Giugno 6, 2026
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Conflitto Gaza-Israele: evitare il panic selling sull’azionario

È troppo presto per fare ipotesi e previsioni a seguito del conflitto Gaza-Israele. Da evitare il panic selling sull’azionario, poichè le battute d’arresto sono opportunità di acquisto.

Di Michael Blümke, Portfolio Manager di Ethenea

Relativamente all’ultimo trimestre del 2023, il comportamento dei mercati azionari potrebbe non essere affatto scontato. Infatti, il contesto macroeconomico non appare così negativo come si crede attualmente. Certo, ci sono dei rischi, come il possibile contagio legato al debito nel settore immobiliare cinese o il rallentamento della crescita. Tuttavia, i problemi della Cina sono ancora sotto controllo da parte delle autorità locali, mentre il rallentamento della crescita potrebbe essere vicino al suo minimo, secondo i vari indicatori anticipatori.

Tenendo conto della natura anticipatrice del mercato azionario e della stagionalità solitamente positiva di fine anno, ci aspettiamo un ultimo trimestre 2023 più conciliante, soprattutto in considerazione del consolidamento in corso. I rischi sembrano però elevati a causa dei tassi di interesse ancora in crescita e dei segnali di indebolimento dell’economia. Riteniamo di essere vicini alla fine del rialzo dei tassi d’interesse sia a breve che a lungo termine, e né il contesto inflazionistico atteso né la crescita moderata che ci aspettiamo per il 2024 giustificano ulteriori forti aumenti dei tassi d’interesse, a prescindere dal dibattito sul costo del finanziamento dell’attuale debito pubblico (che comunque riemergerà). Proprio questa divergenza tra la percezione di rischi elevati, che è fisiologica nelle fasi di aggiustamento, e la nostra visione meno pessimistica costituisce per noi un’opportunità. L’asimmetria sul fronte dei tassi di interesse è la più evidente. Ad esempio, riteniamo molto più probabile che i tassi Usa a 10 anni possano scendere di 100-150 punti base, invece di salire nella stessa misura. Analogamente, sconsigliamo il panic selling sull’azionario, e consideriamo le battute d’arresto come opportunità di acquisto.

Nell’attuale contesto, in cui pesa soprattutto l’incertezza sul fronte dei tassi d’interesse, sottopesiamo decisamente il settore finanziario. Mentre continuiamo a credere nella forza dell’Information technology e siamo sovrappesati anche nel farmaceutico, settori che storicamente presentano le caratteristiche di crescita strutturale più forti. Le attuali valutazioni del mercato azionario sono dove sono e, se non si trovano agli estremi storici, sono poco utili come strumento di timing. Sulla base delle valutazioni attuali, è più opportuno chiedersi quale sarà il driver del prossimo movimento positivo dei prezzi: la crescita degli utili o l’espansione dei multipli? Non saremmo sorpresi di vedere i multipli espandersi, nel contesto di una potenziale inversione di tendenza dei tassi di interesse.

Andranno meglio Wall Street, l’Europa oppure i mercati emergenti? Abbiamo un’opinione molto chiara al riguardo: Wall Street. Né l’Europa né i mercati emergenti possono essere attualmente considerati come motori della crescita, né sono esenti da problemi politici interni. Le buone aziende di queste regioni vanno regolarmente in difficoltà in tempi di crisi, nonostante le vendite globali. Per questo motivo, la nostra allocazione strategica si concentra esclusivamente sulle società Usa: è da lì che vengono i leader di mercato e i motori dell’innovazione per le tecnologie del futuro. Nel caso di portafogli di investimento più focalizzati sull’Europa, invece, suggeriamo una buona diversificazione.

Lo slancio dell’economia USA fa paura ai mercati. Eppure, in mezzo alla pioggia c’è chi vede il sole

Il mercato azionario USA tra previsioni di ulteriori ribassi e visioni “contrarian” di un inaspettato rialzo dei prezzi. Secondo Bank of America, possibile una crescita dello S&P500 fino a 4.600 punti.

Parte negativamente la settimana per le borse internazionali. Mentre l’area degli emergenti mostra una certa vivacità grazie anche alle buone notizie provenienti dalla Cina in merito all’allentamento dei lockdown, i principali indici di Wall Street sono in calo dopo che dati migliori del previsto sul settore dei servizi hanno alimentato il nervosismo sul possibile ulteriore inasprimento delle politiche monetarie da parte della Fed e dello spostamento temporale del picco dei tassi da Marzo a Maggio 2023. Infatti, i dati hanno mostrato un rimbalzo dell’occupazione nel settore dei servizi a Novembre, dando la netta sensazione che lo slancio dell’economia statunitense non sia finito, e che la tanto paventata (e prima auspicata) recessione non sia poi così vicina.

Rimanendo negli Stati Uniti, l’atteggiamento di Wall Street nei confronti del mercato azionario nel 2023 appare pertanto ribassista, ma secondo Bank of America potrebbe esserci più di un fattore rialzista a determinare un’inversione di tendenza nei prezzi delle azioni. Mentre un certo numero di analisti azionari (Morgan Stanley e Deutsche Bank) hanno suggerito che l’S&P 500 potrebbe scendere fino a 3.000 l’anno prossimo, con un potenziale calo di circa il 26% rispetto ai livelli attuali, Savita Subramanian di Bank of America ha affermato che l’S&P 500, al contrario della maggioranza delle opinioni, potrebbe salire del 13-14%, a 4.600 punti, proprio sull’idea che Wall Street sia troppo ribassista. “Wall Street è troppo ribassista, il che è un segnale rialzista”, ha detto, indicando l’indicatore del sentiment Sell Side di BofA vicino a far lampeggiare un segnale di acquisto. “L’indicatore Sell Side – ha aggiunto l’analista di BofA – è sceso di oltre 6 punti percentuali da inizio anno, al 52,8%, più vicino a un segnale di acquisto che a un segnale di vendita, sebbene ancora in territorio neutral. Questo livello implicherebbe una possibile crescita dei prezzi fino al 16% nei prossimi 12 mesi”.

Nel dettaglio, un segnale decisamente “buy” verrebbe generato se l’indicatore Sell Side scendesse ancora di un ulteriore 1,3% dai livelli attuali, e cioè al 51,5%, e ciò potrebbe accadere già a gennaio se il ritmo intrapreso da inizio anno dovesse continuare. “Storicamente, quando l’indicatore Sell Side è stato ai livelli attuali o inferiori, i successivi rendimenti dello S&P 500 a 12 mesi sono stati positivi il 94% delle volte, e il rendimento medio a 12 mesi è stato del 22%”, ha affermato Subramanian.

C’è da dire che gli indicatori contrarian sono difficili da cronometrare e non sempre funzionano, ma quando il sentiment degli investitori raggiunge gli estremi, come è sul punto di fare sulla base dell’indicatore Sell Side di BofA, gli investitori dovrebbero prestare attenzione e tenersi pronti ad accumulare in modo più incisivo. Il rischio maggiore, attualmente, è quello rappresentato dalla restrizione quantitativa della Federal Reserve, che potrebbe innescare rischi di liquidità in diverse aree dei mercati e comprimere eccessivamente gli utili aziendali (le previsioni per il 2023 parlano di un calo del 9% degli utili per azione per le aziende dello S&P 500). Infatti, la Fed continua con la riduzione del suo bilancio di $ 8,6 trilioni a un ritmo di $ 95 miliardi al mese, e questo mette paura agli investitori. In ogni caso, sembra inevitabile l’attraversamento del 2023 tra i flutti di una notevole volatilità per l’intero anno prossimo.

Sono già evidenti, peraltro, i rischi di liquidità nel mercato dei Treasury statunitensi, e queste preoccupazioni probabilmente diventeranno più pronunciate il prossimo anno perché la Cina non acquista più nuove emissioni di buoni del Tesoro americani. Questo rischio di liquidità potrebbe ripercuotersi sulle azioni perché il mercato dei Treasury è una funzione chiave di determinazione del prezzo sia dei mercati del credito che di quelli azionari tramite il tasso privo di rischio. Man mano che gli acquirenti escono dal mercato dei Treasury aumenta il tasso privo di rischio, il che pone il finanziamento del debito societario su un terreno più instabile e genera uno sconto maggiore per i prezzi delle azioni.

Inoltre, la ormai scontata recessione che colpirà le economie il prossimo anno sarà molto diversa da quelle “normali”. Infatti, si entrerà in recessione con  le imprese e i consumatori che godono di un bilancio solido e sono meno esposti al rischio di credito e alla leva finanziaria rispetto alle precedenti recessioni. Nel frattempo, le aziende hanno un grande incentivo a investire nelle loro attività per rimanere competitive, il che è positivo per l’economia. Pertanto, secondo Savita Subramanian “non sarà necessario alcun salvataggio come quello del 2008, per cui la Fed potrebbe pensare di impegnarsi in una stretta quantitativa temporalmente più lunga per frenare l’inflazione, generando ulteriore ribasso per le azioni”. “Il mercato in genere tocca il fondo sei mesi prima della fine di una recessione, quindi conviene scommettere – e quindi accumulare – sulla fine della recessione entro il terzo trimestre del 2023″, conclude Subramanian.

Ecco cosa porta Wall Street al limite. I rischi aumentano in tutto il mondo

Le banche centrali hanno dato uno straordinario supporto agli stati negli ultimi 15 anni, ma le loro politiche hanno creato fragilità economica. Adesso ci affidiamo a loro per affrontare le medesime fragilità.

Mentre la Federal Reserve intensifica gli sforzi per domare l’inflazione, rafforzando il dollaro e mandando le obbligazioni e le azioni in tilt, cresce la preoccupazione che la strategia della banca centrale possa generare conseguenze indesiderate e potenzialmente disastrose.

I mercati sono entrati in una fase pericolosa la scorsa settimana, in cui le mosse statisticamente insolite tra classi di attività stanno diventando comuni. La discesa del valore delle azioni ottiene la maggior parte dei titoli dei giornali, ma è nelle rotazioni e nell’interazione dei mercati globali molto più grandi per valute e obbligazioni che i problemi si stanno preparando, secondo gli analisti “veterani” di Wall Street. Infatti, dopo essere stata criticata per essere stata lenta nel riconoscere l’inflazione, la Fed ha intrapreso la sua serie più aggressiva di rialzi dei tassi dagli anni ’80. Da quasi zero a marzo, la Fed ha spinto il suo tasso di riferimento a un obiettivo di almeno il 3%. Allo stesso tempo, il piano di liquidare il suo bilancio di 8,8 trilioni di dollari in un processo chiamato “stringimento quantitativo” (o QT) – che consente ai proventi dei titoli che la Fed ha sui suoi libri contabili di non essere reinvestiti – ha scoraggiato i più grandi acquirenti di Treasury.

La sensazione è che non ci siano precedenti storici che possano suggerire i possibili sviluppi di ciò che sta succedendo oggi nei mercati. Al  momento, è il rafforzamento irripetibile del dollaro che sta facendo riversare liquidità sugli asset statunitensi ad alto rendimento grazie alle azioni della Fed. Tuttavia, la forza del dollaro USA ha storicamente portato ad un periodo di crisi finanziaria o economica, poichè i picchi passati della valuta americana, in passato, hanno coinciso con la crisi del debito messicano dei primi anni ’90, con la bolla azionaria tecnologica statunitense della fine degli anni ’90, con la bolla immobiliare che ha preceduto la crisi finanziaria del 2008 e la crisi del debito sovrano del 2012. Inoltre, il dollaro forte sta destabilizzando le economie d’oltremare perché aumenta le pressioni inflazionistiche al di fuori degli Stati Uniti. Infatti, la Fed sta sovraccaricando il dollaro in un modo che era difficile prevedere, e oggi i mercati potrebbero sottovalutare l’effetto inflazionistico di un dollaro in aumento sul resto del mondo.

Ci sono due grandi categorie di preoccupazioni in questo momento. La prima è l’aumento della volatilità in quelli che dovrebbero essere gli strumenti a reddito fisso più sicuri al mondo potrebbe sconvolgere l’”impianto idraulico” del sistema finanziario. Poiché i Treasury sono supportati dalla piena fiducia e credito del governo degli Stati Uniti e sono utilizzati come garanzia nei mercati di finanziamento overnight, il calo del loro prezzo e i conseguenti rendimenti più elevati potrebbero rovinare il buon funzionamento di quei mercati, e la Fed potrebbe dover stabilizzare il prezzo dei Treasury con finanziamenti di emergenza. Ciò probabilmente costringerà la Fed a interrompere il suo programma di inasprimento quantitativo prima del previsto, proprio come ha fatto la Banca d’Inghilterra. Sebbene ciò confonderebbe il messaggio della Fed secondo cui si sta comportando in modo duro sull’inflazione, la banca centrale potrebbe non avere scelta.

La seconda preoccupazione è che i mercati così indeboliti possano esporre i gestori patrimoniali, gli hedge fund o altri attori a rischi di liquidità e di sovra indebitamento. In una tale situazione,  è possibile che le richieste di margine e le liquidazioni forzate possano aumentare ulteriormente la correzione mercati. In tal senso, gli operatori di carry trade, che implicano l’assunzione di prestiti a tassi bassi e il reinvestimento in strumenti ad alto rendimento (spesso con l’aiuto della leva finanziaria) hanno una storia di implosioni. Inoltre, il dollaro più forte rende più difficili da rimborsare ampie fasce di obbligazioni denominate in dollari emesse da operatori non statunitensi, il che potrebbe mettere sotto pressione i mercati emergenti già alle prese con l’inflazione. E altre nazioni potrebbero scaricare i titoli statunitensi nel tentativo di difendere le loro valute, esacerbando le mosse dei Treasury.

Ironia della sorte, sono le riforme emerse dall’ultima crisi globale ad aver reso i mercati più fragili. Ciò che sta diventando più evidente, infatti, è che sarà difficile per gli Stati Uniti e per le altre grandi economie europee e mondiali rinunciare allo straordinario supporto che le banche centrali hanno dato negli ultimi 15 anni. Il problema è che sono le loro stesse politiche che hanno creato la fragilità, e ora ci affidiamo alle loro politiche per affrontare le medesime fragilità.

Un giovedì nero per i listini americani. All’orizzonte la paura di una nuova recessione

Con una seduta da dimenticare, Wall Street conferma che il rialzo di mercoledì era il frutto di una illusione. Persiste un pessimismo di fondo dettato dalla paura di una recessione da iper-inflazione. La situazione di oggi.

I mercati affondano per il crescente timore di una stagflazione in arrivo. Il rally innescato mercoledì dalla Fed si è dimostrato di breve durata e sui mercati tutti gli indicatori, dalle borse ai rendimenti obbligazionari, al dollaro stanno girando in negativo, per il timore che la Fed e alcune altre grandi banche centrali debbano aumentare i tassi di interesse in modo più aggressivo del previsto per combattere una persistente alta inflazione, spingendo potenzialmente le economie in recessione. A Wall Street i future sono in lieve perdita dopo che ieri il Dow Jones ha lasciato sul terreno il 3,12% e lo S&P 500 il 3,44%, mentre i megacap tecnologici sono crollati, con Alphabet a -4,71%, Apple a -5,57%, Microsoft a -4,36%, Meta a -6,77%, Tesla a -8,33% e Amazon a -7,56%.  E’ chiaro che gli investitori non stiano guardando ai fondamentali, in questo momento, e le vendite piovono per un problema di sentiment generale.

In Asia i listini riaprono e Tokyo avanza leggermente, mentre le borse cinesi vanno a picco, sulla scia del tonfo di ieri a Wall Stret, che ha registrato la sua peggiore sessione dell’anno, con il Nasdaq che è sprofondato del 4,99% mettendo a segno la sua terza maggiore perdita di sempre. Allarme rosso anche per quanto riguarda i rendimenti dei Treasury a 10 anni che avanzano di oltre il 3%, dopo essersi impennati ieri al 3,1%, il top dal novembre 2018. Anche il Treasury a 2 anni sale ma con minor forza, attestandosi al 2,73%, mentre la curva dei rendimenti tra il 2 e il 10 anni s’irrigidisce, il che non è un bene, visto che per i mercati l’intensificarsi del rialzo del decennale, dopo un’inversione, che c’è stata non molto tempo fa, rappresenta un pericoloso segnale di recessione in arrivo. E il tasso del Treasury a 30 anni ieri ha toccato il 3,2%, il top dal marzo 2019. 

Anche dal mercato valutario arrivano cattive notizie: il dollaro è salito overnight al top da 20 anni su un paniere di altre valute, sta facendo ruzzolare lo yuan ai minimi da 18 mesi a quota 6,7338, mentre ieri ha brevemente riportato l’euro sotto quota 1,05 dollari, salendo del 2,2% ai massimi da quasi due anni contro la sterlina. Intanto oggi crollano Hong Kong e Shanghai, mentre Tokyo è in controtendenza e avanza di oltre mezzo punto percentuale. In leggero calo i future sull’EuroStoxx 50 dopo che ieri le borse europee hanno chiuso contrastate: Parigi a -0,43%, Francoforte a -0,5%, Milano a -0,57% e in controtendenza Londra, che è salita dello 0,17%, dopo il previsto aumento dei tassi di 25 punti base all’1% da parte della Banca d’Inghilterra. A un soffio dai 200 punti il differenziale tra Btp italiani e Bund, mentre il rendimento annuo dei titoli italiani è salito al 3,036% e quello sul Bund è tornato sopra l’1%.

Il petrolio resta in rialzo, dopo essere salito a Wall Street e dopo il balzo di oltre il 5% di mercoledì. Attualmente il Wti è oltre 108 dollari e il Brent sopra 111 dollari, poiché gli investitori hanno valutato imminente l’embargo Ue sul petrolio russo, che tuttavia ancora non è stato deciso, e hanno preso atto della volontà dell’Opec+ di non voler intervenire sui mercati, dopo aver varato ieri solo dei modesti aumenti della produzione mensile, mentre si intensificano le preoccupazioni per la domanda derivanti dalle restrizioni anti-Covid della Cina. Gli esponenti dei tredici paesi membri dell’Opec e i loro dieci partner (Opec+), compresa la Russia, hanno convenuto di adeguare al rialzo la produzione mensile totale di 432.000 barili al giorno per il mese di giugno.

Oggi c’è attesa per i dati sull’occupazione Usa ad aprile, mentre a Tokyo l’inflazione sale all’1,9% al top da sette anni, riportandosi vicino al target del 2% della Boj. Oggi escono anche i dati sulla produzione industriale ad aprile in Germania e Spagna, mentre il capo economista della Bce, Philip Lane, ha preparato il terreno per un rialzo dei tassi di interesse europei a luglio, che poi è quello che i ‘falchi’ sostengono da mesi, dicendo di aspettarsi “un altro anno di un’inflazione sopra le attese” e che “è improbabile che l’economia si stabilizzi rapidamente”. 

In definitiva, Wall Street conferma che il rialzo di mercoledì era il frutto di una illusione. Infatti, il pessimismo di fondo non accenna a diminuire, ed oggi si fa largo una nuova paura, quella di una recessione da iper-inflazione, che non è ancora stata “scontata” dalle quotazioni dei mercati azionari e, quindi, potrebbe deprimere ancora di più il valore dei portafogli di investimento.  

Fonte: AGI-redazione P&F

Gli utili gonfiano Wall Street, ma i timori per la crescita affondano il petrolio

Delle 49 società dell’S&P 500 che hanno comunicato i propri utili trimestrali, quasi l’80% ha superato le stime di profitto. Ma le previsioni di un rallentamento della crescita economica hanno generato vendite diffuse su obbligazioni e petrolio.

I titoli statunitensi salgono sulla scia di utili societari più forti del previsto, ma le previsioni negative sulla crescita economica globale hanno spinto al rialzo i rendimenti obbligazionari e hanno spinto al ribasso il petrolio. Infatti, il Nasdaq ha aperto la strada ai guadagni, poiché molte società hanno iniziato a riportare profitti più alti del previsto, e questo ha dato una mano agli investitori per scrollarsi di dosso gli avvertimenti degli analisti che hanno previsto un rallentamento della crescita economica e hanno generato vendite diffuse su obbligazioni e petrolio. In dettaglio, delle 49 società dell’S&P 500 che hanno comunicato i propri utili trimestrali, quasi l’80% ha superato le stime di profitto, secondo i dati Refinitiv.

L’azionario statunitense è in rialzo grazie a una serie di trimestrali positive, che hanno messo in secondo piano i timori sugli aumenti “aggressivi” dei tassi di interesse e le delusioni per l’aumento dei rendimenti delle obbligazioni. Tesla è salita dell’8,69%, dopo aver battuto le aspettative di Wall Street sugli utili ottenuti applicando prezzi più alti e compensando così i maggiori costi di produzione e le minori vendite dovute ai rallentamenti nelle catene di approvvigionamento. United Airlines e American Airlines sono salite rispettivamente del 12% e del 6,23% a seguito dell’annunciato ritorno all’utile nel trimestre in corso per via della domanda di viaggi schizzata in su.

Da notare che queste impennate sono arrivate nonostante sia la Banca mondiale che il Fondo monetario internazionale abbiano ridotto le loro prospettive economiche globali per il 2022 di quasi un intero punto percentuale, citando le turbolenze derivanti dall’invasione russa dell’Ucraina e la battaglia campale delle banche centrali di tutto il mondo per frenare l’inflazione. In particolare, la Federal Reserve sembra destinata ad aumentare il suo tasso di interesse di 50 punti base quando si riunirà il mese prossimo, e un aumento di 75 punti base non è stato escluso dai funzionari della Fed. Sul punto, La presidente della Fed di San Francisco, Mary Daly, ha detto di essere favorevole ad un aumento del target dei tassi overnight al 2,5% entro la fine di quest’anno, ma ciò dipenderà da quanto accadrà in materia di inflazione e di mercato del lavoro. Riguardo a quest’ultimo punto, gli ultimi dati hanno mostrato un moderato calo nel numero di americani che durante la scorsa settimana hanno presentato nuove richieste di sussidi di disoccupazione, per cui è evidente che il mese di aprile sarà nel complesso un altro mese di forte crescita del lavoro.

Pertanto, la Fed potrebbe aumentare i tassi di mezzo punto percentuale in occasione dei prossimi due meeting, ma nessuno si sbilancia al momento sul ritmo esatto degli aumenti. In ogni caso, non mancano i “falchi” tra i massimi dirigenti della Fed: il presidente della Federal Reserve di St. Louis, James Bullard, ha ribadito la sua tesi per un aumento dei tassi al 3,5% entro la fine dell’anno. “C’è una crescente speculazione che la Federal Reserve cercherà di aumentare il tasso di inasprimento della sua politica monetaria”, ha affermato David Madden, analista di mercato di Equity Capital. “I rendimenti obbligazionari statunitensi stanno salendo rapidamente”. Ed infatti il rendimento del Treasury a 10 anni è stato pari al 2,942%, in leggero calo dopo aver raggiunto i livelli più alti degli ultimi tre anni.

I timori per la crescita, che hanno pesato sui mercati petroliferi, hanno fatto invertire la scia dei guadagni. Il greggio Brent è sceso del 5,35%, a 107,11 dollari al barile. Il greggio statunitense è sceso del 5,34% a 102,43 dollari al barile. I prezzi dell’oro, infine, sono diminuiti dopo essere stati vicini al raggiungimento di $ 2.000 l’oncia durante la sessione di lunedì. 

Ciclo economico a rischio nel primo semestre 2021. Il futuro del dollaro è il carry trade

Secondo Maurizio Novelli (Lemanik), il tasso di risparmio delle famiglie Usa è falsato dalla sospensione delle rate di mutui e credito al consumo. Gli Stati Uniti rischiano una “balance-sheet recession”. Prospettive positive per Renmimbi e dollaro neozelandese. Il recupero del dollaro è un’occasione di vendita.

“Se, come è probabile, il contesto macroeconomico rimarrà fragile ed esposto a ricadute, il grande problema che il sistema economico Usa si appresta a fronteggiare è una balance-sheet recession. L’eccesso di debito contratto dal settore privato diventa poco sostenibile in un contesto di bassa crescita e quindi la leva finanziaria deve essere ridimensionata. Questo fenomeno è lo stesso che ha caratterizzato l’economia del Giappone dopo la crisi da eccesso di debito degli anni Novanta”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

Le ottimistiche previsioni di recupero dell’economia si stanno rivelando meno affidabili ora che i lockdown prodotti dalla seconda ondata pandemica si stanno intensificando. Il ciclo dell’economia mondiale è in cedimento e il primo semestre del 2021 rischia di compromettere gli obiettivi di recupero attesi per l’anno. A questo si aggiunge il ritardo nella programmazione delle vaccinazioni a causa dei problemi di fornitura e le incertezze provocate dalle nuove varianti del Covid.

In Europa e negli Stati Uniti il ciclo di ripresa dell’economia si è interrotto già da novembre. Le attese di una ripresa a V iniziano a cedere e l’amministrazione Usa deve intervenire di nuovo con un altro pacchetto fiscale per impedire l’avvitamento dell’economia. I 10 trilioni di dollari erogati sono finora serviti a impedire i default e non sono dunque da interpretare come “stimoli” ma come “aiuti”. Lo stimolo fiscale è denaro in più messo a disposizione per investire e spendere, l’aiuto fiscale è finalizzato a fornire invece il denaro che manca per rimanere solvibile. Questa differenza impatta in modo sostanziale sulle dinamiche del moltiplicatore fiscale e monetario e suggerisce che le aspettative di crescita proiettate dalle case d’investimento di Wall Street potrebbero essere decisamente sopravvalutate. Anche le analisi che circolano sull’enorme risparmio accumulato dai privati cittadini americani sono del tutto utopistiche: una parte molto importante di tale risparmio, infatti, dipende dal fatto che il governo Usa ha fatto sospendere i pagamenti di tutte le rate sui mutui, sul credito al consumo, sui prestiti auto, sui prestiti studenteschi e sui versamenti fiscali. Quanto risparmio rimarrà disponibile per i consumi quando saranno stati pagati tutti questi debiti in sospeso?

“Se l’economia non recupera secondo le attese “fabbricate ad arte” dagli analisti di Wall Street, il recupero della domanda interna potrebbe non essere tale da compensare un eventuale ridimensionamento nel tempo delle politiche fiscali, dato che fare spesa pubblica a ritmi del 25% del Pil all’anno è insostenibile”, sottolinea Novelli. “Il risultato sarebbe una doppia caduta e una nuova recessione, nella quale la politica monetaria dei tassi a zero non avrebbe più alcuna efficacia. Da questo momento ogni ridimensionamento della politica fiscale avrà un impatto negativo sulla crescita”.

Quella a cui rischiano di andare incontro gli Stati Uniti è una “balance-sheet recession” simile a quella verificatasi in Giappone negli anni Novanta, quando il settore privato, avendo accumulato una grande quantità di debiti, comincia a tagliare le spese, determinando un crollo della domanda e degli investimenti privati e spingendo l’economia in recessione. Nella “balance-sheet recession” il problema è la deflazione, e non l’inflazione. Infatti, mentre da un lato vi sono le forze reflazionistiche messe in atto dal settore pubblico (Quantitative easing e politica fiscale), dall’altro lato agiscono le forze deflazionistiche messe in atto dal settore privato (riduzione del debito) che si contrappongono alle prime. Il risultato è che l’economia ristagna e l’inflazione non riparte più. Perché ciò avvenga, occorre cancellare il debito.

Oggi Cina e Giappone hanno iniziato a ridimensionare la loro partecipazione al finanziamento del debito pubblico Usa e la Fed deve stampare sempre più moneta per acquistare treasuries che prima venivano acquistati dall’estero. Il ruolo del dollaro come divisa di riserva valutaria appare ancora in fase di netto ridimensionamento.

Maurizio Novelli

La traiettoria del debito americano e le politiche della Fed confermeranno tassi reali negativi sul dollaro per molto tempo e, a lungo andare, questa situazione trasformerà il dollaro in una divisa di carry trade, un destino già vissuto dallo Yen negli ultimi 15 anni. Questa soluzione è certamente positiva per il ciclo reflazionistico mondiale, ma i maggiori beneficiari di questo scenario saranno certamente le economie emergenti e non quelle occidentali. Il Pil delle economie emergenti è infatti inversamente correlato all’andamento del dollaro: quando il dollaro scende lo stock di liquidità nelle economie emergenti aumenta e la crescita economica si rafforza. Il motivo dell’aumento della liquidità nel sistema emergente è dovuto al fenomeno dei carry trade, cioè la vendita di dollari e l’acquisto di asset finanziari emergenti, e al fatto che la pressione al rialzo sulle divise emergenti induce le banche centrali di questi paesi ad allentare la politica monetaria per frenare la rivalutazione del cambio.

“In questo contesto, le nostre posizioni valutarie long si concentrano su Renminbi e dollaro neozelandese, mentre rimane negativa la view di lungo termine su dollaro americano e sterlina, dove rimaniamo short”, conclude Novelli. “Ogni possibile recupero del dollaro rimane per noi un’opportunità di vendita e non di acquisto, quindi la strategia di allocazione valutaria è quella di ampliare o ridurre le posizioni short con eventuali rafforzamenti e fasi di debolezza del dollaro”.

Professione? Visionario. Quando troppa mitologia aziendale da alla testa

Chi è il c.d. Direttore Visionario, ruolo che sta cominciando a proliferare in molte aziende americane ed europee? Per alcuni una pedina importante, per altri  una specie di santone aziendale, cui tutto sarebbe concesso.

Di Massimo Bonaventura

Il primo fu un certo Einar Stefferud, co-fondatore delle prime holdings della realtà virtuale nel 1994, ad essere riconosciuto come il primo CVO, ossia “Chief Visionary Officer”. In Italia, se non andassero troppo di moda gli inglesismi, verrebbe chiamato Direttore Visionario.

Roba da far sorridere – ed anche impaurire – i dipendenti: un visionario, per giunta direttore, è anche un tipo imprevedibile, non c’è che dire.

A contendere il primato nell’uso di questo ambita carica aziendale dei giorni nostri c’è anche Tim Roberts, alto dirigente del ramo della banda larga di un colosso come Investment Group. Roberts afferma di averlo inventato lui il titolo, per via dei suoi “attributi visionari”, necessari per integrare un business complesso e per definire in maniera netta ed inequivocabile il suo ruolo nell’organizzazione, quello appunto di capo con una “visione” del futuro dell’azienda nel lungo periodo.

In mezzo a questa contesa, si inserisce con prepotenza il mito – è il caso di dirlo – di Steve Jobs, visionario dei visionari, cui il mondo attribuisce meriti riconoscibili, tra i quali quello di aver creato l’azienda più ricca e potente del mondo. Infatti, la nutrita filmografia sul personaggio ci ha restituito l’immagine del “perfetto visionario”, quello a cui tutti gli altri vorrebbero tendere: determinato, arrogante, cinico e geniale.

Solo che lui, nel biglietto da visita, non scriveva CVO, ma CEO (Chief Executive Officer, in Italia è l’equivalente di Amministratore Delegato). Anzi, si narra che non li avesse neanche, i biglietti da visita.

Del resto, l’industria cinematografica ha contribuito al “racconto mitologico” di diversi visionari realmente esistiti; a titolo di esempio, lo stesso Jobs (due film e decine di docufilm all’attivo su di lui), il mito negativo (ma sempre mito) di Jordan Belfort interpretato da Leonardo Di Caprio in “The Wolf Of Wall Street”, ed il gruppo di visionari raccontati nel celebre film “La Grande Scommessa” (The Big Short, tratto da una storia verissima), su cui primeggia il personaggio interpretato dall’attore Christian Bale, Michael Burry, autentico visionario che era solito lavorare a piedi scalzi e in bermuda.  

In Italia abbiamo avuto il compianto Sergio Marchionne, esempio di visionario “nostrano” (sebbene sia stato naturalizzato canadese), il quale ha saputo modificare profondamente la storia della FIAT – oggi FCA –  e sul quale è cresciuto, anche per via della sua prematura scomparsa, un discreto mito imprenditoriale che continua anche dopo la sua morte (su tutto, la sua leggendaria insofferenza per la cravatta).

Gli esempi descritti hanno tutti un denominatore comune: sono dei fuoriclasse della “visionarietà”, e a loro la Società ha tributato l’appellativo onorifico di “visionario”. Oggi, invece, è tutto un proliferare – soprattutto in alcuni settori come quelli legati alla creatività – di biglietti da visita con su scritto visionary officer, utilizzati dagli executive del marketing, della pubblicità o anche del design.

Non sarebbe più appropriato il caro vecchio “direttore creativo”?

Ipoteticamente, in una classificazione dei ruoli aziendali, il ruolo di “capo visionario” incarnerebbe una funzione dirigente come le altre, ma a differenza di queste verrebbe usato per formalizzare una posizione di più alto livello, persino rispetto al CEO. Una specie di “santone aziendalecui tutto è concesso: camminare a piedi scalzi, farsi una canna in pieno orario di lavoro (per amplificare il “pensiero visionario”), vestirsi in maniera informale anche durante i consigli di amministrazione, consumare pasti frugali e salutari, disprezzare (apparentemente) il denaro, vivere (apparentemente) in modo modesto, insultare occasionalmente i dipendenti che non seguono le sue visioni e mostrare una certa insofferenza per le regole dello stile dirigenziale.

In teoria, il CVO dovrebbe avere una conoscenza ampia e completa di tutte le questioni connesse con l’attività dell’organizzazione, così come la visione necessaria per guidare il suo corso verso il futuro. Dovrebbe possedere tutte competenze di base di ogni dirigente, a cui applicare le proprie idee visionarie al fine di definire le strategie aziendali e i piani di lavoro conseguenti. Un direttore strategico, insomma; un CSO (Chief Strategy Officer), cioè, ruolo già conosciuto, che nelle grandi aziende si occupa delle modifiche necessarie per adeguare il panorama aziendale alle previsioni dell’Economia, delle strutture organizzative complesse, della globalizzazione, delle nuove normative e dell’innovazione (di processo e di prodotto), portando avanti questo lavoro così complesso insieme ad un team dedicato.

In pratica, niente che già non ci fosse.

Il problema è che, se si desidera avere l’attribuzione della qualità positiva di “visionario”, non è sufficiente attribuirsela da soli in un biglietto da visita, ma deve essere il sistema in cui operi a riconoscerla, per meriti e risultati inaspettati e dirompenti. In caso contrario, si rischia di passare per un soggetto auto-referenziale – uno che si dà le arie insomma; che poi, quando i risultati non arrivano, è l’anticamera per un rapido oblio.

Qualcuno potrebbe pensare che questo mio modo di vedere la faccenda sia un po’ “arretrato” e non al passo con i tempi. Può darsi. Ma io, quando sento il termine “visionario”, continuo a pensare ad un tizio strampalato e bisognoso di cure, che vaga per strada in preda a confusione mentale, intento ad urlare anatemi complottisti contro gli infermieri che lo stanno riconducendo, con cauta gentilezza, verso un’ambulanza.