Aprile 21, 2026
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Atterraggio morbido dell’economia, ma non recessione. Portafogli selettivi su banche e small mid cap

Lo scenario di base è quello di un soft landing, nonostante i segnali di rallentamento e con le banche centrali che hanno ampio spazio per tagliare i tassi da qui a tutto il 2025.

di Andrea Scauri, gestore azionario Italia presso Lemanik

Lo scenario di base prevede una crescita economica modesta che non sfoci in una recessione, con un miglioramento in Europa e un rallentamento della velocità di crescita negli Stati Uniti, in particolare dei consumi. Le banche centrali ridurranno gradualmente i tassi di interesse reali: prima la Bce, poi la Fed.

I mercati azionari globali hanno beneficiato ancora delle prospettive di un’inflazione sempre più vicina agli obiettivi delle banche centrali, e la Fed a Settembre ha sorpreso i mercati iniziando il ciclo di espansione monetaria con un taglio dei tassi di 50 punti base invece che di 25. Contestualmente, l’annuncio di un pacchetto coordinato di misure monetarie e fiscali in Cina, volto a contrastare la debolezza del mercato immobiliare, ha ulteriormente sostenuto i guadagni. Il mercato azionario cinese ha reagito positivamente a queste misure, con l’indice MSCI China che è salito di oltre il 20% da metà settembre, portando il P/E 2025E a 10x.

Per quanto riguarda la Fed, dopo il taglio di 50 punti base nell’ultima riunione il mercato si aspetta una riduzione cumulativa di quasi -200 punti base entro la fine del 2025, al 2,9%. Per la Bce, invece, le aspettative sono per un taglio di -160 punti base entro la fine del 2025, all’1,8%, visione confermata dopo il recente taglio di 25 punti base seguito ai deboli dati macro PMI e ai deboli dati sull’inflazione in Francia e Spagna.

L’indice Bloomberg delle materie prime è salito a settembre (+4,3%), ma ad Ottobre sembra aver perso il suo smalto (-3,97%). L’oro ha segnato un altro massimo storico, sostenuto dal calo dei tassi d’interesse reali, dalla debolezza del dollaro e dalle preoccupazioni geopolitiche. Nonostante la forte performance, continuiamo a considerare l’oro un asset interessante. Anche il rame è stato molto forte, sostenuto dall’annuncio del pacchetto di stimoli in Cina. Il petrolio è stato debole, con l’Arabia Saudita che ha annunciato, secondo il Financial Times, di essere pronta ad abbandonare l’obiettivo non ufficiale di prezzo del greggio di 100 dollari al barile e di essere pronta ad aumentare la produzione per riconquistare quote di mercato. Il prezzo del gas in Europa è rimasto sostanzialmente stabile a 39 euro/MWh.

Le prospettive macroeconomiche sono caratterizzate da una crescita modesta. Nel terzo trimestre si è registrato un indebolimento degli indicatori di crescita economica, che anticipa un rallentamento della crescita globale nei prossimi due trimestri, in particolare per quanto riguarda l’occupazione (negli Stati Uniti) e il settore manifatturiero (soprattutto in Europa). Tuttavia, si prevede che comincino a emergere segnali di ripresa e di miglioramento, sostenuti dalle politiche di allentamento monetario e da misure come quelle recentemente annunciate in Cina. Negli Stati Uniti, la crescita del Pil rimane robusta, con la stima della Fed di Atlanta per il Pil reale annualizzato del terzo trimestre 2024 che è salita al +3,1% dal +2% del mese precedente. In Europa, invece, la crescita del Pil nel terzo trimestre è prevista in lieve aumento, penalizzata soprattutto dal rallentamento dell’economia tedesca. Il nostro scenario di base rimane quello di un atterraggio morbido dell’economia, nonostante i segnali di rallentamento e disinflazione, con le banche centrali che hanno ampio spazio per tagliare i tassi e iniettare liquidità nel sistema per finanziare i crescenti deficit pubblici.

La strategia che si riflette nel nostro portafoglio rimane invariata, ossia un portafoglio concentrato sulle utilities, un approccio molto selettivo sulle banche e sulle small/mid cap e nessun investimento in nomi industriali ciclici. Questo approccio si riflette anche nell’aumento del nostro investimento in Tenaris. Non abbiamo investito in Stellantis perché continuiamo a ritenere che il titolo non abbia ancora toccato il fondo e non abbiamo investito in STM, perché a nostro avviso le stime debbano essere riviste materialmente al ribasso. Stiamo aumentando la nostra esposizione a Telecom Italia Savings e aumentiamo l’esposizione a Unipol.

Il calcio femminile e le “istanze impossibili” di parità retributiva. L’economia ha le sue regole

Non c’è alcuna “discriminazione retributiva di genere” ai danni delle calciatrici, ma solo l’applicazione delle regole più elementari di economia aziendale. Lo sport stia lontano dalle ideologie di genere.

di Alessio Cardinale

Il tema della parità retributiva è diventato, negli ultimi anni, il cavallo di battaglia di un certo tipo di informazione, molto attenta alle tematiche del mondo femminile ma stranamente poco attenta ai dettagli di natura economica. In particolare, negli ultimi dieci anni abbiamo assistito alla fioritura di contenuti sul c.d. gap salariale (o gender pay gap) in relazione al quale sono state pronunciate numerose affermazioni incaute e altrettante correzioni di rotta, quasi ad inseguire una spiegazione che andava aggiornata e “aggiustata” ogni qual volta che l’infondatezza di quelle stesse affermazioni veniva fuori con chiarezza.

Purtroppo, sul tema della informazione-disinformazione di massa il mondo sta vivendo sulla propria pelle la scomparsa del vero giornalismo indipendente (quello degli anni ’60, ’70, ’80 e primi anni ’90), decentrato e libero dai condizionamenti dei grandi gruppi industriali, e sta subendo “l’esperienza” della informazione accentrata, ossia quella decisa a tavolino ogni giorno dai pochi soggetti proprietari dei più influenti canali media del mondo (RTL Group, News Corporation, NBC e Viacom, TF1), i quali hanno da tempo adottato la strategia di Goebbelsiana memoria della diffusione ossessiva di notizie asservite ad alcune correnti di pensiero dominante e strumentali agli interessi economici (o anche militari) dei più grandi players finanziari e governativi (USA in cima).

In tutta evidenza, i timori dei vari organismi antitrust sulle limitazioni alla libertà di stampa generate dalle operazioni di fusione e acquisizione (M&A) nel settore dei media erano fondati e, com’era stato previsto, alla eccessiva concentrazione industriale di aziende editoriali e televisive è seguita la nascita del fenomeno della informazione accentrata e non più “libera”. All’interno di questo scenario illiberale, negli anni scorsi ha trovato strada facile il “mantra” del presunto gender pay gap retributivo ai danni delle donne, che nella sua prima versione (“…le donne guadagnano meno degli uomini a parità di mansioni…”) è stato presto smascherato come una delle peggiori bufale di questo millennio. Infatti, le norme che vietano di pagare un lavoratore meno di un altro a parità di mansioni e grado, sia nel settore pubblico che in quello privato, sono rigidamente osservate da tutti i datori di lavoro in Italia e nel mondo occidentale (provate a trovare una insegnante o una operaia che guadagnano meno dei colleghi uomini con uguali mansioni e anzianità di servizio…).  

Qualcuno un po’ più sveglio, resosi conto che la bufala si scontrava con il dato di realtà di milioni di lavoratori e, quindi, faceva acqua da tutte le parti, si è affrettato a correggere la rotta chiarendo che il (sempre presunto) gender pay gap retributivo non è un problema individuale, ma “di categoria”, nel senso che l’insieme delle donne lavoratrici ha un aggregato retributivo – in termini assoluti – inferiore a quello relativo all’insieme degli uomini che lavorano, dimenticandosi però di specificare che tale stato di cose non è certo frutto di “discriminazione reddituale” ai danni delle singole donne (o peggio ancora del loro insieme) ma il naturale portato di una serie di fattori socio-economici (maggiore ricorso al part-time da parte delle lavoratrici, rinuncia volontaria di molte donne ai percorsi di carriera, scarsa preferenza delle donne verso il lavoro autonomo, etc) che con la discriminazione non c’entrano nulla. Eppure, nonostante ciò, la propaganda ossessiva centrata sulla bugia che “le donne che fanno lo stesso lavoro degli uomini guadagnano meno di loro” fa fatica ad essere rimossa, ed ha finito per trascinarsi fino al calcio professionistico, dove i fattori industriali che regolano le logiche retributive di calciatori e calciatrici sono universalmente accettate e sorrette da basilari principi di economia aziendale.

Naturalmente, non tutte le grandezze economiche alla base delle varie discipline sportive maschili e femminili sono così distanti tra loro come nel calcio. Nel Tennis femminile, per esempio, le giocatrici fin dagli anni ’50 si sono fatte strada anche nel mondo degli sponsor e dei media, riuscendo ad ottenere grande visibilità e un ottimo seguito da parte degli appassionati di entrambi i generi. Ciò ha permesso col tempo alle federazioni tennistiche femminili (riunite nel WTA) di imporre agli organizzatori dei tornei l’assoluta parità dei premi per uomini e donne sia in caso di vittoria che nelle fasi eliminatorie intermedie, ma tutto questo è stato possibile grazie al fatturato e ai benefici reputazionali che il tennis femminile – oggi quasi al pari di quello maschile – assicura rispettivamente ai media (introiti pubblicitari, abbonati) e agli sponsor (autorevolezza del brand e vendite al dettaglio).

L’oggetto di contesa riguarda, come dicevamo, il calcio femminile, dove le cose ad oggi sono andate molto diversamente rispetto al tennis o ad altre discipline (volley e atletica, per esempio). Ad alzare il tono della polemica era stata, qualche settimana fa, la calciatrice svizzera L’attaccante svizzera Alisha Lehmann, compagna del calciatore di serie A Douglas Ruiz (Juventus), la quale in occasione di diverse interviste ha affermato che “…io e Douglas facciamo lo stesso lavoro ma lui guadagna cento volte più di me. Il Mondiale femminile è stata la quinta manifestazione sportiva più vista al mondo, per cui è chiaro che noi donne dobbiamo avere la stessa retribuzione del calcio maschile…”. Peccato che, nel mondo del calcio (così come di tutti gli sport), contano i ricavi industriali, che il calcio maschile produce in misura mediamente pari a dieci volte quelli femminili. Ciò spiega perchè le calciatrici oggi sono pagate di meno degli uomini, e ciò spiega perché le cose staranno così finché i ricavi industriali del calcio femminile non saranno tali da consentire una meritata eguaglianza.

Per spiegare meglio il concetto, ecco un esempio: i ricavi dell’ultimo campionato europeo di calcio maschile sono stati pari a 4,3 miliardi di euro, mentre quelli dell’ultimo campionato europeo di calcio femminile sono stati di 140 milioni di euro; le retribuzioni delle calciatrici, però, sono state pari a circa 30 milioni, ossia più del 20% del monte ricavi, mentre quelle dei calciatori circa 300 milioni di euro, ossia il 7% del totale dei ricavi. Ebbene, se è vero che, in valore assoluto, i giocatori hanno guadagnato nel complesso 10 volte più delle giocatrici, è anche vero che il fatturato del calcio europeo maschile è stato pari a 30 volte rispetto a quello femminile. Pertanto, chiedere oggi per le calciatrici professioniste la parità “politica” di retribuzione sulla base di queste enormi disparità di ricavi nei rispettivi settori, equivarrebbe a voler far fallire tutte le federazioni sportive del mondo.

Nessuna “discriminazione retributiva”, quindi, ma solo l’applicazione di una logica industriale elementare: se i ricavi industriali totali sono pari a 100, non si può destinare tutta la somma al monte retribuzione, sennò non si riuscirà a coprire tutti gli altri costi di funzionamento dell’azienda, determinandone il fallimento. Né è concepibile – sebbene in tanti lo vorrebbero per invidia o finto perbenismo – che i calciatori si auto-riducano il proprio stipendio di venti volte nel nome della “parità di guadagno” tra i due generi. Ciò che risulta ingannevole – è evidente – è mettere a confronto i valori assoluti. Infatti, se si guarda alla percentuale del guadagno rispetto all’indotto generato rispettivamente dal calcio maschile e femminile, le calciatrici guadagnano – come abbiamo visto – una percentuale ben più alta dell’indotto generato dalle competizioni femminili rispetto ai colleghi uomini.

Un altro esempio pratico chiarirà ancor di più la questione. Si stima che il calcio maschile, nel suo insieme, generi un indotto annuo di circa 25 miliardi di euro solo in Europa, e si sa che i calciatori della massima serie dei vari campionati nazionali arrivino a guadagnare in media 10 milioni di euro all’anno ciascuno, ossia in media lo 0,04% in rapporto all’indotto totale; il calcio femminile europeo, al contrario, genera circa 0,7 miliardi (700 milioni) di euro di indotto all’anno, ma le migliori calciatrici guadagnano fino a 500.000 euro l’anno, ossia lo 0,07% dell’indotto, che è quasi il doppio del dato riferito al calcio maschile. Tutto questo spiega l’impossibilità di poter accogliere anche “in teoria” qualunque istanza di parità retributiva, il cui raggiungimento è augurabile ma sotto gli auspici del rispetto del principio del “neminem leadere”: il calcio femminile, anziché auspicare una riduzione “politica” degli stipendi dei calciatori, investa su sé stesso, in modo da colmare negli anni il “gap sportivo” e raggiungere la parità retributiva nel rispetto del criterio meritocratico già applicato con successo in altre discipline (Sci, Volley, Atletica, Tennis etc).

L’Oro è al suo massimo storico, ma rimane un investimento interessante

L’oro ha segnato un altro massimo storico, ma nonostante la forte performance continuiamo a considerarlo un asset interessante. Manteniamo la posizione costruttiva sulle mid-small cap.

di Andrea Scauri, gestore azionario Italia presso Lemanik

L’esaurimento del carry trade dello yen suggerisce che la Fed si trova in una posizione difficile e, dopo aver tagliato i tassi lo scorso 18 Settembre, dovrà presto porre fine al Quantitative tightening ed espandere il proprio bilancio, soprattutto per finanziare il deficit degli Stati Uniti e mantenere sostenibile la situazione fiscale del Paese. Tutti questi fattori contribuiscono a rendere l’oro un investimento interessante.

I mercati azionari globali hanno chiuso agosto in rialzo, dopo una significativa correzione nella prima settimana del mese (-6%), poi recuperata nella seconda metà del mese. In Europa, i principali indici hanno chiuso il mese con performance leggermente positive, così come negli Stati Uniti, mentre gli indici asiatici sono rimasti deboli a causa dei dati deludenti sulla crescita economica cinese. La correzione iniziale è stata innescata da diversi fattori: dati macro statunitensi più deboli del previsto, aumentando i timori di una recessione anziché di uno scenario di atterraggio morbido/assenza di atterraggio; liquidazione del carry trade dello yen; preoccupazioni per il rischio geopolitico; sovra-posizionamento su alcuni settori/azioni (AI/tecnologia/crescita/cripto/Magnificent).

I risultati trimestrali di NVIDIA sono stati solidi e superiori alle aspettative, mostrando un trend sempre positivo per le applicazioni legate all’AI. Successivamente, l’inflazione negli Stati Uniti è aumentata meno del previsto per il quarto mese consecutivo, mentre alcuni dati macroeconomici di agosto hanno indicato un leggero miglioramento rispetto a luglio. Questi fattori hanno determinato la decisione del presidente della Fed Powell di effettuare il primo taglio in occasione dell’ultima riunione del FOMC

In particolare, Powell si è detto fiducioso che l’inflazione sia sulla buona strada per raggiungere il 2% e che non vuole che il mercato del lavoro si raffreddi ulteriormente. Ciò indica che la Fed vede il prossimo ciclo di tagli dei tassi non come una reazione a un marcato rallentamento dell’economia, ma piuttosto come un ritorno al tasso neutrale. Sul fronte delle elezioni statunitensi, i sondaggi attuali mostrano che Harris avrebbe qualche punto percentuale di vantaggio su Trump. Il vero punto interrogativo è se il nuovo presidente sarà in grado di fare “piazza pulita” o meno, per consentire l’attuazione delle varie proposte.

L’indice Bloomberg delle materie prime è rimasto complessivamente stabile nel mese di agosto. Il petrolio è stato debole, in quanto la possibilità di un aumento della produzione da parte dell’Opec in un momento in cui le aspettative sulla domanda rimangono incerte ha compensato il rischio di offerta legato alle tensioni in Medio Oriente. L’oro ha segnato un altro massimo storico, sostenuto dal calo dei tassi di interesse reali, dalla debolezza del dollaro e dalle preoccupazioni geopolitiche. Nonostante la forte performance (+22% da un anno all’altro), continuiamo a considerare l’oro un asset interessante.

Negli ultimi mesi si è registrata una perdita di slancio in Europa e in Cina, causata dall’indebolimento degli indicatori manifatturieri globali. Negli Stati Uniti, la crescita del Pil continua a essere solida, anche se più lenta rispetto agli ultimi trimestri, e la domanda di lavoro ha mostrato segni di rallentamento. Per questo motivo, i prossimi dati macro saranno attentamente monitorati dal mercato. Il nostro scenario di base rimane un atterraggio morbido, nonostante i segnali di rallentamento. Manteniamo la nostra posizione costruttiva nei confronti delle mid-small cap. L’avvio del ciclo espansivo da parte delle banche centrali, senza un significativo deterioramento del mercato del lavoro e dell’economia, è un elemento positivo, soprattutto per i titoli di qualità e di crescita, che al momento continuiamo a preferire ai ciclici.

Nel settore finanziario, ci aspettiamo che un contesto di graduale calo dei tassi d’interesse favorisca i titoli asset manager (il nostro preferito è Anima), le società meno sensibili al margine d’interesse (come Mediobanca) e le banche con una quota maggiore di ricavi da commissioni (Intesa). Manteniamo la nostra posizione sul Monte dei Paschi: il titolo è a buon mercato, sovra-capitalizzato e a nostro avviso con un upside speculativo legato a eventuali operazioni di M&A. Rimaniamo costruttivi sui finanziari, ci siamo riposizionati sulle utilities, siamo molto selettivi sugli industriali e abbiamo iniziato ad acquistare alcuni nomi del lusso.

Otto anni di strategie per l’educazione finanziaria: grandi kermesse, risultati impercettibili

Senza l’introduzione dell’educazione finanziaria come materia curriculare nelle scuole primarie e secondarie, gli italiani continueranno ad essere “finanziariamente ineducati” di generazione in generazione.

Con il decreto-legge del 23 dicembre 2016, n. 237, convertito nella legge del 17 febbraio 2017, n. 15 (“Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio”), quasi otto anni fa prendeva il via la strategia nazionale per l’educazione finanziaria. Si trattava, nelle intenzioni di chi l’aveva concepita, di una iniziativa che, negli anni successivi, avrebbe dovuto contribuire a colmare il divario culturale che divide l’Italia – come in altri ambiti – dai paesi più virtuosi.

In particolare, tutti gli studi effettuati sul tema specifico restituivano uno scenario in cui gli utenti italiani erano poco avvezzi, da adulti, all’autonomia nelle scelte di investimento poiché i programmi scolastici delle scuole primarie e superiori, fin dai loro tempi, avevano scartato sistematicamente qualunque approccio verso l’educazione finanziaria. In più, negli ultimi trent’anni anche insegnamenti fondamentali come l’educazione civica erano stati declassati ad argomenti complementari di altre materie ritenute a torto più importanti o eliminati del tutto dai programmi; per cui, figuriamoci se i giovanissimi studenti italiani potevano essere annoiati da simili argomenti così scabrosi come la Finanza. E mentre oggi si farnetica di “educazione sentimentale” nelle scuole – ultimo grido del politicamente corretto che sta ammorbando la vita di tutti – in Cina, per fare esempio un po’ esotico di virtuosità scolastico, i primi rudimenti di economia e finanza vengono impartiti dall’età di otto anni, ed in molti paesi di lingua anglosassone a partire dai dieci.

Ma veniamo al punto: quali sono i risultati di questa campagna culturale governativa che avrebbe dovuto fare dell’educazione finanziaria uno degli insegnamenti più innovativi e “rinnovativi” da introdurre nelle scuole? Scarsi, quasi impercettibili. Dal di fuori, gli addetti ai lavori hanno la sensazione che ci si stia dando un gran da fare, ma se parliamo di finanza ai diretti interessati, ossia i risparmiatori, 99 su 100 di loro spalancano ancora la bocca e non sanno come argomentare.

Questo non deve sorprenderci più di tanto, poiché una sola kermesse nazionale (il “Mese dell’educazione finanziaria“, solitamente ad Ottobre di ogni anno), per quanto lodevole e piena di buone intenzioni, è un po’ come il festival di Sanremo: una volta terminato, se ne parla per qualche giorno e poi ne rimane solo il ricordo, in attesa della edizione successiva, mentre i protagonisti della competizione canora organizzano i propri impegni nelle lucrose tournee estive e nelle comparsate televisive invernali. Occorrerebbe maggiore continuità, una “spinta culturale” che l’attuale assetto delle iniziative non riesce a dare.

Dopo quasi otto anni, pertanto, ci troviamo praticamente punto e accapo, con un livello di analfabetismo finanziario ancora molto elevato, una finanza sempre più incomprensibile per l’utenza comune, presso la quale però si pretende di diffondere quanto di più tecnologico si sia prodotto negli ultimi quindici anni: home banking, robo-advisor, fintech e piattaforme web. Per chi ha un’età superiore a 60 anni, complice anche la “desertificazione bancaria” (chiusura degli sportelli bancari nelle città e nei piccoli centri) in corso, tutto è diventato improvvisamente incomprensibile, con un abbrivio da record negli ultimi due anni.

Viene spontaneo chiedersi se il sistema bancario si sia mai chiesto se sono proprio questi i fattori per cui, di fronte alla comprensibile ritrosia al cambiamento rapido di chi detiene la maggior parte degli asset mobiliari (i c.d. babyboomers o patrimonials), il denaro che gli italiani detengono nei conti correnti sia ancora così elevato, nonostante l’inflazione degli ultimi due anni e mezzo. La risposta è no: il sistema non se lo chiede, ed anzi sembra mandare a dire, a questi milioni di over-60, che è dotato di grande pazienza, ed aspetta che siano i loro figli – i millennials, tecnologicamente molto più avanzati – a prendere le redini dei valori mobiliari di famiglia. In fondo, aspettare una decina d’anni è sempre meglio che investire miliardi di euro in cultura finanziaria per educare chi sta passando il testimone.

E-book sulla Finanza Elementare.

Eppure, notevoli sarebbero stati, in questi otto anni, i benefici “indiretti” dell’educazione finanziaria curriculare nelle scuole, nella misura in cui anche gli stessi figli avrebbero potuto trasmettere ai genitori, in un processo di comunicazione dal basso verso l’alto, una maggiore attenzione ai temi della finanza. Come? E’ semplice, attraverso i normali compiti di cura: aiutare i propri figli nei compiti a casa sul tema della finanza avrebbe potuto trasmettere anche agli adulti molti concetti e fenomeni economici che, nella maggior parte dei casi, si conoscono ma non si sanno spiegare per via del tasso di “ineducazione finanziaria”.

Inoltre, nulla di concreto – salvo l’iniziativa di pochi lodevoli volenterosi organizzati in associazione – si è fatto per dare dignità al ruolo di educatore finanziario più prossimo alle famiglie svolto da sempre dai consulenti finanziari, i quali avrebbero potuto colmare giusto a partire dalle scuole un vuoto culturale molto grande in un lasso di tempo molto breve, affiancandosi ai docenti in lezioni programmate a cui gli alunni (anche delle medie inferiori) avrebbero potuto partecipare con il giusto coinvolgimento delle famiglie.

“…l’arrivo della MiFID II, con il suo carico di migliaia di norme ai più incomprensibili, rischia di rivelarsi sterile, confermando una legge scolpita nella Storia: a nulla vale aumentare e perfezionare i sistemi di controllo sull’attività degli intermediari se poi, parallelamente, non si fa nulla per aumentare la competenza degli utenti”. Ci scoccia dire che avevamo ragione, almeno fino ad oggi. Anche perchè, date le circostanze tutt’altro che promettenti, darsi delle arie in questo caso lascerebbe l’amaro in bocca.

Separazione coniugale e assegnazione della casa familiare, un sistema illiberale a danno dei patrimoni

Ad un esame attento, l’assegnazione della casa familiare ad un solo coniuge rivela gravissime incongruenze giuridiche che amplificano i danni economico-patrimoniali conseguenti alla separazione.

Di Alessio Cardinale

Il tema della protezione del patrimonio ha una sua evidenza importante in alcuni casi specifici, allorquando un improvviso fattore esterno (es. insorgenza di un credito da danno cagionato a terzi) o interno alla famiglia (separazione e divorzio) genera dei rischi sicuramente prevedibili ma fino a quel momento non affrontati con le dovute cautele e con sufficiente programmazione. In particolare, quando la coppia si disgrega, si verifica un certo livello di indebolimento patrimoniale che spesso si rivela irreversibile, anche in termini prospettici. Eppure, non dovrebbe essere così, e gli obiettivi di conservazione degli asset a beneficio delle generazioni successive non dovrebbero venir meno neanche in questa occasione.

Il tema in questione è piuttosto delicato per via dei gravissimi risvolti sociali che esso determina e per via dei chiari profili di incostituzionalità che una prassi non sorretta da alcuna fattispecie giuridica rivela ogni giorno di più. Dell’argomento ci siamo già occupati in almeno due occasioni, sia in chiave esclusivamente giuridica che sotto l’aspetto più pratico; oggi “chiudiamo il cerchio” con un approfondimento sugli effetti economici e patrimoniali di questa prassi nel periodo che intercorre dall’assegnazione giudiziale al momento in cui decadono i presupposti che ne hanno determinato la decisione. In particolare, ci concentreremo anche sui principi di alcune possibili soluzioni normative e/o di semplice approccio giurisprudenziale che potrebbero restituire equità ad un “istituto” caratterizzato da forti sperequazioni ai danni di una sola categoria di soggetti e, soprattutto, ai danni del patrimonio familiare.

In linea di principio, l’assegnazione della casa coniugale rappresenta il punto di svolta negativo di qualunque essere umano – di sesso maschile nella quasi totalità dei casi – poiché impone la sua completa riorganizzazione economica e sociale che a volte, per le fasce di patrimonio e reddito più basse, può avere esiti anche tragici. Ebbene, metodi e criteri adottati nei tribunali per disciplinare questo naturale portato della separazione coniugale non trovano alcuna corrispondenza normativa nel nostro Ordinamento, per cui risultano essere un vero e proprio “prodotto legislativo” della giurisprudenza di merito gravato da larghissimi profili di incostituzionalità. Infatti, nel caso dell’assegnazione della casa coniugale, il giudice che la dispone non fa alcuna menzione del fondamentale requisito del periodo di tempo massimo a cui dovrebbe necessariamente sottostare; di conseguenza, risulta impossibile catalogare tale istituto all’interno di una fattispecie giuridicamente prevedibile, dal momento che, senza la definizione di un limite temporale ben definito, qualunque tentativo di trovare una catalogazione nelle fonti del diritto fallisce miseramente.

Con eccezione di tutti quei casi in cui l’assegnataria dell’immobile coniugale ne sia anche la proprietaria esclusiva (es. per via successoria o per acquisto individuale precedente al matrimonio), allorquando il coniuge fuoriuscito sia proprietario esclusivo o comproprietario l’assenza di un termine temporale a cui sottoporre tale assegnazione, la sua lunghissima durata e la mancanza di un adeguato indennizzo o compensazione economica determinano un abuso del diritto – secondo diversi studiosi, anche una violazione dei diritti umani in capo al soggetto fuoriuscito dalla casa coniugale – poiché tale istituto genera in modo forzoso e senza alcuna motivazione specifica un concreto trasferimento di ricchezza da un soggetto (il coniuge allontanato dalla casa) ad un altro (il coniuge assegnatario).

Tuttavia, l’Ordinamento non può certo permettere che tale impoverimento, in apparenza dovuto “all’interesse della prole”, si protragga per un tempo indefinito senza stabilire un valore economico compensativo, diretto e/o indiretto, che ristori chi è costretto a lasciare la casa, persino quando ne è l’unico proprietario. Dal lato del coniuge assegnatario, infatti, l’assegnazione per un periodo indefinito rientrerebbe in modo perfetto nelle ipotesi di ingiustificato arricchimento previste dal Codice Civile (art. 2041), con la sola differenza che in questo caso è un tribunale (e non una legge dello Stato) a determinare discrezionalmente le attuali e inique modalità di applicazione dell’art. 337 sexies Codice Civile, secondo il quale “Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà...”. Quindi, persino il Codice Civile prevede che i tribunali debbano tener conto del valore intrinseco di tale assegnazione nel regolare i rapporti economici post-separazione tra i genitori; tuttavia, il primo comma dell’art. 337 sexies Codice Civile continua a rimanere lettera morta, poichè:
1) nessun parametro di valorizzazione della casa coniugale viene tenuto in considerazione dai magistrati civili nelle proprie decisioni (nemmeno in via generica o di semplice principio), e
2) la casa viene assegnata alla ex moglie (e non ai figli) per lunghissimo tempo anche quando la proprietà esclusiva è dell’ex marito.

Pertanto, neanche il c.d. valore locativo dell’immobile assegnato viene riconosciuto quale compensazione economica (almeno parziale) di quanto stabilito come alimenti per l’ex coniuge, quando spettanti. La circostanza è piuttosto grave, poiché l’assegnazione della casa coniugale ad un solo soggetto e a tempo indeterminato genera una gravissima compressione del diritto di proprietà del tutto simile alla perdita di fatto dell’usufrutto, che è un diritto reale ed ha un notevole valore economico calcolato in base a dei coefficienti specifici. Tale ultima tesi è sorretta da diverse pronunce della Corte di Cassazione, secondo le quali l’ex marito che entra arbitrariamente nella casa assegnata alla ex moglie rischia, appunto, una condanna per violazione di domicilio, essendogli inibita qualsiasi forma di fruizione.

La questione, quindi, assume i contorni di una “requisizione a termine indefinito” dell’usufrutto, per la quale andrebbe riconosciuto a chi la subisce (coniuge fuoriuscito proprietario o comproprietario) un giusto indennizzo economico o un equo valore compensativo che, se non può – o non vuole essere – stabilito in sede di assegnazione giudiziale per via della imbarazzante disomogeneità territoriale delle sentenze in materia di separazione e divorzio, dovrebbe necessariamente essere annoverato tra i crediti di natura fiscale, calcolati in ragione d’anno (di mancato utilizzo) e in base a parametri certi, trovando così una sua puntuale valorizzazione tale da compensare doverosamente la “requisizione a termine indefinito” subita dal coniuge fuoriuscito. E non v’è dubbio che debba essere lo Stato a sobbarcarsi la parte maggiore o la totalità di questo onere – in termini di maggiori deduzioni per il contribuente e di minori entrate fiscali – poiché la requisizione dell’usufrutto in capo al coniuge fuoriuscito risponderebbe ad un principio generale (l’interesse dei minori e/o del c.d. coniuge “più debole”) in rispetto del quale nei tribunali si permette che una categoria di persone titolare di diritti venga di fatto impoverita (in modo spesso irreversibile) a vantaggio di un’altra categoria e, in tal modo, venga violata la nostra Costituzione agli articoli 3 (commi I e II), 23, 36 (comma I), 42 (comma II) e 47 (comma II).

Una soluzione alternativa, ma insufficiente, potrebbe essere quella di riconoscere in capo al coniuge fuoriuscito un credito certo – facilmente calcolabile in base al periodo di effettivo utilizzo esclusivo da parte del coniuge assegnatario – da monetizzare in occasione della futura vendita, volontaria o forzata, dell’immobile coniugale, ma questa misura troverebbe applicazione solo per le case acquisite dai coniugi in comproprietà o comunque ricadenti nel regime della comunione, e non in tutti quei casi di immobili di proprietà esclusiva del coniuge fuoriuscito ma ugualmente assegnati alla ex moglie; a meno che non si riconosca la possibilità di poter utilizzare tale credito in forma esecutiva anche in modo forzoso (es. attraverso il pignoramento di un quinto degli emolumenti del coniuge assegnatario, qualora abbia reddito).

Di certo, l’attuale sistema illiberale di regolare le disponibilità patrimoniali nelle separazioni necessita di un intervento normativo urgente al fine di rimuovere illegittimi trasferimenti di ricchezza da un soggetto all’altro e, nei casi più gravi, evidenti induzioni alla povertà. Il coniuge assegnatario, infatti, durante il periodo di godimento esclusivo della casa coniugale ricava un indubbio vantaggio economico perfettamente quantificabile in base ai valori locativi espressi dal mercato immobiliare nel periodo che va dall’assegnazione giudiziale al momento della perdita dei requisiti (es. convivenza more uxorio e/o figli diventati economicamente indipendenti). Tali valori, peraltro, vengono cristallizzati da autorevoli uffici studi di natura pubblicistica e privatistica (a titolo di esempio: Banca D’Italia, Nomisma, grandi reti di intermediazione immobiliare) e persino dalla Agenzia delle Entrate, la quale pubblica periodicamente i dati del suo Osservatorio Immobiliare (O.M.I.). Quest’ultimo database, sebbene non dia quotazioni in tempo reale – sono disponibili, quartiere per quartiere di ogni comune italiano, quelli del semestre precedente – costituisce una banca dati molto affidabile anche per determinare lo “storico” dei valori espressi negli anni precedenti, dando così alla magistratura di merito parametri semplici e di facile verifica che non richiedono l’ausilio di consulenti tecnici di ufficio (CTU).

Ovviamente, l’architrave di un simile sistema di equità rimane comunque l’apposizione di un termine al godimento esclusivo della casa coniugale, eventualmente prorogabile su richiesta di parte e solo per gravissime motivazioni (es. malattia grave del coniuge assegnatario o di un figlio convivente). Solo così, infatti, si attribuirebbe alla assegnazione della casa coniugale la sua naturale caratteristica di strumento a tempo determinato (e non indefinito) e si sanerebbero così gli effetti di decisioni che incidono negativamente sugli individui ed anche sul patrimonio familiare da trasmettere alle generazioni successive. Peraltro tale ultima misura – l’apposizione del termine massimo – non necessiterebbe di alcun intervento normativo per essere attuata in tutti i tribunali, poiché le attuali modalità di assegnazione della casa sono conseguenza di una prassi di origine giurisprudenziale e, come tali, modificabili in sede di decisione a totale discrezione e “libero convincimento” del magistrato. Tuttavia, se la discrezionalità usata nei tribunali ha prodotto fino ad oggi tale stato di cose, il passaggio parlamentare appare imprescindibile.

Sconti interessanti nel medio-lungo termine sulle azioni dell’Asia emergente

Scenario di crescita relativamente debole nelle economie asiatiche più grandi. Il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato decennali statunitensi e quelli giapponesi fa propendere per un rafforzamento dello yen.

di Marcell Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity

Apprezziamo le attuali valutazioni di Cina, Giappone, Corea del Sud e paesi Asean. Gli sconti sulle azioni dell’Asia emergente rispetto ai mercati sviluppati sono a livelli storicamente elevati e interessanti in un orizzonte di medio-lungo termine.

I dati economici della regione asiatica continuano a indicare uno scenario di crescita relativamente debole all’interno delle economie più grandi come Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan. La crescita delle esportazioni di questi paesi è rallentata a maggio. In controtendenza, le esportazioni dei paesi Asean sono migliorate nel corso del mese. Il forte dollaro Usa ha continuato a spingere l’Asia Dollar index verso il minimo dell’anno con una performance negativa del -3,4% annuo. Lo yen ha toccato i minimi da 38 anni a questa parte contro il dollaro Usa, provocando un forte intervento verbale da parte delle autorità giapponesi. Tuttavia, per interrompere questa spirale speculativa è necessaria un’azione coraggiosa da parte della BoJ, con interventi effettivamente massicci. Il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato decennali statunitensi e quelli giapponesi farebbe propendere per un rafforzamento dello yen.

Le tensioni geopolitiche regionali sono attualmente concentrate nelle Filippine. Le acque contese che circondano le isole Spratly, attribuite alle Filippine dalla Corte internazionale di arbitrato, ma non riconosciute dalla Cina, hanno visto due collisioni tra navi governative di entrambi i paesi e ulteriori provocazioni da parte della Cina. Tuttavia, non si prevede che questo tipo di provocazioni cinesi sfocino in un conflitto diretto e sono comuni in altre aree contese del mare cinese. Abbiamo ridotto leggermente l’esposizione alla Cina a causa della continua elevata volatilità del mercato azionario, ma abbiamo mantenuto una posizione sovrappesata nel paese. Il fondo rimane sovrappesato in Corea del Sud, Giappone, Filippine e Indonesia.

Disuguaglianza economica e accesso alla consulenza: in Italia ancora troppi i risparmiatori esclusi

La disuguaglianza economica colpisce le varie fasce di popolazione anche in termini di accesso alle informazioni e alla consulenza finanziaria di qualità, impedendo l’accesso ad un mercato immenso.

Di Alessio Cardinale

In Italia, dal 2017 in poi la c.d. ricchezza netta mediana è rimasta sostanzialmente stabile, mentre l’indice del grado di disuguaglianza della distribuzione di ricchezza è leggermente sceso. Oggi, il 5% delle famiglie italiane più ricche possiede circa il 46% della ricchezza netta totale, con i principali indici di disuguaglianza rimasti sostanzialmente stabili tra il 2017 e il 2022, dopo un aumento tra il 2010 e il 2016. E’ quanto ha fatto sapere recentemente la Banca d’Italia con le nuove statistiche trimestrali sulla ricchezza delle famiglie italiane.

Spostando l’analisi a livello europeo, la Banca centrale europea (“statistiche sperimentali sui conti distributivi della ricchezza delle famiglie“) rileva che la disuguaglianza economica nella zona euro è diminuita negli ultimi cinque anni, sorprendendo alcune previsioni, ma solo grazie all’effetto “contabile” del boom dei prezzi degli immobili, di cui un’ampia fetta della classe media ha potuto beneficiare. Tuttavia, si tratta di una “vittoria di Pirro”, poiché per un decennio i tassi d’interesse ultra-bassi hanno favorito soprattutto le persone facoltose con un ampio patrimonio finanziario, ma hanno alimentato un boom che ha reso gli immobili, compresi gli affitti, inaccessibili per le famiglie più povere.

Adesso, la recente tendenza al calo dei prezzi delle abitazioni potrebbe riservare alle classi di risparmiatori meno abbienti una nuova discesa – sempre “contabile”, ma tant’è – della ricchezza immobiliare pro capite, dato che i tassi della Bce si trovano ora ai massimi storici e i prezzi degli immobili sono in discesa in molti Paesi della zona euro, Italia compresa. Infatti, a livello distributivo per fasce di ricchezza, lo studio di Banca d’Italia rivela che le famiglie italiane meno abbienti detengono principalmente abitazioni e depositi, mentre quelle più ricche diversificano maggiormente, detenendo anche quote significative di azioni, partecipazioni e attività reali destinate alla produzione e di altri strumenti finanziari complessi. Anche la distribuzione del patrimonio immobiliare privato, che rappresenta la metà della ricchezza degli italiani, varia fortemente in base alla ricchezza. In particolare, le abitazioni raggiungono i tre quarti della ricchezza per le famiglie sotto la mediana (ovvero il 50% più povero), si attestano poco sotto il 70% per quelle della classe centrale mentre scendono a poco più di un terzo per quelle appartenenti alla classe più ricca.

Per le famiglie più povere, i depositi sono l’unica componente rilevante di ricchezza finanziaria (17%), avente funzione di riserva senza una reale destinazione di spesa (il “non si sa mai”) e con obiettivi molto sfumati, la cui realizzazione dipende fortemente dalle dinamiche occupazionali del nucleo familiare e dal reddito familiare. Nel portafoglio delle famiglie più ricche, invece, quasi un terzo è rappresentato da azioni, partecipazioni e attività reali destinate alla produzione, e un quinto da fondi comuni di investimento e polizze assicurative; tutti strumenti acquisiti e alimentati nel tempo grazie ad una programmazione più attenta degli obiettivi di spesa e al supporto di consulenti finanziari e/o patrimoniali.

La disuguaglianza economica, pertanto, colpisce le classi di popolazione con minori mezzi finanziari anche in termini di accesso alle informazioni e alla consulenza finanziaria di qualità, che il sistema finanziario italiano rende ancora poco attrattiva per le reti, impegnate come sono a dedicare strumenti e servizi per la clientela maggiormente patrimonializzata – che assicura ritorni aziendali significativi – e a non prestare attenzione alle classi di reddito più basse e con minore ricchezza finanziaria pro capite. Eppure, la soluzione è a portata di mano, ed è quella del contratto di consulenza “pura” – senza cioè la contestuale raccolta di fondi, che possono anche rimanere in altra banca – aperto a tutte le reti esistenti nel sistema italiano, sia autonome che non autonome. Questo servizio, infatti, aprirebbe un mercato immenso che, pur essendo caratterizzato da un target di clientela numeroso e ritorni pro capite piuttosto modesti (commissioni di consulenza una tantum o pagamenti annuali sotto forma di abbonamento ad un servizio qualificato), spianerebbe la strada della qualità anche per i risparmiatori più modesti, soprattutto in termini di Educazione e Cultura finanziaria. In più, consentirebbe l’apertura di un “laboratorio di esperienza” per i giovanissimi che volessero avvicinarsi alla professione di consulente finanziario, oggi chiusa ai più per via degli altissimi costi e tempi che la formazione ex novo di giovani consulenti comporta per le reti (mediamente cinque anni di tempo e investimenti per 70-100.000 euro per ogni risorsa).

IA vs posti di lavoro: le rivoluzioni industriali sempre a braccetto con una lunga povertà

In molti temono che l’Intelligenza Artificiale possa cancellare la propria posizione lavorativa. Ecco i numeri su cosa potrebbe accadere davvero. Le “visioni” di Bill Gates non sono altro che un pessimo presagio.

di Alessio Cardinale

Nei secoli, la scoperta di nuove tecnologie ha determinato l’evoluzione dell’essere umano e plasmato le sue capacità di adattamento. Così è stato fin dalla Preistoria, e cioè quando il nomadismo alimentare dei Neandhertal è stato sostituito dai progressi nelle tecniche agricole dei Sapiens stanziali, e così è stato nei millenni successivi, soprattutto attraverso le diverse fasi della rivoluzione industriale che, attraverso la Rivoluzione Digitale, ci hanno portato ai giorni nostri.

C’è da dire, però, che durante queste rivoluzioni si è sempre verificata una profonda trasformazione delle condizioni economiche delle famiglie e di distribuzione delle aree popolate, dalle campagne alle città, che ha sempre determinato un aumento della povertà assoluta e, nelle primissime fasi della Rivoluzione Industriale (ultimi decenni del ‘700 e quasi tutto l’’800) condizioni disumane dei lavoratori, ancora non supportati dalle organizzazioni sindacali di categoria. Nonostante queste caratteristiche comuni in ogni fase storica dello sviluppo economico, il livello di sostituzione del lavoratore con le macchine ha sempre previsto a capo dei processi di produzione il fattore umano, dovendosi delegare alla macchina solo le funzioni per cui era stata progettata e periodicamente aggiornata. Con l’avvento della Intelligenza Artificiale, anche una buona parte della guida umana nelle scelte di funzionamento delle macchine verrà delegata …. ad un’altra macchina, e questo ha cominciato a preoccupare il mondo del lavoro.

Infatti, un report pubblicato di recente da Goldman Sachs ha stimato che l’avvento dell’Intelligenza Artificiale porterà all’eliminazione di 300 milioni di posti di lavoro nel mondo entro soli 5-7 anni. L’anno scorso, un’indagine a livello globale condotta da PwC aveva dimostrato che quasi un terzo degli intervistati era preoccupato di venire sostituito dall’IA entro 3 anni. E ancora, secondo uno studio CBNC sui lavoratori statunitensi il 24% di loro pensa che queste nuove tecnologie potrebbero far diventare il loro ruolo obsoleto, soprattutto tra i più giovani. Trasformando le percentuali in numeri assoluti, circa 1 miliardo di persone sono oggi preoccupate dall’avvento dell’Intelligenza Artificiale, e questa percentuale di “AI anxiety” coinvolge il 30% degli occupati con uno stipendio al di sotto dei 50.000 dollari annui e il 16% dei professionisti con stipendio superiore ai 150 mila dollari.

In Italia, secondo Confartigianato esiste il rischio di veder scomparire 8,4 milioni di posti di lavoro, con il 36,2% degli italiani che sarà coinvolto direttamente nell’attuale processo di automazione. In Europa, tale soglia sale fino al 43% in Germania, al 48% in Svezia, al 48,8% in Belgio e al 59,4% in Lussemburgo, con una media europea del 39,5%. Nel frattempo, con un tempismo alquanto singolare, mentre si dibatteva sui danni che l’IA causerà all’occupazione e al benessere di molte famiglie, Bill Gates lanciava le sue “visioni” sul mondo che verrà, dove “grazie” all’IA sarà possibile lavorare 3 ore al giorno perché le macchine produrranno cibo al posto degli uomini. Gates tuttavia non specifica come e in quanto tempo il sistema economico mondiale potrà adattarsi a tutto questo, senza poter evitare una “fase intermedia di assestamento” in cui i redditi saranno più bassi e insufficienti ad acquistare il cibo verrà in parte ancora prodotto e venduto ai costi attuali, la disoccupazione diventerà insostenibile, l’eccessivo livello di industrializzazione preesistente e le ridotte dimensioni del settore agricolo produrranno carestie in larghe zone del mondo e la povertà sarà ai massimi livelli.

Pertanto questa visione in cui, in un futuro prossimo – tra 50, 100 o 200 anni? Bill Gates non lo dice – gli esseri umani potrebbero non essere più costretti a impegnarsi intensamente nel lavoro quotidiano, poiché le macchine saranno in grado di produrre cibo e soddisfare molte altre esigenze, è una pessima notizia per noi “boomers” e, soprattutto, per la Generazione Z, che sbatterà in pieno il muso con questa nuova realtà economica e ci si dovrà adattare a caro prezzo. Di conseguenza, la Società Mondiale e le organizzazioni internazionali che la rappresentano (ONU, FAO, FMI etc) dovranno fare in modo che questa transizione sia la meno dolorosa possibile, e questo non potrà che avvenire rallentando il livello di disruption che l’IA porta con sé, come una valanga inarrestabile, e che potrebbe cancellare la maggior parte delle attività lavorative, così come le vediamo oggi, nel giro di soli 10 anni.

EFPA Italia ufficializza i primi professionisti certificati EIS

Si è tenuta il 14 dicembre la prima sessione d’esame a livello europeo della nuova certificazione in ambito assicurativo EIS – European Insurance Specialist. La percentuale dei promossi è del 92%.

EFPA Italia dà il benvenuto ai primi professionisti certificati EIS. Il 92% dei candidati ha superato la prova, entrando così da pionieri nella nuova community di professionisti del risparmio con una conoscenza certificata EFPA in materia assicurativa.  La Fondazione è la prima EFPA locale a mettere a punto il programma della nuova certificazione EIS, facendo quindi da apripista in ambito europeo, per poi trasferire la propria esperienza a livello continentale agli altri paesi affiliati EFPA.

L’obiettivo della nuova qualifica EIS è di garantire a tutti i professionisti che operano nel settore assicurativo specifiche competenze finanziarie, utili a fornire ai propri clienti un servizio di consulenza quanto più completo e sicuro. “Nel corso della sua ultra ventennale esperienza nella certificazione delle competenze tecniche di coloro che, a vario titolo, si occupano di consulenza economico-finanziaria, EFPA si è dimostrata sempre lungimirante e anche questa volta ha risposto prontamente alle esigenze formative del mercato”, ha commentato il Presidente di EFPA Europe, Emanuele Carluccio (nella foto). Nei prossimi anni gli operatori della consulenza assicurativa (agenti, subagenti, intermediari, broker) saranno chiamati ad una collaborazione sempre più assidua con i consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, perché la distribuzione di prodotti assicurativi nell’ambito dei servizi di consulenza potrà essere di reciproco supporto e di reciproca utilità. Per questo abbiamo pensato ad un percorso di certificazione che consenta agli operatori del settore assicurativo di acquisire le nozioni tecniche necessarie per la valutazione dei prodotti di risparmio gestito e per la costruzione di portafogli diversificati nell’ambito dei prodotti assicurativi a prevalente contenuto finanziario. Al tempo stesso, la nuova qualifica permetterà ai consulenti e ai professionisti già certificati di esaminare in maniera più ampia lo senario dei prodotti e del mercato assicurativo. Sono lieto che EFPA Italia sia stata la prima tra le affiliate a cogliere con convinzione questa opportunità arrivando a proporre una soluzione ottimale”.

Marco Deroma (nella foto), Presidente EFPA Italia, ha dichiarato: “Siamo fieri di lanciare per primi il nuovo percorso di certificazione EIS. Dopo il grande successo ottenuto dalla qualifica ESG Advisor, la prima di tipo specialistico introdotta da EFPA sul mercato, vogliamo continuare ad implementare questo filone, perché riteniamo che sia nell’interesse della consulenza finanziaria ampliare il perimetro delle conoscenze oltre quello tipico dei certificati già esistenti, per offrire sempre il meglio alla clientela. Alla luce della sempre maggiore rilevanza delle tematiche assicurative anche nel servizio di consulenza, pensando ai professionisti che hanno già conseguito uno dei livelli di qualifica EFPA (94 mila a livello europeo e 11 mila in Italia), ma anche ai colleghi che non hanno ancora intrapreso un percorso di certificazione delle loro competenze, abbiamo messo a punto un programma formativo EIS su misura anche per i consulenti finanziari. Una risposta concreta e quanto più completa possibile, che dimostra ancora una volta l’attenzione della Fondazione alle esigenze del mercato”.

L’Italia che muore. La “cura” dell’Unione Europea non funziona, e la classe media non c’è più

Il nostro Paese sta lentamente morendo sotto la scure della prima grande crisi economica dalla nascita dell’Unione Europea. Lo “scudo” dell’Europa non ha fornito fino ad oggi alcuna protezione ai cittadini.

Di Alessio Cardinale

Negli ultimi dieci anni, complice anche la pessima classe politica che ha governato l’Italia senza una vera alternanza di “visioni d’insieme” e interesse per i bisogni dei cittadini, il dibattito pro/contro l’Unione Europea ha finito con il distrarre l’attenzione – come fa qualunque confronto dai toni accesi e inconcludenti – da tutti quei reali problemi che, a distanza di più di venti anni dall’entrata nell’UE, oggi assumono contorni sempre più chiari.

In particolare, quella che nel 2001 sarebbe dovuta essere una “cura” per preservare l’economia del nostro Paese dagli attacchi finanziari speculativi e dalla cattiva politica, si è rivelata quasi del tutto inefficace: periodicamente il nostro debito pubblico si trova sotto attacco dei più spregiudicati hedge fund (2022-2023) e persino di alcune grandi banche tedesche e francesi (2011 e 2021); dall’Europa politicamente “illuminata” di Germania e Olanda non abbiamo preso alcun esempio di buongoverno; la “Questione Meridionale” rimane sullo sfondo di un sistema economico perennemente a due velocità (nonostante siano passati 162 anni dall’Unità); le segreterie dei partiti politici continuano a spadroneggiare imponendo i propri candidati – sempre più obbedienti e asserviti alle logiche delle lobby  – nell’amministrazione della Cosa Pubblica, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti: Reddito, Trasporti e Infrastrutture rimangono allo stesso livello di trenta anni fa, Sanità e Scuola vengono gradualmente smantellate con gravi conseguenze per gli italiani in termini di mal practice e migliaia di decessi da ”malasanità”.

In più, si è accentuata la nuova ondata migratoria dei giovani, che lasciano il nostro Paese al ritmo di 100.000 ogni anno e trovano miglior fortuna in altri paesi dell’UE. E’ un fenomeno inarrestabile, ma in pochi riflettono  sugli effetti per la nostra ricchezza: negli ultimi dieci anni, quasi un milione di giovani e giovanissimi hanno trasferito la propria residenza nel Regno Unito, in Irlanda, in Germania e persino in Spagna, e in termini di PIL futuro, che ci viene a mancare, si tratta di una vera e propria ecatombe economica, tanto più che in Italia non si fanno più bambini ed il tasso di ricambio tra le risorse umane di generazioni successive ha una percentuale sempre negativa.

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Secondo i dati più recenti di Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, oggi almeno il 63% delle famiglie in Italia fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Quasi due nuclei familiari su tre, in sostanza, ammettono di avere difficoltà (più o meno gravi) a far quadrare i conti. Il dato è superiore di oltre 17 punti percentuali alla media Ue (45,5%). Nel dettaglio, il 6,9% denuncia grandi difficoltà, il 15,4% media difficoltà e il 41,7% che parla di difficoltà saltuarie. Sotto il profilo della povertà siamo a quota 24,2% (contro una media UE del 21,6%). In particolare, sono a rischio di povertà il 26,4% delle famiglie con figli a carico, contro il 22,6% delle altre, e questo spiega in modo eloquente perché in Italia si fanno sempre meno figli: in tanti lo vorrebbero ma non possono permetterselo, anche a causa dell’inflazione elevata.

Infatti, secondo i dati dell’Osservatorio mensile di Findomestic mantenere un figlio costa quasi 500 euro al mese, il 15% in più rispetto a un anno fa, a causa dell’inflazione. Pertanto, tutto dovrebbe suggerire al governo di intervenire subito, e garantire un salario minimo che spenga la moria di giovani che vanno all’estero per fare lo stesso lavoro che farebbero qui se solo gli stipendi non fossero da terzo mondo. Un esempio? Un impiegato di farmacia, con laurea e specializzazione, in Italia guadagna in media 1.500 euro netti al mese, in Irlanda (dove la casa, i trasporti e l’istruzione costano quasi il 70% in più che in Italia, ma non certo il triplo) ne guadagna 5.100 al mese al netto delle imposte.

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L’Italia dovrebbe investire immediatamente in Sanità, Scuola e Welfare, e invece è proprio su questi settori che si continua a tagliare, non ultimo il paventato taglio delle pensioni ai medici, che migrano verso il sistema sanitario privato al ritmo di 1.500-2.000 ogni anno. Il problema, tuttavia, è ben più ampio, e riguarda il profondo mutamento socio-economico avvenuto dai primi anni ’80 e amplificato dall’avvento dell’Euro: la scomparsa della classe “consumatrice” per eccellenza, ossia la Classe Media. Si parla della crisi della classe media occidentale da circa vent’anni, ricercandone la causa sia nella crisi generale del sistema capitalistico, sia nel predominio della Finanza, che ha determinato la scomparsa della produzione reale di beni a scapito dello scambio finanziario. Il risultato è stato la creazione di enormi gruppi che fanno le regole del gioco e che hanno escluso del tutto la classe media.

L’equazione “meno classe media uguale più povertà”, pertanto, è diventata una verità assoluta, cui i matematici potrebbero dedicare dimostrazioni e teoremi, prestandoli agli economisti; almeno a quei pochi che ancora non sono asserviti alle logiche delle grandi corporation. Con il Covid-19 tale equazione ha trovato la sua dimostrazione, e in diversi paesi la rottura tra classe media e “upper class” si è ulteriormente intensificata. Negli Stati uniti, per esempio, la ricchezza dei miliardari è aumentata del 44% da metà marzo 2020 a fine febbraio 2021, mentre il 50% delle persone con istruzione elevata aveva difficoltà a pagare le normali spese domestiche. In Europa, alla fine di luglio 2020 la ricchezza dei miliardari britannici era cresciuta del 35% rispetto all’anno precedente. L’economista Thomas Piketty (nella foto), nei suoi studi, ha sommessamente fatto notare che la situazione attuale è identica a quella precedente alla Rivoluzione Francese, poiché siamo nuovamente di fronte ad una nuova classe elitaria di “super-ricchi” che si contrappone a miliardi di persone che stentano a vivere decorosamente e, soprattutto, non consumano più come una volta, legati come sono agli acquisti di sopravvivenza o al mantenimento di un tenore di vita che non permette comunque alcuna prospettiva.

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La media borghesia, motore trainante di tutte le rivoluzioni industriali, ha lasciato il posto alla grande borghesia delle grandi imprese. Questo è ciò che accade, anno dopo anno, nel vecchio continente e nel Nord America; in altre parti del mondo, invece, sta nascendo una nuova classe media: nel continente africano (Marocco e Tunisia), in Brasile e in Cina, tutti paesi che viaggiano con tassi di crescita più alti dell’Italia e dove la classe media cambierà la struttura politica e sociale del paese in cui vive. Ma noi viviamo in Italia, e non facciamo niente per cambiarla, illudendoci che lamentarci ogni tanto sui social network – vero “binario morto” di tutti i dibattiti pubblici che una volta si svolgevano in piazza – possa scoraggiare anche per un solo istante quei pochi soggetti che reggono le fila del tutto.

Una soluzione del problema passerebbe per una inversione delle cause e degli effetti: se il predominio della finanza ha determinato la graduale scomparsa della produzione reale di moltissimi beni a beneficio dello scambio finanziario, allora la Finanza nel suo insieme (SGR, sicav, private equity etc) potrebbe scavalcare il circuito bancario e compensare gli effetti negativi di tale percorso storico, finanziando direttamente le attività reali, e cioè intervenendo direttamente, al posto delle banche, alla nascita di nuovi progetti imprenditoriali geolocalizzati (startup) o allo sviluppo di quelli esistenti e dei loro obiettivi di crescita, favorendo occupazione, reddito e PIL. Del resto, la nuova normativa europea, e la possibilità di attribuire anche alle SRL un codice ISIN, aiuterebbe molto nella creazione di un nuovo mercato regolamentato, sicuramente più volatile ma non meno promettente di quello “maturo”. Chi se ne farà carico, tirando le fila?