Maggio 25, 2026
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L’emozione domina il portafoglio: il 28% degli italiani non investe per timore di perdere denaro

Studio XTB-YouGov: il 75% degli italiani non ha investito nell’ultimo anno; pesano paura di perdere soldi, scarsa alfabetizzazione finanziaria e mancanza di capitale iniziale.

Secondo il recente studio di XTB – fintech internazionale che offre servizi di investimento online – e YouGov[1], per indagare atteggiamenti e barriere degli italiani nei confronti dei mercati finanziari. L’indagine mette in luce un quadro in cui emozioni, percezioni di rischio e vincoli economici continuano a frenare l’accesso agli strumenti di investimento, nonostante il contesto di crescente digitalizzazione dei servizi finanziari.

Dallo studio emerge che il 75% degli italiani non ha effettuato alcun investimento nei mercati finanziari nell’ultimo anno, confermando un “ritardo culturale” rispetto all’investimento come scelta di gestione del risparmio. Tra i non investitori, le motivazioni principali rimandano a ostacoli di natura concreta: il 41% indica, infatti, di non avere un capitale iniziale sufficiente per iniziare a investire. Accanto alla dimensione economica, si colloca un elemento psicologico, con il 28% degli intervistati che dichiara di avere paura di perdere i propri soldi.

La percezione che l’investimento sia “un affare per chi ha già molto” è confermata dal fatto che molti italiani leghino la possibilità di investire a un improvviso incremento delle risorse disponibili: il 24% ritiene che inizierebbe a farlo solo in caso di vincita importante, come una lotteria o un’eredità, mentre il 16% lo farebbe solo in presenza di un aumento di stipendio o di un reddito extra. In pratica, gli italiani ritengono la loro attuale condizione economica come minima e non intendono rischiare di comprometterla.

Nel rapporto con gli investimenti pesa anche un deficit di fiducia verso gli attori del sistema. Tra le ragioni indicate dai non investitori compaiono, infatti, la mancanza di fiducia nei broker e nelle istituzioni finanziarie (15%), la convinzione che investire sia solo un gioco d’azzardo (12%) e la preferenza per soluzioni considerate più tradizionali, come il mantenimento dei risparmi in conti di risparmio o in immobili (20%) o, in misura minore, “sotto il materasso” (5%). La ricerca evidenzia, inoltre, una quota significativa di cittadini che potrebbero essere potenzialmente attivabili tramite leve informative e di contesto.

Tra i non investitori, il 10% indica che inizierebbe a investire se avesse informazioni più chiare e trasparenti, mentre il 9% si dichiara persuadibile da consigli affidabili provenienti da una persona di fiducia, a conferma del ruolo chiave della chiarezza informativa e della consulenza di qualità. Di particolare rilievo è, tuttavia, la presenza di un gruppo di “irriducibili”: il 26% dei non investitori afferma che nulla potrebbe convincerli a investire. Questo dato testimonia una sfiducia profonda, o una totale disaffezione verso i mercati finanziari, che rende ancora più urgente un lavoro di lungo periodo su educazione finanziaria, comprensione del rischio e consapevolezza degli strumenti disponibili.

Secondo lo studio, dunque, molti italiani si tengono lontani dagli investimenti non per disinteresse, ma perché si sentono impreparati, vulnerabili o semplicemente insicuri davanti a scelte che percepiscono come rischiose e che manifestano il timore di andare incontro alla perdita del proprio denaro. A questo si affianca una certa sfiducia negli esperti del settore come i broker, che ad oggi non riescono ancora a rappresentare agli occhi degli italiani una fonte affidabile di informazione su questo tema.

[1] Ricerca condotta da YouGov, per conto di XTB. La dimensione totale del campione intervistato per questo sondaggio è di 1036 adulti. Le interviste sono state condotte online dal 9 al 10 ottobre 2025.

Trump vs Harris: il mondo attende mentre l’economia Usa segue il suo sentiero

Economia USA: i singoli numeri non sono allarmanti, ma persiste preoccupazione dal punto di vista macroeconomico. Nel frattempo la Bce taglia di nuovo i tassi.

di David Pascucci, analista dei mercati di XTB

A pochi giorni dal primo dibattito pubblico tra Kamala Harris e Donald Trump, durante il quale i due candidati alla presidenza degli Usa hanno tenuto un confronto di circa 1 ora e 45 minuti, si sono affrontati vari temi, soprattutto quelli relativi a geopolitica ed economia.  In sintesi, si parte subito con il dibattito economico, tema molto caro agli americani, con la Harris che promette sgravi fiscali per le piccole imprese mentre Trump ribatte parlando della attuale situazione definita come “disastrosa” per via dell’inflazione. Harris afferma di avere un piano per la classe media e in generale per la “working class” parlando di “economia delle opportunità” mentre Trump ribatte a questa affermazione accusando l’attuale governo di essere stato “disastroso” per tutte le classi.

La Harris accusa Trump di aver lasciato l’economia Usa con la disoccupazione più alta dalla grande depressione del 1929, Trump ribatte dicendo che ha creato una delle economie più forti anche grazie ai dazi nei confronti della Cina. Sul tema geopolitico Trump afferma che con lui alla presidenza finirà la guerra tra Russia e Ucraina, nel mentre la Harris afferma che con lui alla presidenza avremmo avuto Putin a Kiev con gli occhi puntati verso l’Europa. Un dibattito alquanto inconsistente dal punto di vista dell’economia, con pochi punti chiari da ambo le parti e senza alcun punto forte e presa di posizione nei confronti dell’attuale situazione economica.

La situazione economica degli Usa, per quanto i numeri presi singolarmente non siano eccessivamente allarmanti, risulta preoccupante da un punto di vista macroeconomico. La disoccupazione non é alta, si trova poco sopra il 4%, ma di fatto la tendenza al rialzo sembra essere segnata e quando vediamo una disoccupazione al rialzo con questi ritmi, non abbiamo visto di certo un’espansione economica, anzi, abbiamo sempre assistito ad un rallentamento. Il rallentamento del mercato del lavoro viene confermato dal ribasso dell’inflazione, spinto solitamente da un calo della domanda, mentre da un punto di vista della gestione delle politiche monetarie, la Fed dovrà attuare un ciclo di taglio dei tassi qualora dovesse peggiorare il mercato del lavoro, evento che è già sotto gli occhi di tutti.  

Al momento, vedendo le correlazioni macroeconomiche principali, il prossimo presidente avrà a che fare una situazione alquanto delicata che ricorda le stesse condizioni viste tra il 2000 e il 2003 e tra il 2007 e il 2009, ossia tassi alti, inflazione al di sopra del target e disoccupazione sui minimi in via di peggioramento, condizioni che hanno portato ad un epilogo tutt’altro che roseo sui mercati azionari. Il futuro esito delle elezioni non potrà quindi fermare quelle che sono le leggi macroeconomiche, forze inarrestabili nel momento in cui iniziano a intraprendere una direzione ben precisa. Ricordiamo che le decisioni in merito alle politiche monetarie, o a politiche fiscali, hanno un impatto sull’economia solamente dopo che il quadro macro si é assestato sulle sue regole fondamentali.  

Il mercato del lavoro è al momento al centro dell’attenzione degli operatori di mercato, un mercato del lavoro che è precario a livello globale, questo per via del forte aumento dei tassi di interesse su scala globale, condizione essenziale per una diminuzione di quell’inflazione che è andata sui massimi storici circa 2 anni fa. Il rallentamento attuale sembra essere inevitabile, il mercato del lavoro sarà il primo vero compito da svolgere per il nuovo presidente degli Usa, un compito non facile considerando la grandezza imponente di questa variabile economica fondamentale.

Nel frattempo, la Bce ha portato i tassi di interesse dal 4,25% al 4%, un taglio già ampiamente previsto dagli operatori che di certo non rimangono sorpresi da questa decisione piú che doverosa. Con un’inflazione al 2,2%, quindi vicina al target, questo dovrebbe essere uno dei tanti tagli che vedremo nel corso dei prossimi mesi. L’entitá dei prossimi tagli sará strettamente dipendente dall’andamento dell’inflazione, giá al 2,2% e dall’andamento del tasso di disoccupazione che potrebbe essere determinante cosí come lo é per l’economia Usa. Qualora l’economia dovesse rallentare in modo vistoso, come stiamo vedendo in Germania, il ritmo dei tagli potrebbe diventare ancor piú aggressivo.

Gas naturale: prezzi stabili nonostante gli eventi di geopolitica

Che impatto hanno i conflitti in Israele, gli attacchi dei ribelli Houthi e la guerra tra Russia e Ucraina sul mercato del gas in Europa e negli Stati Uniti?

di Walid Koudmani, chief market analyst di XTB

Gli eventi geopolitici in tutto il mondo, tra le altre mille preoccupazioni, stanno suscitando preoccupazioni per i prezzi del gas e ricordano il 2022, quando l’Europa non poteva più fare l’abituale affidamento sulle forniture di gas russo. Eppure, oggi l’Europa dispone di un’offerta di gas fortemente diversificata. Il conflitto tra Israele e Hamas, infatti, ha avuto un impatto minimo sugli effettivi flussi di gas a livello mondiale, ed ha invece favorito un ambiente favorevole ai militanti Houthi, che prendono di mira le navi mercantili che attraversano il Mar Rosso fino al Canale di Suez. Com’è noto, l’escalation degli attacchi ha spinto molti vettori a reindirizzare le forniture, dirottando gran parte del petrolio e del gas intorno all’Africa, aumentando significativamente i tempi e i costi di consegna. Vale la pena notare che prima del conflitto, circa l’8% di tutto il commercio di GNL utilizzava la rotta che attraversava la regione.

Per quanto riguarda il mercato statunitense, mentre il recente freddo record ha messo sotto pressione la domanda, la produzione interna di gas del paese è rimasta resiliente, contribuendo a mitigare gli aumenti di prezzo. Inoltre, le esportazioni di GNL degli Stati Uniti sono aumentate, contribuendo all’offerta globale di gas, e gli Stati Uniti attualmente forniscono circa il 50% del GNL all’Europa, e si prevede che questa quota aumenterà nella seconda metà del 2024 con l’entrata in funzione della nuova capacità di esportazione. Inoltre, l’Europa può fare affidamento sulle forniture di gas tramite gasdotti provenienti da Norvegia, Algeria e Azerbaigian, mentre il ruolo della Russia è diminuito.

Nonostante il gas GNL destinato a raggiungere l’Europa attraverso il Canale di Suez venga dirottato con costi maggiori e con tempi di consegna più lunghi, l’Europa dispone di riserve di gas sufficienti per soddisfare il fabbisogno attuale e quello del prossimo inverno. I più, l’autunno mite e l’inizio dell’inverno in Europa hanno reso evidenti gli effetti del cambiamento climatico, viste le temperature moderate fino a tutto Dicembre 2023. Tuttavia, l’Europa ha adottato misure per diversificare le proprie forniture di gas e ha iniziato ad accumulare riserve. Attualmente, gli impianti di stoccaggio in Europa sono pieni al 72%, rispetto a una media quinquennale del 62%, e si prevede che i livelli di stoccaggio supereranno il 50% alla fine del periodo invernale più freddo, garantendo una copertura parziale già per il prossimo inverno.

Questo scenario si riflette nella curva dei prezzi forward del mercato del gas. Si prevede che il prezzo del gas TTF per la consegna ai porti olandesi rimarrà relativamente stabile fino all’inizio dell’autunno 2024, con prezzi leggermente più alti per il periodo invernale del prossimo anno. Sebbene i prezzi del gas rimangano leggermente elevati rispetto ai livelli pre-pandemia, non vi sono indicazioni che torneranno ai livelli esorbitanti di 100, 200 o addirittura 300 euro per MWh osservati durante il culmine della pandemia, la guerra in Ucraina e la crescita del tasso d’inflazione.

Naturalmente, nel caso di un inverno rigido e prolungato o di una riduzione delle importazioni di gas dagli Stati Uniti, i prezzi del gas potrebbero aumentare in Europa, ma le proiezioni del mercato globale del gas suggeriscono che il mercato rimarrà complessivamente equilibrato. Anche negli Stati Uniti, infatti, il surplus di offerta del mercato del gas è attualmente significativo, con le scorte di gas superiori di circa il 10% rispetto alla media quinquennale e del 13% in più rispetto a un anno fa. Si prevede che le scorte raggiungeranno il 20-25% al di sopra della media storica entro la fine della stagione di riscaldamento, creando potenzialmente il più grande surplus di offerta della storia.

Nonostante questo surplus, i prezzi spot del gas negli Stati Uniti possono variare in modo significativo a seconda dei modelli stagionali della domanda. I periodi di congelamento possono far salire i prezzi spot di diverse centinaia di punti percentuali nelle regioni chiave del riscaldamento, anche se i prezzi futures rimangono relativamente stabili. Si prevede che l’attuale sovrapproduzione rispetto alla domanda manterrà bassi i prezzi complessivi del gas negli Stati Uniti. Ridurre la produzione non è conveniente, poiché riavviarla può essere costoso. Pertanto, è più economico estrarre e immagazzinare il gas per potenziali future interruzioni della fornitura, il che porta a spingere i prezzi attuali ancora più in basso. Nel complesso, quindi, anche se le tensioni geopolitiche potrebbero rappresentare delle sfide, il mercato globale del gas sembra essere resiliente e ben fornito. Gli Stati Uniti, con le loro vaste riserve di gas e la crescente capacità di esportazione, sono ben posizionati per svolgere un ruolo stabilizzatore nel mercato, anche se la domanda globale aumenta.

Quale sarà il futuro dei prezzi in Europa e negli Stati Uniti? Mentre il panorama geopolitico continua ad evolversi, si prevede che la tendenza generale dei prezzi del gas in Europa e negli Stati Uniti rimarrà al ribasso. È probabile che la disparità tra i prezzi del gas negli Stati Uniti e in Europa si riduca leggermente man mano che la nuova capacità di esportazione negli Stati Uniti entrerà in funzione, aumentando l’offerta verso l’Europa e l’Asia. Attualmente, i prezzi del gas naturale in Europa si aggirano al di sotto dei 30 €/MWh, e si prevede che rimarranno stabili fino all’inizio dell’autunno. Mentre il mercato prevede un leggero aumento per il periodo invernale intorno ai 35 €/MWh, l’afflusso di gas dagli Stati Uniti nella seconda metà dell’anno potrebbe spingere i prezzi ancora più in basso, potenzialmente sotto i 20 €/MWh. Tuttavia, il protrarsi delle tensioni geopolitiche potrebbe interrompere questa traiettoria.

Prospettive di mercato 2024. La fase di rallentamento è già alle nostre spalle

Ci troviamo subito dopo il periodo di stretta più severa degli ultimi quarant’anni, ed è importante evitare altri errori. I movimenti dei tassi da soli non guidano i mercati azionari.

di Walid Koudmani, chief market analysts di XTB

La situazione economica negli ultimi anni è stata molto instabile. Un ciclo economico già maturo è stato interrotto dalla pandemia di COVID e da tutto ciò che ne è seguito: massicci stimoli, inflazione e conseguenti aumenti dei tassi di interesse. Comprensibilmente si temeva che questa stretta monetaria potesse portare alla recessione e tali timori hanno avuto un impatto significativo sui mercati. Tuttavia, finora il rallentamento economico è stato limitato e alcuni indicatori suggeriscono che la fase di rallentamento è già alle nostre spalle.

Ciò è vero per gli indicatori dell’attività economica, ma soprattutto la domanda dei consumatori si è dimostrata resiliente. Le vendite reali negli ultimi due anni sono state più o meno stabili, ma questo valore è ancora al di sopra della tendenza a lungo termine poiché i numeri del 2021 sono stati gonfiati da forti stimoli. Anche se i dati sulla fiducia dei consumatori rimangono modesti e si ritiene che i risparmi aggiuntivi derivanti dal periodo di stimolo siano ormai esauriti, dobbiamo ancora vedere un riflesso di ciò nei dati concreti. Ci troviamo attualmente subito dopo il periodo di stretta più severa degli ultimi quarant’anni. Pertanto, è importante prestare attenzione per evitare eventuali errori. Fino a ora, l’economia degli Stati Uniti ha dimostrato una notevole resistenza. Se la Federal Reserve riuscirà a ridurre significativamente i tassi l’anno prossimo, potrebbe rappresentare un fattore cruciale nel salvare il paese da un rallentamento più grave.

Riuscirà l’Europa a sfuggire alla recessione? Mentre gli Stati Uniti sorprendono al rialzo, l’Europa è deludente. Le attività economiche come i PMI mostrano che la situazione in Europa è già la più difficile tra le principali regioni economiche. Abbiamo assistito a un calo particolarmente profondo nel settore manifatturiero, come risultato dei seguenti fattori: accumulo di scorte post-COVID, prezzi dell’energia molto più alti, deglobalizzazione progressiva, politiche climatiche ambiziose dell’UE. Mentre a livello globale le aziende manifatturiere sembrano ridurre lentamente le scorte, in Europa il peso di altri fattori potrebbe essere eccessivo. Si sperava che i consumatori potessero risollevare l’economia attraverso il settore dei servizi, ma sembra che si stia verificando il contrario. Bisogna ricordare che l’attuale tasso di deposito della BCE è del 4%, mentre è stato negativo negli ultimi anni e vicino allo zero per più di un decennio. Di conseguenza, è difficile essere positivi sulla domanda dei consumatori nel 2024. Mentre l’economia statunitense sembra reggere, l’Europa potrebbe essere pronta per una sorta di recessione, la cui gravità sarà decisa dal contesto globale.

L’inflazione è alle spalle? Il 2021 è stato segnato dall’allarme per l’inflazione, che ha scatenato la più significativa politica di restrizione monetaria nel mondo occidentale degli ultimi decenni, generando contemporaneamente preoccupazioni riguardo a una possibile recessione. Abbiamo già detto che gli Stati Uniti sono sopravvissuti e potrebbero sfuggire alla recessione, mentre l’Europa è molto più debole. Tuttavia, l’esatta entità del rallentamento economico che stiamo attraversando dipenderà dalla durata delle politiche restrittive mantenute dalle principali banche centrali e dall’inflazione.

La buona notizia è che l’inflazione è destinata a diminuire sia negli Stati Uniti che in Europa il prossimo anno, a meno che non si verifichi qualche tipo di shock esterno. Negli Stati Uniti, il principale fattore di riduzione dell’inflazione sarà l’alloggio. I prezzi degli immobili e gli affitti sono ai massimi storici dopo un forte aumento. Tuttavia, ora crescono a malapena e l’inflazione dei beni rifugio CPI reagisce ai prezzi degli immobili con un ritardo significativo (più di un anno). Pertanto, l’anno prossimo abbiamo quasi la garanzia di un’inflazione più bassa per gli alloggi e per una riaccelerazione dell’inflazione complessiva avremmo bisogno di altre fonti. Tuttavia, con i prezzi contenuti dei carburanti e l’inflazione relativamente contenuta dei servizi, ciò non è al momento probabile. In Europa, la debolezza della domanda dei consumatori e l’affievolirsi degli effetti della crisi energetica (i prezzi dell’energia sono più alti rispetto a prima dello shock, ma si sono notevolmente ridimensionati rispetto ai massimi) dovrebbero raffreddare anche l’inflazione IPC. La cattiva notizia è che una parte dell’inflazione potrebbe essere strutturale (cioè di lungo periodo). Ciò deriva dalla deglobalizzazione e dai cambiamenti nei mercati del lavoro, dove l’invecchiamento della società e i cambiamenti post-COVID potrebbero esercitare una pressione maggiore sulla crescita dei salari. Questi fattori non supereranno le tendenze a breve termine indicate sopra, ma potrebbero significare che un ritorno a tassi d’interesse super bassi potrebbe non essere possibile (se non in situazioni di crisi).

Viviamo in un mondo in cui le tensioni geopolitiche sono diventate una parte del quadro a cui un investitore deve prestare attenzione. Nel 2022 c’è stata l’aggressione all’Ucraina, nel 2023 la crisi in Medio Oriente, ma queste sembrano essere solo dei proxy della più grande lotta per il dominio globale tra Stati Uniti e Cina. Sembra che entrambi i Paesi siano in rotta di collisione, a prescindere da ciò che dicono i leader: gli Stati Uniti cercano di contenere la Cina e di impedirle di sviluppare tecnologie di alto livello, soprattutto quelle che potrebbero essere utilizzate in ambito militare. La Cina, al contrario, cerca di mantenere il libero scambio finché ne trae profitto per costruire la propria posizione. È chiaro che gli interessi sono in conflitto e, sebbene sia improbabile che l’anno prossimo si verifichi una svolta estrema (come l’invasione di Taiwan), siamo destinati ad assistere a maggiori attriti sulla scena geopolitica.

Le incertezze sulla Cina non si limitano alla geopolitica. La situazione economica è molto peggiore del previsto. Quando Pechino ha improvvisamente ritirato le restrizioni anti-COVID alla fine del 2022, le aspettative erano davvero alte. Ma dopo una ripresa di breve durata, l’economia è rimasta stagnante e non è stata in grado di riprendere slancio nonostante i tagli dei tassi di interesse e gli sforzi di stimolo (anche se di portata limitata). Potrebbe darsi che la Cina stia pagando il prezzo per aver stimolato per decenni l’economia attraverso il mercato residenziale e ora che questa fonte di crescita è scomparsa, un rallentamento potrebbe essere inevitabile.

Nel 2023 gli indici di Wall Street hanno recuperato gran parte delle perdite registrate l’anno precedente. I guadagni sono arrivati nonostante l’aumento dei tassi da parte della Fed al livello più alto dal marzo 2001. Anche se la banca centrale statunitense non vuole ancora ammetterlo, il ciclo di rialzi dei tassi sembra essere finito e il mercato è sempre più concentrato su potenziali tagli dei tassi di interesse. La domanda sembra non essere se la Fed taglierà i tassi nel 2024, ma quando lo farà. L’opinione generale è che i tagli dei tassi sono positivi per i mercati azionari e per l’economia, mentre gli aumenti dei tassi sono negativi. Tuttavia, l’analisi dei tre precedenti cicli di cali dei tassi della Fed ci porta a una conclusione interessante: i movimenti dei tassi da soli non guidano i mercati azionari e devono essere inseriti in un contesto più ampio. I tagli apportati nel 2001 e nel 2007 sono stati una risposta alla crisi, mentre un taglio dei tassi effettuato nel 2019 è stato una risposta alla debolezza dell’inflazione. Pertanto, saranno più i fattori macroeconomici che alla fine influenzeranno il percorso degli utili.

Il Regno Unito può salvarsi dalla recessione?

Subito dopo il Capodanno, l’attenzione nella City di Londra si sta spostando verso le prospettive per il 2024. Ripresa economica più rapida rispetto ai paesi UE, su gli affitti medi e in calo i prezzi delle case.

di Walid Koudmani, Chief Market Analyst XTB

Le domande sul ritmo dei tagli dei tassi di interesse, sulla possibilità che il Regno Unito eviti una recessione, sui tempi delle elezioni generali, e sul potenziale vincitore sono sempre più al centro dell’attenzione. PwC identifica diverse ragioni di ottimismo – tra cui un miglioramento delle condizioni delle famiglie – dal momento che il salario minimo dovrebbe aumentare di quasi il 10% in primavera. Le previsioni suggeriscono un calo dell’inflazione più rapido del previsto, vicino all’obiettivo del 2%, contribuendo a un cambiamento positivo nella fiducia dei consumatori.

Nonostante una crescita modesta, si prevede che il Regno Unito mostrerà una ripresa più rapida rispetto al periodo pre-pandemia in confronto a Germania, Francia o Giappone. Il Regno Unito sarà la quarta economia del G7 con le migliori prestazioni rispetto ai livelli pre-pandemia, con un PIL reale previsto in media più alto di circa il 2,7% nel 2024 rispetto ai livelli del 2019. Tuttavia, le sfide persistono: i prezzi al consumo, nonostante un prevedibile calo dell’inflazione, rimarranno circa un quarto più alti rispetto all’inizio del 2021. Gli affitti medi di Londra continueranno a salire, raggiungendo oltre £ 2.000 al mese entro la fine del 2024, circa tre volte superiore alla media del Nord-Est, e anche il resto del Regno Unito assisterà a un continuo trend rialzista degli affitti, con un aumento medio di oltre il 5% nel 2024. Inoltre, si prevede un notevole aumento delle insolvenze aziendali, con circa 30.000 aziende che dovranno affrontare sfide dovute agli alti tassi di interesse e all’aumento dei costi e che probabilmente saranno avvertite maggiormente dalle imprese più piccole, in particolare in settori come hotel e ristorazione, produzione, trasporto e magazzinaggio.

Tutto ciò potrebbe causare problemi significativi, se dovesse portare ad un aumento della disoccupazione proprio mentre la Banca d’Inghilterra sta iniziando a modificare la propria politica. A preoccupare è anche il settore immobiliare. Infatti, mentre entro la fine del 2024 è previsto un potenziale calo dei tassi di interesse al 4%, le spese dei mutui rimangono considerevolmente elevate rispetto agli ultimi anni, a seguito della decisione della Banca d’Inghilterra di aumentare i tassi di interesse al 5,25% nel tentativo di combattere l’inflazione persistente. Mentre i prezzi delle case nel Regno Unito hanno mostrato una crescita per il terzo mese consecutivo a dicembre, attribuita alla scarsità di immobili disponibili sul mercato, i proprietari di case sono alle prese con un aumento di 19 miliardi di sterline dei costi dei mutui a causa della scadenza di numerosi accordi a tasso fisso, costringendo i mutuatari a rinegoziare i loro mutui immobiliari durante la serie di aumenti dei tassi di interesse più notevoli degli ultimi decenni.

Con i tassi che mostrano segnali di allentamento, esiste il potenziale per un miglioramento della fiducia degli acquirenti nei prossimi mesi. Tuttavia, la crescita osservata è probabilmente spinta da un’offerta immobiliare limitata piuttosto che da una forte domanda da parte degli acquirenti. Quest’anno potremmo assistere ad un calo dei prezzi compreso tra il 2% e il 4%, poiché molti continuano a fare i conti con i costi ipotecari considerevolmente elevati derivanti dagli aumenti dei tassi della Banca d’Inghilterra. La domanda chiave sembra essere quando la banca centrale avvierà i tagli dei tassi, con i mercati finanziari che ipotizzano che la prima riduzione potrebbe avvenire entro maggio, mentre si prevede che il ritmo della riduzione dei tassi durante tutto l’anno sarà graduale, influenzato dall’andamento dei prezzi al dettaglio, che non stanno aumentando al ritmo rapido osservato in precedenza.

È chiaro che la situazione rimane piuttosto volatile e le aspettative sono contrastanti, ma con eventuali sviluppi importanti potremmo vedere un effetto diffuso non solo sul mercato immobiliare, ma sull’economia nel suo complesso.