Maggio 28, 2026

La guerra dei dazi porta mercati volatili e investitori più selettivi. Oro: bussola del nuovo ordine monetario

Un commento dedicato all’impatto sui mercati della nuova guerra dei dazi e al ruolo sempre più importante dell’Oro, che da asset rifugio è diventato protagonista assoluto del cambiamento del sistema monetario.

di Diego Franzin, Head of Portfolio Strategies di Plenisfer SGR

Il ritorno della guerra commerciale, innescato dall’annuncio dell’amministrazione Trump di nuovi dazi del 10% contro i Paesi dell’Eurozona contrari al piano “Groenlandia“, conferma come le leve economiche siano ormai parte integrante del confronto politico internazionale. Ed è una mossa che riapre fronti di tensione in una fase in cui la crescita globale mostra già segnali di rallentamento.

Le nuove barriere tariffarie aumentano l’incertezza sul ciclo economico e rafforzano le pressioni al ribasso sui rendimenti a breve termine.  Nel breve periodo, lo scenario centrale resta quello di tassi stabili o in calo, mentre ipotesi di rialzi tornerebbero in gioco solo come risposta ad un rischio più estremo: un ritorno inatteso dell’inflazione. Eventuali tagli, invece, dipenderanno dall’evoluzione dell’attività economica e da quella del mercato del lavoro, fattori di crescita oggi certamente più esposti agli effetti indiretti delle tensioni commerciali.

Sui mercati azionari potrebbe riaffiorare un premio al rischio geoeconomico e le aspettative di crescita vengono riviste con maggiore cautela. Il punto critico è che gli investitori arrivano a questa fase con un posizionamento lungo sugli asset rischiosi, dopo mesi di performance sostenute. Questo rende i mercati più vulnerabili a improvvisi riprezzamenti, soprattutto quando shock politici si traducono rapidamente in decisioni economiche.

In parallelo, emergono segnali più strutturali sul fronte delle materie prime. Dopo anni di disinvestimento, le allocazioni globali sulle commodities restano su livelli storicamente bassi, mentre il controllo delle risorse strategiche — sempre più concentrato in poche aree del mondo — diventa una questione di sovranità economica. Non a caso, negli Stati Uniti le esportazioni di oro non monetario hanno raggiunto livelli record, segnalando un crescente interesse per gli asset reali come copertura contro rischio geopolitico, incertezza commerciale e potenziale debolezza delle valute.

Se nel breve l’azionario potrebbe ancora mostrare una certa tenuta, lo scenario di fondo suggerisce prudenza. Parte delle tensioni appare già incorporata nei prezzi, ma l’aumento della volatilità difficilmente sarà temporaneo e potrebbe accompagnare l’avvio del nuovo anno, segnando il passaggio da un contesto di fiducia diffusa a uno di maggiore selettività. Nel frattempo, l’oro ha prima superato di slancio i 5.000 dollari l’oncia e subito dopo, a seguito della nomina di Walsh alla Federal Reserve, ha ritracciato bruscamente (seguita dall’Argento) del 12 % in un solo giorno di quotazione; in ogni caso, con il traguardo dei 5.000 dollari l’oncia l’oro ha smesso di essere un semplice bene rifugio per diventare l’indicatore di un cambiamento profondo nel sistema monetario e geoeconomico globale. Non reagisce al presente, ma anticipa il futuro.

Il quadro macroeconomico è noto, ma ciò che sta cambiando è la lettura che il mercato ne offre. L’accumulo di debito pubblico e la gestione sempre più complessa della normalizzazione monetaria stanno ridefinendo le aspettative di lungo periodo. L’oro intercetta questo cambiamento prima che diventi manifesto altrove. È in questo contesto che va interpretata l’azione delle banche centrali: l’accumulo di oro non risponde all’urgenza del momento, ma alla necessità strategica di ridurre l’esposizione a valute sempre più soggette a pressioni politiche e strumentalizzazione geopolitica. L’oro, a differenza delle riserve finanziarie tradizionali, non può essere congelato, né diluito, né condizionato da decisioni discrezionali.

Il 2025 ha segnato un ulteriore passaggio: anche gli investitori finanziari hanno iniziato a trattare l’oro non più come copertura tattica, ma come componente strutturale di portafoglio, in un contesto in cui manca un riferimento credibile privo di rischio in termini reali. L’oro sta diventando il punto di convergenza di timori diversi — geopolitici, monetari, istituzionali — fino a essere percepito come soluzione universale. Non perché lo sia davvero, ma perché il sistema fatica a offrire un’alternativa altrettanto solida. In questo senso, il rialzo dell’oro degli ultimi due anni non prezza il caos, ma la normalizzazione dell’instabilità: un mondo caratterizzato da maggiore indebitamento, minore coordinamento internazionale e crescente interferenza politica nelle decisioni monetarie. L’oro non sale perché il sistema sta per rompersi, ma perché sta cambiando natura.

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