Giugno 12, 2026
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La doppia vittoria democratica in Georgia farà aumentare la volatilità sulle Borse Usa

La spallata dei democratici potrebbe accelerare da rotazione dai titoli growth del Nasdaq a quelli value degli indici Dow Jones e Russell 2000. Il programma di stimolo fiscale di Biden potrebbe spingere in alto i tassi Usa.

Dopo lo storico risultato di Raphael Warnock, che ha battuto Kelly Loeffler diventando il primo senatore afroamericano eletto in Georgia, Ossoff si è imposto su Perdue per poche migliaia di voti in un risultato incerto fino alla fine. Anche il Senato degli Stati Uniti passa così sotto il controllo dei Democratici.

I candidati democratici avevano bisogno di battere entrambi i senatori repubblicani per conquistare anche l’altro ramo del Congresso, dopo aver confermato lo scorso 3 novembre la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti. «La sorprendente doppia vittoria dei democratici nelle elezioni per i due seggi cruciali della Georgia al Senato potrebbe generare volatilità sul mercato azionario americano», afferma Andrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea Independent Investors. «Dopo le elezioni di novembre, i mercati hanno reagito positivamente alla prospettiva di un Presidente democratico e un Congresso diviso, che avrebbe impedito all’amministrazione Biden di varare alcuni dei provvedimenti più controversi, come la retromarcia sui tagli delle tasse per le imprese o l’introduzione di norme antitrust più severe. Uno scenario che era già prezzato nelle previsioni di mercato».

Andrea Siviero

La nuova affermazione dei democratici adesso dovrebbe spingere la volatilità sui mercati e la notizia positiva di uno stimolo fiscale più generoso potrebbe essere annullata dai rischi di un aumento delle tasse sulle imprese. La spallata dei democratici, padroni della presidenza e di entrambe le camere, potrebbe spingere i titoli ciclici e ampliare la rotazione dalle azioni growth, che caratterizzano soprattutto il Nasdaq, a quelle value, tipiche del Dow Jones e delle piccole e medie aziende dell’indice Russell 2000, dato che il programma di stimolo di Biden è finalizzato alla ripresa economica e al sostegno dei settori ciclici. Inoltre, è possibile una risalita dei tassi dei titoli di Stato Usa, legata alle attese per uno stimolo fiscale più ampio e a un incremento delle emissioni pubbliche.

Con l’equilibrio 50 a 50 al Senato, il voto decisivo spetterà al nuovo vicepresidente Kamala Harris. Per far passare i provvedimenti più divisivi, i democratici dovranno assicurarsi che la compagine dei loro senatori rimanga compatta e questo crea comunque qualche incertezza, che si rifletterà nell’andamento dei mercati.

Salta l’opportunità del “governissimo” in Enasarco. Troppa tensione ed obiettivi opachi da ambo le parti

In Enasarco sarebbe servita una maggiore maturità e spirito di collaborazione da parte delle opposte fazioni, una sorta di “governissimo”, basato su larghe intese, che finalmente si potesse occupare delle istanze della categoria, la quale attende ancora gli aiuti economici che solo una maggioranza stabile può finalmente garantire.  

Di Alessio Cardinale*

La tensione, soltanto mascherata dal silenzio, si tagliava con il coltello prima ancora dell’assemblea dello scorso 23 Dicembre 2020, ma pochi si aspettavano che l’irragionevolezza ed i giochi di potere potessero prevalere ancora una volta sulla necessità – diventata urgentissima, dopo otto mesi di ritardo – di garantire rapidamente una governance stabile alla cassa di agenti di commercio e consulenti finanziari e mettere finalmente mano sui concreti provvedimenti straordinari su cui 220.000 iscritti contano.

Spiace dirlo, ma dopo il risultato elettorale sarebbe stato più opportuno che la maggioranza uscente – che già si era resa protagonista di un rinvio “sine die” delle elezioni, suscitando tensioni e polemiche – fissasse una data ravvicinata per l’assemblea dei delegati, anziché prendersi tutto il termine previsto dai regolamenti: ciò avrebbe rappresentato un segnale di efficienza, nonchè la volontà di segnare quel punto di svolta cui molti, da entrambe le parti, si sono ispirati in campagna elettorale: sediamoci al tavolo comune e risolviamo i problemi.

Andare immediatamente in assemblea – cosa mai poteva impedirlo? – avrebbe evitato il crescere della tensione che, dopo essersi accumulata per mesi, si è scaricata il 23 Dicembre con tutta la sua forza, facendo perdere a più di qualcuno le necessarie lucidità e lungimiranza, insieme ad un discreto ammontare di dignità personale da parte di qualcun altro.

Ciò che è accaduto, in fondo, era prevedibile, perché le forze in campo sostanzialmente si equivalevano, ed era sufficiente l’assenza di un solo delegato per far prevalere uno schieramento sull’altro. Infatti, la “campagna acquisti” estiva era già finita (non senza polemiche), e dominava la speranza che le tensioni potessero cessare una volta riuniti attorno allo stesso tavolo. In considerazione dei risultati elettorali, l’unica maggioranza possibile era quella di 8 consiglieri a 7, e con un simile margine non si va da nessuna parte: è sufficiente che uno dei consiglieri sia virtualmente assente – il WiFi e le connessioni non sono una scienza esatta – per determinare una situazione di stallo su decisioni importanti, inaccettabile dopo i recenti trascorsi.

Pertanto, serviva maturità e spirito di collaborazione, una sorta di “governissimo”, basato su larghe intese, che finalmente si potesse occupare delle istanze degli iscritti che ancora attendono i provvedimenti straordinari di sostegno economico alla categoria. Invece, il risultato più degno di nota scaturito dall’assemblea del 23 Dicembre 2020 sembra essere stato il fitto mistero sulla presenza di un delegato che, pur avendo asseriti problemi di connessione, contestualmente non risponde alle insistenti telefonate dei compagni di lista che lo richiamano disperatamente alla votazione. Ma questa, per fortuna, è materia che lasciamo volentieri alla coalizione di cui fa parte, affinchè si chiariscano le circostanze, magari per farne tesoro ed evitare gli stessi problemi “tecnici” nelle future riunioni del CdA da remoto.

La sensazione prevalente, in ogni caso, è che entrambe le coalizioni siano guidate da obiettivi opachi, e che nessuna di esse sarà all’altezza di governare Enasarco, tanto più da sole. In teoria, entrambe dovrebbero coltivare l’arte del compromesso, al quale però non sembrano tanto avvezze. Sempreché non intervengano i ministeri vigilanti a dettare forzosamente la fine delle ostilità ed un “tutti a casa”.  

* Direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Patrimoni&Finanza, i contenuti della settimana dal 28 Dicembre 2020 al 3 Gennaio 2021

La settimana a cavallo tra il 2020 ed il 2021 vede sotto la lente di ingrandimento gli investimenti alternativi, ed in particolare il ramo dei passion investment, e cioè quegli strumenti di risparmio che mischiano emozione e ricerca del rendimento.

Inoltre, ci occupiamo di Finanza Comportamentale, con il secondo articolo della psicologa Sabrina Pellegrini, di alcune problematiche relative agli agenti di commercio e di Real Estate Alberghiero, con un approfondimento del manager Roberto Necci.

Questo ed altro ancora, su Patrimoni&Finanza, con il consueto approfondimento.

La Finanza Comportamentale ed il questionario di adeguatezza: una lotta tra carattere e pianificazione

Ognuno di noi, per gestire limiti e frustrazioni imposti dal Mondo Esterno, ha costruito un filtro con cui orientarsi, selezionare le informazioni e prendere decisioni, ivi comprese quelle legate alla gestione del denaro e del patrimonio. LEGGI

Non solo finanza e immobili nel portafoglio. Il 2021 sarà l’anno degli investimenti alternativi

Nonostante ci siano tutte le premesse per un ulteriore slancio dei mercati finanziari nel corso del 2021, grazie alle previsioni sulla distribuzione mondiale del vaccino, aumenta sempre di più l’interesse per gli investimenti alternativi, che nel 2021 riceveranno la propria consacrazione da bene-rifugio ad asset fondamentale dei portafogli di investimento. LEGGI

Investimenti alternativi. Il mercato delle opere d’arte, tra mecenatismo e ricerca del profitto

Risulta difficile parlare di mercato dell’Arte senza comprenderne il funzionamento. I meccanismi di quotazione di una opera d’arte sono il risultato di una serie di attività collaterali più importanti delle stesse fasi di produzione, immissione nel mercato e distribuzione. LEGGI

Crisi d’impresa e real estate alberghiero, il valore della struttura si identifica con l’attività economica svolta

Mai come oggi vale la massima che un “hotel vale quanto rende”, mentre in passato, specialmente per le banche, la sua valutazione era sostanzialmente diversa, avendo maggiore incidenza nella valutazione creditizia il valore immobiliare. LEGGI

Per richieste di informazioni e/o suggerimenti, potrete scrivere a redazione@patrimoniefinanza.com: risposte assicurate entro 48 ore.

La MiFID e la “dissonanza cognitiva”. In che direzione va la professione di consulente finanziario?

Politica e Finanza dovrebbero viaggiare lungo due rette parallele, che per definizione non si incontrano mai. Nel caso della MiFID, invece, pare si siano incontrate, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Anche se nessuno vuole vederli.

Di Alessio Cardinale

Con il documento di Action Plan verso la Capital Market Union (CMU), pubblicato lo scorso 24 Settembre, la Commissione Europea ha preparato il terreno per l’introduzione dell’obbligo di una certificazione europea per i consulenti finanziari, allo scopo di attestare il livello di conoscenza, di qualificazione e di formazione permanente di ciascuno di essi, e creare uno standard di qualificazione professionale per tutti i consulenti finanziari operanti nell’UE.

L’intento, come sappiamo, è quello di procedere verso un unico Albo europeo dei consulenti finanziari e, domani, di consentire ai professionisti che vorranno misurarsi con i mercati di altri paesi di prestare la propria opera in qualunque stato membro, diventando così “internazionali”. Pertanto, sembrerebbe a prima vista un evento di portata eccezionale per la categoria dei consulenti finanziari; approfondendo la questione, però, non sono poche le perplessità che si generano.

LO SPETTRO DELLO STANDARD. Qualunque professione fonda le proprie radici sulla indipendenza intellettuale di chi la esercita. E’ proprio grazie a questa autonomia, espressa all’interno di un corpus di regole uguali per tutti gli appartenenti, che la c.d. professione liberale si distingue dal lavoro dipendente. Di conseguenza, un elevato livello di standardizzazione dei processi di creazione dell’opera intellettuale svilisce e mortifica qualunque professione, che appunto si basa sulla indipendenza e ammette, al massimo, la sola standardizzazione delle procedure di trasmissione dell’opera a chi deve beneficiarne e, laddove occorre, agli enti di controllo amministrativo e vigilanza.

Questo percorso logico e chiaro a tutti, purtroppo, non è stato osservato per la categoria professionale dei consulenti finanziari, e qualunque percorso che portasse alla costituzione di un vero Ordine di professionisti, cui da più parti si vagheggiava, è stato interrotto a partire dal 2007, allorquando fu chiaro che la normativa MiFID fosse concepita politicamente per consentire al sistema finanziario europeo – fino al 2008 poco competitivo – di rivaleggiare con quello statunitense e – oggi più che mai – con quello asiatico-cinese, che sta muovendo velocemente i propri passi.

Sfortunatamente, a giudicare dalle cifre del portafoglio medio per consulente, siamo ancora ben lontani dalle medie USA, dove un professionista viene giudicato “appena discreto” al raggiungimento di un portafoglio di almeno 100 milioni di USD. Pertanto, delle due l’una: o il sistema MiFID europeo non ha raggiunto il suo obiettivo, riuscendo a replicare solo una brutta copia del sistema americano, oppure il percorso della MiFID – basato essenzialmente sull’aumento del portafoglio medio pro capite a discapito della qualità e del ricambio generazionale – non si è ancora completato e, per i prossimi 10-15 anni, prevede la continuazione di un processo di profonda trasformazione e “concentrazione” per mezzo dei seguenti passaggi:

– limitazione, in termini percentuali, del passaggio generazionale dei portafogli “da padre in figlio”, al fine di ridurre considerevolmente il numero di consulenti e, in virtù di un denominatore più basso (numero consulenti) a fronte di un numeratore (masse amministrate) superiore o anche uguale a quello di oggi, avvicinarsi alle vette americane;

– progressivo allontanamento, con modalità riservate e con incentivi, dei consulenti con portafogli inferiori a 15-20 milioni;

– selezione e formazione specifica di un numero limitato di risorse umane più giovani, provenienti dal mondo universitario, da finanziare tramite la riduzione dei costi derivante da quanto previsto al punto precedente, arrivando così al pensionamento dei consulenti over 55 con forze fresche, di età media 35 anni, a cui riassegnare le masse a fronte di margini provvigionali molto ridotti.

Nella mente degli “architetti” della MiFID, tutto questo dovrebbe migliorare il sistema, ma non tiene in conto della possibile evoluzione del sistema finanziario americano, ed anzi sembra assumere per scontato che la media USA di AUM (Asset Under Management) per consulente rimanga ferma.

Le variazioni della ricchezza amministrata dai consulenti finanziari, prendendo in esame il periodo 2008-2020, sono state notevoli, al pari delle riduzioni dei margini di guadagno per le reti, e ciò testimonia la tendenza in atto di cui parlavamo prima. Banca Generali, per esempio, ha più che quadruplicato la sua raccolta, seguita da Azimut (205%), Mediolanum (198%) e Fineco (173%), mentre l’incremento più contenuto è quello di Fideuram (+84%) che però partiva da 60,5 miliardi di masse amministrate già nel 2008. Se analizziamo il numero di consulenti, i dati cominciano ad essere contrastanti. Si va dalla crescita di Azimut (+68%) e di Banca Generali (+51%), alla cura dimagrante di Allianz Bank (-26%), Mediolanum (-19%) e Fineco (-5%). La diminuzione della forza vendite, naturalmente, ha determinato un deciso miglioramento della AUM media per consulente, eccetto Banca Generali che ha registrato una crescita record di AUM per consulente (+ 273%) pur avendo aumentato il numero di professionisti. Le altre reti, invece, hanno ridotto il numero di consulenti e, quindi, aumentato l’AUM media (Mediolanum + 268% e Allianz Bank +213%).

LA DISSONANZA COGNITIVA. A monte di tutto sembra predominare un piano mosso da una serie di luoghi comuni usati strumentalmente, più che dall’industria, dalla politica europea. La MiFID, infatti, ha inviato alcuni inaccettabili messaggi subliminali al sistema. Il primo è che la riduzione dei margini di ricavo seguiti all’introduzione delle due MiFID siano il “prezzo” che i consulenti finanziari debbano pagare per i presunti “eccessi” di una condotta professionale rivolta, più che alla qualità, alla ricerca di lucrose commissioni; la seconda è che i risparmiatori italiani siano tutti degli analfabeti funzionali, giacchè nel periodo considerato (2008-2020) hanno ricevuto puntualmente le comunicazioni sulle commissioni pagate, scritte nella loro lingua madre, e non le hanno capite.

Eppure, qualunque conferma di investimento, fin dagli albori della consulenza finanziaria – quando ancora non era stato codificato neanche il termine “promotore” – ha sempre recato in maniera chiara ed inequivocabile l’entità delle commissioni pagate. Pertanto, si fa strada la convinzione che, a rafforzare gli evidenti interessi politici – le banche e le reti non si sarebbero neanche sognate di mettere in campo le due MiFID – sia esistita una sorta di meccanismo manipolativo, a sua volta agito attraverso l’induzione di una c.d. “dissonanza cognitiva” (concetto introdotto da Leon Festinger nel 1957), ossia una contraddizione interna che porta qualcuno a parlare e a pensare in modo contrario a ciò che sente e percepisce, o a ciò che un ragionamento logico suggerirebbe. La sudditanza ad un sistema – economico o politico – implica sempre l’esistenza di una o più dissonanze cognitive, un pò come il prigioniero che vede un amico nel proprio carceriere, nonostante questi lo abbia privato della sua libertà.

Leon Festinger

La “ricetta” della manipolazione consta di alcuni passaggi chiave. Il più importante è la provenienza dei principi che spingono all’azione: se essi non provengono dalla “pancia” (i consumatori, ossia la Domanda), bensì “calati dall’alto” dal sistema stesso (l’Offerta), il rischio di dover utilizzare una manipolazione collettiva esiste sempre, e assicura il buon esito delle operazioni che il “manipolatore” si è prefissato di raggiungere.

Facciamo un esempio pratico. Ricordate il recente caso della modella di Gucci “non esattamente bella”, ma designata quale nuovo canone di bellezza “non convenzionale”? In sintesi, Gucci ha scelto come testimonial una donna che palesemente mostra un aspetto contrastante con il ruolo assegnatole nel campo della moda, dove le indossatrici – magrezza a parte – sono oggettivamente e mediamente belle o addirittura bellissime. Chiunque, vedendo la sua foto, ha sentito immediatamente che c’era qualcosa che non andava; però, contestualmente, quella sensazione di contrasto – e la reazione negativa che ne è seguita – è stata indicata dai media come “sbagliata”, al punto che chi non la pensava come Gucci veniva additato come individuo mediocre, per nulla aperto al progresso e capace solo di giudicare una donna per il suo aspetto “convenzionale“.

In pratica, con la minaccia di tale “punizione sociale”, ben veicolata dai media e dal marketing, si sono spinte le persone a pensare l’opposto di ciò che sentivano, e a “farsi piacere” la modella di Gucci. Trasponendo il concetto sulla MiFID, la possibile dissonanza cognitiva si potrebbe riassumere così: si dice ripetutamente che la trasparenza è importante, ma che fino ad oggi non è stata garantita ai risparmiatori; quindi, bisogna rivoluzionare tutto, e se non sei d’accordo passi per consulente avvezzo solo al business ed al tornaconto personale. Questo fa sentire immediatamente che c’è qualcosa che non va (dissonanza cognitiva), dal momento che i limiti ed i sacrifici economici – solo per i consulenti finanziari – dettati dalle due MiFID non sono mai piaciuti nè agli interessati nè alle mandanti, e la trasparenza, prima delle MiFID, c’era eccome: i clienti ricevevano puntualmente una comunicazione scritta, per posta, recante il resoconto dell’operazione effettuata, con evidenza delle spese sia in percentuale che in valore assoluto, mentre oggi, con le comunicazioni inviate quasi esclusivamente online (per chi ha l’home banking, e cioè quasi tutti, anziani compresi), solo una piccola parte della clientela le legge (si stima non più del 15%), per cui possiamo concludere che c’era più trasparenza prima della MiFID che oggi.

In definitiva, Politica e Finanza dovrebbero viaggiare lungo due rette parallele, che per definizione non si incontrano mai. Nel caso della MiFID, invece, pare si siano incontrate, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Con buona pace del progresso e dell’indipendenza professionale.

Italia a buon mercato per gli appetiti stranieri. Immobili e redditi, siamo il nuovo Est Europa

Le statistiche rivelano  come l’Italia si trovi, più che in passato, nelle  condizioni per essere aggredita economicamente dalle potenze straniere. Il reddito pro-capite ed i prezzi del patrimonio immobiliare privato sono talmente bassi da far gola al Nord Europa, e  la voglia di shopping di Francia, Olanda e Germania potrebbe coinvolgere diffusamente  anche le nostre PMI migliori.

Di Alessio Cardinale

L’Italia è sempre stata un terra di conquista delle potenze straniere, e raramente nella sua storia unitaria si è posta essa stessa come “potenza”. Quando lo ha fatto, poi, sappiamo bene come è andata a finire.

Dal secondo Dopoguerra, le geografie mondiali sono mutate spesso, ma attraverso lunghi periodi di stabilità. Ciò che non viene evidenziato mai dalla cartine geografiche tradizionali, però, sono le mutazioni degli assetti geo-economici, che invece mutano continuamente, fino ad oggi, senza bisogno di ricorrere a conflitti armati e trovando nei “conflitti imprenditoriali” il proprio campo di battaglia, con tanto di virtuali – ma efficaci, se si vuole – trincee.

Esiste, infatti, un livello di “attaccabilità” delle aziende di un paese, di cui imprenditori di altri paesi possono avvantaggiarsi in particolari situazioni congiunturali. Esistono, anche, alcuni indicatori di riferimento che ci aiutano a capire quanto le nostre migliori aziende siano acquistabili o “scalabili” da parte di mani straniere, e che ci aiutano a comprendere, di conseguenza, quanto possa essere fragile il nostro tessuto economico in un determinato momento storico. In particolare, il mercato immobiliare – e i suoi segnali in termini di Domanda e Offerta – ed il reddito medio rappresentano due termometri infallibili per qualunque economia.

Relativamente alle quotazioni immobiliari, la speciale classifica delle città europee secondo il costo a mq vede al primo posto Parigi con 12.900 euro/mq, seguita da Londra con 11.200 euro/mq e Monaco di Baviera con 7.800 euro/mq. In Italia, Milano è ben distante a quota 3.650 euro/mq, Roma 3.300 euro/mq e Torino 1.950 euro/mq. Relativamente al prezzo medio al metro quadrato per l’affitto degli immobili residenziali, Parigi sempre in testa con un valore di 27,8 euro/mq, seguita da Oslo con 25,3 euro/mq. In Italia, invece, è Roma al primo posto con 13,4 euro/mq, seguita da Milano con 12,9 euro/mq e Torino 6,9 euro/mq.

Nel meridione d’Italia, a Napoli e Palermo, quotazioni ancora più basse pur riguardando città di grande interesse storico e con notevoli contesti architettonici.

Connesso a questo primo indicatore c’è il secondo, non meno importante, relativo al reddito. In particolare, se analizziamo quanti stipendi lordi medi annui servono per acquistare un immobile residenziale di 70mq, vediamo che i cittadini di Italia, Norvegia, Germania e Austria impiegano tra 5 (Germania) e 6,2 (Italia) stipendi lordi annui per coprire l’acquisto.

Se analizziamo i dati aggregati per aree geografiche e risaliamo fino ai livelli del 1980, le differenze rispetto alla media europea sono abbastanza evidenti: il blocco del Nord Europa resta ampiamente in vetta, con un reddito del 50 per cento più alto di quello della media europea (mentre alla metà degli anni novanta la differenza era solo del 25 per cento); quello occidentale è più alto del 25 per cento rispetto a quello orientale; quello del Sud è sceso sotto la media europea  a seguito della grande crisi del 2008 (- 10 per cento) e quello dell’Est resta al 35 per cento sotto la media, ma viaggia a ritmi di PIL talmente superiori a quelli italiani che, tra i paesi un tempo ambiti dagli emigranti dall’Europa Orientale (Albania, in primis), c’è stato una sorta di avvicinamento da parte di alcuni di loro: non sono pochi gli italiani che emigrano oggi in Albania o In Croazia, attratti dal fisco leggero e dalla burocrazia snella.

Tra il 2004 e il 2018, la distanza tra i nostri salari e quelli degli sloveni, dei cechi, degli estoni, degli slovacchi, dei lettoni, si è ridotta notevolmente, grazie anche all’effetto combinato di decenni di declino italiano e di boom economico a Est. Infatti, il reddito netto disponibile degli italiani – escluse tasse e contributi – non è ancora tornato ai livelli pre-crisi, e resta ancora oggi al livello di vent’anni fa. 

Pertanto, l’Italia sembra sempre più somigliare, in quanto a parametri economici e grado di “attaccabilità” (o scalabilità) da parte dei paesi più ricchi, ai paesi dell’Est Europa. Ecco perché, a livello immobiliare, e soprattutto relativamente agli immobili di pregio (sia nelle grandi città che nelle zone pregiate di campagna), lo shopping del Nord Europa è continuato senza sosta, anche nel periodo immediatamente successivo al primo lockdown.

Inoltre, dallo scoppio della pandemia è cresciuto il timore di acquisizione delle nostre migliori aziende da parte dei nostri partner europei, sempre attenti in passato a non permettere a mani italiane di scalare le loro grandi imprese, ma sempre lesti ad acquisire le nostre (da Parmalat a Mediaset, passando per decine di altri marchi molto noti). Buona parte dei colossi italiani, infatti, ha diminuito sensibilmente il proprio valore in Borsa, ed i nostri servizi segreti, allertati dal Governo in merito a potenziali appetiti sulle nostre grandi aziende, oggi guardano soprattutto all’Olanda e alla Francia. In ambito petrolifero, ad esempio, l’italiana Eni rischia di essere “predata” dai Paesi Bassi con la Shell, o dalla Francia con la Total. Shell ha perso il 47% da inizio d’anno, ma in Borsa vale 108 miliardi contro i 29 dell’Eni (che ha perso il 42% nello stesso periodo); la francese Total invece vale 91 miliardi, più di tre volte l’Eni.

Ma se relativamente alle grandi aziende il Governo Conte ha aumentato, lo scorso Aprile, la loro “blindatura” ampliando il cosiddetto Golden Power – che permette di bloccare acquisizioni estere anche da parte di aziende con sede Ue ma controllate da soggetti extracomunitari – nessun controllo potrà essere effettuato riguardo le possibili acquisizioni delle nostre migliori PMI non quotate che, com’è noto, costituiscono l’ossatura dell’apparato imprenditoriale italiano.

Settori di eccellenza come quelli della produzione alimentare e vinicola, oppure della logistica e della moda, oggi valgono molto meno di nove mesi fa, e diversi imprenditori con tradizioni secolari e di medie dimensioni, alla luce delle difficoltà emerse con la pandemia, potrebbero essere tentati di cedere a mani straniere le proprie quote di maggioranza.

In particolare, le più colpite potrebbero essere quelle dove risulta difficile – o impossibile – attuare un ricambio generazionale che non interrompa la continuità nelle conduzione familiare dell’azienda.

Prede facili, di questi tempi.

Agenti di commercio e consulenti finanziari: le organizzazioni chiedono più tutele, ma in ordine sparso

Anasf, Assopam, Federagenti e Fiarc, da un lato, e Federpromm più Anaaf, dall’altro, chiedono al Governo maggiori tutele per le categorie rappresentate. Lo fanno, però, in ordine sparso, come due tribù indiane avversarie, ciascuna dalla propria riva del fiume di un Italia che, serenamente, va in pezzi.

 Editoriale di Alessio Cardinale

Sebbene con due documenti separati, i due maggiori raggruppamenti associativi e sindacali a sostegno delle “categorie Enasarco” degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari intervengono, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, per chiedere al Governo maggiori tutele di fronte al nuovo periodo di lockdown delle attività.

Infatti, come sappiamo, il nuovo DPCM introduce fino al 3 dicembre 2020 regole più restrittive rispetto al decreto del 24 ottobre, dividendo l’Italia in tre aree a seconda del rischio. A seconda dei casi e con differenti modalità, sono previste la chiusura degli esercizi commerciali e la limitazione della mobilità sia per il trasporto pubblico che per quello privato, con evidente nocumento per le due categorie degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari, che proprio della mobilità costruiscono, giorno per giorno, la propria attività anche in territori posti al di fuori del proprio comune e, spesso, della propria regione.

Per questo motivo, la scorsa settimana abbiamo visto insorgere le sigle ANASF, ASSOPAM, Federagenti e FIARC le quali, in una nota congiunta, comunicavano come dalle stime previsionali fosse emerso che “….agenti di commercio, consulenti finanziari, agenti in attività finanziaria e aziende mandanti saranno costrette a pagare il prezzo più alto, con inevitabili fallimenti o la cessazione di migliaia attività, trattandosi di professionisti dell’intermediazione che per lo più, hanno come clientela imprenditori che operano nei settori oggetto di chiusura totale o parziale”. E poi “….chiudere un esercizio commerciale significa colpire tutta la filiera, e limitare la mobilità significa complicare l’attività comprimendo in modo drammatico le provvigioni. Migliaia di colleghi hanno già chiuso per sempre. Nonostante i nostri continui appelli, ancora una volta dobbiamo segnalare la totale mancanza di attenzione da parte delle Istituzioni verso più di 200.000 imprese dell’intermediazione operanti sul territorio”.

Alla luce delle circostanze, pertanto, le quattro sigle chiedevano al Governo di “garantire i necessari ristori di Sopravvivenza anche alle categorie rappresentate”, dal momento che le stesse non godono di alcun ammortizzatore sociale e non devono essere considerate “categorie di serie B”.

Quasi contemporaneamente, Federpromm  e Anaaf chiedevano, con una propria nota al Governo, l’estensione dei benefici economici legati all’emergenza epidemiologica da COVID-19  anche per gli agenti finanziari che operano come società, aggiungendo un ulteriore tassello al precedente grido di allarme e rafforzando, forse involontariamente, l’azione di moral suasion delle altre sigle. “Con le recenti modifiche apportate al decreto-legge dell’8 aprile 2020,n,23 convertito con modificazioni dalla legge 5 giugno 2020,n.40 relativo agli interventi pubblici volti a mitigare gli effetti economici dell’emergenza epidemiologica derivanti dal coronavirus in cui sono stati inseriti anche le persone fisiche esercenti attività di cui alla sezione K del codice ATECO, escludendo di fatto gli agenti in attività finanziaria che esercitano la propria attività come persone giuridiche, Federpromm-Uiltucs  unitariamente all’Associazione di categoria Anaaf, (quest’ultima recentemente costituita  in rappresentanza  degli agenti) hanno ritenuto di avanzare alle forze politiche un emendamento  al  testo in discussione al Senato (c.d. Decreto Ristoro, art.13,comma 1),volto ad inserire  anche gli “agenti in attività finanziaria che operano come persone giuridiche“, recita la nota.

Tutto giusto, bello e sacrosanto, direbbe qualcuno. Ci si chiede, però, per quale motivo tutte queste sigle (ed anche tutte le altre, ognuna con pe proprie note in ordine sparso), evidentemente divise fino a qualche settimana fa dai toni aspri della tornata elettorale in Enasarco, non siano state capaci di ritrovare la via del dialogo in una circostanza così grave, con una pandemia che non accenna a diminuire ed anzi, rispetto alla scorsa primavera, mostra maggiore aggressività ed un bel carico di morti tra la Società Civile e tutti i ceti produttivi del Paese.

Unire le forze, in questo frangente, avrebbe conferito maggiore fiducia proprio agli iscritti di Enasarco. Questi ultimi, oggettivamente, non ne possono più di vedere due fazioni che,  come tribù indiane avversarie, si combattono e poi mal si sopportano, ognuna dalla opposta riva del fiume di un Italia che, serenamente, va in pezzi.

Consulenti finanziari senza confini. Claudio Candotti: credo negli studi associati e nella consulenza globale

I consulenti finanziari “senza confini” sono professionisti di lungo corso, molto richiesti da una clientela di alto livello per via della competenza acquisita negli anni. Patrimoni&Finanza ha intervistato Claudio Candotti, il “pioniere” della Consulenza Patrimoniale in Italia, chiedendogli di raccontare la sua storia professionale.

Intervista di Alessio Cardinale

Quella del consulente finanziario, fin dagli inizi, è sempre stata una professione molto dinamica, fatta di incontri e relazioni al di fuori dell’ufficio, ma negli ultimi 10 anni consulenti e clienti si siano abituati ad incontrarsi presso le filiali (o centri finanziari), sulle quali le banche-reti hanno investito molto per fidelizzare sia gli uni che gli altri. Tra i professionisti, però, resiste una nutrita schiera che preferisce incontrare i clienti presso la loro abitazione o la sede dell’impresa, anche se queste dovessero trovarsi a mille chilometri di distanza. Si tratta dei “consulenti finanziari senza confini geografici”, e cioè di quei professionisti della consulenza patrimoniale che hanno fatto dell’auto, del treno e/o dell’aereo il proprio mezzo ordinario di collegamento con il proprio portafoglio clienti.

Patrimoni&Finanza ha intervistato alcuni di loro, chiedendo di raccontare la propria esperienza a beneficio dei colleghi più giovani – i c.d. MiFID advisers – e, perché no, di quelli meno giovani ma desiderosi di conoscere la loro storia. Abbiamo incontrato Claudio Candotti, classe 1968, iscritto all’albo (oggi Organismo Unico) dei consulenti finanziari dal 1993, che in 27 anni di carriera ha costruito un proprio modello di business – è l’antesignano in Italia della c.d. Consulenza Patrimoniale “in rete”, ossia quella effettuata in team con gli altri professionisti del patrimonio – capace di fargli raggiungere risultati ai massimi livelli (se non il più alto, in Italia) in relazione al valore del portafoglio clienti. Il suo segreto è stato quello di lavorare in partnership con i più importanti studi professionali e di consulenza aziendale d’Italia.

Claudio, che ricordi ha dell’epoca in cui ha cominciato ad occuparsi di Consulenza Finanziaria?

Ho iniziato questa attività nel 1993. I risparmi erano appannaggio delle banche tradizionali, che attraverso i borsini collocavano prodotti finanziari come titoli di Stato, P/T, obbligazioni bancarie. La consulenza finanziaria era chiamata Promozione finanziaria, e i promotori finanziari erano meri collocatori di prodotti, identificati dal mercato e da molti clienti come i venditori di quelle attività di investimento buone per ricercare alto rendimento e finalità speculative. La concorrenza era spietata, e c’era una vera caccia grossa al cliente ricco e spregiudicato, a cui molti colleghi impreparati o scorretti facevano false promesse. Ma c’erano anche i clienti senza alcuna competenza ed esperienza finanziaria, che venivano spesso circuiti per l’acquisto di prodotti ad alte commissioni di sottoscrizione e poco valore gestionale. La cultura della consulenza apparteneva a pochi promotori, e non veniva percepita quasi da nessuno come un valore aggiunto. Per fortuna, però, sul mercato c’erano delle eccezioni, ovvero delle banche o delle Sim che avevano istituito delle accademy, e che formavano risorse (con o senza laurea) con spiccate attitudini alla relazione ed alla cura del cliente, gettando così le basi per quella che oggi, indiscutibilmente, è diventata la vera Consulenza Finanziaria.

Cosa le manca di quel periodo?

La forte effervescenza che animava il settore e le tantissime idee innovative di business, di prodotto e di mercato che, se sapute cogliere e sfruttare, potevano fare la differenza per coloro che le avessero cavalcate.

Ha avuto dei modelli da seguire, dei colleghi che l’hanno ispirata, oppure ha imparato gradualmente dai propri errori?

Ho capito fin da subito che bisognava avere dei benchmark di assoluto valore a cui tendere. Ho individuato i migliori due consulenti della Sim per la quale ho iniziato a lavorare e mi sono messo al loro servizio come autista, segretario e portaborse, ricevendo in cambio la possibilità ed il privilegio di poter presenziare come loro “assistente” agli incontri con i più importanti clienti. In questo modo, ho appreso quali sono le esigenze e gli obiettivi dei clienti più patrimonializzati, di quelli Istituzionali, di professionisti e manager d’azienda; ho imparato a differenziare la comunicazione e le offerte per soddisfare clienti molto diversi tra loro.

Quali sono stati i punti di svolta della sua carriera?

Avere capito, grazie a queste bellissime esperienze, che bisognava investire e canalizzare tutte le energie professionali su un target di clientela molto alto, per diventare più velocemente un consulente importante e di successo.

Quando ha cominciato a sviluppare clientela al di fuori della sua città, e come è avvenuto (volontà, il caso, la fortuna, le referenze di un amico…)?

Ho cominciato ad incontrare clientela di altre città lavorando come advisor finanziario di alcuni blasonati studi legali/fiscali romani che accompagnavano importanti aziende italiane in attività di internazionalizzazione produttiva e commerciale. Curavo per loro la parte finanziaria del business plan che servivano per ottenere finanziamenti ed agevolazioni pubbliche. Ho così conosciuto imprenditori e professionisti che operavano in tutta Italia, che poi mi hanno richiesto in modo diretto consulenze per loro o per i loro importanti clienti nell’ambito della gestione di patrimoni, nella gestione di tesorerie aziendali o di investimento delle immobilizzazioni finanziarie.

In quali città è presente oggi la sua clientela?

Un alto numero. Le città principali sono Milano, Torino, Venezia, Napoli e Bari.

Lei è un pioniere della c.d. Consulenza Patrimoniale, quella che si occupa di tutto il patrimonio dei clienti, e non solo delle loro disponibilità finanziarie. Può raccontarci come ha costruito il suo personale modello di business?

Ho studiato ed acquisito nel tempo competenze distintive in ambiti diversi: corporate, fiduciarie, fiscali, assicurative, legate a leggi agevolative o contributive su investimenti o attività di internazionalizzazione, sulla clientela Istituzionale. Queste competenze mi hanno permesso di essere, in ogni ambito, un punto di riferimento dei miei clienti, i quali mi hanno tenuto al loro fianco ogni qualvolta dovessero intraprendere o gestire attività che riguardavano le loro famiglie e le loro imprese.

Il periodo che stiamo attraversando ha messo a dura prova la tenuta delle relazioni con i clienti durante il lockdown. Lei come si è attrezzato?

Ho avuto la fortuna e l’abilità di far uscire tutti i miei clienti dagli investimenti azionari tra gennaio e febbraio, perché pensavo che i mercati fossero cari. Quindi, con molta liquidità a disposizione, ho chiamato di mia iniziativa ogni cliente durante la fase più critica della caduta dei mercati condividendo e pianificando con loro una strategia di forti acquisti a prezzi molto convenienti. Questo è stato il principale, e direi sostanziale modo per essere vicino ai  miei clienti.

Che posto ha la tecnologia nella sua professione?

Lavoro per Banca Widiba, che ha fatto della tecnologia il suo valore distintivo. Ho imparato ad usarla e a sfruttarla a vantaggio del mio business e dei miei clienti. Penso che sia ormai uno strumento fondamentale e insostituibile per la professione di un consulente finanziario.

Come vede la sua professione tra dieci anni, e come si vede lei?

Penso che questa professione subirà nuove profonde trasformazioni. Credo negli studi associati tra consulenti finanziari e tra questi e professionisti di altri settori, avvocati, fiscalisti, notai, agenti immobiliari. Credo nella consulenza globale e nel cross selling sulla clientela. Credo nel wealth management, nelle specializzazioni professionali in attività di consulenza di nicchia, ad alto valore aggiunto, che possano essere remunerate a parcella. Spero che mi venga permesso di lavorare in questo nuovo contesto per massimizzare le mie esperienze e competenze e metterle al servizio anche di altri.

Top Management, anche nelle aziende lo spettro della parità forzosa di genere. E la meritocrazia?

Che fine sta facendo la meritocrazia in azienda e nelle professioni? Perché oggi si rende quasi imprescindibile imporre anche alle imprese il credo della parità forzosa tra genere femminile e maschile? Quali sono le tecniche di comunicazione dei media che favoriscono questo pericoloso cambio di passo?

Editoriale di Alessio Cardinale*

C’era una volta il principio di pari opportunità tra uomini e donne. Fu salutato, a suo tempo, come una giusta conquista di civiltà, grazie alla quale anche le donne avrebbero potuto godere, in tutti gli ambiti della Società Civile, delle stesse prerogative legislative e regolamentari per ambire, esattamente come gli uomini, ad un lavoro soddisfacente, ad una posizione di carriera e ad un identico trattamento economico, a tutti i livelli. Per arrivarci c’è voluto un po’ di tempo, ma l’obiettivo è stato raggiunto, ed oggi possiamo già annoverare tantissime donne in posizioni apicali e di vera leadership in economia, in politica e nei media (per non dire dei magistrati donna, che sono il 53% del totale in Italia).

Qual è il comune denominatore che ha portato queste donne ai vertici della carriera? Semplice: un mix di qualità personali, competenza, esperienza, ambizione, impegno e un pizzico di fortuna. In poche parole, lo hanno meritato. Si tratta di donne che si sono messe in gioco, si sono impegnate senza pensare neanche per un attimo di poter avere una corsia preferenziale. Di più, nessuna di loro avrebbe mai sopportato l’umiliazione derivante da una sorta di “raccomandazione di genere“.

Il principio di meritocrazia, pertanto, associato a quello delle pari opportunità, ha consentito di raggiungere questo risultato che si è consolidato negli anni, e di fronte al quale le continue rivendicazioni di genere – alimentate da una certa politica  senza troppi scrupoli e molto attenta a fidelizzare il voto femminile – dovrebbero finalmente avere un termine.

La normalità, oggi, dovrebbe essere quella di una civile competizione tra professionisti – non distinguendo affatto per il loro genere – senza che nessuno di essi vada a ricercare delle scorciatoie per ottenere dei privilegi. Invece, in Italia si sta andando pericolosamente oltre il concetto di meritocrazia. Dopo l’affermazione dei principi di pari opportunità, infatti, a molti fu chiaro che qualcosa non aveva funzionato benissimo nel tradurre gli enunciati di principio in ordini di realtà. Infatti, l’Italia si è ritrovata con una pletora di commissioni P.O. costituite in ogni anfratto della Società Civile e delle attività produttive, composte ope legis solo da donne, in evidente contrasto con la più elementare delle regole costituzionali, quella che vieta espressamente anche la discriminazione per genere. Successivamente, è arrivato il turno delle “quote rosa” in politica, e lì fu subito chiaro che il corposo universo che sostiene questo modo di intendere le relazioni uomo-donna non puntava all’affermazione delle “antiquate” pari opportunità di genere, ma ad un arbitrario e ingannevole superamento di esse, individuabile nel concetto di “Parità Forzosa”.

Cosa intendiamo per “parità forzosa”? Per renderla più simpatica, gli illuminati della (dis)informazione la chiamano “diversity“, ma il suo vero nome dovrebbe essere “shortcut” (scorciatoia). Per chiarire meglio, facciamo un esempio: se una donna studia, si impegna, prende la laurea, frequenta con successo un master, fa la giusta gavetta, mostra di essere brava ed avere “i numeri” per ricoprire un certo ruolo, e lo ottiene, questo è frutto delle pari opportunità; se una donna ottiene il ruolo solo “in quota”, e cioè in virtù della sua appartenenza al genere femminile, senza aver prima dimostrato di avere studiato, di essersi impegnata, di avere una laurea, di aver frequentato un master, di aver fatto la gavetta, di essere brava ed avere i numeri, questo è frutto della parità forzosa, ed è quello che sta succedendo in Italia anche nel mondo aziendale (in politica nazionale e regionale ormai è la norma).

In pratica, il criterio della meritocrazia, che nei secoli dalla rivoluzione industriale ha fatto andare avanti il mondo, viene sostituito dal criterio di raggiungimento della parità forzosa in tutti gli ambiti della Società Civile, nel nome di un evidente “diritto alla scorciatoia e al privilegio” di cui TUTTE le donne – anche quelle senza arte né parte – dovrebbero beneficiare. Nella pratica, ciò equivale alla creazione di una immensa categoria protetta il cui “handicap” sarebbe quello di essere donna e che, in relazione alle sue proporzioni, non può che sopraffare l’opposto genere condannato, invece, alla “normalità”.   

Gli esempi di quanto sopra si trovano a decine, ogni giorno, sui media, grazie ad un elevatissimo livello di omologazione cui l’informazione in Italia si presta volentieri sul tema. Di solito, la notizia viene data con le seguenti modalità: “…Ancora bassa la percentuale di donne tra i dirigenti d’azienda nel settore farmaceutico…”, oppure “….Solo il 12% di donne tra la classe arbitrale nel mondo del calcio…”, oppure ancora “….soltanto 10 donne su 100 sono a capo di una filiale bancaria…” (ed altre, che replicano il medesimo stile). Peraltro, anche il settore della Consulenza Finanziaria non è esente da questa modalità di narrazione. Non è raro, infatti, leggere titoli come “Consulenti finanziari, solo il 25% è donna“. In pratica, la “notizia” è che sarebbero poche, in determinati settori, le donne in posizione di rilievo, ma quali siano le cause di queste percentuali non viene minimamente detto, facendo però intendere il lettore che tutto ciò sia il risultato di una forma di discriminazione ai danni delle pari opportunità delle donne, per cui è necessario imporre il modello della “parità forzosa”, con buona pace della meritocrazia.

Capovolgendo l’esempio al maschile, e facendo riferimento a statistiche autentiche riguardanti il mondo del lavoro, avete mai letto una notizia dal titolo “Solo 15 uomini su 100 svolgono il lavoro di insegnante“? Ovvio che no, così come scommetto che nessuno di voi abbia mai letto una notizia che dica “Quasi nulla la percentuale di donne presenti nell’industria estrattiva e nei trasporti di lunga percorrenza“. Nel primo caso, nessun uomo grida allo scandalo, nè si sente discriminato; quella statistica è frutto di scelte, non di una discriminazione verso il genere maschile nel mondo della Scuola. Relativamente al secondo titolo ipotetico – quello del lavoro in miniera o su un TIR – ci si chiede perchè le donne, in termini di genere, rivendicano (legittimamente) posizioni di vertice nelle aziende, ma non si ritengono idonee a svolgere lavori pesanti. Anche questo, mi pare, è tutto frutto di una scelta.

I comunicati stampa, poi, ci danno esempi di rara bellezza stilistica su questo tipo di informazione strumentale. Lo scorso 7 Ottobre, per esempio, Askanews usciva con questa agenzia: “…In Esselunga solo il 15% dei dirigenti sono donne: in pratica su un totale di 80, le dirigenti sono appena 12. E’ quanto emerso durante la conferenza stampa di Esselunga, che ha per presidente proprio una donna, Marina Caprotti, organizzata in occasione della presentazione, tutta al maschile, del primo bilancio di sostenibilità aziendale…”. Per chi studia la materia della comunicazione – ivi compresa quella che si genuflette al politicamente corretto e agli ordini di scuderia – questo comunicato è oro colato. Peraltro, Luca Lattuada, chief Human resources office di Esselunga, ci teneva a precisare che “…Noi siamo una azienda di circa 25mila persone, che per circa il 50% è fatta da donne, ma ci sono aree dove i ruoli di responsabilità dati alle donne, come quelle degli store, sono sicuramente da migliorare. Abbiamo avviato un percorso di formazione e sviluppo della leadership femminile per fare crescere questa quota“.

Ebbene, chi ha pronunciato questo virgolettato –e stiamo parlando di un top manager, mica poco – si è semplicemente limitato a ripetere senza riflettere il mantra della parità forzosa e delle quote (rosa), ma non sa neanche il motivo per cui si renderebbe necessario un “miglioramento”. Del resto, come potrebbe mai spiegare la questione, se non essendo costretto ad affermare la priorità di assegnare ruoli decisionali alle donne solo per la circostanza di essere tali, in barba al millenario principio di meritocrazia che ha sempre dominato le dinamiche ed il successo delle aziende?

C’è da dire che nel 2019 Esselunga ha registrato un aumento di donne nei ruoli chiave pari al 17% rispetto all’anno precedente. A questo punto, verrebbe da chiedersi se queste manager, quel ruolo, lo abbiano meritato davvero, oppure lo abbiano ricevuto in base al criterio della parità forzosa, e cioè per via della propria appartenenza al genere femminile. “Questo non è un cambiamento che si fa nel breve” – ha sottolineato Lattuada – “In questo percorso di cambiamento si inseriscono iniziative che prevedono workshop aziendali e interaziendali per superare gli stereotipi e creare organizzazioni più inclusive…”.

Forse la meritocrazia in azienda, secondo il top manager Lattuada, è diventata un vecchio stereotipo ormai superato e privo di valore? Così, per capire.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, dice la nostra Costituzione all’art. 3. Forse è il caso che questo concetto venga fatto proprio dai CdA delle grandi aziende, affinchè se ne ricordino prima di far celebrare l’elogio della parità forzosa ai propri top manager.

* Direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Con la seconda ondata, ancora in crescita gli acquisti di attici e di case con terrazzo o giardino

La tendenza si era verificata già in occasione della prima ondata, e con l’arrivo della seconda ci si attende un ulteriore consolidamento del numero di compravendite all’interno delle tipologie oggetto dell’analisi effettuata sulla scorta dei dati di Tecnocasa. Ecco il dettaglio città per città.

In occasione della prima ondata di Coronavirus, chi aveva una seconda casa al mare o in campagna vi si è trasferito già nel mese di Maggio – qualcuno anche ad Aprile – per “tenere lontano” il rischio di contrarre il virus. Coloro i quali, invece, sono rimasti rinchiusi nell’unica abitazione disponibile in città o nei grossi centri, hanno maturato il desiderio di avere una casa con uno spazio esterno, sia esso un terrazzo o un balcone, meglio ancora un giardino (opzione più probabile se si acquista una soluzione indipendente o semi-indipendente). Chi si trova nella condizione di avere maggiori disponibilità economiche, poi, si è diretto verso l’acquisto di un attico di ampia metratura.

Questa tendenza si è andata consolidando nei mesi da Giugno a Settembre, e chi ha la disponibilità economica per acquistare una seconda casa, o chi deve acquistare la prima, ha già contribuito ad un aumento delle compravendite in questo settore del mercato immobiliare. Per coloro, invece, che volessero valutare sia l’opportunità di rimanere in città ed acquistare un’abitazione con terrazzo, sia quella di vendere la propria abitazione in centro ed acquistare una villa in periferia, corre in aiuto l’analisi recentemente elaborata da Tecnocasa, che ha preso in considerazione alcune grandi città italiane e considerato tre alternative di acquisto: il classico trivani, di tipologia medio usato, finanziato all’80% con mutuo a 25 anni (tasso ipotizzato 1.35%), lo stesso trilocale (stessi parametri) dotato di un terrazzo e l’ipotesi di venditaacquisto tra la casa in centro e la villa in periferia senza alcun esborso di denaro.

Nonostante queste tipologie di abitazioni (i trivani con terrazzo) non siano facili da trovare in una zona centrale della città – e questo potrebbe far lievitare leggermente le quotazioni rispetto a quelle indicate – ai tassi di mutuo attuali l’analisi, effettuata su alcune grandi città (da Nord a Sud, da Torino a Palermo) e a seconda della zona (centrale, semicentrale, periferica), risulta interessante.

MILANO – Se si considera la zona centrale di Crocetta, un trilocale di 95 mq costerebbe 522.500 €, e sarebbe acquistabile con una rata mensile di 1642 €. Se si volesse acquistare lo stesso immobile dotato di uno spazio esterno di 15 mq, l’importo salirebbe a 550 mila € con un esborso mensile di 1729 €. Una differenza non troppo elevata tra le due rate perché sarebbe solo di 87 €.

Se si possiede già il trivani, e lo si vendesse per acquistare quello con lo spazio esterno, occorrerebbero 27.500 €, una somma non elevata che si potrebbe finanziare oppure avere già a disposizione. Se ci spostiamo in una zona semicentrale, un trilocale con terrazzo potrebbe costare 427.500 € e, in questo caso, la rata mensile sarebbe di 1344 €.  Se poi si facesse l’acquisto migliorativo per avere il terrazzo, la rata salirebbe a 1415 €, mentre vendendo ed acquistando la differenza necessaria sarebbe di 22.500 €. Ipotizzando di vendere in centro per acquistare una casa indipendente in una zona periferica si potrebbe considerare Maciachini, dove con il ricavato della vendita si potrebbe acquistare una villa singola di 174 mq.

ROMA – In un quartiere centrale come quello del Ghetto Ebraico, l’acquisto di un trilocale con terrazzo comporterebbe un esborso di 740.000 €, con una rata mensile (ricordiamo: percentuale di copertura del mutuo pari all’80% del valore di perizia) di 2.326 €. Rispetto all’acquisto di un trilocale privo di terrazzo, la rata sarebbe di 116 € in più.

In una zona semicentrale per acquistare un trilocale con spazio esterno occorrerebbe una rata di 1.195 €, mentre vendendo un trilocale in centro si potrebbe valutare di prendere una soluzione indipendente di 185 mq nel quartiere più periferico della Bufalotta. 

NAPOLI – A Napoli l’acquisto di un trilocale con terrazzo in zona centrale (media quartieri di pregio e/o centrali della città partenopea) potrebbe essere possibile con un esborso di 943 € al mese se si facesse ricorso al mutuo, in aggiunta al 20% del prezzo da apportare in autonomia (il mutuo copre l’80% del valore).

Per la stessa tipologia di abitazione, ma in una zona semicentrale, occorrerebbero 189 € al mese in meno. Se poi si optasse per una vendita del proprio trilocale in centro, e di trasferirsi in periferia o nelle campagne limitrofe (e meglio collegate alla città), si potrebbe acquistare una villa singola di 204 mq in località Pianura.

TORINO – In una delle più accessibili tra le metropoli, una rata mensile di 896 €  consentirebbe l’acquisto di un trilocale in una zona centrale, con 47 € in più sulla rata mensile si potrebbe acquistare un appartamento con un piccolo spazio esterno.

Se poi si decidesse di vendere il trivani per acquistare in periferia una soluzione indipendente con giardino, si potrebbe valutare la zona Sassi dove, con lo stesso importo, si possono acquistare 170 mq. In una zona semicentrale ma di notevole interesse come Cit Turin, un trivani con un piccolo spazio esterno si potrebbe acquistare a 230 mila €, con una rata di mutuo mensile pari a circa 723 €.

PALERMO – Nel capoluogo siculo, un appartamento di 95 mq dotato di terrazzo si acquista con poco meno di 200 mila € e con una rata mensile di 566 €. Lo stesso appartamento in una zona semicentrale costerebbe 409 € al mese.

Se si fosse già proprietari di un trilocale, nelle stesse zone occorrerebbe aggiungere quasi 10 mila €  in centro e 6500 €  in semicentro per godere di un’area esterna. Infine, vendendo l’appartamento privo di terrazzo in centro, e ipotizzando di acquistare una villa indipendente a Monreale, si potrebbe portare via un immobile di 180 mq.  

Anche il mercato degli attici ha beneficiato, sia pure in misura minore, di questa tendenza al cambiamento della tipologia di abitazione a seguito della pandemia. Infatti, secondo i dati di Tecnocasa, nel primo semestre del 2020 lo 0,7% del totale di compravendite è costituito da attici, generalmente di taglio compreso tra 101 e 150 mq (che compongono il 36,8% delle transazioni). In buon numero (29,1%) anche quelli con ampiezza compresa tra 51 e 100 mq e in forte aumento gli attici ampi: le tipologie tra 151 e 200 mq passano dal 12,7% di un anno fa all’attuale 19,7%, ed anche le fasce superiori evidenziano percentuali in crescita.

Gli attici si acquistano soprattutto come abitazione principale (86,2%). Bassa la percentuale di compravendite per investimento che si attesta al 9,2%, percentuale comunque in crescita rispetto al primo semestre del 2019 quando si fermava al 7,9%. Da segnalare anche un 4,6% di acquisti di attici da utilizzare come casa vacanza.

L’età degli acquirenti di attici si distribuisce in modo abbastanza uniforme tra le diverse fasce di età, con una lieve prevalenza di acquisti da parte di persone dall’età compresa tra 45 e 54 anni (27,1%), mentre è più bassa la percentuale di acquirenti over 65. Rispetto ad un anno fa, da segnalare un aumento della percentuale di acquirenti con un’età compresa tra 55 e 64 anni che passano dal 12,6% all’attuale 20,3%.

A comprare attici sono soprattutto coppie e coppie con figli, che in totale compongono il 72,3% degli acquirenti (mentre sono single il 27,7% degli acquirenti), e la compravendita avviene con mutuo nel 51,7% dei casi (48,3% degli acquisti senza ricorso al credito).

Le banche dichiarano di puntare alla Consulenza Patrimoniale, ma non la vogliono

Chi sta remando contro l’affermazione della Consulenza Patrimoniale? Al netto degli incolpevoli consulenti finanziari, praticamente tutto il resto del sistema. Le organizzazioni di categoria si sveglino dal lungo sonno e facciano finalmente qualcosa di lungimirante per restituire agli iscritti la visione del futuro. 

Di Alessio Cardinale*

Ogni tanto, grazie allo spirito di iniziativa di un consulente finanziario allarmato per il proprio futuro, veniamo a sapere cosa succede nelle reti di consulenza quando il famigerato parametro del portafoglio medio prende il sopravvento nelle politiche aziendali delle banche reti, e mette sotto pressione i professionisti che si trovano sotto ad una certa soglia di patrimonio amministrato, giudicata insufficiente – chissà perché – a rappresentare l’immagine di un gruppo di fronte ai clienti.   

E’ ciò che ha segnalato di recente il magazine Bluerating, riportando i passaggi più importanti della lettera aperta di un consulente di Sanpaolo Invest, rete del gruppo Fideuram ISPB. “….Ci giungono voci che l’attuale dirigenza stia puntando il dito contro quei professionisti che oggi sono sotto un minimo di portafoglio (si dice 10 milioni) invitandoli ad abbandonare la professione, persone che hanno famiglia, persone che hanno regalato 20/30 anni, che sono state sempre fedeli a un marchio, a un nome e che oggi si vedono tradite nella loro stessa fedeltà”.

Bluerating non è nuova a queste iniziative di informazione proveniente “dal basso” – io stesso, prima di affiancare la passione per l’informazione alla professione di consulente finanziario, sono stato “ospitato” nel 2018 presso la loro testata – ed ha approfondito la questione, contattando le principali realtà del settore, molte delle quali non hanno ritenuto di dover rispondere sul tema degli standard minimi di consistenza di portafoglio che i consulenti sono costretti ad inseguire per potere svolgere l’attività presso la loro società mandante.

La cosa non ci sorprende: il problema della soglia minima di portafoglio esiste ancora, eccome. E a poco valgono le dichiarazioni di quelle società mandanti che, invece, hanno risposto di “esserne uscite”, e di avere abbracciato concretamente il modello della Consulenza Patrimoniale.

Spieghiamo il perché.

In un contesto produttivo come il nostro, occuparsi soltanto dei valori mobiliari delle famiglie vuol dire lasciare ad altri professionisti l’indotto economico derivante dalla consulenza sulle proprietà immobiliari, sulle quote societarie, sui preziosi, sulle opere d’arte e, più in generale, su tutto quanto costituisce “valore” (anche immateriale, come i valori espressi dalla storia familiare attraverso le generazioni) per una famiglia-cliente. Sorprende, pertanto, come le banche reti adottino ancora un criterio di valutazione delle risorse umane basato, appunto, sul portafoglio medio, continuando a concentrarsi sull’aumento della raccolta gestita pro capite come parametro principale per assicurarsi la permanenza nel mercato del Risparmio.

Come possa essere indicativo quel parametro di merito professionale, all’interno di uno scenario come quello descritto prima (e accettato, a parole, da tutte le banche), è un mistero misterioso. Tanto più che l’equilibrio economico di un consulente, ancora oggi, è basato squisitamente sul binomio management fee-assicurazioni, ponendo così un limite qualitativo invalicabile nella relazione con la clientela che invece vuole molto di più, e lo trova presso altre categorie di professionisti.

I contratti di consulenza, poi, riguardano quasi esclusivamente i valori mobiliari e la c.d. protezione (ossia gli strumenti assicurativi), e non prevedono alcuna attivazione del consulente sulla ricchezza immobiliare, su quella umana, sulla pianificazione successoria, tanto per citare alcuni esempi; in più, tali contratti sono distribuiti attraverso la forma tecnico-giuridica di consulenzanon autonoma”, lasciando fuori una parte consistente del patrimonio di ogni famiglia: case, aziende, gioielli, arte ed altro ancora.

La scellerata policy del portafoglio medio, poi, sta contribuendo a fare precipitare nel baratro dell’auto-estinzione l’intera categoria: più si alza l’asticella del patrimonio minimo per consulente, più professionisti “sotto soglia” vengono accompagnati all’uscita dalla professione e più aumenta l’età media dei professionisti (oggi ben oltre i 56 anni).

Questo è il sistema – solo apparentemente suicida, ma probabilmente utile a chi lo sta alimentando – che genera la grandissima contraddizione tra i principi dichiarati dalle banche reti sul grande valore prospettico della Consulenza Patrimoniale ed il dato di realtà. E sono in pochi, ormai, che ritengono questo sistema come “frutto del caso”, e non di una preciso disegno.

La prova di tutto ciò risiede nell’impossibilità, per i 33.000 consulenti sotto mandato, di poter erogare alla clientela diffusa – e quindi anche a quella non ricompresa nel proprio portafoglio – la c.d. consulenza autonoma o indipendente”, e cioè quel particolare contratto di consulenza che consentirebbe a qualunque professionista della finanza di poter esprimere la propria professionalità sul patrimonio “non mobiliare” di un cliente senza che questa venga legata necessariamente alla distribuzione degli strumenti finanziari della società mandante. Consulenza pura, insomma, sull’intero patrimonio, all’interno del quale la ricchezza mobiliare è solo una delle componenti.

Il professionista, insomma, deve poter beneficiare di un riconoscimento economico derivante dalla consulenza sul patrimonio per poter essere definito “consulente patrimoniale”. Diversamente, rimane un consulente finanziario che dà al cliente consigli gratuiti in materia, per esempio, di successioni, di immobili, arte e preziosi nella speranza, così, di poter ricevere le masse finanziarie detenute dal cliente presso le altre banche. E per riuscire a farlo deve anche poter entrare nelle grazie del  suo avvocato, del suo commercialista e del suo notaio di fiducia.

Al momento, non esiste nessuna politica di marketing operativo e/o di servizio rivolta a questa tipologia di consulenza, né le banche reti stanno dotando i propri consulenti finanziari di strumenti propedeutici al verificarsi di questa eventualità. Eppure, è esattamente ciò che manca, così come mancano i programmi (seri) di formazione in tema di Consulenza Patrimoniale, e quei pochi esistenti sono semplici appendici alla formazione in materia finanziaria, ancora troppo blandi e limitati a 2-3 ore annuali (quando va bene).

Se realmente ci si vuole vantare di promuovere la Consulenza Patrimoniale senza passare come una sorta di moderno Giano Bifronte, bisogna farsi pagare adeguatamente l’esercizio di queste specifiche competenze, e retribuire altrettanto adeguatamente i consulenti finanziari, gli unici in grado di attivare con completezza questo servizio. Pertanto, le società mandanti devono aggiornare – ed in fretta – l’offerta dei consulenti, consentendo loro di trovare, attraverso specifici servizi di consulenza mirati anche al resto del patrimonio, una ulteriore fonte di ricavo. Ancora, servirà cambiare anche i parametri di valutazione del portafoglio medio del professionista, ricomprendendo necessariamente anche il patrimonio immobiliare ed il valore degli investimenti alternativi (preziosi, oro, opere d’arte etc) delle famiglie, più le eventuali quote aziendali del cliente-imprenditore. Solo così sarà possibile riconfigurare la professione dell’attuale consulente finanziario, e slegare la sua retribuzione dalla sola gestione della ricchezza mobiliare. Parimenti, occorrerà rivedere tutti i sistemi di rendicontazione della clientela, alla quale erogare necessariamente una secondo livello di consulenza, quello indipendente dagli strumenti finanziari, con il quale il cliente remunera il professionista sulla parte non mobiliare.

In conclusione, c’è ancora molto da fare, ma resta da capire se c’è l’intenzione di farlo. “Sdoganando” il contratto di consulenza indipendente anche per i consulenti non autonomi (quelli indipendenti ci lavorano già da anni) si potrà estendere il concetto di consulenza a tutta la clientela, abbassando una soglia naturale di accesso che oggi è  ancora molto alta. Senza contare che, dalla sua diffusione, deriverebbero sia l’esplosione del “mercato della consulenza”, che oggi è soffocato dalle logiche distributive di prodotto, sia un maggior livello di educazione finanziaria degli utenti, sia infine la necessità di una ulteriore crescita qualitativa dei consulenti non autonomi, i quali dovranno “motivare” la propria parcella attraverso un servizio che dia al cliente vantaggi concreti e visibili. Indubbi benefici anche per gli attuali consulenti autonomi-indipendenti, già attivi da anni nell’erogazione di questo tipo di servizio, i quali troverebbero un mercato nuovo di zecca – quello dei clienti di fascia media o medio-bassa – sul quale esercitare la propria capacità attrattiva. 

Senza questa indispensabile evoluzione di servizio da parte del sistema Banca Rete, la professione del consulente finanziario non autonomo morirà per assenza di sbocchi professionali, e sapremo chi è il colpevole. Tra questi, oltre ad ASSORETI – che pure dovrebbe fare molto, almeno riguardo al tema del ricambio generazionale – anche le organizzazioni di categoria (ANASF in testa) che, sull’argomento, dormono quasi tutte, rischiando di ripetere quei gravissimi errori di valutazione già compiuti in passato, che hanno segnato in modo indelebile il percorso verso lo scenario esistente.