Giugno 12, 2026
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La Scienza di Beppe atto III, ovvero l’era delle “revenge news”

Il prof. Beppe Scienza è un sedicente esperto di risparmio e previdenza che scrive spesso sul Fatto Quotidiano. Lo scorso 4 Settembre ha pubblicato un vero e proprio capolavoro di “giornalismo vendicativo” contro i programmi di accumulo (PAC).

Di Alessio Cardinale

Se in mezzo non ci fosse il Fatto Quotidiano, che sfortunatamente gli regala una certa visibilità, gli strali del prof. Beppe Scienza sarebbero solo una nota di colore, quasi caricaturale, nel noiosissimo mondo della finanza raccontata. Purtroppo, ogni 5 o 6 mesi al giornale diretto dal duo Travaglio/Gomez si ricordano che il sistema bancario è un totem del “capitalismo tossico” che va bastonato periodicamente, giusto per non perdere l’allenamento, e così vengono chiamati all’azione modestissimi “soldati” che, anziché sortire l’effetto voluto, finiscono col far perdere credibilità alla stessa testata. La quale, a sua volta, si è già distinta per una sorta di “guerra santa” contro i consulenti finanziari; per cui, finchè non si accorge della modesta caratura dei suoi blogger, la cosa può persino tornare utile (oltre ad essere oggettivamente divertente).

Uno di questi autori è il prof. Beppe Scienza, sedicente “esperto di risparmio e previdenza” che lo scorso 4 Settembre ha pubblicato sul Fatto online un vero e proprio capolavoro di assenza argomentativa e rivalsa personale, dal titolo eloquente “Piani di accumulo capitale: un imbroglio per i risparmiatori”.

Il professore ha un conto da regolare con i “venditori di PAC“, ossia i c.d. Piani di Accumulo di Capitale, per cui vale la pena vivisezionare alcune temerarie affermazioni dell’autore, che esordisce con un incipit significativo: “È oltre mezzo secolo che ai risparmiatori italiani vengono consigliati i Piani di accumulo di capitale (Pac). Una delle prime a rifilare tali trappole, purtroppo del tutto lecite, fu Fideuram, rete porta a porta che risale al 1968…”.  Per la Scienza di Beppe, pertanto, a nulla vale che i PAC siano presenti sul mercato da cinquant’anni, e che milioni di risparmiatori li abbiano sottoscritti con soddisfazione. Non importa neanche che siano “del tutto leciti”, poiché sono comunque delle ”trappole”. Non c’è approfondimento analitico, sul perché i PAC debbano essere delle trappole per i risparmiatori, ma solo la sua modestissima opinione basata esclusivamente su una esperienza familiare, che egli erge a simbolico monito per l’intera Società dei risparmiatori: “…(Fideuram) ne sbolognò uno anche a mio padre, con costi sull’80% delle somme versate per le rate iniziali…”.

Il seguito, poi, è in puro Scienza-style: “…Ma non li spingono solo venditori porta a porta e bancari, li consigliano incessantemente anche i giornalisti economici…”. A parte il fatto che da almeno da trent’anni – forse quaranta -non c’è un solo consulente finanziario che si arrischia ad entrare in un condominio e bussare alla porta degli ignari condomini per proporre strumenti finanziari come si faceva un tempo con le pentole e le enciclopedie, ma nemmeno il fatto che i giornalisti economici consigliano la soluzione del PAC può convincere il nostro Beppe Scienza a stemperare i toni o a scrivere imbarazzanti inesattezze. Come quella che “…col termine PAC si intende però un contratto con cui uno s’impegna a versare periodicamente una certa cifra, per esempio 200 euro al mese per anni se non decenni, in un determinato fondo comune o altro contenitore…”.

Sbagliato, professore, i PAC non prevedono alcun impegno a versare, ma solo l’opportunità di farlo per via del noto meccanismo – di grande efficacia, per niente “insulso” – del costo medio di acquisto. Inoltre, le preistoriche commissioni del 70-80% sui primi 12 versamenti mensili sono defunte da almeno quindici anni, sebbene sulla carta esistano ancora – in pochissime famiglie di fondi – ed in misura molto più ridotta, ma trovare un consulente finanziario che le faccia pagare alla propria clientela è quasi impossibile; e nei rarissimi casi in cui ciò accade, non c’è niente di immorale o vessatorio, poiché si tratta della remunerazione prevista e preventivamente autorizzata da Consob/Banca D’Italia; inoltre, qualora applicate, le commissioni sui primi 12 versamenti – che già dal 2008 sono molto più contenute di quelle di un tempo – vengono idealmente “spalmate” negli anni successivi, durante i quali ulteriori commissioni possono essere annullate del tutto, riducendo il “taeg” del PAC ad uno zero virgola qualcosa in proporzione al capitale investito

Del resto, un PAC si sottoscrive per essere alimentato nel tempo e con regolarità, poichè risponde ad una esigenza fondamentale delle famiglie italiane, e soprattutto di quelle più giovani e senza risorse già formate: accumulare capitale con gradualità, secondo le proprie possibilità di accantonamento mensile, per raggiungere obiettivi di spesa a lungo termine. E i PAC, in relazione a questo, non temono confronti.

L’impegno a versare sui PAC, sul quale argomenta astutamente il prof. Scienza, è tipico di prodotti come le polizze vita, e nonostante l’offerta di strumenti finanziari sia cambiata profondamente pare che il nostro professore non se ne sia accorto, tanto è concentrato a “vendicare” il papà per l’offesa ricevuta da Fideuram qualche decina di anni fa. Poco lucido, parimenti, è l’esempio del PAC in un fondo monetario: nessun consulente con un po’ di sale in zucca lo avrebbe mai fatto sottoscrivere, per cui è ridicolo essere ingannevoli con i lettori del Fatto Quotidiano facendo riferimento ad una possibilità priva di fondamento pratico.

Solo al termine dell’articolo, il professore si riscatta parzialmente, quando afferma “Benché (i PAC) non vincolino legalmente ai versamenti…”, ma poi si perde nella sua teoria strampalata: “…i PAC intrappolano psicologicamente i clienti. Il solo senso che hanno è raschiargli via commissioni per un tempo lunghissimo...Conclusione operativa: meglio dare subito disposizioni alla propria banca di sospendere i PAC sottoscritti. Poi si vedrà”. In pratica, il consiglio del professore Scienza è quello di sospendere i versamenti nei programmi di accumulo e tenere i soldi in conto corrente; “poi si vedrà cosa fare”. Tutto questo – alla faccia del grande esperto – senza offrire uno straccio di alternativa.

In arrivo una patrimoniale “alla tedesca”? Tranquilli, siamo in Italia

Grazie al PNRR, l’ennesimo dibattito sulla patrimoniale verrà rinviato al 2024, e cioè nel momento in cui si dovrà discutere su come ripagare il prestito elargito dall’UE  per “santa intercessione” di Mario Draghi.

Di Alessio Cardinale

Le cronache di ogni governo ci regalano, da diversi anni, una discreta narrazione su una possibile imposta patrimoniale sulla grande ricchezza o, in alternativa, sui grandi redditi, allo scopo di effettuare una redistribuzione del reddito e dare opportunità di crescita alla asfittica classe media italiana, ormai ridotta ad un brandello rispetto al fulgido segmento economico che ci ha consentito di farci confluire allegramente – e inconsciamente – nell’Unione monetaria a trazione tedesca. E proprio dalla Germania arriva la notizia secondo cui la patrimoniale, lì, non è più un tabù.

Il dibattito sulla patrimoniale ha subito una certa evoluzione di principio nel corso degli ultimi anni, e da “argomento di sinistra” è rapidamente passato a “misura necessaria” un po’ per tutte le formazioni politiche, da destra a sinistra, salvo poi addormentarsi sulla scia di quanti, tra gli imprenditori, ricordano ai partiti l’entità del finanziamento pubblico a loro destinato nelle precedenti tornate elettorali dal mondo imprenditoriale. L’attuale versione concettuale della patrimoniale prevede un “approccio non punitivo o confiscatorio, ma una semplice azione redistributiva”, ed effettivamente è impossibile non notare come il Fisco, al punto in cui siamo, sia più favorevole ai ricchi e meno favorevole – per usare un eufemismo – verso chi ricco non lo è affatto.

L’ingiustizia fiscale, anche in altri paesi dell’Europa e del mondo, oggi è talmente esagerata che persino il FMI ha caldamente suggerito questa misura redistributiva. In Italia, per esempio, il 53% dei redditi deriva dai profitti realizzati con gli investimenti, e solo il 43% dal lavoro vero e proprio. Nonostante ciò, la pressione fiscale è concentrata maggiormente sul lavoro, e molto meno sui profitti da investimento, e questo finisce con il costituire l’elemento di maggiore iniquità sociale in un Paese come il nostro, dove sono ancora forti le tracce della classe media di un tempo che ha creato ricchezza e benessere per l’attuale generazione dei millennials. Questi ultimi, poi, sono la testimonianza del fallimento delle politiche economiche degli ultimi decenni, a causa delle quali la generazione successiva sta economicamente peggio della precedente.

In tal senso, il miglior Mario Draghi ci sarebbe servito trenta anni fa, ma ci è toccato Romano Prodi.

C’è da dire che in Italia l’ipotesi di una patrimoniale è stata anche dibattuta – senza troppi sforzi – e sbrigativamente respinta dal governo per via del fiume di denaro che arriva dal PNRR e, soprattutto, per via delle conseguenze economiche dell’emergenza sanitaria, che consigliano, manco a dirlo, di non imporre al momento nuove tasse. La SPD, invece, da sempre uno dei maggiori partiti tedeschi, ha inserito la patrimoniale nel suo programma elettorale in vista delle elezioni federali del prossimo 26 settembre, e ipotizza un incremento dell’aliquota del 3% da applicare a coppie sposate con imponibile superiore a 500.000 euro l’anno e a single con imponibile superiore a 250.000. Il maggiore gettito così ottenuto, da redistribuire mediante programmi di spesa dedicati ai giovani e alla classe media, sarebbe di circa 10 miliardi di euro.

Un’altra proposta, che arriva da oltreoceano (USA) ha solleticato la curiosità dei nostri economisti, ed in particolare l’ipotesi di un prelievo una tantum del 3% sui patrimoni superiori a 50 milioni di euro, che in Italia sono quasi 2.800. In più, il nostro Paese conta ben 40 famiglie con una ricchezza superiore al miliardo di euro (140 miliardi l’aggregato totale), per cui il gettito di una simile aliquota sul patrimonio “statico” frutterebbe all’Erario circa 10 miliardi, milione più milione meno.

In ogni caso, viste le risorse che arriveranno dal PNRR nei prossimi anni, direi di stare tranquilli: un ulteriore dibattito sulla patrimoniale verrà procrastinato al 2024 – con un richiamino propagandistico in occasione della prossima tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento – e cioè nel momento in cui si dovrà discutere su come pagare il prestito generosamente elargito per “santa intercessione” di Mario Draghi. Infatti, le speranze di creazione di ricchezza per le classi lavoratrici e medie adesso sono affidate al Piano di Resilienza, che in teoria dovrebbe riportare in equilibrio il rapporto profitto da investimenti/redditi da lavoro, nel senso di una espansione del denominatore. Solo così, infatti, sarà possibile ridurre strutturalmente la disuguaglianza in cui vivono gli italiani.

In particolare, il PNRR dovrebbe restituire continuità alla classe media di oggi, fatta soprattutto di persone ormai in avanti con l’età (i c.d. patrimonials), garantendo il passaggio generazionale verso la classe media del futuro, composta dagli attuali giovani adulti privi, allo stato, di qualunque possibilità di crescita e realizzazione economica personale al di fuori di un lavoro spesso sottopagato e senza garanzie efficaci.

L’Italia non è un paese per Startup. Tra miti e luoghi comuni, rischiamo di rimanere indietro

Secondo molti italiani, le startup falliscono per cui è pericoloso investire in questo settore. Perché allora la Francia nel 2020 ha impiegato 4 miliardi ed ha in programma investimenti maggiori nel 2021?

Di Alberto Villa*

Il rischio di impresa è un termine conosciuto ma piuttosto inviso a molti italiani, i quali vorrebbero escluderlo a priori nel loro modo di vedere il futuro. Per quanto legittimo, mettere da parte qualunque inclinazione all’attività d’impresa – che in Italia si trasmette quasi esclusivamente da una generazione di imprenditori all’altra, mancando una “scuola” imprenditoriale diffusa – produce una serie di conseguenze riguardo l’economia reale e, soprattutto, una falsa rappresentazione del rischio, nel senso che è vero che alcune iniziative imprenditoriali possono fallire, ma è anche vero che possono avere successo ed è impensabile che possano fallire tutte, solo perché c’è il “rischio d’impresa”.

Infatti, a determinare il successo o l’insuccesso di una startup concorre una serie di elementi, ed è opportuno sfatare dei veri e propri “miti” e luoghi comuni che stanno fiorendo attorno al nascente fenomeno dell’imprenditoria giovanile trainata dai megatrend delle tecnologie in tutte le loro sfaccettature. Innanzitutto, investire nelle PMI innovative non significa soltanto “ascoltare imprenditori con idee stravaganti” – sebbene ci siano anche questi – bensì analizzare la fase di avvio di nuove imprese che nascono, crescono, producono occupazione e fanno innovazione di servizio e di prodotto. E’ questo il principio di metodo osservato dalla Francia, che nel 2020, anno della pandemia, ha visto un forte iniezione di liquidità (4 miliardi) a favore delle startup. Lo stesso presidente francese Emanuel Macron lo aveva annunciato personalmente, puntando alla leadership continentale per innovazione e tecnologia.

E in Italia, cosa succede?

Mentre in Francia sono già nate 10 startup “unicorno”, in Italia molti neanche conoscono il significato del termine e l’importanza di queste aziende per l’economia nazionale. I risultati conseguiti in Francia, però, sono anche il frutto di un ecosistema nazionale ed istituzionale che ha saputo investire con pragmatismo, facendo guadagnare ai francesi una posizione invidiabile nello scenario internazionale dei Paesi più attrattivi per le startup. A differenza dell’Italia, per esempio, in Francia esiste dal 2013 la French Tech, un’agenzia governativa che ogni anno pubblica una lista di oltre 100 startup grazie al quale è possibile conoscere in maniera approfondita il mercato ed i loro investimenti.  Anche le istituzioni creditizie giocano un ruolo importante, come la banca pubblica Bpifrance, che ha svolto varie funzioni di impulso compreso l’impiego di capitali in diversi progetti.

In sintesi, mentre la Francia è stato l’unico Paese a crescere nel 2020, raggiungendo per la prima volta i 5 miliardi di investimenti e superando Regno Unito e Germania, noi non raggiungiamo neppure il miliardo. E’ anche vero che Italia e Francia siano due economie diverse, ma possiamo escludere che i francesi abbiano intenzione di finanziare società che siano destinate a chiudere entro 3 anni. Naturalmente, anche lì c’è un elevato numero di fallimenti, ma il dato va esaminato in relazione al contesto generale di quel Paese, dove esiste una comunità che favorisce la crescita di nuove realtà. In più, entro fine anno entrerà in vigore la normativa comunitaria del settore e, in un futuro molto vicino, sarà possibile investire in queste realtà d’Oltralpe esattamente come ora si utilizzano le piattaforme di Crowdfunding per accedere alle startup italiane.

Riguardo l’alto tasso di fallimento di molte iniziative, c’è da dire che anche le PMI “tradizionali” chiudono a seguito della evidente impossibilità di proseguire, ma in percentuale molto diversa rispetto alla startup innovative. Infatti, secondo i dati presentati da Banca d’Italia prima della pandemia, un quarto delle aziende “tradizionali”, considerate come piccole e medie PMI, sopravvivevano grazie alla liquidità fornita dalle banche, le quali a loro volta utilizzano varie tipologie di garanzie come ad esempio fideiussioni o consorzi fidi per tutelarsi. Pertanto, queste realtà continuano ad esistere perché in sostanza il costo del loro fallimento sarebbe difficile da sopportare. In pratica, si tratta di “aziende zombi”, destinate comunque a chiudere. A riprova di ciò, Cerved Group, ossia l’agenzia di informazioni commerciali specializzata nel valutare la solvibilità e il merito creditizio delle imprese, ha elaborato uno studio utilizzando i dati delle società italiane e ha applicato i parametri delle nuove norme sul Fallimento, con il risultato che quasi 140 mila imprese, cioè una su cinque, è in crisi, nel senso che i loro flussi di cassa futuri non sono adeguati a coprire il livello di indebitamento dell’azienda.

Non è un caso che ad aprile scorso il Governo abbia nominato una commissione di esperti per elaborare delle proposte sul tema, compreso il differire l’entrata in vigore della riforma del Fallimento, rinviata effettivamente al 2022.

Pertanto, se l’Italia non modificherà urgentemente il modo di intendere questo settore, rischiamo di vedere crescere innovazione solo all’estero, e assistere impotenti allo spostamento di patrimoni e liquidità dei nostri investitori verso altri Paesi comunitari che assicurino soluzioni alternative e più efficaci.

* Alberto Villa, Consulente in Finanza d’Impresa, membro A.I.A.F. e Consulente Finanziario Autonomo, collabora con la rete professionale M&V Private Corporate Advisor 

New York, la frenesia abitativa nei sobborghi rallenta. A Manhattan il Real Estate torna alla normalità

Uno sguardo al mercato immobiliare Newyorkese. I contratti per l’acquisto di case suburbane sono diminuiti rispetto al loro ritmo frenetico del post pandemia. Gli acquirenti non hanno perso interesse nelle dimore spaziose, ma non riescono a trovare molta offerta sul mercato.

Mentre le restrizioni del Covid si vanno attenuando e sempre più lavoratori iniziano a pianificare un ritorno in ufficio, le vendite delle zone suburbane di New York stanno ancora aumentando a un ritmo che farebbe piacere al proprietario di qualsiasi società di intermediazione immobiliare. Ma l’aumento su base annuale delle transazioni è più misurato di quanto non fosse stato per gran parte dell’anno passato.

A Long Island, per esempio, i contratti per l’acquisto di case unifamiliari sono aumentati del 14% a giugno rispetto all’anno precedente, secondo un rapporto di Miller Samuel e Douglas Elliman Real Estate; il dato, però, è in calo rispetto a maggio e aprile, quando le offerte sono aumentate del 160% rispetto ai mesi corrispondenti del 2020. La contea di Westchester ha registrato il 20% in più di contratti il ​​mese scorso rispetto a giugno 2020, ma a maggio l’aumento annuale era stato dell’81%. A Greenwich, nel Connecticut, l’aumento del 50% dei contratti di giugno è stato il minor dato anno su anno rispetto allo scorso luglio. Secondo Scott Durkin, presidente di Douglas Elliman, “le scorte si sono esaurite”.

Dando uno sguardo agli annunci di case unifamiliari, a giugno sono diminuiti del 45% a Westchester e del 3% a Long Island, mentre a Greenwich sono scesi dell’11%.

Uscendo dai sobborghi e rientrando verso le zone di pregio, a Manhattan il volume delle vendite torna ai livelli pre-pandemia, ma i prezzi sono leggermente aumentati. Infatti, con l’aumento dei livelli di vaccinazione e la riapertura delle attività, gli immobili residenziali sono finalmente tornati al punto in cui erano prima che il Covid devastasse New York. A Manhattan, questa primavera, il numero di appartamenti venduti è stato più del doppio rispetto a un anno fa, quando la città è stata chiusa nei primi giorni della pandemia, secondo una mezza dozzina di rapporti di mercato pubblicati la scorsa settimana.

Sebbene in molti modi il mercato non avesse dove andare se non in rialzo – le proiezioni di appartamenti sono state limitate per gran parte della scorsa primavera – l’aumento delle trattative chiuse è persino forte per gli standard storici. I rapporti mostrano che nemmeno nel 2015, un periodo di grande boom, c’è stato un periodo di tre mesi con attività comparabili. In realtà c’era uno scenario misto in termini di prezzi, con cooperative e condomini scambiati per una media di 1,1 milioni di dollari, e un prezzo medio di mercato di 1,6 milioni, in leggero aumento rispetto alla scorsa primavera. I broker affermano che il fenomeno può essere spiegato da un eccesso di offerta di appartamenti, che ha alimentato gli sconti. “Il modo in cui le persone guardavano la città un anno fa, ora sarebbe concepibile in un film di fantascienza con sparizione quasi totale del genere umano, ha affermato Jonathan Miller riferendosi ai diffusi timori che moltissimi abitanti di New York si sarebbero trasferiti permanentemente nei sobborghi o nelle seconde case fuori città.

Sebbene il conteggio delle vendite totali sia variabile da agenzia ad agenzia a causa delle diverse metodologie di gestione dei dati, tutte loro hanno mostrato enormi picchi di attività, rispetto alla primavera 2020, ma anche rispetto a questo inverno. Ci sono stati 3.417 accordi completati da aprile a giugno, contro 1.357 accordi di un anno fa, con una crescita del 152%. Anche se confrontato con il trimestre gennaio-marzo, quando Manhattan ha registrato 2.457 vendite, questa primavera è sembrata particolarmente intensa. Nel terzo trimestre del 2015, una delle rilevazioni storicamente più favorevoli del mercato, c’erano state 3.654 vendite, ossia un dato molto vicino a quello odierno.

Nuovi fondi hedge e Startup miliardarie: un cammino di prosperità, sotto il segno delle biotecnologie

I lanci di hedge fund quest’anno sono in linea con i numeri dello scorso anno, anche se i rendimenti sono stati più contenuti rispetto ai grandi guadagni del 2020. E le startup del 2022 potrebbero essere ancora più grandi.

La maggior parte delle startup si concentrerà sulle azioni, specializzandosi in aree come la biotecnologia o la tecnologia e sperando di capitalizzare la sovraperformance del 2020 di tali fondi speculativi specializzati, che battono il mercato più ampio. Finora quest’anno, questi cosiddetti fondi di settore sono rimasti indietro rispetto all’S&P 500, restituendo circa un quinto dei guadagni del benchmark, ma il numero di nuove startup di successo nel 2021 è sulla buona strada per eguagliare il totale dello scorso anno (circa 60), secondo Morgan Stanley. Anche con la pandemia, lo scorso anno sono stati lanciati circa il 20% in più di fondi speculativi rispetto al 2019. Alcuni di essi hanno raccolto un miliardo di USD o anche più.

Finora quest’anno, almeno quattro nuovi fondi hedge sono sulla buona strada per raggiungere o superare il traguardo di un miliardo di dollari di raccolta. Per esempio, due ex gestori di fondi di Citadel, Niall O’Keeffe e Tio Charbaghi, hanno avviato FIFTHDELTA, con sede a Londra e dotazione di 1,25 miliardi. Rami Abdel-Misih, che ha lavorato alla Moore Capital Management di Louis Bacon per quasi dieci anni, ha aperto Mane Global all’inizio di quest’anno con circa un miliardo di dollari provenienti dalla stessa Moore Capital per il suo fondo azionario, e ha raccolto altri 200 milioni da altri clienti. In particolare, Abdel-Misih si sta concentrando sui titoli della tecnologia, dei media e delle telecomunicazioni.

Deep Track Capital di David Kroin ha aperto i battenti ad aprile con circa 800 milioni di dollari, con 500 milioni di dollari in più previsti entro la fine dell’anno. Kroin, 45 anni, ha lavorato presso Great Point Partners per 17 anni, principalmente gestendo l’hedge fund biotecnologico dell’azienda, che ha gestito circa 1,4 miliardi di dollari all’inizio del 2020. Grant Wonders, un ex manager di Viking Global, ha avviato Voyager Global quest’anno con quasi un miliardo di dollari, mentre Chris Golden, che ha co-fondato Darsana Capital Partners nel 2014, prevede di avviare la propria azienda entro la fine dell’anno o all’inizio del 2022 e secondo i bene informati potrebbe anche essere tra i debutti più grandi del 2022.

Divya Nettimi

Golden si concentrerà sulle società pubbliche e private, una tendenza che è stata abbracciata da molti fondi azionari dato il forte mercato delle offerte pubbliche iniziali.

Divya Nettimi, 35 anni di Viking Global, la cui azienda deve ancora essere svelata, si concentrerà su tecnologia, media e telecomunicazioni, e investirà anche in aziende pubbliche e private. Viking ha generato alcuni dei debutti più importanti degli ultimi anni, per cui l’esordio di Nettimi è attessissimo.

Infine, a Miami Tarigh Yusufi aprirà Forest Avenue Capital Management nella prima metà del 2022, investendo in energie rinnovabili, industriali e titoli di consumo.

Fare startup: non solo buone idee e iniziativa, ma anche un piano aziendale e un business “scalabile”

Una buona idea, da sola, non è sufficiente per il successo di una startup. Ciò che viene prospettato agli investitori in termini di profitti attesi, infatti, deve essere confermato successivamente sul piano dei profitti realizzati, entro il periodo previsto. Ecco le agevolazioni finanziarie previste in Italia.

Avviare una startup richiede molto impegno, e purtroppo non esiste una formula unica per riuscire a raggiungere il successo con la propria idea innovativa, differenziata e, soprattutto, “scalabile”, ossia una idea di business in grado di espandersi senza dover incontrare particolari limiti intrinseci in alcune risorse e, con un costo fisso non molto alto, capace di ottenere un ritorno dell’investimento molto elevato rispetto alle risorse impiegate.

Una buona idea, da sola, non è sufficiente, poiché deve essere convincente anche il suo progetto. In particolare, ciò che viene prospettato agli investitori nella fase precedente al lancio in termini di profitti attesi, deve essere confermato successivamente – alla lettera, o in aumento – sul piano dei profitti realizzati.

In generale, non esistono consigli o verità assolute nella progettazione di una startup, ma passaggi basilari, comuni a qualunque iniziativa imprenditoriale, che è bene osservare con attenzione. Il primo, in assoluto, è quello di capire quali sono le esigenze del target di consumatori a cui è rivolto il progetto, se il prodotto/servizio risolve loro i problemi e se esistono già dei competitor presenti sul mercato, di cui si devono valutare punti di forza e di debolezza.

Il secondo passaggio è quello della presenza sui principali canali online, attraverso un sito web ottimizzato e risorse umane in grado di conoscere le principali regole SEO per raggiungere dei buoni risultati sui motori di ricerca e diventare popolari nelle piattaforme social più importanti.

Il terzo passo è quello di avere un buon piano aziendale, una elevata attenzione all’analisi dei dati e una perfetta pianificazione del ciclo finanziario. Senza questi elementi di attenzione, messi “nero su bianco” nel Business Plan, il fallimento è un evento piuttosto frequente. Infatti, secondo la statistica, circa il 20% delle startup non riesce a superare i primi 12 mesi di vita, e ben il 60% rischia di fallire entro 3 anni.

Il quarto elemento è la creazione di un brand forte, capace di attrarre i consumatori ed avere un buon gradimento sui social. Il brand deve essere creato accompagnandosi ad una visione di lungo termine, con obiettivi ben scadenzati che partono dal breve termine, per poi gradualmente raggiungere quelli di lungo periodo.

Aprire una startup non richiede soltanto impegno e finanze personali, ma anche la ricerca di investimenti e agevolazioni che oggi, in pieno periodo pandemico, non mancano. “Il Decreto Sostegni bis – afferma Carlo Mauri, partner di Private Corporate Advisor – introduce un ulteriore importante vantaggio fiscale per gli investitori in Equity Crowdfunding in startup e PMI innovative. Infatti, le plusvalenze realizzate sulla vendita di quote di startup e PMI dal 2025 se reinvestite entro un anno in altre startup e PMI non subiranno l’applicazione dell’imposta sostitutiva del 26%.

Questo provvedimento porterà, insieme a quelli già introdotti per l’ottenimento delle detrazioni d’imposta, un impareggiabile vantaggio fiscale per gli investitori.

A parte le agevolazioni riservate dal Decreto Sostegni Bis, ce ne sono altre di grande rilievo. Il Decreto Rilancio, per esempio, ha destinato un Fondo di Sostegno per il Venture Capital, finanziato con 200 milioni di euro con la deliberazione di CDP Venture Capital SGR e del Fondo Nazionale d’Innovazione. Questo fondo potrà sostenere gli investimenti di capitale per le PMI innovative e startup in un programma di co-investimenti con investitori qualificati e regolamentati. Il “” ha una durata di 10 anni, a cui se ne potranno aggiungere altri 3, e vi possono accedere gli investitori qualificati e regolamentati, i quali segnalano le PMI innovative e le startup in cui stanno per investire o in cui si è investito nei sei mesi precedenti all’entrata in vigore del nuovo Decreto Rilancio.

Un altro strumento agevolativo è la “Nuova Sabatini”, che eroga finanziamenti per micro, piccole, medie imprese e startup e che con la Legge di Bilancio 2021 permette alle nuove imprese di accedere a un contributo statale, senza il limite di 200mila euro della “vecchia Sabatini”, per l’acquisto o acquisizione in leasing di macchinari, beni strumentali d’impresa, hardware e macchinari, oppure di beni immateriali (tecnologie digitali e software).

Il bando “Resto al Sud” di Invitalia è più vivo che mai, e consente a nuove imprese e startup di avere un finanziamento con credito d’imposta per gli investimenti realizzati nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Molise, Sardegna Sicilia e aree del Centro Italia colpite dal terremoto tra il 2016 e il 2017), ed in particolare per l’acquisto di nuovi beni strumentali.

Infine, il bando Voucher 3I di Invitalia è promosso dal Ministero dello Sviluppo Economico, ed è aperto alle startup innovative che hanno bisogno di finanziare la consulenza per la brevettazione.

Economia circolare e Innovazione, al via il bando per le imprese della Lombardia

Tra le finalità ammesse l’innovazione di prodotto e di processo e la sperimentazione di metodologie per l’incremento della durata di vita dei prodotti. La dotazione finanziaria ammonta a euro 3.621.000. L’investimento minimo è di 40.000,00 euro, ed il contributo massimo concedibile è di 120.000 euro per progetto. 

E’ già attivo da una settimana il “Bando di sostegno alle MPMI per l’innovazione delle filiere di Economia Circolare in Lombardia – Edizione 2021”, realizzato in collaborazione con Unioncamere Lombardia e con le Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e le Camere di Commercio lombarde, grazie al quale le micro, piccole e medie imprese lombarde potranno presentare i propri progetti di investimento e beneficiare di una dotazione finanziaria complessiva pari a euro 3.621.000 euro, di cui 2.765.000 euro stanziati da Regione Lombardia e 865.000 euro stanziati dalle Camere di Commercio lombarde (in particolare, 400.000 euro sono stanziati dalla Camera di commercio Milano Monza Brianza Lodi).

FILIERE LOMBARDE – Il bando vuole promuovere e riqualificare le filiere lombarde, la loro innovazione e il riposizionamento competitivo di interi comparti rispetto ai mercati in ottica di economia circolare, rendendo possibile la simbiosi industriale, anche ai fini della ripresa economica post Covid 19, attraverso il sostegno a: progetti che promuovano il riuso e l’utilizzo di materiali riciclati, di prodotti e sottoprodotti o residui derivanti dai cicli produttivi in alternativa alle materie prime vergini e la riduzione della produzione di rifiuti, Eco-design con metodologia Life Cycle Thinking.

CHI PUO’ PARTECIPARE –  Possono partecipare le micro piccole e medie imprese aventi sede operativa in Lombardia al momento dell’erogazione, in forma singola o in aggregazione composta da almeno 3 imprese.

I PROGETTI AMMISSIBILI – Saranno ammessi progetti che puntano a:

innovazione di prodotto e di processo in tema di utilizzo efficiente delle risorse attraverso l’utilizzo di sottoprodotti nei cicli produttivi e riduzione produzione rifiuti e riutilizzo di beni e materiali;
innovazioni di processo o di prodotto per quanto riguarda la produzione e l’utilizzo di prodotti da recupero di rifiuti e attività di preparazione per il riutilizzo; 
sperimentazione di modelli tecnologici integrati finalizzati al rafforzamento
della filiera, in questo caso verranno considerate la sperimentazione e l’applicazione di strumenti per l’incremento della durata di vita dei prodotti ed il miglioramento del loro riutilizzo e della loro riciclabilità (Eco-design);
– implementazione di strumenti e metodologie per l’uso razionale delle risorse naturali: nonché la riconversione della produzione finalizzata alla realizzazione di nuovi materiali, prototipi, sviluppo di dispositivi e/o componenti anche in ambito medicale o per la sicurezza sul lavoro.

CARATTERISTICHE DELL’AGEVOLAZIONE – L’agevolazione consiste in un contributo a fondo perduto pari al 40% delle spese sostenute, per un investimento minimo di 40.000,00 euro e un contributo massimo concedibile di 120.000 euro per progetto. 

COME PARTECIPARE  –  Il testo del bando è disponibile sul sito della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e in quello di Unioncamere Lombardia. Le domande possono essere presentate dal 3 maggio al 15 luglio esclusivamente in modalità telematica con firma digitale. Per informazioni sul bando: ambiente@mi.camcom.it.

In aggiunta al bando, la Camera di commercio MI-MZ-Brianza-LO realizza percorsi di accompagnamento alle PMI in tema di economia circolare e di simbiosi industriale, in collaborazione con i migliori esperti, per promuovere crescita, innovazione e competitività e per supportare le PMI nella transizione verso modelli di crescita più sostenibili e circolari. Tra le iniziative, il Progetto LCA – Imprese Settore Tessile e Cartario. Un servizio rivolto alle PMI dei settori tessili e cartario dedicato all’analisi del ciclo di vita del prodotto (LCA) in un’ottica di economia circolare. C’è inoltre il progetto di accompagnamento rivolto alle PMI per l’upgrading degli impianti da biogas a biometano, ed il “Progetto RI-ECCO”, concepito in collaborazione con l’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che offre un percorso tecnico-scientifico gratuito alle PMI sull’economia circolare, con strumenti di formazione, analisi e check up approfonditi in azienda.

Il calendario completo dei prossimi webinar gratuiti e di tutte le attività è disponibile a questo link.

StartmeupHK Festival 2021. Dal 24 Maggio una vetrina per le startup di tutto il mondo

StartmeupHK Festival, l’evento annuale più importante in Asia dedicato alle startup, e organizzato da Invest Hong Kong, ritorna dal 24 al 28 maggio 2021 in forma virtuale. Sarà possibile partecipare a workshop, startup pitch, job fair e incontri con potenziali investitori.

StarmeupHK Festival 2021 rappresenta un’importante vetrina per le molte opportunità che Invest Hong Kong* offre alle startup di tutto il mondo. In questo evento annuale, che anche quest’anno si svolge in forma virtuale, le startup partecipanti avranno la possibilità di ascoltare ed entrare in contatto con gli esperti del loro settore, oltre a scoprire la posizione di primo piano di Hong Kong quale incubatore e banco di prova su tutto ciò che c’è di nuovo e sulle innovazioni che influenzeranno il  modo di vivere e di fare business in futuro.

Infatti, sebbene il mondo abbia dovuto affrontare un’enorme crisi, ci sono comunque molte opportunità interessanti che le startup possono sfruttare, e questo è dimostrato dai 14 eventi principali che quest’anno StartmeupHK Festival comprenderà e che coinvolgeranno numerosi relatori internazionali su tematiche specifiche, come l’A.I., il Fintech, ESG, le SmartCities, il settore Healtchare e quello del Proptech, per citarne alcuni tra i più significativi. Inoltre, durante l’intera settimana si avrà la possibilità di partecipare a workshop, startup pitch, job fair e incontri con potenziali investitori.

Il Festival aprirà i battenti il 24 maggio, con lo SME Tech Exhibition Programme, dedicato alle PMI e alle scale-up operative nel campo delle soluzioni tecnologiche, ed uno stand virtuale di SHAPERZ (Shaping the Future of Work for SMEs), organizzato da Finnovasia e dalla durata di due giorni. La partecipazione, da sottoscrivere entro il 15 maggio, è riservata alle aziende con meno di 30 dipendenti e un fatturato inferiore a 3 milioni di USD.

Nella stessa giornata, si potrà partecipare al Female Funding Fair, organizzato da Next Chapter Raise, dedicato alle imprenditrici donne di qualsiasi settore che vogliano inviare la propria candidatura ed essere selezionate per “Investor & Founders Mentor Hour”.

Il secondo giorno (25 maggio) ospiterà il GBA Innovation Summit, organizzato da TusPark Hong Kong, con il quale saranno analizzate le opportunità di sviluppo nella Greater Bay Area per le aziende con soluzioni tecnologiche e innovative. Nel frattempo, il 25 e il 26 maggio, Scaleup Impact Summit, organizzato da Whub, è uno degli eventi più completi sul mondo delle startup innovative progettato per realizzare risultati concreti con esperti, founder e investitori di primo livello.

Il quarto giorno (27 maggio), Asia Healthcare Innovation Summit, organizzato da Brinc, coinvolgerà startup, investitori e professionisti del settore healthcare, che condivideranno le loro conoscenze ed esperienze sulle ultime novità nell’ambito dell’health technology. In particolare, con la Future Health Asia Pitch Competition i partecipanti avranno l’opportunità di candidarsi, entro il 12 maggio, alla selezione di 2 startup che saranno ammesse alla riunione mensile degli investitori privati di Future Health Asia, per presentare il proprio progetto e ottenere un investimento fino a 250.000 USD.

Inoltre, StartmeupHK Festival 2021 ha organizzato altri cinque eventi di settore specifici molto significativi:
– 24 Maggio: Al for All & Making Money with AI,
– 24-25 Maggio: PropTech Asia & Beyond,
– 26 Maggio: Thriving Together – Startups and ESG Investors,
– 27 Maggio: Virtual Fintech Forum
– 27 Maggio: Connected Cities Conference,

Il 28 Maggio, ultimo giorno del Festival, concluderà le attività con un’agenda che prevede l’Ecosystem Summit, il Defining Decade for Impact with Tech e il GBA Online Hackathon 2021.

* Invest Hong Kong – Ufficio di rappresentanza in Italia Via del Mare 47, Milano, e-mail: info@investhk.it . Il Team italiano di Invest Hong Kong fornisce informazioni su investitori, programmi di incubazione e accelerazione, finanziamenti pubblici e spazi di co-working, e assiste gratuitamente le PMI e le Startup italiane a muovere i primi passi verso Hong Kong.

Consulenti finanziari USA, business in forte espansione. Più stress, più clienti e più patrimonio

Secondo un recente studio, l’attività dei consulenti finanziari americani non è mai così fiorente come durante l’epidemia di Covid. In aumento sia le masse gestite che il numero dei clienti, e più tempo da passare a casa con le proprie famiglie.

In occasione di un aggiornamento del terzo “Advisor Wellness Survey” annuale di FlexShares Exchange Traded Funds (di Northern Trust Asset Management), circa 450 consulenti finanziari americani sono stati intervistati su come andava la loro attività nel periodo 2020-2021, e dall’indagine è venuto fuori una sintesi comune a tutti: più stress per via dell’adattamento alle nuove metodologie di contatto e relazione, ma più clienti e più portafoglio.

Nel dettaglio, il 62% degli intervistati ha affermato di aver aumentato il proprio patrimonio netto gestito durante la pandemia, sia nel 2020 che nel primo trimestre del 2021, e il 57% ha affermato di aver aumentato il numero di clienti. Solo il 7% ha segnalato un calo delle attività, e il 6% ha segnalato un calo dei clienti.

Il passaggio al lavoro a distanza (smartworking), pertanto, non ha avuto alcun impatto sulla loro attività, ed il 51% dei consulenti ha visto la pandemia anche come un’opportunità per trascorrere più tempo con le proprie famiglie mentre si lavora a casa, nonché un’opportunità per ripensare il proprio ruolo o modello di business (46%). Inoltre, nonostante le riaperture avvenute in tutti i quartieri finanziari delle città statunitensi, molti consulenti finanziari continuano a mantenere l’attività prevalente a casa, lavorando meno nei tradizionali uffici, i quali si stanno rapidamente trasformando in “smart building“. 

Nonostante le sfide lanciate dal Covid con continuità fino ad oggi, i consulenti hanno affermato che il loro livello di stress complessivo è essenzialmente alla pari con quello del 2018-2019, in cui i mercati sono stati la principale fonte di stress (2018 annus horribilis). Durante la pandemia, circa sette consulenti su 10 sono stati sradicati dal loro normale ambiente di lavoro, e tutti loro sono rimasti costantemente sollecitati sulla ricostruzione e aggiornamento della propria attività (44,3%) e su questioni di conformità e regolamentazione (43,5%). Anche queste cose si sono classificate come fonti di stress.

Nonostante tutto, la soddisfazione complessiva sul livello di carriera raggiunto e l’equilibrio tra lavoro e vita privata sono rimasti praticamente invariati e in gran parte positivi, secondo il sondaggio. I consulenti finanziari hanno riportato una soddisfazione professionale del 78% nel 2020, rispetto al 76% nel 2018-2019. Alla domanda su cosa amassero di più dell’essere un consulente finanziario, gli intervistati hanno dichiarato in modo schiacciante che era la loro capacità di aiutare e fornire servizi a coloro che ne avevano bisogno (58%), seguita da indipendenza e flessibilità (19%) e dalle relazioni che hanno formato (13%).

Circa un terzo degli intervistati (36%) ha attribuito uno scenario complessivamente positivo alla pandemia, che secondo loro ha fornito un rinnovato senso di scopo nel loro lavoro. Le donne consulenti hanno sperimentato livelli di stress più elevati rispetto ai loro colleghi uomini (55,3% contro 46,9%), e livelli di stress superiori alla media nazionale del 48,9%.

Secondo i risultati dello studio, lo stress è stato generato da un mix unico di fattori che influenzano le donne più degli uomini. Dal lavoro, alla vita familiare, al tenere i genitori anziani o le persone a carico al sicuro dal contagio, le donne hanno affermato di sentirsi schiacciate dalle responsabilità del lavoro e della famiglia in misura maggiore rispetto agli uomini che hanno partecipato allo studio.

Consulenza finanziaria e reti: numeri sfavillanti, ma il sistema si sta avvitando su sé stesso

La soglia dei 15-20 miliardi di euro di masse amministrate, per le società mandanti, non è più l’obiettivo di sostenibilità aziendale, e l’asticella della “sopravvivenza” si sta spostando sempre più verso i 25-30 miliardi. Come pensano di riuscirci, i gruppi bancari, se il numero dei consulenti diminuisce?

La pandemia pare abbia fatto bene al settore della Consulenza Finanziaria, che durante il periodo dell’emergenza – e fino ad oggi, quindi – ha generato una poderosa raccolta in risparmio gestito e utili in forte aumento. I protagonisti assoluti di tale risultato, certamente, sono i consulenti finanziari, capaci di adattarsi rapidamente alle avverse condizioni di mercato grazie alla tecnologia già esistente ed al fortissimo grado di prossimità con gli investitori.

Com’è noto, i dati della ricerca di Anasf-McKinsey – presentati nel corso del meeting digitale Consulentia20, fotografano benissimo questa capacità di adattamento, ampiamente premiata dal mercato: il 73% dei consulenti finanziari ha intensificato le comunicazioni con i propri clienti nel periodo più grave della diffusione del Covid e ben l’86% dei consulenti è riuscito ad aumentare la base dei clienti.

E così, nonostante l’emergenza, i professionisti degli investimenti si presentano oggi con un portafoglio medio – parametro amatissimo dall’industria del risparmio – che è pari al doppio di quello di dieci anni fa. Questo risultato, però, va analizzato in profondità. Innanzitutto, l’aumento in valore assoluto delle masse amministrate è dovuto anche alla singolare circostanza che, nonostante gli economics sfavillanti, il numero dei consulenti attivi non cresce più, e negli anni precedenti il suo ritmo di crescita è andato abbassandosi gradualmente per via delle altissime barriere all’entrata poste dalle società mandanti ai giovani neolaureati.

In secondo luogo, alla crescita delle masse non è conseguito una stabilità dei margini provvigionali, perché il sistema ha perseguito invece l’obiettivo della stabilità dei ricavi (in valore assoluto) in funzione dell’aumento del portafoglio medio.

In sintesi, il modello economico messo in atto dal sistema banca-rete a partire dal 2008 è stato esattamente il seguente: più aumentavano le masse amministrate dai consulenti, più diminuivano i loro margini provvigionali e meno cresceva il loro numero, in un ciclo che si è auto-alimentato fino ai giorni nostri, generando una sensazione di stabilità dei ricavi che, invece, erano via via più bassi, a parità di portafoglio, rispetto a quelli che si sarebbero potuti generare prima del 2008.

Relativamente al numero dei consulenti attivi, prima del 2008 le barriere all’entrata erano più elastiche, ed anche le più grandi reti di allora investivano su risorse umane piuttosto giovani, sotto i 30 anni di età e senza laurea, ma con caratteristiche personali molto precise in termini di propensione alla relazione e potenzialità di contatti. Pertanto, le barriere all’ingresso di oggi – che non sono riscontrabili nelle altre professioni – sembrano essere la conseguenza di un disegno complessivo, nel quale il contingentamento del numero complessivo dei consulenti e l’aumento delle masse amministrate abbiano consentito una costante riduzione dei margini che l’avvento delle normative MiFID hanno reso imprescindibile per mantenere intatto il conto economico delle banche-reti e l’utile da distribuire alla banca capogruppo. Naturalmente, anche il sistema delle banche-reti, senza le MiFID, oggi guadagnerebbe di più, e questo fa sorgere spontaneamente la domanda su quale sia stata, in relazione alla sua sostenibilità, l’utilità di subire “senza fiatare” questa gran mole di normative europee che, in occasione dei momenti più bui dell’emergenza, hanno mostrato tutti i propri limiti e svantaggi per la clientela.

Consulente finanziario

Inoltre, i costi sostenuti dal sistema (un paio di miliardi di euro dal 2008 ad oggi) per rendere idonee le procedure amministrative e di controllo alla nuova normativa hanno lasciato dietro di loro una scia di qualche migliaio di consulenti, di portafoglio medio-piccolo, costringendoli ad uscire dal mercato. La logica di un sistema in forte crescita, invece, prevede che, su quelle risorse umane si debba investire, soprattutto se giovani.

I cambiamenti avvenuti nella struttura dell’offerta di consulenza finanziaria hanno avuto effetti anche in relazione alla domanda. Infatti, da una prima fase storica in cui era la quantità di clienti a farla da padrone, negli ultimi anni ha trionfato la qualità, e i facoltosi clienti-imprenditori sono diventati il target da preferire. Questo, però, ha amplificato il fenomeno secondo cui c’è un’intera fascia della popolazione – la più numerosa – che non ha mai avuto l’occasione di entrare in contatto con un consulente finanziario, ed oggi ne parla “per sentito dire”. Eppure, i clienti seguiti da un consulente finanziario sono mediamente più soddisfatti della media del mercato, quindi il modello è vincente e andrebbe valorizzato investendo nei consulenti under 30, più giovani e più idonei a dialogare con le nuove generazioni di (piccoli) risparmiatori, nonchè e a lavorare nuovamente sulla quantità, rinnovando il ciclo di produzione e lo stesso business model della consulenza finanziaria ormai entrato nella piena fase di declino.

Su tutto, c’è anche una questione sistemica. Infatti, se ieri 5 miliardi di portafoglio – gli odierni 2,5 milioni di euro, più o meno – sarebbero stati sufficienti a garantire un buon andamento professionale all’ex promotore finanziario, oggi 10 milioni di euro bastano appena per vivere dignitosamente e pagare tutte le imposte. Simmetricamente, la soglia dei 15-20 miliardi di euro di masse amministrate, per le società mandanti, non è più l’obiettivo di sostenibilità aziendale, dal momento che l’asticella della “sopravvivenza” si sta spostando sempre più verso i 25-30 miliardi.

A giudicare da quest’ultimo dato, sembra che i prossimi anni assisteremo a diverse operazioni di M&A e di aggregazione – fenomeno tipico delle fasi di maturità e declino del business model – effettuate al solo scopo di mantenere la c.d. “massa critica”. La domanda è: come pensano di farlo, i gruppi bancari, senza aumentare corposamente il numero dei consulenti in vista del pensionamento di migliaia di “older” da qui al 2027?