancora scongiurata

Nel 2023 l’inflazione sembra diminuire in modo strutturale. Tuttavia, gli analisti temono che la battaglia della Fed contro l’aumento dei prezzi non sia ancora conclusa. Cautela sull’azionario e preferenza per i conti di risparmio.

Le preoccupazioni per l’aumento dei tassi di interesse, la decrescita economica e l’inflazione hanno colpito nell’anno da poco trascorso i titoli tecnologici, i titoli growth e le criptovalute in modo particolarmente duro. Nel suo complesso, lo S&P 500 ha chiuso il 2022 con la peggiore performance dal 2008, subendo una perdita del 20%, ma l’inflazione e i tassi di interesse rimarranno probabilmente le due principali preoccupazioni di Wall Street nel primo trimestre del 2023.

Nel dettaglio, l’indice dei prezzi al consumo (CPI) è salito del 7,1% su base annua nel novembre 2022, in calo rispetto al 7,7% di ottobre, ben al di sotto del picco dell’inflazione del 9,1% del giugno 2022. L’indice dei prezzi della spesa per consumi personali (PCE) è aumentato del 5,5% anno su anno a novembre, in calo rispetto al 6,1% di ottobre. La misura dell’inflazione preferita dalla Fed, il PCE core, che esclude i prezzi volatili di cibo ed energia, è aumentata del 4,7% a novembre, ancora ben al di sopra dell’obiettivo a lungo termine della Fed del 2%. Nel frattempo, a dicembre il Federal Open Market Committee (FOMC) ha ridotto il ritmo dei suoi aumenti dei tassi di interesse, optando per aumentare il tasso obiettivo sui fondi federali di 50 punti base, a un nuovo intervallo compreso tra il 4,25% e il 4,5%. Il rialzo dei tassi di dicembre segue quattro rialzi consecutivi del FOMC di 75 punti base ciascuno.

Sul fronte dei corsi, il mercato obbligazionario adesso sta scontando una probabilità dell’86% che la Fed alzerà i tassi di almeno altri 50 punti base entro marzo 2023, raggiungendo il picco del 5%. Pertanto, i primi mesi del 2023 saranno un periodo critico per l’economia. Sebbene l’inflazione sembri tendere al ribasso, infatti, analisti ed economisti temono che possa rivelarsi più “vischiosa” di quanto il mercato si aspetti. Fino ad oggi, la Fed ha alzato i tassi in modo aggressivo senza far precipitare l’economia in recessione, ma i recenti rapporti sui dati economici suggeriscono che il rischio di una recessione all’inizio del 2023 è aumentato in modo significativo.

Le vendite di case esistenti negli Stati Uniti sono diminuite del 7,7% su base mensile a novembre, con una diminuzione del 35,4% rispetto a un anno fa. La fiducia dei consumatori statunitensi è aumentata del 5% su base mensile a dicembre, ma rimane in calo del 15% su base annua. Anche la Fed ha tagliato le sue aspettative di crescita economica per il 2023. Il FOMC ha aggiornato le sue proiezioni a lungo termine a dicembre, riducendo le sue previsioni per la crescita del prodotto interno lordo (PIL) degli Stati Uniti nel 2023 a solo lo 0,5% (dall’1,2%). Il FOMC ha anche aumentato le sue previsioni sul tasso di disoccupazione negli Stati Uniti per il 2023, portandolo al 4,6%, rispetto al tasso del 3,7% di dicembre. Il mercato del lavoro, pertanto, rimarrà resiliente e vicino alla piena occupazione anche in caso di lieve recessione. I dati di Novembre hanno rilevato 263.000 posti di lavoro in più, superando le stime degli economisti che parlavano di 200.000 posti.

Ma se il mercato del lavoro sarà l’ultima tessera del domino a cadere, il mercato immobiliare statunitense è già in recessione, mentre il settore manifatturiero si sta indebolendo, segno che molti dei danni economici e di mercato del lavoro causati dall’inasprimento della Fed nel 2022 probabilmente non si sono ancora verificati.  Di conseguenza, sarà fondamentale prestare attenzione agli utili del quarto trimestre 2022. Sul tema, le società quotate nello S&P 500 hanno registrato nel terzo trimestre del 2022 una crescita degli utili anno su anno del 2,5%, e una crescita dei ricavi dell’11%.

La diffusione dei dati sugli utili del quarto trimestre inizia a metà gennaio, e gli analisti si aspettano un significativo rallentamento della crescita dai livelli del 2022: le stime di consenso di Wall Street prevedono nel quarto trimestre un calo degli utili del 2,8% su base annua, e una crescita dei ricavi di appena il 4% per le società dello S&P 500. Del resto, la crescita degli utili dello S&P 500 per l’intero anno 2022 (prevista al +5,1%) è in qualche modo ingannevole, dal momento che l’invasione russa dell’Ucraina ha esacerbato gli squilibri del mercato energetico globale, facendo impennare i prezzi dell’energia e i profitti. Di conseguenza, il settore energetico S&P 500 si prevede genererà una crescita degli utili per l’intero anno del 151,7%, ma senza i contributi del settore energetico gli utili dell’S&P 500 dovrebbero scendere dell’1,8%.

Chris Zaccarelli  (nella foto), chief investment officer di Independent Advisor Alliance, afferma che il rallentamento della spesa e della crescita economica è una buona notizia sul fronte dell’inflazione, ma una cattiva notizia per il mercato azionario. “A questo punto il mercato è stato messo all’angolo, dal momento che una spesa più robusta e una crescita più elevata sono indirettamente dannose per il mercato azionario (perché è probabile che inneschino una reazione da falco ancora più forte da parte della Fed), mentre una spesa e una crescita più lente sono direttamente dannoso per il mercato azionario, perché implica minori guadagni aziendali”, dice Zaccarelli. In tal senso, gli investitori riceveranno il primo feedback significativo sul quarto trimestre quando i grandi titoli bancari pubblicheranno i loro rapporti trimestrali il prossimo 13 gennaio.

Relativamente alle strategie di investimento azionario, c’è da dire che una scarsa performance di dicembre dello S&P 500 non è necessariamente un segnale di avvertimento per l’anno solare successivo. Infatti, le ultime quattro volte che l’S&P 500 è sceso di oltre il 4% a dicembre, l’indice ha registrato un guadagno medio del 20,5% nei successivi 12 mesi. Per chi teme il rischio di recessione e volesse iniziare l’anno più in sordina – nell’attesa di capire in quale direzione andranno gli utili aziendali – sarebbe utile trarre vantaggio dall’aumento dei tassi di interesse, riducendo l’esposizione alle azioni e aumentando le proprie disponibilità liquide, che oggi vengono remunerate con un generoso 4% (e oltre) di interessi sui conti di risparmio ad alto rendimento delle banche assicurate dalla Federal Deposit Insurance. Tuttavia, per  chi volesse adottare questo approccio, il problema sarà quello di sempre, e cioè capire quando rientrare nell’azionario. Il mercato, infatti, può cambiare in qualsiasi momento, soprattutto nell’attuale congiuntura.

Gli utili gonfiano Wall Street, ma i timori per la crescita affondano il petrolio

Delle 49 società dell’S&P 500 che hanno comunicato i propri utili trimestrali, quasi l’80% ha superato le stime di profitto. Ma le previsioni di un rallentamento della crescita economica hanno generato vendite diffuse su obbligazioni e petrolio.

I titoli statunitensi salgono sulla scia di utili societari più forti del previsto, ma le previsioni negative sulla crescita economica globale hanno spinto al rialzo i rendimenti obbligazionari e hanno spinto al ribasso il petrolio. Infatti, il Nasdaq ha aperto la strada ai guadagni, poiché molte società hanno iniziato a riportare profitti più alti del previsto, e questo ha dato una mano agli investitori per scrollarsi di dosso gli avvertimenti degli analisti che hanno previsto un rallentamento della crescita economica e hanno generato vendite diffuse su obbligazioni e petrolio. In dettaglio, delle 49 società dell’S&P 500 che hanno comunicato i propri utili trimestrali, quasi l’80% ha superato le stime di profitto, secondo i dati Refinitiv.

L’azionario statunitense è in rialzo grazie a una serie di trimestrali positive, che hanno messo in secondo piano i timori sugli aumenti “aggressivi” dei tassi di interesse e le delusioni per l’aumento dei rendimenti delle obbligazioni. Tesla è salita dell’8,69%, dopo aver battuto le aspettative di Wall Street sugli utili ottenuti applicando prezzi più alti e compensando così i maggiori costi di produzione e le minori vendite dovute ai rallentamenti nelle catene di approvvigionamento. United Airlines e American Airlines sono salite rispettivamente del 12% e del 6,23% a seguito dell’annunciato ritorno all’utile nel trimestre in corso per via della domanda di viaggi schizzata in su.

Da notare che queste impennate sono arrivate nonostante sia la Banca mondiale che il Fondo monetario internazionale abbiano ridotto le loro prospettive economiche globali per il 2022 di quasi un intero punto percentuale, citando le turbolenze derivanti dall’invasione russa dell’Ucraina e la battaglia campale delle banche centrali di tutto il mondo per frenare l’inflazione. In particolare, la Federal Reserve sembra destinata ad aumentare il suo tasso di interesse di 50 punti base quando si riunirà il mese prossimo, e un aumento di 75 punti base non è stato escluso dai funzionari della Fed. Sul punto, La presidente della Fed di San Francisco, Mary Daly, ha detto di essere favorevole ad un aumento del target dei tassi overnight al 2,5% entro la fine di quest’anno, ma ciò dipenderà da quanto accadrà in materia di inflazione e di mercato del lavoro. Riguardo a quest’ultimo punto, gli ultimi dati hanno mostrato un moderato calo nel numero di americani che durante la scorsa settimana hanno presentato nuove richieste di sussidi di disoccupazione, per cui è evidente che il mese di aprile sarà nel complesso un altro mese di forte crescita del lavoro.

Pertanto, la Fed potrebbe aumentare i tassi di mezzo punto percentuale in occasione dei prossimi due meeting, ma nessuno si sbilancia al momento sul ritmo esatto degli aumenti. In ogni caso, non mancano i “falchi” tra i massimi dirigenti della Fed: il presidente della Federal Reserve di St. Louis, James Bullard, ha ribadito la sua tesi per un aumento dei tassi al 3,5% entro la fine dell’anno. “C’è una crescente speculazione che la Federal Reserve cercherà di aumentare il tasso di inasprimento della sua politica monetaria”, ha affermato David Madden, analista di mercato di Equity Capital. “I rendimenti obbligazionari statunitensi stanno salendo rapidamente”. Ed infatti il rendimento del Treasury a 10 anni è stato pari al 2,942%, in leggero calo dopo aver raggiunto i livelli più alti degli ultimi tre anni.

I timori per la crescita, che hanno pesato sui mercati petroliferi, hanno fatto invertire la scia dei guadagni. Il greggio Brent è sceso del 5,35%, a 107,11 dollari al barile. Il greggio statunitense è sceso del 5,34% a 102,43 dollari al barile. I prezzi dell’oro, infine, sono diminuiti dopo essere stati vicini al raggiungimento di $ 2.000 l’oncia durante la sessione di lunedì. 

Torna l’interesse sui titoli di banche e assicurazioni. Scauri: probabili dividendi dal secondo semestre

Assicurazioni e banche trattano con sconti fino al 25% rispetto ai competitor europei. Draghi attrae i grandi fondi di investimento sul mercato italiano, che è destinato a sovra-performare, mentre le utilities sono a rischio in caso di ritorno dell’inflazione.

 “Finora ci siamo tenuti a distanza dal comparto finanziario, a causa della sua alta volatilità, ma ora che la volatilità è in diminuzione e c’è la prospettiva concreta che assicurazioni e banche possano tornare a pagare dividendi nella seconda metà dell’anno, grazie a maggiori riserve di capitale rispetto al 2020, riteniamo che sia il momento di tornare sui titoli del settore”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

Con il nuovo anno abbiamo assistito a un approccio molto più soft del regolatore rispetto al 2020 e questo potrebbe comportare un effetto di re-rating dei multipli sottostanti i titoli finanziari, con la possibilità di un incremento degli utili legato ai minori accantonamenti resi possibili dai vincoli regolatori meno stringenti. Soprattutto nel caso italiano, questo potrebbe essere un elemento molto forte per il 2021, grazie anche alla nomina a premier di Mario Draghi.

Il governo Draghi, infatti, potrebbe rappresentare un forte catalizzatore per i flussi esteri, riportando il mercato italiano all’interno delle asset allocation dei grandi fondi di investimento. In una prima fase, ne beneficeranno soprattutto le large cap, poiché i flussi arriveranno attraverso futures ed ETF, mentre in una seconda fase, quando la selezione dei titoli si sposterà verso equity stories di qualità meno conosciute, ci sarà più attività su small e mid cap.

“In questo momento il mercato italiano tratta con uno sconto del 10-15 per cento rispetto al mercato europeo e questo fa presupporre una generale sovra-performance dell’Italia in termini di indici”, sottolinea Scauri. “Sui finanziari, il gap aumenta fino al 20-25 per cento”.

Per questo, a livello settoriale, la preferenza va ai titoli assicurativi e bancari. Le banche più piccole hanno un beta più elevato, quindi una possibilità di avere una rivalutazione più importante trattando multipli più contenuti rispetto alle banche più grandi.

Resta poi l’interesse per i titoli ciclici, come il settore auto, che sta tornando a essere investibile, e le materie prime. Mentre per quanto riguarda la componente Esg (Environmental, social e governance), il focus è soprattutto su equity stories interessanti nel settore delle rinnovabili e della transizione ecologica.

“Il settore che ci piace meno in questa fase è quello delle utilities regolamentate”, conclude Scauri, “dal momento che tratta a premi molto elevati, elemento che lo rende vulnerabile in caso di ritorno dell’inflazione”.

 

I mercati guardano un altro film rispetto alla realtà. Cribari: c’è il rischio di una crisi di fiducia sul debito

Valori di borsa poco sostenibili anche facendo finta di essere già nel 2022. Una correzione significativa non è una possibilità remota. Possibile drawdown tra il -10 e il -20% entro il primo semestre 2021.

 “Una crisi di fiducia sul debito di alcuni paesi e una svalutazione generalizzata delle valute potrebbe destabilizzare tutto il sistema. Nelle ultime settimane, abbiamo assistito alla stranezza di un dollaro che si è deprezzato nonostante tassi che sono saliti: un comportamento tipico da mercato emergente, ma inatteso per quella che è l’indiscussa valuta di riserva globale. Ciò preoccupa tanto quanto la totale artificialità delle quotazioni del Btp, ormai sottratte al normale processo di determinazione dei prezzi del mercato grazie agli acquisti illimitati della Bce”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

I mercati stanno guardando un altro film rispetto alla realtà. La maggior parte delle valutazioni mondiali, in particolare quelle americane, sono ai massimi storici di ogni tempo, escludendo il 2000, e sono poco sostenibili anche facendo finta di essere già nel 2022. L’euforia è massima e sono evidenti alcune sacche di speculazione spinte soprattutto dagli investitori retail. A fronte di elementi positivi che il mercato sta in parte già scontando, non è difficile immaginare alcuni rischi che potrebbero materializzarsi.

La pandemia potrebbe non essere finita. I contagi e i morti non accennano a diminuire, cure efficaci non ce ne sono, una terza ondata mentre la seconda non è ancora finita avrebbe conseguenze micidiali, esiste la forte incognita delle numerose varianti del virus e il piano vaccinale non sarà veloce come sperato.

La crescita economica e degli utili potrebbe intanto rivelarsi deludente a causa dei prolungati lockdown. I Pmi dei servizi restano molto deboli e la forza di quelli manifatturieri potrebbe essere solo un indicatore ritardato.

Gli interventi statali hanno mascherato la severità degli effetti economici della pandemia, soprattutto in Europa, per cui c’è il rischio che i veri effetti si vedranno solo nel tempo e paradossalmente proprio quando l’epidemia sarà finita. Multipli alti con aspettative di utili già aggressive (+25/40%) necessitano di ulteriori sorprese positive per essere confermate ed esiste poco spazio a riguardo. Gli interventi fiscali strutturali di lungo termine dovranno tramutarsi in realtà, in particolare negli Usa, ma è possibile che mercato ne stia già scontando gli effetti positivi sull’economia.

Se poi anche il mercato avesse ragione, tutto tornasse velocemente a funzionare e l’economia ripartisse già dal secondo trimestre del 2021, le prospettive sarebbero comunque grigie. Sperare nella fine della pandemia, in un’economia che rimbalza, il consumo che esplode, i lavori pubblici infrastrutturali che finalmente cominciano senza che questo abbia effetti sui tassi di interesse, sull’inflazione e sulle valute è pura fantasia.

Mario Cribari

Una crisi di fiducia sul debito di alcuni paesi e una svalutazione delle loro monete avrebbe conseguenze negative su tutto il sistema. Una presa di beneficio dopo l’eccesso speculativo su alcuni segmenti potrebbe infine contagiare l’intero mercato, in assenza di appigli a cui aggrapparsi. “Il mercato sta dando quasi tutto per risolto ed è incapace di guardare ai diversi rischi all’orizzonte, ma solo alle opportunità”, conclude Cribari. “Aspettarsi un bear market nel 2021 è obiettivamente esagerato ma una correzione significativa non è affatto una possibilità remota. Fare previsioni in termini percentuali è impossibile, tuttavia i nostri portafogli sono posizionati per fronteggiare un possibile drawdown tra il -10 e il -20% entro primo semestre 2021. Consigliamo, quindi, uno stile di investimento presente ma prudente, attivo ma critico, convinto ma diversificato. Non si può prescindere da mercati emergenti, temi secolari, real asset”.

Mario Cribari: senza la BCE, debito italiano coerente con un rating “B”

Il debito mostruoso dell’Italia non giustifica tassi a 10 anni così bassi. I mercati stanno anticipando troppo presto il ritorno alla normalità che si verificherà solo nel 2022, mentre i mercati azionari hanno pochi spazi di rialzo e sono esposti al rischio di una correzione significativa.

 “Le aspettative sul futuro sono quelle di una ripresa economica forte la cui durata dipenderà però dalla strutturalità degli stimoli fiscali. Questo sarà accompagnato da una probabile fine della deflazione che, se associato al controllo sui tassi di interesse, condurrà al ritorno di moda dei real asset. Le valute dei paesi più a rischio, col debito più alto e fondamentali traballanti, andranno incontro a svalutazione, a favore di quelle dai fondamentali più forti”, spiega Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

Italia e Svizzera rappresentano i casi estremi di questo scenario. La prima è artificialmente tenuta in vita dalla Bce, visto che con l’indebitamento mostruoso che sta accumulando dovrebbe avere un rating non superiore a “B” e quindi un rendimento a 10 anni ben superiore a quello attuale irrisorio. All’opposto c’è la Svizzera, che pur di restare nella comfort zone della tripla A preferisce adottare restrizioni Covid-19 più leggere. Non meraviglia quindi che il franco non si schiodi dal suo valore di forza anche in momenti favorevoli. A rischio strutturale anche il dollaro, la cui supremazia assoluta potrebbe essere messa in dubbio”.

Secondo Cribari, i mercati stanno anticipando troppo in fretta un ritorno alla normalità che, nella migliore delle ipotesi, si verificherà solo nel 2022. Tra i rischi principali ci sono quelli legati alla respirazione artificiale con cui si tengono in vita alcuni Stati e aziende in difficoltà, al ridimensionamento valutario anche del dollaro e a frequenti flash crash azionari, cioè crolli improvvisi dei prezzi dei titoli amplificati dai sistemi di trading automatizzato. Finora, i mercati sono saliti grazie agli interventi-ponte di stati e banche centrali, nell’aspettativa che il peggio per la pandemia fosse finito e che un vaccino sarebbe presto arrivato. La velocità di inoculazione e accettazione di questi ultimi non è tuttavia così scontata e alcuni interventi strutturali di lungo termine sono lontani dalla loro implementazione. Due casi per tutti: il recovery fund europeo, per il quale passerà molto tempo prima che venga effettivamente messo in atto, e il nuovo stimolo fiscale americano, ancora non pervenuto nel penoso teatrino politico in atto nel paese. 

“I mercati azionari hanno sperimentato da marzo 2020 uno dei migliori rally degli ultimi 45 anni, sottolinea Cribari. “Vi sono tuttavia una serie di elementi che depongono in favore di una correzione significativa. Al rischio economico e pandemico si aggiunge in effetti un livello di compiacenza molto alto, valutazioni ai massimi storici, aspettative sulla crescita degli utili abbondantemente a doppia cifra e un livello di speculazione retail simile a quanto visto nel 1999. Il rapporto prezzo-utili si trova il 25% sopra la media storica degli ultimi 25 anni su stime degli utili globali per il 2021 già molto elevate (crescita tra il 20% e il 35%). La correlazione inversa tra tassi e multipli spiega in parte tale eccesso e, se tutto va bene, le aspettative sugli utili potrebbero anche essere confermate. Ciò non lascia tuttavia spazio a errori o, d’altra parte, a significativi potenziali di rialzo”.

Il livello di partecipazione del segmento retail in questo momento è molto alto. L’euforia legata a una serie di Ipo (Initial public offering) delle ultime settimane dell’anno (Airbnb, Snowflake, Doordash, Palantir), con rialzi vicini o superiori al 100% nel primo giorno di quotazione, riporta la memoria al boom delle dot-com. Questa situazione rischia di provocare, anche per un nonnulla, dei flash crash violenti sui mercati. Ciò non toglie che nel contesto attuale vi è una necessità implicita per i gestori di dover assumere livelli crescenti di rischio a cui consigliamo però di affiancare strumenti di protezione dinamica.

Mario Cribari

“Un mix bilanciato tra titoli growth e value e tra difensivi e ciclici resta la nostra strategia per il 2021”, conclude Cribari. “Più nel dettaglio, sono interessanti gli emergenti di qualità, in ambito sia azionario che obbligazionario. Un occhio di riguardo particolare va alla Cina, pronta a scalfire definitivamente la supremazia americana a livello economico, tecnologico e finanziario. A livello settoriale puntiamo invece su tematiche come difesa, sicurezza, tecnologia innovativa, farmaceutica e biotecnologia, nuovo consumo asiatico e occidentale, sostenibilità ambientale. Sull’obbligazionario restiamo sotto-ponderati, mentre stiamo aumentando la componente di materie prime, infrastrutture e oro”.

Borse e mercati, nel dopo quarantena eventi estremi. Risparmio, tutti gli scenari possibili

E’ difficile stimare adesso quando la ripresa economica darà i suoi frutti, e quando sarà possibile riprendere il trend di crescita globale che ci accompagna da decenni, però è possibile stilare un elenco di probabili eventi che ci porteremo dietro per tutto il 2020. Approccio prudente agli investimenti, ecco perché.

La diffusione della malattia polmonare causata dal Coronavirus sta tenendo in pugno il mondo più di qualsiasi altro evento dalla fine del secondo Dopoguerra. Infatti, la chiusura su vasta scala di attività di produzione e distribuzione industriale, dei maggiori servizi pubblici e le restrizioni alla circolazione di persone – tutte misure tipiche del più classico scenario di guerra – sono ormai una realtà quotidiana in decine di paesi; ad eccezione della Cina, dove tutto sarebbe nato, e dove l’economia e la vita pubblica al di fuori della provincia più colpita (Hubei) sembrano tornare alla normalità. Allo stesso modo, le soluzioni adottate dai governi di tutto il mondo per contenere la pandemia sono stati senza precedenti nella storia, sia riguardo agli enormi pacchetti fiscali sia ai massicci aiuti di politica monetaria delle banche centrali.

I prezzi del petrolio e dei metalli industriali sono letteralmente crollati, mettendo in profonda crisi i paesi produttori ed esportatori. Tuttavia, il crollo del prezzo del petrolio era cominciato prima dell’emergenza, allorquando l’Arabia Saudita aveva iniziato una guerra dei prezzi dopo il fallimento delle trattative su un nuovo taglio della produzione di petrolio nell’ambito dell’OPEC Plus.

Relativamente alla crescita e all’indebitamento globalE, anche prima del Covid19 l’economia mondiale era alle prese con una crescita debole e debiti stellari, che adesso stanno diventando più grandi. La questione, ovviamente, preoccupa molto, anche perché gli imponenti pacchetti fiscali in fase di attuazione non sembrano essere veri e propri pacchetti di stimolo agli investimenti e alla crescita futura, bensì  misure destinate esclusivamente a limitare i danni dell’oggi. Pertanto, risulta difficile stimare adesso quando la ripresa economica darà i suoi frutti e quando sarà possibile riprendere il trend di crescita globale che ci accompagna da decenni, però è possibile stilare un elenco di possibili (e probabili) eventi che ci porteremo dietro per tutto il 2020, dando per scontata una ripresa “robusta” solo a partire dal primo o secondo trimestre del 2021.

Intanto, partiamo col dire che si tratta di un triplice shock per l’economia globale: shock di offerta, shock di domanda, shock sui prezzi petroliferi. Tale nefasta congiuntura porterà alla recessione l’economia USA – da sempre stimolo della domanda globale – per due o tre trimestri, mentre la Cina dovrebbe limitarsi ad un solo trimestre di PIL negativo.

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A proposito di Prodotto Interno Lordo, sarà bene prepararsi allo shock derivante dal balletto dei numeri ufficiali, non appena usciranno: vedere un PIL negativo della Cina od un -9% degli USA (così come un -12% dell’Italia) aumenterà per alcuni giorni la volatilità dettata da reazioni emotive, dal momento che, ad oggi, non si comprende se i mercati abbiano scontato questi effetti, oppure no.

Lo scenario di breve rimane negativo per gli asset rischiosi, perché permane incertezza sullo sviluppo e sulla persistenza del virus. Pertanto, è lecito immaginare che consumi e investimenti rimarranno depressi per un pò di tempo, così come le previsioni sulle stime degli utili aziendali. La combinazione dei dati sul PIL e di quelli sui consumi-utili potrebbe causare un ritorno dei minimi di borsa e di volatilità estrema, come nei giorni peggiori (9-13 Marzo 2020) dei mercati, dal momento che i tempi di ripresa rimarranno finchè la diffusione del virus non sarà sotto controllo e, soprattutto, non verranno trovate terapie risolutive ed un vaccino veramente efficace su tutta la popolazione mondiale.

La pandemia, però, non finirà di produrre effetti nel breve periodo. Probabilmente, almeno per alcuni anni, assisteremo ad una maggiore propensione al risparmio da parte delle famiglie, per ristabilire sicurezza contro gli eventi tragici che prima si pensava appartenessero solo al mondo cinematografico; ma anche una contrazione dei viaggi (sia per lavoro che per vacanza) e minore afflusso – e quindi una profonda trasformazione delle abitudini di spesa e del ciclo dei ricavi – negli esercizi pubblici come bar, ristoranti, palestre e supermercati.

Di conseguenza, il costo del debito corporate potrebbe diventare “strutturalmente” più elevato per via del maggiore premio richiesto per il rischio, mentre relativamente alle azioni ci sarà maggiore cautela nel distribuire dividendi, a causa dei margini operativi (anche questi strutturalmente) più.

La pandemia, inoltre, sta portando con sé una certa riduzione del grado di globalizzazione e correlazione dei mercati, e questo potrebbe designare il ritorno in grande stile dell’inflazione, determinato dall’eccesso di spesa pubblica e dall’aumento di massa monetaria ottenuto grazie ai QE delle banche centrali.

Nonostante tutto questo, l’opinione generale è che grazie alle soluzioni “aggressive” di politica monetaria e fiscale adottate, i mercati abbiano già visto il peggio, ma lo scenario tratteggiato finora richiede prudenza. Infatti, ipotizzare un altro trend delle borse perennemente al rialzo per i prossimi anni è del tutto fuori luogo, perché il recupero dalla recessione sarà più lento, e gli utili aziendali recupereranno altrettanto lentamente a causa della distruzione dei modelli economici tradizionali (shock contestuale di domanda e offerta).

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L’inflazione, poi, condurrebbe ad un rialzo strutturale dei tassi di interesse per via dell’enorme massa di emissioni di titoli di Stato. Pertanto, è preferibile mantenere un approccio complessivamente prudente, privilegiare i titoli che distribuiranno un più alto dividendo e diminuire gli investimenti nel settore finanziario, che subirà perdite sui crediti. Un asset che promette qualcosa in più è quello delle commodities e dei metalli preziosi, che vedono valutazioni ai minimi storici ed erano già a sottopesati in tutti i portafogli.

Le azioni dei paesi emergenti – tema “caldissimo” appena prima lo scoppio della pandemia – sembrano trovarsi su livelli di valutazione dai quali in passato hanno di nuovo ripreso a salire (1998, 2008 e 2015), ma potrebbero scendere ancora al di sotto di questi livelli prima di consolidarsi e ripartire, anche perché non si può stimare con certezza quanto tempo durerà l’emergenza sanitaria e, soprattutto, molti dei paesi emergenti non dispongono  delle risorse finanziarie e delle reti di sicurezza sociale delle nazioni industrializzate per attutire le conseguenze di una crisi economica prolungata. Stesso discorso per le valute emergenti, che da inizio anno si sono svalutate del 20% circa rispetto al dollaro USA (vedi paesi dell’America Latina, del Sudafrica, dell’Indonesia e della Russia).

In definitiva, al momento è quasi impossibile fare una previsione sull’andamento dei corsi e sulla crescita economica dei prossimi mesi: quasi tutti gli scenari sembrano possibili, da una temporanea depressione economica globale ad una profonda recessione, fino a un ritorno rapido alla normalità.

In queste condizioni, è possibile ipotizzare persino un ritorno d’amore dei risparmiatori verso il reddito fisso, ed una certa disaffezione verso il risparmio gestito; ma con un elemento di novità, dettato da una maggiore propensione all’accantonamento assicurativo ed alle coperture non vita (sanitarie ed infortuni), che dovrebbe compensare il minor gettito da commissioni che certamente deriverà per le banche e i professionisti della finanza familiare dalla distribuzione di OICR e gestioni patrimoniali.

Banche in declino, è cominciata l’era degli “utili ad ogni costo”. Unicredit, via al taglio di sportelli e personale

Le banche italiane dovranno ridurre le base dei costi di circa 5 miliardi di euro, che corrispondono a 70.000 risorse umane e a 7.000 filiali nel corso dei prossimi 5 anni. Se poi il sistema volesse posizionarsi sui livelli medi di redditività allineati al costo del capitale (8-9%), il taglio costi necessario raddoppierebbe a 10 miliardi.

Più che una trasformazione, quella che si sta apprestando ad abbattersi sul sistema bancario e sull’economia italiana è una vera e propria rivoluzione. Si tratta di una “tempesta industriale”, che i banchieri pare vogliano affrontare con una certa miopia, dando cioè continuità al processo di riduzione dei costi già cominciato nel 2009 (e proseguito, senza sosta, fino ad oggi) ed evitando di misurarsi con un cambiamento immediato del business model, che evidentemente taglierebbe molte teste tra la dirigenza apicale.

Secondo le previsioni degli esperti (bollate dalla FABI come “terroristiche”), tra banche grandi e banche di piccola dimensione – l’aggregazione delle seconde sembra essere una condizione indispensabile per la loro sopravvivenza – in Italia servono cinque miliardi di tagli soltanto per preservare nei prossimi anni l’attuale redditività, ma l’asticella sale a dieci miliardi per consentire agli istituti di credito di mettersi al pari con la media europea.

A monte, c’è il ripensamento totale del modello industriale, nel senso di una profonda riqualificazione (significa riduzione, in linguaggio spiccio) delle competenze del personale in chiave digitale. Infatti, secondo  la società di consulenza internazionale Oliver Wyman (Rapporto “Banche italiane su un piano inclinato”, anticipato in esclusiva dal Sole24Ore), senza aumenti di capitale significativi dovuti alla nuova regolamentazione, nei prossimi cinque anni la media delle banche italiane vedrà una riduzione dei ricavi, in termini di margine di intermediazione, fino al 15%. A pesare saranno i tassi d’interessi a zero imposti dalla BCE e la conseguente compressione della redditività degli impieghi, già scesi quest’anno di 30 punti base per i mutui e di 80 punti per i prestiti alle imprese. La politica dei tassi comprimerà anche i ritorni sui titoli di debito, con una riduzione del margine di interesse del 5% rispetto ad oggi. E se qualcuno pensa che la soluzione stia nella crescita delle commissioni, il Rapporto Oliver Wyman risponde che, nella media, i ricavi commissionali non saranno di aiuto a compensare il calo del margine d’interesse, in quanto sono già a livelli più elevati rispetto alle banche europee, e la recente regolamentazione (MiFID) ha dato il colpo di grazia alle ambizioni sulla marginalità, favorendo la concorrenza più accesa.

Alla luce di tutto questo, la prima soluzione sembra essere – ed il processo è già cominciato, anche in Italia – la revisione degli attuali modelli di servizio delle banche, ancora troppo imperniati sulle filiali. In tal senso, secondo le stime di Oliver Wyman, ”… ipotizzando che lo scenario macro non peggiori, per neutralizzare la compressione dei ricavi e mantenere la redditività del capitale sui livelli attuali, le banche italiane dovranno ridurre le base dei costi di circa 5 miliardi di euro, che corrispondono a 70.000 risorse umane e a 7.000 filiali in meno nel corso dei prossimi 5 anni. Se poi il sistema volesse posizionarsi sui livelli medi di redditività allineati al costo del capitale (8-9%), il taglio costi necessario raddoppierebbe a 10 miliardi”.

Ma non è tutto. Dei dipendenti che resteranno, infatti, “oltre il 45% della forza lavoro dovrà acquisire nuove competenze in diverse aree digitali, dai processi di interazione con la clientela all’adozione dell’intelligenza artificiale nel sistema dei controlli; dalla revisione delle competenze digitali necessarie a ridurre i ruoli di filiale e del back office alle nuove professionalità come quelle di data scientist, change manager e gestione di nuove tecnologie.

E come sempre accade da dieci anni a questa parte, le banche italiane si adeguano. Il piano 2020-2023 di Unicredit è un esempio lampante dell’adattamento allo scenario di cui abbiamo parlato. La banca guidata da Jean Pierre Mustier ha annunciato che ridurrà il personale di circa 8.000 unità, soprattutto in Italia (5.500-6.000 dipendenti in meno), e gli sportelli (500 in meno).

Sembrerebbe un piano tipico di una azienda in difficoltà, eppure gli utili sgorgano copiosi, per cui i più non se lo spiegano. Infatti, i ricavi dell’istituto (che ha anche liquidato la sua partecipazione in Mediobanca, diventando meno italiana di prima) cresceranno ogni anno dello 0,8% dal 2019 al 2023 fino ad arrivare a 19,3 miliardi, mentre l’utile netto  si attesterà a 4,3 miliardi nel 2020 per salire a 5 miliardi nel 2023. Inoltre, osservando i bilanci, tra il 2008 e il 2018 Unicredit ha già ridotto il numero di dipendenti nel mondo del 50% (da 174mila a 86.786 unità a tempo pieno), ed ha chiuso 1.381 sportelli; pertanto, chiudendone altri  500, in tutta evidenza, verrà reciso ancora di più il rapporto con la clientela e il legame col territorio, tipici valori della banca tradizionale oggi in declino. Tutto ciò, però, si tradurrà nella creazione di valore per gli azionisti Unicredit pari a 16 miliardi di euro nell’arco del piano 2020-2023.

Nonostante i numeri sembrino accattivanti, gli esperti del mercato li guardano con diffidenza. Secondo loro, infatti, questo progetto non  guarda alla crescita ed al futuro, ma grazie al taglio dei costi crea le condizioni per aumentare “artificialmente” gli utili che non la banca riesce a produrre con l’attività industriale tipica.

In tutta evidenza, non si potrà tagliare il personale all’infinito, e prima o poi Mustier, e i banchieri che adottano la stessa mediocre (e pericolosa) politica degli “utili ad ogni costo”, dovranno farci sapere cosa vorranno fare da grandi.

Se mai ci diventeranno.