Che l’inflazione elevata fosse l’ossessione della Germania fin dai tempi della Repubblica di Weimar è cosa nota, e l’UE a guida tedesca semplicemente si sta adeguando. Il debito italiano sulla graticola?
Con un debito elevato e la previsione che la BCE fermi presto i suoi acquisti di obbligazioni, chi comprerà i nostri bond? E’ questa la domanda che campeggia tra i nostri economisti dopo la sbornia natalizia e a neanche due settimane dall’incontro che ha riunito tutte le banche centrali dell’area dell’euro, della Gran Bretagna, della Svizzera e della Norvegia. Infatti, la BCE ha sciolto (male) i nodi sulla imminente recessione, che i futuri aumenti dei tassi di interesse porterà con certezza. L’unica cosa incerta è l’entità di questo arretramento dell’economia, e cioè se si tratterà di una “recessione tecnica”, limitata ad uno o massimo due trimestri di PIL lievemente negativo, oppure di una recessione durevole e incisiva, con una sensibile diminuzione del PIL.

Pertanto, con un “carrello della spesa” che in Italia viaggia ad un ritmo di crescita del 12,8% (ed in Europa poco meno), pur di far sparire l’incubo – tutto tedesco fin dai tempi della Repubblica di Weimar – l’inflazione la BCE è disposta a tollerare anche una recessione, qualunque sarà la sua ampiezza, aumentando ancora i tassi di interesse contro un’inflazione oggettivamente – per momento storico e caratteristiche esogene – senza precedenti. Christine Lagarde si è mossa lungo il solco di Jerome Powell della FED, compiendo gli stessi errori dei colleghi americani. Jerome Powell, come ha fatto impietosamente notare la recente analisi del Wall Street Journal, nel 2021 ha clamorosamente “toppato” nel valutare l’inflazione come un fenomeno passeggero, costringendo poi il Paese a sopportare una corsa ai rialzi dei tassi d’interesse che hanno portato il costo del denaro al 4,25-4,50% e lo S&P500 a perdere quasi il 20% da inizio d’anno.
Al pari della FED, anche la BCE dice di voler continuare con altri rialzi, spaventando i mercati che vedono allontanarsi il picco dei rialzi da Marzo a Giugno-Luglio 2023. La scelta di mollare i propositi dei rialzi costanti e graduali, in tutta evidenza, è frutto di un imperdonabile pressappochismo che sarà faticoso da recuperare, soprattutto per i Paesi più indebitati, i quali dovranno fare i conti anche con il QT (quantitative tightening, il mancato rinnovo di titoli in scadenza) da 15 miliardi al mese. In verità, tale importo – che peraltro sarebbe limitato al periodo Marzo-Giugno 2023 – è una inezia rispetto al deficit complessivo dell’Unione Europea, ma è stato sufficiente per fare schizzare il Btp decennale italiano dall’1,2% di un anno fa all’attuale 4,5% circa, per via del timore di una continuazione del QT nei mesi successivi a Giugno.
Una politica meno aggressiva avrebbe potuto tranquillizzare gli animi agitati dai rischi di recessione, ma il “frugale” governatore della Banca centrale olandese ha dichiarato al Financial Times che la BCE continuerà ad alzare i tassi da qui a luglio 2023, dopo averli già aumentati di 200 punti base (bps) per contenere l’inflazione. Pertanto, solo un conclamato rallentamento del ritmo di rialzo dei tassi potrebbe risollevare il mercato obbligazionario, sul quale molti gestori puntano per recuperare le performance depresse da un 2022 da incubo. Tuttavia, gli economisti di Deutsche Bank vedono il tasso terminale al 3%, con rischi al rialzo. Per questo motivo l’asticella del picco si è alzata, non essendo ancora incoraggiante il primo rallentamento dell’inflazione generale a novembre dopo un anno e mezzo di rialzi.
Il prossimo dato di Dicembre ci dirà se si tratta di un trend apprezzabile, ma il tradizionale aumento dei consumi del periodo natalizio non fa ben sperare, e consiglia di rinviare questo momento ai dati di Gennaio 2023 (e quindi ai primi di Febbraio). In ogni caso, siamo lontanissimi dal target del 2%. Escludendo i beni alimentari, il carburante, l’alcol e il tabacco, l’inflazione è al 5%, e non accenna a diminuire. Per questo si sta facendo di tutto (soprattutto in Italia) per rinviare gli aumenti salariali e far diminuire violentemente i consumi per via di un potere d’acquisto che in Italia è ridotto ai minimi termini sia in valore nominale che reale.
La BCE, ad oggi, pensa che la recessione sarà poco profonda, e i dati in possesso indicherebbero solo una lieve recessione. In particolare, la previsione di crescita del 2023 della zona euro, comunicata a Settembre scorso (+ 0,9%), ha subito un downgrade significativo, e il QT certamente non aiuterà ad evitare brutte sorprese in corso d’opera. Per l’Italia, in particolare, è forte la paura che, con un debito elevato e il fatto che la banca centrale fermerà i suoi acquisti di obbligazioni, sarà difficile trovare acquirenti dei bond nazionali senza dover fronteggiare continui attacchi speculativi da parte degli hedge fund. Nel frattempo, sul fronte del petrolio, Brent e Wti galleggiano vicini agli 80 dollari al barile (ricordiamo che a Giugno si era intorno ai 120), mentre il gas è precipitato a 83 euro al megawattora (ad agosto era a 345) dopo l’accordo sul price cap. Sembrano segnali che l’inflazione potrebbe avere raggiunto il suo picco, per cui la stretta di Powell sui tassi, qualora fosse troppo serrata rispetto alle reali esigenze di controllo dell’inflazione, potrebbe generare una recessione più profonda, e gli errori di valutazione della FED (e della BCE…) commessi nel 2021 creano non poca incertezza.



Relativamente al mercato immobiliare, poi, ad eccezione dei centri di Milano e Roma le quotazioni “si somigliano” sempre di più nelle grandi città che nei comuni minori e più piccoli, con poche distinzioni a seconda delle località. Città come Siena, per esempio, pur essendo grandi e popolate più o meno come quella di Trapani o di Ragusa, scontano quotazioni maggiori per via del migliore tessuto economico e della maggiore attrattività turistica, ma è sufficiente esplorare il mercato immobiliare di Noto (SR) per trovare quotazioni non molto lontane da quelle di Siena. Sul tema, il Sole 24 Ore ha recentemente pubblicato l’annuale classifica sulla qualità della vita nelle città italiane, secondo la quale al vertice si piazza Bologna, al secondo posto Bolzano e al terzo posto Firenze. Ma in classifica generale troviamo primeggiare altre province più piccole e benestanti, che superano le aree più grandi e popolate in quanto a ricchezza e consumi. Relativamente a questi due ultimi parametri, infatti, la stessa Bologna è superata da Belluno.
C’è da dire che Bologna, da sempre, gode di un’ottima reputazione in termini di qualità di vita, un aspetto quest’ultimo che dopo il Covid ha assunto un peso sempre più specifico nelle scelte delle città in cui acquistare casa. Ed è questo uno dei motivi che vede il capoluogo emiliano tra le città in cui i prezzi degli immobili continuano a crescere negli ultimi semestri e i tempi di vendita a diminuire. Ad alimentare la domanda anche gli investitori e gli studenti che trovano un’ottima offerta formativa con facoltà di elevato standard. Nel capoluogo emiliano, infatti, i valori delle case crescono a partire dal 2016. Inoltre, nel secondo semestre anche i canoni di locazione sono in decisa ripresa, anche alla luce del ritorno dei flussi turistici che stanno determinando una minore offerta sul mercato. Infatti, la carenza di offerta degli immobili in locazione è un aspetto importante per una città come Bologna, da sempre molto attrattiva per studenti e lavoratori fuori sede e su cui vale la pena fare una riflessione, tanto che proprio nel capoluogo emiliano stanno partendo degli interventi di student housing.
Quest’ultimo è un aspetto che accomuna Bologna alla terza città sul podio, ovvero Firenze, che registra un mercato molto florido, con un’importante domanda abitativa e segnala, soprattutto nelle zone centrali, una forte domanda ad uso turistico recettivo orientata agli affitti brevi, tanto che molti uffici in cattivo stato e in contesti residenziali sono stati convertiti in abitazioni con tale finalità. A Firenze, infatti, nella prima parte del 2022 i prezzi delle case sono cresciuti dello 0,8%. A premiare la città dal punto di vista immobiliare anche i lavori per la tramvia che miglioreranno i collegamenti con il resto della città e con l’aeroporto, la presenza delle facoltà universitarie e alcuni interventi di riqualificazione tra cui, il più importante, quello dell’ex “Manifattura Tabacchi”.
Molto bene, nelle prime dieci posizioni, anche la città emiliana di Parma, che da sempre vanta un mercato abitativo dinamico con acquisti sia di prima casa sia per investimento grazie all’università e a importanti aziende. Infatti, anche in questa prima parte del 2022 la cittadina mette a segno un aumento dei prezzi del 4,6%. E nella top ten anche Trieste che, da alcuni semestri, registra un mercato immobiliare molto vivace con una richiesta in aumento da parte di investitori, anche stranieri
dall’Europa dell’est, che stanno puntando sulla cittadina sia per mettere a reddito l’immobile sia come casa vacanza. Perde posizioni Milano, pur restando nella top ten. A livello di mercato è la metropoli più dinamica, con valori in crescita del 4,0% e tempi di vendita intorno a 52 giorni. Allo stesso tempo, però, il mercato immobiliare della città diventa sempre meno accessibile a causa di prezzi e canoni di locazione troppo elevati. Nella nostra indagine sulle annualità di stipendio per acquistare casa a Milano, con un prezzo medio di 4.138 euro al mq, occorrono 13 annualità contro una media nazionale di 6,9. Anche i canoni di locazione sono i più elevati di Italia, dal momento che per un bilocale occorrono quasi 1000 euro e per un trilocale ne occorrono 1.300.
Argentina-Francia, con il suo pesante carico di aspettative e ambizioni nazionali, è stata certamente una sfida sportiva dai risvolti travolgenti, ma è stato anche un confronto tra colossi commerciali che si sono contese una grossa fetta di ricavi derivanti dalla vittoria iridata. Infatti, oltre che a consegnare nelle mani di Lionel Messi la leggendaria coppa – ideata e disegnata dall’orafo e scultore italiano Silvio Gazzaniga, per la cronaca – la FIFA elargirà 42 milioni di dollari per la “Selección” argentina, che non vinceva la coppa più ambita dal 1986, quando Diego Armando Maradona lasciò il mondo a bocca aperta. Inoltre, la vittoria finale porta in dote numerosi benefit, anche indirettamente. Per esempio, l’accordo tra Argentina e Adidas (11 milioni di dollari all’anno), quest’ultima storico sponsor tecnico dei sudamericani, scade proprio alla fine di Dicembre, per cui la vittoria di questo mondiale garantisce all’AFA (Asociación del Fútbol Argentino) un potere contrattuale non indifferente in sede di rinnovo.
La sensazione è che l’Adidas abbia aspettato l’esito del torneo – forse con grave azzardo – per formulare alla federazione argentina la nuova proposta commerciale, che andrebbe a prolungare una partnership che inizia nel lontano 1974, quando i mondiali di calcio si tennero in Germania Ovest. Per restare sui sudamericani, c’è da menzionare anche l’accordo esclusivo che lega l’Argentina alla piattaforma di fan token Socios.com, che utilizza la blockchain di Chiliz (un CHZ vale circa 0,13 dollari). Attualmente, il gettone virtuale legato a Messi e compagni ($ARG) è il più prezioso tra le squadre di calcio dopo quello del Paris Saint Germain, che – non a caso – ha in rosa entrambi i numeri 10 che si sono sfidati domenica: Lionel Messi da una parte e Kylian Mbappé dall’altra. Il token dell’Argentina, infatti, ha un valore di base di 29,46 CHZ (circa 3,82 dollari), e sollevare al cielo la coppa iridata ha fatto lievitarne ulteriormente il valore.
Infine, la vittoria al mondiale fa lievitare sensibilmente la stima commerciale complessiva della rosa sudamericana, che Transfermarkt valuta in 645,20 milioni di euro, con Lautaro Martinez (75 milioni) a segnare la cifra più alta. Dall’altro lato c’è invece la Francia, che per un niente ha mancato un clamoroso bis mai riuscito a nessuna nazionale da quando in palio c’è la FIFA World Cup. Il valore dell’intera rosa francese è quasi il doppio di quella argentina (1,03 miliardi di euro), ed è proprio Mbappé, con i suoi 160 milioni di euro, il gioiello più prezioso. Nonostante l’impresa non sia riuscita al giovane fuoriclasse (nato nel 1998), il capocannoniere del mondiale può in qualche modo consolarsi guardando alle cifre del contratto che lo lega alla Nike, che paga attualmente Mbappé 16 milioni di euro all’anno per i diritti d’immagine e, in caso di trionfi importanti, potrebbe lievitare notevolmente e, probabilmente, generare un contratto a vita, com’è accaduto ai più grandi calciatori della storia (come Messi).
Per quanto riguarda gli asset digitali, la Francia, al contrario dell’Argentina, non riconosce alcun fan token ufficiale, ma può vantare un accordo commerciale ben più remunerativo rispetto ai rivali. Il contratto con Nike porta infatti alla FFF (Fédération Française de Football) un tesoretto annuo di 50,5 milioni di euro per un contratto che reca come scadenza il 2026, quando i mondiali si giocheranno in Canada, Stati Uniti e Messico. Il bis iridato avrebbe potuto comportare dei premi studiati ad hoc dalla multinazionale americana per blindare ulteriormente i transalpini al proprio portfolio, ma il mondiale è sfumato, e con esso anche la replica del boom di vendite, come quello seguìto alla vittoria di Russia 2018, grazie alla terza stella mondiale sulla maglia. Nel 2018, le maglie della nazionale francese andarono a ruba in poche settimane, e obbligarono la Nike a fare i salti mortali per sopperire alla domanda che superava nettamente l’offerta sul mercato.
Questi appena analizzati sono solo alcuni degli aspetti che derivano dalla vittoria mondiale da parte dell’Argentina. Ci sono infatti altri risvolti, difficilmente ponderabili in cifre, che toccano l’economia – fortemente inflazionata – del paese sudamericano. Come, ad esempio, l’incremento del turismo sportivo, maggiori sovvenzionamenti al sistema-calcio, più consistenti investimenti da parte delle squadre di club e – non in ultimo – la concreta possibilità di organizzare una delle prossime FIFA World Cup. A tal proposito, l’Argentina ha già presentato la propria candidatura ufficiale per i mondiali del 2030, e la vittoria di Messi e compagni rappresenta un ottimo sponsor per presentarsi al cospetto della federazione internazionale con un modello vincente.
Nel cercare similitudini tra le due vittorie mondiali dei sudamericani del 1986 e del 2022, è opportuno effettuare alcune distinzioni in merito ai rispettivi contesti in cui l’Argentina viveva in ciascun periodo. Infatti, a guardare i dati economici di oggi, la nazione sudamericana sembra essere tornata indietro al 1975, quando prima dell’avvento della dittatura del generale Videla il ministro dell’Economia Celestino Rogrigo firmò una manovra economica che scatenò una tempesta finanziaria e forti aumenti sui prezzi, in particolare energia elettrica (+75%) e carburanti (+180%), a cui si contrappose un sostanziale congelamento salariale. Come allora, anche oggi l’inflazione argentina corre sulle tre cifre, e il quadro non è certo dei più rassicuranti. Ora l’Argentina spera di ottenere da questo trionfo tanto atteso dei benefici economici simili a quelli che si sono verificati in tutta la Francia subito dopo la vittoria ai mondiali in Russia. Il Louvre, per esempio, nel 2018 registrò un’affluenza record con picchi del +25% rispetto all’anno precedente. Boom di turisti si ebbero anche per il Pantheon (+19%) e per Notre-Dame (+40%).
In definitiva, ora che è calato il sipario sull’edizione più controversa della storia recente dei mondiali, è tempo di comprendere come essa verrà giudicata negli anni a venire, anche dal punto di vista dell’etica sportiva. Si è trattata, infatti, di un’edizione dove mai come prima il vero protagonista, anziché il calcio, è stato il denaro: elargito, incassato, investito, conteso e persino offerto – in valigette o sacchi – con finalità oscure a personaggi senza scrupoli. Ombre dense si erano già stagliate, negli anni scorsi, sull’organizzazione del torneo, e i sospetti di corruzione dei massimi vertici della FIFA hanno condizionato non poco il clima di quello che, in teoria, dovrebbe essere esclusivamente un evento sportivo privo di interessi di parte, eccetto quello di consentire al team migliore di vincere sul campo una semplice partita di pallone.
I canoni di locazione sono in aumento in tutte le grandi città e in modo particolare a Milano. Nei capoluoghi di provincia i canoni di locazione non hanno mai smesso di crescere e continuano la loro corsa al rialzo: +2,7% i monolocali, +2,8% i bilocali e +3,0% i trilocali. Si conferma la maggiore facilità di affitto per le soluzioni di “qualità”, ben arredate, posizionate in zone servite e luminose. Sempre elevata l’attenzione ai costi condominiali.
Nel primo semestre del 2022, il 71,2% ha cercato casa in affitto come scelta abitativa, con una lieve diminuzione rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, quando la percentuale era del 73,8%. In questa categoria rientrano coloro che non riescono ad acquistare o volutamente scelgono l’affitto. Aumentano i contratti stipulati da chi cerca per motivi di lavoro che passa da 22,4% a 25%. Nel periodo pre-Covid la percentuale si attestava a 25,9%. Invariata la percentuale di chi cerca per studio (3,8%). Anche in questo semestre si segnalano numerosi casi di persone che non riescono ad accedere al mercato del credito, primi fra tutti i giovani e i monoreddito. Trend che potrebbe crescere alla luce dell’aumento dei tassi di interesse.
La pandemia ha accentuato la domanda di chi cerca casa in affitto tra chi ha lavori precari o a termine e in chi stava valutando l’acquisto immobiliare ma si è fermato per timori legati al quadro economico incerto. La domanda di locazione è sempre elevata, in particolare tra le fasce di età più giovane. Il 44,3% di chi ha preso casa in affitto ha un’età compresa tra 18 e 34 anni. I dati sui contratti stipulati nella prima parte del 2022 segnalano una contrazione di quelli a canone transitorio (passato in un anno da 22,2% a 20,7%) ed un aumento del canone concordato (da 32,2% a 33,4%). Sostanziale stabilità per quelli a canone libero (da 45,6% a 45,8%). Il contratto a canone transitorio che aveva trovato consensi nell’anno della pandemia cede leggermente il passo alle altre tipologie contrattuali.
La corsa dei prezzi, l’inasprimento della politica monetaria e la forte insicurezza generalizzata pesano sulle prospettive economiche. Esiste una netta discrepanza tra i dati dell’economia reale, che continuano a segnalare il vigore delle economie nazionali, e gli indicatori anticipatori, in calo da mesi, indicanti che le grandi economie sviluppate potrebbero trovarsi già in territorio di contrazione. Grazie al calo dei prezzi energetici e delle materie prime, all’attenuarsi delle strozzature sul lato dell’offerta e all’indebolimento congiunturale globale, in molte regioni l’inflazione complessiva potrebbe essere prossima al picco. Tuttavia continuerà a viaggiare a livelli elevati: nel 2023 scenderà al 6,5%, ma minaccia di consolidarsi in ambiti critici come salari, affitti e terziario.
Le banche centrali di tutto il mondo devono muoversi con cautela. Molte banche centrali hanno annunciato che ridurranno le misure di inasprimento o hanno già rallentato i ritmi dei rialzi per esaminare il pieno impatto delle misure finora adottate. La politica monetaria rimarrà probabilmente restrittiva al fine di ripristinare da un lato la stabilità dei prezzi e dall’altro per non alimentare le aspettative di tassi d’inflazione futuri ancora più alti. La politica finanziaria dovrebbe concedere sgravi volti ad attutire gli effetti del rincaro dei prezzi dell’energia, evitando tuttavia di pregiudicare l’efficacia della stretta monetaria e puntando a ridurre gradualmente l’indebitamento.
Nel complesso, il rischio di errori politici è fortemente aumentato: le banche centrali rischiano di fare troppo o troppo poco. Un inasprimento eccessivo potrebbe precipitare l’economia mondiale in una grave recessione o innescare una crisi finanziaria, mentre una stretta troppo modesta porterebbe al consolidamento dell’inflazione, al disancoraggio delle aspettative di inflazione e all’aumento delle spese future per domare la dinamica del prezzi. Le banche centrali faranno attenzione a evitare una recessione, tuttavia nel dubbio opterebbero per un inasprimento più pronunciato allo scopo di riprendere il controllo dell’inflazione. “In questo contesto, i rischi di una grave recessione sono a nostro avviso moderati, giacché i mercati del lavoro restano solidi, i bilanci dei consumatori e delle aziende sono robusti, la situazione delle banche è molto migliore di com’era dopo la crisi finanziaria globale e gli istituti centrali procederanno con cautela nell’inasprire le proprie politiche per evitare il crollo dell’economia.
Pertanto, l’economia mondiale scivolerà in una recessione poco profonda, con alcuni trimestri di crescita negativa (recessione tecnica), per poi entrare in un periodo di crescita debole, frenata dalla persistente inflazione e da un orientamento monetario più restrittivo”, conclude Siviero (nella foto). “Tuttavia si rilevano nette differenze tra le diverse regioni: l’Eurozona e il Regno Unito potrebbero già trovarsi in una recessione, mentre le future decisioni di politica monetaria della Fed potrebbero consentire agli Stati Uniti di salvarsi per un pelo. In Cina la crisi dipenderà in larga misura dall’allentamento delle restrizioni anti-Covid e dalla capacità del paese di gestire la crisi del mercato immobiliare. Mentre i paesi emergenti asiatici e latinoamericani sembrano avere sotto controllo i rischi di inflazione e nel 2023 potrebbero essere in grado di sostenere la crescita globale”.
I mercati hanno registrato un forte rimbalzo dall’inizio di ottobre, grazie all’estremo posizionamento ribassista e alla stabilizzazione dei rialzi dei tassi. Dopo il recente rimbalzo, il posizionamento degli investitori è ora meno estremo e invita a una maggiore cautela nel breve termine in assenza di segnali positivi sul fronte macroeconomico. I dati macro continuano a segnalare un deterioramento delle condizioni: negli Stati Uniti, l’indice PMI composito per il settore manifatturiero è sceso da 50,4 a 47,6 a novembre, mentre il settore dei servizi è sceso da 47,8 a 46,1. Soprattutto, i nuovi ordini del settore privato sono scesi al ritmo più veloce da maggio 2020, quando la prima ondata della pandemia Covid-19 ha colpito. In Europa, gli indici PMI sono stati complessivamente leggermente superiori alle attese, ma sono rimasti saldamente al di sotto della soglia dei 50 punti, ovvero la linea di demarcazione tra espansione economica e recessione economica.
Per quanto riguarda i tassi statunitensi, il rendimento del decennale Usa è sceso di -30 pb al 3,75%, così come l’inflazione attesa, scesa di -25 pb al 2,3%. L’inversione della curva dei tassi Usa 10Y-2Y è leggermente aumentata, segnalando così un aumento della probabilità di recessione. In Europa, il rendimento del bund tedesco si è ridotto di -18pb all’1,96%, mentre il rendimento del titolo decennale italiano è sceso di -42 pb al 3,9%, con un restringimento dello spread BTP-Bund. Inoltre, il rallentamento del ritmo dei rialzi dei tassi a breve termine sembra meno evidente grazie alla recente tenuta degli indici dei responsabili degli acquisti e a un’inflazione che si è dimostrata più resistente rispetto agli Stati Uniti. I commenti più recenti della Bce sembravano aprire la porta a un allentamento dei tassi a 50 pb nella riunione del 15 dicembre, anche se il membro del Consiglio direttivo Isabel Schnabel ha rimesso sul tavolo un rialzo di 75 pb. Anche la banca centrale svedese (Riksbank) ha aumentato i tassi di 75 pb la scorsa settimana con una mossa da falco, mentre è già in atto una pausa nelle banche centrali dei paesi CE3 (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria).
Negli USA, i verbali dell’ultima riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) hanno rafforzato le aspettative che il Comitato intenda aumentare i tassi di 50 pb alla riunione del 14 dicembre (da 75 pb alla riunione di novembre). Nel complesso, se da un lato l’attesa riduzione della pressione sui tassi d’interesse è coerente con la stabilità dei multipli di mercato dopo il forte de-rating di inizio anno, dall’altro i fondamentali offrono ancora poco supporto, con una continua scarsa visibilità sull’entità e la durata dell’attuale rallentamento economico. Confermiamo la nostra opinione secondo cui la continuazione di questo rally è legata alle aspettative di un cambio di rotta della Fed.
Nel frattempo, però, l’attenzione deve essere rivolta agli utili societari e alla guidance che si terrà nel febbraio 2023, con i risultati del quarto trimestre. I rischi sono ancora inclinati verso il basso. “In un contesto macro e geopolitico ancora fragile e sulla scia del recente rimbalzo dei mercati azionari, abbiamo modificato parzialmente la nostra asset allocation”, evidenzia Scauri. “Abbiamo ridotto in modo sostanziale il nostro posizionamento sui titoli finanziari; le posizioni chiave del nostro portafoglio si concentrano invece su biotech, con Vivoryon che rimane una delle partecipazioni principali del nostro portafoglio; Green capex: con titoli come Danieli che beneficeranno di un ciclo di investimenti a lungo termine nei rispettivi settori; Difesa, con Thales che è a nostro avviso il nome migliore per sfruttare l’atteso aumento della spesa per investimenti nei paesi europei; Concessioni, con Getlink (Eurotunnel) che è stato ridotto e sostituito da Sacyr; Cybersecurity, un tema chiave in questo scenario”.
Si prenda, ad esempio, Cristiano Ronaldo. Dopo cinque Palloni d’Oro, cinque Champions League, quattro Mondiali per Club, un Europeo con il Portogallo e tanto altro, il fuoriclasse dovrà presto arrendersi al tempo, avendo anche concluso in lacrime, con la sconfitta del suo Portogallo ai quarti di finale, il torneo più atteso dai calciofili del pianeta. Infatti, questo in Qatar ha l’aria di essere stato il suo ultimo mondiale, e nel 2023 Cristiano Ronaldo potrebbe approdare – il condizionale è d’obbligo, viste le recenti smentite – all’Al-Nassr FC, che avrebbe pronto un contratto-monstre da 200 milioni di euro a stagione. Se però la carriera del fuoriclasse portoghese (che ha 37 anni) si avvia verso la fine, la storia del brand “CR7” è ancora tutta da
scrivere. Cristiano Ronaldo, infatti, è il terzo sportivo al mondo ad aver raggiunto ricavi per un miliardo di dollari dopo il golfista Tiger Woods e il pugile Floyd Mayweather. Il suo patrimonio (circa 350 milioni di dollari) non è però solo frutto di straordinarie gesta sportive: “CR7” è un asset finanziario che va oltre il rettangolo di gioco, grazie ad un contratto a vita con la Nike (20 milioni di dollari l’anno), diritti d’immagine per varie multinazionali (45 milioni l’anno), una linea d’abbigliamento intimo (“CR7 Underwear”) e una catena di alberghi di lusso (“Pestana CR7 Lifestyle Hotels”).
In realtà, la storia dei calciatori-asset non è proprio recente, e nasce nel secolo scorso con Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé. È il 14 giugno 1970, in Messico si gioca il quarto di finale Brasile-Perù e l’arbitro è pronto a dare il via alla sfida. A questo punto Pelé si ferma e allaccia i suoi scarpini Puma. Un gesto quasi banale, che però nasconde una strategia di marketing: il numero 10 per questa trovata riceve 120 mila dollari dal marchio tedesco, che rompe così il cosiddetto “Pelé Pact”: una sorta di patto di non belligeranza tra Puma e Adidas, che avevano rinunciato a farsi la guerra sull’immagine del brasiliano. Dopo la parentesi ai New York Cosmos, Pelé si ritira nel 1977, ma non si ferma; partecipa a diverse gare di beneficienza e presta la sua immagine a molti brand di
prodotti di largo consumo, riuscendo a guadagnare anche più di quanto non avesse fatto durante il periodo in cui aveva giocato. Si dà anche al cinema, e nel 1981 recita in “Fuga per la vittoria”, film di John Huston con un casting stellare. All’alba degli anni Ottanta, Atari gli dedica un videogioco: “Pelé’s Championship Soccer”. Dopo l’avventura in politica negli anni Novanta, nel 2010 Pelé fa parte della cordata per salvare i New York Cosmos. Ad oggi si calcola che il patrimonio netto di Pelé tocchi i 185 milioni di dollari, cifra frutto di intelligenti investimenti, concordati con il suo team di esperti.
Poi arriva l’epoca del grande Diego Armando Maradona, genio e sregolatezza (anche finanziaria, per via dei problemi di dipendenza) e ormai mito puro per via della sua prematura scomparsa. Su “El Pelusa” si avventano da sùbito i primi sponsor. È sempre Puma il più lungimirante, e stila per l’argentino di Villa Fiorito un contratto fino al 1986 pari a 500 mila euro all’anno di oggi. Arriva anche Coca-Cola: un triennale da un miliardo delle vecchie lire. Una montagna di soldi che finisce per stravolgere la vita del giocatore, che nel 1984 diventa anche testimonial per McDonald’s in Spagna. La carriera del “Pibe de Oro” è
stata solcata da trionfi e gol iconici da una parte, e da roboanti cadute dall’altra. Anche Maradona, dopo il tumultuoso ritiro, ha continuato a curare i propri affari. In particolare, nel 2006 fa scalpore la pubblicità escogitata da Guaraná Antarctica, bibita più diffusa in Brasile: Maradona (pagato per l’occasione 150 mila dollari) scende in campo con la maglia verdeoro, ma è solo un incubo. Dopo la tragica morte di “D10S”, è difficile fare una stima della sua eredità (si parla di “soli” 60 milioni di dollari).
L’esclusione di Maradona dai Mondiali di USA 1994 consente a un’altra stella di emergere. Luís Nazário de Lima, più semplicemente Ronaldo, negli Stati Uniti resta in panchina durante tutte le partite. Ma dal Brasile è già arrivata la voce che è nato un nuovo Pelé. Nello stesso anno, il Cruzeiro cede Ronaldo al PSV Eindhoven e ci si accorge che i rumour erano fondati. Dall’Olanda alla Catalogna il passo è breve, e Ronaldo esplode al Barcellona. Questa volta nell’affare entra la Nike, con un contratto da 10 miliardi di lire (siamo alla fine degli anni Novanta). Anche la nazionale brasiliana beneficia dell’accordo: dal 1996 la Nike è sponsor tecnico della Seleção, con un contratto da 200 miliardi di lire in 10 anni. Massimo Moratti, da poco presidente dell’Inter, vuole portare Ronaldo a Milano. L’affare è gigantesco: 48 miliardi di lire più 4,5 miliardi di supplemento aggiuntivo al Barça. Moratti, però, conduce una trattativa anche con la Nike. Il Baffo di Oregon dà il via libera e dal 1997 la Nike compare anche sulle maglie nerazzurre.
Dopo il ritiro, Ronaldo ha continuato a investire fino all’acquisizione nel 2018 del Valladolid, società di calcio spagnola che oscilla tra la Serie A e la Serie B iberica. Un successo finanziario, visto che “il Fenomeno” ha ereditato dalla vecchia gestione 30 milioni di euro di debiti e ora il bilancio è saldamente in attivo. L’anno scorso Ronaldo ha acquistato anche la maggioranza delle azioni del Cruzeiro, squadra che lo ha lanciato nei professionisti. Anche qui il brasiliano ha fatto centro con una promozione in Serie A brasiliana che mancava da tre anni. A oggi il patrimonio di Ronaldo è stimabile in circa 155 milioni di euro.
Dal Brasile all’Argentina e ritorno. Questa volta è il turno di Lionel Messi, che per anni si è conteso la palma di migliore al mondo insieme a Cristiano Ronaldo. “La Pulce” ha due anni in meno del portoghese ma non per questo sta rimanendo con le mani in mano. Il 10 argentino ha infatti a disposizione un capitale di circa 250 milioni di euro, che intende investire quanto prima. Nell’ottobre scorso, infatti, Messi ha annunciato che è al lavoro per fondare la “Play Time Sports-Tech HoldCo LLC”, una holding che dalla Silicon Valley investirà in sport, tecnologia e media in tutto il globo. Senza contare poi il suo contratto a vita con Adidas (12 milioni di dollari l’anno),
gli accordi con Pepsi e Huawei e lo stipendio da sceicco con il Paris Saint-Germain (37 milioni di euro netti a stagione, bonus compresi). Tuttavia, mentre per Cristiano Ronaldo il mondiale in Qatar è finito, per Messi il sogno continua. E pensare che per il torneo iridato Cristiano Ronaldo ha creato con “Binance”, piattaforma di exchange per criptovalute, un’esclusiva collezione di NFT (“Not fungible token”) dal valore potenziale di oltre mezzo milione di dollari. Solo le aste, che stanno al momento assegnando gli NFT ai vari iscritti di Binance, potranno accertare la vera entità dell’affare.
Nonostante si sia ritirato nel 2013, David Beckham ha ancora un patrimonio netto valutato in almeno 450 milioni di dollari. Ciò indica che anche dopo il ritiro, fattura più di quando giocava nella Champions League. David e sua moglie Victoria hanno costruito la loro personalità come coppia influente, e messi insieme hanno una fortuna di circa 700 milioni di sterline. Dopo aver raccolto le sue entrate dalla carriera calcistica, “Becks” ha dimostrato di essere un astuto uomo d’affari anche dopo il suo ritiro, avvenuto nel 2013. Ha investito in piccole e grandi imprese che gli assicurano un reddito costante, e ha creato un
portafoglio di attività diversificato con investimenti e proprietà di varie società. Le sue entrate legate all’immagine di ex campione di calcio vengono raccolte da una società chiamata “Footwork Productions“, con cui ha fatturato oltre 341 milioni di dollari fino ad oggi. Ma sono i social media la fonte più promettente per superstar come Beckham: con 66 milioni di follower su Instagram e 54 milioni su Facebook, le sue piattaforme social gli garantiscono entrate consistenti, pari a svariati milioni di sterline l’anno.
In definitiva, da Pelè a Maradona, passando per Ronaldo, “CR7”, Messi e Beckham – e l’elenco potrebbe continuare con Cruijff, Platini e Ronaldinho, solo a titolo di esempio – un unico comune denominatore unisce questi campioni, oltre alla circostanza di aver raggiunto l’apice del successo praticando il medesimo sport: tutti loro sono diventati un brand a sé stante, un marchio internazionale che apre molte porte e costituisce patrimonio immateriale dal notevole valore, proprio come per le grandi aziende, anche da morti (come nel caso di Maradona). Ed è proprio il marchio, nella sua essenza, che genera ulteriore ricchezza trasfigurando la funzione del semplice cognome e incarnando eventi di gloria sportiva vissuti e condivisi da miliardi di persone e da diverse generazioni. E’ la magia del calcio, che non ha pari anche quando diventa soltanto finanza e affari.
Secondo l’ufficio Studi Tecnocasa, in Italia sono state scambiate 175.268 abitazioni residenziali, con un aumento del +1,7% rispetto allo stesso periodo del 2021. Come già accaduto nel secondo trimestre dell’anno, i comuni capoluogo hanno registrato un aumento delle compravendite maggiore rispetto ai comuni non capoluogo, invertendo il trend che si era consolidato post lockdown. Infatti, tra le grandi città italiane spiccano la performance di Bari (+28,2%), di Palermo con +12,2%, di Milano con +10,4% e di Bologna con +10,0% rispetto allo stesso periodo del 2021. Limitando l’analisi al terzo trimestre, tuttavia, si registra una contrazione dei volumi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente in alcune grandi città come Firenze (-5,5%), Milano (-5,1%) e Napoli (-2,9%). È la prima volta che accade nell’anno in corso. Nelle altre realtà metropolitane il terzo trimestre, invece, evidenzia un aumento degli scambi.
Alla luce dei dati attuali, per la fine dell’anno si prevede un numero totale di compravendite intorno alle 760-770 mila unità, in aumento rispetto al 2021; ma il risultato finale sarà condizionato dall’andamento dell’economia, dal clima di fiducia delle famiglie e dall’andamento del mercato del credito dopo gli aumenti dei tassi. Tale contesto economico, così incerto e volatile per le famiglie, fa registrare un aumento delle aste immobiliari e delle vendite all’incanto, che nella prima metà dell’anno hanno sfiorato quota 110.000 (+16% rispetto al 2021); tuttavia, i risultati di fine anno dovrebbero posizionarsi ad un livello ancora inferiore rispetto a quanto raggiunto nel 2019.
Relativamente ai tempi di vendita, nel terzo trimestre 2022 è stato toccato il minimo storico degli ultimi 10 anni, pari a 108 giorni per le grandi città – queste ultime con un miglioramento di 6 giorni rispetto alla precedente rilevazione – e per tutte le realtà territoriali. Il mercato immobiliare, pertanto, si dimostra veloce e dinamico alla luce della domanda vivace e dell’offerta in diminuzione. Ancora una volta Milano e Bologna si confermano le città più veloci, rispettivamente con 52 e 69 giorni, con la differenza che Milano segnala una diminuzione di 10 giorni rispetto ad un anno fa, mentre Bologna un aumento di 6 giorni. Le città con tempi più lunghi sono Bari con 141 giorni e Palermo con 132 giorni, entrambe con un trend in diminuzione. Tempi sostanzialmente stabili a Genova (127 giorni) e Napoli (100 giorni), mentre le diminuzioni maggiori si sono registrate a Verona (da 135 a 122 giorni) e Palermo (da 143 a 132 giorni).
Le realtà dell’hinterland delle metropoli registrano una sostanziale stabilità nei tempi di vendita, pur restando in un contesto di velocizzazione delle transazioni: in media, per vendere un immobile occorrono 148 giorni. I tempi di vendita più brevi si segnalano nell’hinterland di Firenze (118) seguito da quello di Verona (127). Quest’ultimo, in particolare, registra un miglioramento di 14 giorni rispetto a un anno fa, un dato che non sorprende alla luce del fatto che esso include molte località del lago di Garda dove il mercato, da alcuni semestri a questa parte, è estremamente vivace grazie agli acquisti di case vacanza. Peggiora invece l’hinterland di Bari, con un aumento di 14 giorni (178 giorni).
Passando ai capoluoghi di provincia, chi decide di vendere casa deve mettere in conto mediamente 134 giorni, decisamente meno di quanti ne avrebbe impiegati un anno fa, quando ne occorrevano 143. C’è stata quindi una contrazione di 9 giorni, che ha fatto in modo che anche nei capoluoghi di provincia si raggiungessero i livelli minimi degli ultimi dieci anni. I dati analizzati, in definitiva, evidenziano che chi sta acquistando casa sta velocizzando le decisioni di acquisto, sia a causa della bassa offerta sul mercato sia per timore di incappare in ulteriori aumenti dei tassi di interesse. Veloci anche gli investitori che intendono impiegare la liquidità messa da parte per evitare che sia erosa dall’inflazione crescente. Chi invece sta valutando l’acquisto, sta dimostrando una maggiore prudenza alla luce dello scenario economico più incerto e del cambiamento in atto sul mercato creditizio. Saranno i prossimi mesi a dirci se tutto questo inciderà sui tempi di vendita, allungandone la durata.
Di fronte a questo dato, anche la UEFA ha aperto un’inchiesta per indagare su presunte violazioni del Financial fair play, mentre la FIGC – dopo l’archiviazione per l’esame di italiano “facilitato” a Perugia per l’attaccante Luis Suarez – sta valutando se riaprire il fascicolo alla luce dei nuovi elementi emersi in questi giorni. Nel frattempo, il titolo in Borsa della Juventus ha perso il 30% del proprio valore da inizio anno, toccando il minimo di 0,25 euro per azione. Il titolo è scambiato ad un’alta frequenza, il che comporta un’elevata volatilità, e non sono in pochi a temere l’arrivo di una tempesta finanziaria; tuttavia John Elkann, amministratore delegato di Exor, al momento ha scongiurato l’ipotesi di un’ulteriore ricapitalizzazione del gioiello sportivo più prezioso della famiglia Agnelli. L’immissione di nuovi liquidi nella società, infatti, è una ipotesi che preoccupa il mercato, che detiene il 24,33% delle oltre 2,5 miliardi di azioni, mentre Exor ne controlla il 63,77%.
La lettera ai dipendenti della società dipinge uno scenario in cui la Juve si trova in difficoltà. Lo stesso Agnelli ha deciso, di concerto con John Elkann, di abbandonare la nave nel momento di maggiore pericolo, allo scopo di “contenere i danni” e salvarla.
Tuttavia, questa mossa potrebbe non bastare. Negli ambienti bianconeri si ha la sensazione di trovarsi in svantaggio in quello che potrebbe essere considerato uno dei momenti più delicati della storia della Juventus. Il nuovo CdA, che sarà operativo solo a gennaio, avrà dunque un compito ben preciso: ribaltare i confronti con la Procura di Torino e con l’opinione pubblica. La tesi dei PM è la seguente: senza le plusvalenze il patrimonio netto della Juventus sarebbe andato in rosso e quindi il club “non avrebbe potuto operare negli esercizi in discorso, né essere quotata in Borsa”. Un’accusa che la società torinese ha sempre rigettato, difendendo la bontà della sua condotta finanziaria. In suo soccorso, nelle ultime ore, è arrivata
la decisione del giudice per le indagini preliminari Ludovico Morello, il quale ha per ora respinto le accuse presentate dai PM, ricordando come le plusvalenze siano prassi costante nel mondo del calcio da quando esistono i diritti Tv, affievolendo non poco l’ipotesi del dolo e, conseguentemente, l’entità del reato. Inoltre, il GIP ha motivato affermando che gli accusati sono tutti incensurati e che le manovre sul taglio stipendi 2020 e 2021 siano strettamente collegate alla pandemia Covid. Tuttavia, al di fuori delle vicende giudiziarie in corso, si potrebbe ipotizzare che la “parte lesa”, in questa vicenda, è certamente rappresentata dai tifosi.
Una realtà che, per certi versi, richiama quella già vissuta dai tifosi dell’U.S. città di Palermo dopo le dimissioni e l’arresto di Maurizio Zamparini, padre-padrone del club siciliano dal 2002 al 2017 e scomparso di recente. Anche in quel caso, i tifosi si ritrovarono ad ingoiare una delusione dopo l’altra dopo gli sfarzi dei vari Dybala, Cavani, Belotti, Ilicic, Pastore, Grosso, Miccoli e Amauri, solo per citarne alcuni. E pensare che nel 2009 Il Sole 24 Ore premiò l’operato dell’U.S. Palermo, che nel giugno dello stesso anno approvò un bilancio tra i più positivi delle società di Serie A. Poi la crisi economica mise a dura prova le finanze di Zamparini, che in una lettera aperta ai tifosi nel 2011 confessò di aver speso per il Palermo oltre 84 milioni di euro, 21 dei quali di tasca propria. Senza contare poi il fatto che, a ogni chiusura di esercizio, il club rosanero andava quasi sempre in perdita in quanto le uscite superavano sistematicamente i ricavi.
Al buco di bilancio evidenziato dalla Procura, in tutta probabilità, contribuì in larga parte la gestione spregiudicata degli allenatori, in un declino economico-finanziario senza soluzione di continuità, culminato con le accuse di falso in bilancio per il triennio 2014-2016 e di false comunicazioni alla Commissione di Vigilanza sulle Società di Calcio Professionistiche (Covisoc). Anche nel caso dell’U.S. Città di Palermo, i tifosi sono stati le vera parte lesa della vicenda, costretti a vedere dissolvere l’esperienza dolce-amara – ed a tratti esaltante – della propria squadra, rapidamente precipitata dai fasti della serie A all’inferno della D; molti di loro, probabilmente, si stanno chiedendo perché per Andrea Agnelli e soci non siano ancora scattate le manette e perché, al contrario, la richiesta di misure cautelari per i dirigenti bianconeri formulata dalla Procura sia stata respinta già a fine ottobre.
Quale che sia la risposta, i rischi a cui vanno incontro la Juventus e gli altri imputati dell’inchiesta “Prisma” non sono da considerare meno seri. Ad inguaiare la Vecchia Signora, infatti, ci sono le intercettazioni raccolte dagli stessi pm di Torino, che rivelerebbero un sistema di plusvalenze fittizie, prodotto da una “decisione aziendale complessiva, imposta e condivisa dai vertici”, scrivono i magistrati. Se si considerano anche le due cosiddette “manovre stipendi”, attuate per ridurre il peso degli ingaggi, ecco che i PM arrivano a calcolare come ci sarebbero oltre 70 milioni di euro fuori bilancio. In più, la Consob ha ipotizzato per la Juventus l’ipotesi di violazione dell’art. 154-ter del TUF (Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria), dove si rende obbligatorio il giudizio di conformità sul bilancio da parte di una società di revisione.
Gli scenari futuri dipenderanno dalle decisioni dell’autorità giudiziaria, che potrebbero innescare, oltre ad un possibile delisting di Borsa in caso di procedure concorsuali/fallimentari, anche un processo anche dal punto di vista sportivo, che potrebbe generare sanzioni fino alla retrocessione e alla revoca degli scudetti. Nel caso del Palermo, i punti di penalizzazione furono 20 per la stagione di Serie B 2018/2019, ai quali seguirono poi l’esclusione dalla Serie B e il fallimento nell’ottobre del 2019. Sono ipotesi come queste quelle che più spaventano i tifosi e tutto il sistema-calcio italiano, che per anni ha fatto delle plusvalenze un’arma contabile utile a sopperire alle follie del calciomercato che, nonostante tutto, continua a sfuggire ad ogni forma di controllo.
In questo scenario, fra le tante declinazioni sociali ed economiche esaminate dall’Istituto emerge come le opportunità di lavoro siano inadeguate, come il mito del posto fisso e il lavoro stesso abbia perso la sua leva identitaria. La retribuzione spesso non è all’altezza delle aspettative e, nonostante i giovani siano molto preparati (spesso hanno una laurea con il massimo dei voti e un master post universitario), l’offerta di lavoro consiste quasi sempre in un tirocinio gratuito e stipendi da 800 euro mensili. L’Italia, infatti, è l’unico Paese dell’OCSE con economia avanzata che ha registrato una riduzione del valore della retribuzione negli ultimi 30 anni, esattamente il 30% in meno rispetto al 1990. In Germania, per esempio, il 30% in più. E questo induce molti giovani a lasciare il Paese.
Siamo inoltre i primi nella classifica Neet, quella che comprende i giovani sotto i 30 anni che non studiano e non lavorano, e gli ultimi per occupazione femminile. Un aspetto interessante è dato dalla propensione degli italiani per gli “investimenti green” su cui il rapporto fa interessanti osservazioni. Il 57,4% dei risparmiatori italiani considera positivamente l’idea di investire in prodotti finanziari e in imprese sostenibili. Maggiormente convinti sono i residenti nel Nord-Ovest (61,7%), i laureati (67,9%) e le persone con redditi alti (76,6%). L’89,8% dei risparmiatori vorrebbe, però, che ci fossero istituzioni o enti certificatori terzi per garantire che gli investimenti green siano effettivamente conformi agli obiettivi e ai criteri annunciati dai proponenti.
Quella della “certificazione verde” è uno snodo cruciale dell’attuale mega-trend della Sostenibilità, poichè consentirebbe di concretizzare le intenzioni dichiarate dai risparmiatori sugli investimenti green, permettendo di superare la persistente confusione e diffidenza. Resta irrisolta, ad oggi, la questione della definizione univoca di che cosa sia da intendere per “investimento green” e il timore di possibili operazioni di greenwashing è assolutamente giustificato. Per questo gli italiani reputano essenziale l’istituzione di intermediari di riconosciuta terzietà che garantiscano che quello che viene dichiarato green lo sia
effettivamente. In ogni caso, gli sforzi delle istituzioni europee per pervenire a una uniformità tassonomica e concettuale non sono stati risolutivi. Il 57,5% dei risparmiatori italiani ritiene “indispensabile” l’assistenza di un consulente finanziario nella scelta degli investimenti da indirizzare su imprese, settori, progetti sostenibili. Convinti di avere bisogno di una consulenza fidata e di competente certe per orientarsi in tempi di forte incertezza, lo sono ancora di più quando si parla di investimenti green.








