Giugno 25, 2026
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Divide et Impera atto II: la portata strategica della visita di JD Vance in Italia e India

La visita di Vance dell’aprile scorso in Italia e India non è stata un semplice viaggio diplomatico, ma una mossa studiata per riallineare gli equilibri globali.

di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

In tema di dinamiche geopoliche globali, occorre analizzare in profondità lo “strano viaggio” di Vance dell’aprile scorso, in Italia e India.  Tale visita, infatti, incarna la dottrina imperiale anglosassone del “divide et impera“, ed è quindi finalizzata a dividere blocchi rivali e rafforzare l’influenza americana in Europa e in Asia. Un pò come il gioco del poliziotto buono e di quello cattivo, rispettivamente tra Vance e Trump. Vediamo perchè questa trasferta, passata sottotraccia, è di estremo interesse.
 
Ufficialmente, l’agenda pubblica parlava di “rafforzamento dei legami tra le democrazie più grandi del mondo”, ma alcuni osservatori hanno presto letto nella missione un segnale più profondo, e cioè il tentativo da parte dell’amministrazione Trump di ripristinare una leadership americana efficace attraverso la divisione selettiva di blocchi rivali. Non a caso l’Italia, anello debole dell’UE, e l’India, potenza ambivalente ancora in bilico tra BRICS e Occidente, sono state le uniche due tappe scelte.
 
Italia tra Atlantismo e ambiguità strategica
Storicamente, l’Italia è stata terreno di confronto tra potenze esterne. È ormai assodato che, durante la Guerra Fredda, la CIA finanziò la Democrazia Cristiana contro il PCI per non fare entrare quest’ultimo nel governo già dalle elezioni del 1948; mentre, negli anni successivi, operazioni clandestine come Gladio cercavano di scongiurare l’ascesa della sinistra. Episodi chiave come l’assassinio di Aldo Moro (1978) è iscrivibile nella stessa finalità volta a scongiurare il compromesso storico, mentre lo scontro di Sigonella (1985) con gli Stati Uniti mostrano quanto il controllo dell’Italia fosse ritenuto cruciale. La caduta di Craxi e l’implosione della Prima Repubblica, Mani Pulite etc , sono letti da alcuni come esiti di una riconfigurazione post-Guerra Fredda, e dimostrano ancora una volta che in Italia non si governa senza il placet degli USA.
 
Con Giorgia Meloni, leader sovranista e pragmatica, l’Italia ha assunto un doppio ruolo: partner atlantico  ma interlocutore apparentemente allineato rispetto alle posizioni ufficiali dell’UE. La visita di Vance a Roma ha rafforzato la percezione di questa ambiguità. Nonostante Meloni rappresentasse l’Europa nei colloqui con Trump, è stata poi esclusa dalla delegazione dei “volenterosi” europei convocata da Zelensky: segnale che Bruxelles e Parigi non si fidano pienamente della posizione italiana, vista come troppo legata a Washington. L’Italia oggi è oggi corteggiata dagli USA per rompere le convergenze europee sul piano commerciale e strategico, e Roma tenta di trarre vantaggio da questo ruolo ambivalente.
 
L’India tra equilibri multipolari e sovranità economica
Il caso dell’India è ancor più emblematico. Da un lato, Delhi partecipa al Quad (con USA, Giappone e Australia), firma accordi di difesa (come il BECA con Washington) e rafforza la cooperazione su semiconduttori e cybersicurezza; dall’altro resta legata a Mosca, da cui importa armamenti (come i sistemi S-400) e greggio a basso costo. Nel 2024 la Russia è infatti diventata il primo fornitore di petrolio dell’India (circa 2 milioni di barili al giorno), e l’India ha evitato sanzioni pur mantenendo una narrativa di “neutralità attiva”. Durante la visita di Vance, sono stati raggiunti impegni cruciali: roadmap verso un accordo di libero scambio da 500 miliardi di dollari entro il 2030, collaborazione su difesa e tecnologia, sospensione temporanea dei maxi-dazi statunitensi. Ma è l’approccio bilaterale – fuori dai consessi multilaterali – a colpire: Washington tratta direttamente con Delhi aggirando il WTO o altre sedi ufficiali, mostrando quanto l’India sia considerata una pedina centrale nel contenimento dell’asse alternativo Cina e Russia.
 
La crisi nel Kashmir: prima conseguenza strategica
A pochi giorni dalla visita di Vance, è esplosa una nuova crisi nel Kashmir tra India e Pakistan. Sebbene legata a tensioni storiche, il tempismo lascia spazio a letture strategiche. La Cina, partner del Pakistan, ha difeso Islamabad con mezzi militari e diplomatici: i jet J-10 forniti da Pechino sono stati utilizzati in azioni belliche a difesa del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) che attraversa i territori contesi, irritando Delhi (che con i suoi Raphael Francesi,

caccia ancora di 4 generazioni acquistati ad un prezzo altissimo, ha forse capito di non essere proprio pronta ad un confronto armato…). Gli USA, invece, hanno mantenuto un profilo basso, pur ribadendo in dichiarazioni pubbliche l’importanza della de-escalation. La loro attenzione è chiaramente rivolta a consolidare l’intesa con Modi e a spingere l’India verso il fronte anti-cinese. In questo contesto, il conflitto regionale può diventare un banco di prova per la fedeltà indiana e per il nuovo assetto globale. Non a caso Modi ha avuto altri impegni per non partecipare alla parata per la vittoria svoltasi a Mosca.
 
L’eco di una strategia imperiale
Il viaggio di Vance non ha quindi prodotto solo accordi economici e dichiarazioni congiunte: ha riattivato dinamiche di pressione selettiva e bilanciamento che riecheggiano modelli storici di gestione geopolitica . L’Italia, da ponte fragile tra UE e USA, e l’India, da mediatore tra blocchi rivali, rappresentano per Washington strumenti fondamentali per contenere il rafforzamento dell’asse sino-russo e dell’Europa unita. Le crisi emerse subito dopo – come il conflitto indo-pakistano – sono la cartina al tornasole delle tensioni che questa politica inevitabilmente genera. Ma per gli Stati Uniti sono i passi fondamentali per continuare a plasmare il disordine globale secondo i propri interessi.

Il ritorno di Trump e il duello USA-Cina. L’Europa al bivio, in attesa di sapere cosa fare con la Russia

Il probabile isolazionismo americano potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa, qualora il vecchio continente fosse capace di affrancarsi dagli USA e agire in modo veramente unitario.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la sua politica di “America First” si prepara a ridisegnare le dinamiche globali. Al centro di questa strategia, la riaffermazione della supremazia americana in tecnologia, economia e difesa, perseguita attraverso una squadra di collaboratori strettamente legati al Presidente. Il confronto con la Cina, identificata come il principale rivale, diventa il fulcro di una nuova era geopolitica dominata dal cosiddetto “G2“, lasciando l’Europa, terzo attore di primo piano nello scacchiere economico globale, in una posizione di fragilità e incertezza.

Trump ha già dimostrato, nei suoi mandati precedenti, di voler affrontare la Cina come principale rivale globale. Con figure come Marco Rubio al Dipartimento di Stato e Mike Waltz come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il nuovo esecutivo americano appare orientato verso un confronto serrato con Pechino. L’invito simbolico rivolto al presidente cinese Xi Jinping per l’insediamento di Trump, pur sapendo che sarebbe stato rifiutato, è un gesto che mostra l’intenzione di mantenere un filo di dialogo con il rivale, ma alle condizioni dettate da Washington.

Questa tensione costante tra le due potenze, molto probabilmente, porterà ad una escalation del confronto geopolitico, con implicazioni non solo economiche ma anche strategiche per il resto del mondo. Il “G2” rappresenta infatti un sistema bipolare che tende a escludere gli altri attori internazionali, relegandoli a ruoli marginali. L’Europa, in questo contesto, si trova quindi davanti a un bivio. Da una parte, il protezionismo di Trump, con il probabile ulteriore inasprimento dei dazi sulle esportazioni europee, rischia di colpire duramente un’economia già provata. L’obiettivo dichiarato di Trump – come recentemente affermato da autorevoli esperti dell’Economia – è ridurre il surplus commerciale europeo con gli Stati Uniti, minacciando settori chiave per il vecchio continente. D’altronde gli USA hanno un debito pubblico ormai fuori controllo (oltre 36 trilioni di dollari…) e, per non affogare, devono in qualche modo reagire.

Visto da un’altra ottica, il probabile isolazionismo americano potrebbe anche essere un opportunità, poiché potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa qualora fosse capace di agire in modo veramente unitario e con una visione continentale globale, senza distinguere tra paesi del Nord e paesi del Sud. Una politica comune sulle questioni economiche e strategiche, infatti, consentirebbe all’UE di aumentare la propria incidenza a livello globale, rafforzando la sua autonomia geopolitica. Tuttavia, le divisioni interne e le contraddizioni nei rapporti con la Cina – oscillanti tra partnership, competizione e rivalità sistemica – rappresentano un ostacolo significativo. Come spesso sottolineato dai leader cinesi, l’Europa appare come un “semaforo con tutte le luci accese”, incapace di elaborare una strategia chiara.

Un altro scenario non da escludere – e piuttosto preoccupante – è quello di un accordo globale tra Stati Uniti e Cina. In questo caso, l’Europa, priva di coesione interna, rischia di essere schiacciata tra le due superpotenze. La possibilità di una convergenza su questioni economiche e strategiche tra Washington e Pechino, infatti, escluderebbe ulteriormente il vecchio continente dalle grandi decisioni globali, relegandolo a un ruolo di spettatore passivo. Occorre quindi una scelta strategica per il futuro, poiché l’eventualità più destabilizzante per l’ipotesi di un accordo USA-Cina vedrebbe l’Europa includere la Russia – come sarebbe naturale per ragioni storiche, culturali e geografiche – nel novero dei partner economici più stretti. Un simile (e solo per ora) fantasioso scenario rappresenterebbe un vero incubo strategico per Washington e Pechino, entrambe poco propense a confrontarsi con un blocco euroasiatico unito. Ma in questa eventualità è probabile che le due superpotenze facciano – o stanno gia facendo? – di tutto perché ciò non accada.

L’alternativa a tutti questi scenari sono i BRICS più forti di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo; questo scenario costringerebbe l’occidente a smettere di farsi i dispetti. In ogni caso, resta cruciale per l’Europa non solo ritrovare coesione interna, ma cessare di essere supina agli interessi USA, cominciando a ripensare fin da adesso a quale potrebbe essere il proprio rapporto con la Russia subito dopo il possibile cessate il fuoco assicurato da Trump ma in apparenza ancora lontano. La Russia, infatti, possiede le materie prime fossili (Gas soprattutto, ma non solo) che servono all’Europa come l’aria, e che oggi vengono acquistate dagli USA a prezzi quasi doppi rispetto a quelli che gli europei pagavano prima del conflitto russo-ucraino.