Il prof. Beppe Scienza è un sedicente esperto di risparmio e previdenza che scrive spesso sul Fatto Quotidiano. Lo scorso 4 Settembre ha pubblicato un vero e proprio capolavoro di “giornalismo vendicativo” contro i programmi di accumulo (PAC).
Di Alessio Cardinale
Se in mezzo non ci fosse il Fatto Quotidiano, che sfortunatamente gli regala una certa visibilità, gli strali del prof. Beppe Scienza sarebbero solo una nota di colore, quasi caricaturale, nel noiosissimo mondo della finanza raccontata. Purtroppo, ogni 5 o 6 mesi al giornale diretto dal duo Travaglio/Gomez si ricordano che il sistema bancario è un totem del “capitalismo tossico” che va bastonato periodicamente, giusto per non perdere l’allenamento, e così vengono chiamati all’azione modestissimi “soldati” che, anziché sortire l’effetto voluto, finiscono col far perdere credibilità alla stessa testata. La quale, a sua volta, si è già distinta per una sorta di “guerra santa” contro i consulenti finanziari; per cui, finchè non si accorge della modesta caratura dei suoi blogger, la cosa può persino tornare utile (oltre ad essere oggettivamente divertente).
Uno di questi autori è il prof. Beppe Scienza, sedicente “esperto di risparmio e previdenza” che lo scorso 4 Settembre ha pubblicato sul Fatto online un vero e proprio capolavoro di assenza argomentativa e rivalsa personale, dal titolo eloquente “Piani di accumulo capitale: un imbroglio per i risparmiatori”.
Il professore ha un conto da regolare con i “venditori di PAC“, ossia i c.d. Piani di Accumulo di Capitale, per cui vale la pena vivisezionare alcune temerarie affermazioni dell’autore, che esordisce con un incipit significativo: “È oltre mezzo secolo che ai risparmiatori italiani vengono consigliati i Piani di accumulo di capitale (Pac). Una delle prime a rifilare tali trappole, purtroppo del tutto lecite, fu Fideuram, rete porta a porta che risale al 1968…”. Per la Scienza di Beppe, pertanto, a nulla vale che i PAC siano presenti sul mercato da cinquant’anni, e che milioni di risparmiatori li abbiano sottoscritti con soddisfazione. Non importa neanche che siano “del tutto leciti”, poiché sono comunque delle ”trappole”. Non c’è approfondimento analitico, sul perché i PAC debbano essere delle trappole per i risparmiatori, ma solo la sua modestissima opinione basata esclusivamente su una esperienza familiare, che egli erge a simbolico monito per l’intera Società dei risparmiatori: “…(Fideuram) ne sbolognò uno anche a mio padre, con costi sull’80% delle somme versate per le rate iniziali…”.
Il seguito, poi, è in puro Scienza-style: “…Ma non li spingono solo venditori porta a porta e bancari, li consigliano incessantemente anche i giornalisti economici…”. A parte il fatto che da almeno da trent’anni – forse quaranta -non c’è un solo consulente finanziario che si arrischia ad entrare in un condominio e bussare alla porta degli ignari condomini per proporre strumenti finanziari come si faceva un tempo con le pentole e le enciclopedie, ma nemmeno il fatto che i giornalisti economici consigliano la soluzione del PAC può convincere il nostro Beppe Scienza a stemperare i toni o a scrivere imbarazzanti inesattezze. Come quella che “…col termine PAC si intende però un contratto con cui uno s’impegna a versare periodicamente una certa cifra, per esempio 200 euro al mese per anni se non decenni, in un determinato fondo comune o altro contenitore…”.
Sbagliato, professore, i PAC non prevedono alcun impegno a versare, ma solo l’opportunità di farlo per via del noto meccanismo – di grande efficacia, per niente “insulso” – del costo medio di acquisto. Inoltre, le preistoriche commissioni del 70-80% sui primi 12 versamenti mensili sono defunte da almeno quindici anni, sebbene sulla carta esistano ancora – in pochissime famiglie di fondi – ed in misura molto più ridotta, ma trovare un consulente finanziario che le faccia pagare alla propria clientela è quasi impossibile; e nei rarissimi casi in cui ciò accade, non c’è niente di immorale o vessatorio, poiché si tratta della remunerazione prevista e preventivamente autorizzata da Consob/Banca D’Italia; inoltre, qualora applicate, le commissioni sui primi 12 versamenti – che già dal 2008 sono molto più contenute di quelle di un tempo – vengono idealmente “spalmate” negli anni successivi, durante i quali ulteriori commissioni possono essere annullate del tutto, riducendo il “taeg” del PAC ad uno zero virgola qualcosa in proporzione al capitale investito.
Del resto, un PAC si sottoscrive per essere alimentato nel tempo e con regolarità, poichè risponde ad una esigenza fondamentale delle famiglie italiane, e soprattutto di quelle più giovani e senza risorse già formate: accumulare capitale con gradualità, secondo le proprie possibilità di accantonamento mensile, per raggiungere obiettivi di spesa a lungo termine. E i PAC, in relazione a questo, non temono confronti.
L’impegno a versare sui PAC, sul quale argomenta astutamente il prof. Scienza, è tipico di prodotti come le polizze vita, e nonostante l’offerta di strumenti finanziari sia cambiata profondamente pare che il nostro professore non se ne sia accorto, tanto è concentrato a “vendicare” il papà per l’offesa ricevuta da Fideuram qualche decina di anni fa. Poco lucido, parimenti, è l’esempio del PAC in un fondo monetario: nessun consulente con un po’ di sale in zucca lo avrebbe mai fatto sottoscrivere, per cui è ridicolo essere ingannevoli con i lettori del Fatto Quotidiano facendo riferimento ad una possibilità priva di fondamento pratico.
Solo al termine dell’articolo, il professore si riscatta parzialmente, quando afferma “Benché (i PAC) non vincolino legalmente ai versamenti…”, ma poi si perde nella sua teoria strampalata: “…i PAC intrappolano psicologicamente i clienti. Il solo senso che hanno è raschiargli via commissioni per un tempo lunghissimo...Conclusione operativa: meglio dare subito disposizioni alla propria banca di sospendere i PAC sottoscritti. Poi si vedrà”. In pratica, il consiglio del professore Scienza è quello di sospendere i versamenti nei programmi di accumulo e tenere i soldi in conto corrente; “poi si vedrà cosa fare”. Tutto questo – alla faccia del grande esperto – senza offrire uno straccio di alternativa.



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Nonostante tutto, la soddisfazione complessiva sul livello di carriera raggiunto e l’equilibrio tra lavoro e vita privata sono rimasti praticamente invariati e in gran parte positivi, secondo il sondaggio. I
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Com’è noto, i dati della ricerca di Anasf-McKinsey – presentati nel corso del meeting digitale Consulentia20, fotografano benissimo questa capacità di adattamento, ampiamente premiata dal mercato: il 73% dei
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