Cosa succede quando le stelle del football lasciano il campo? Da Pelé a Maradona, passando per Cristiano Ronaldo e Messi, i calciatori più famosi diventano asset e brand su cui investire.
Di Marco d’Avenia
Li vediamo esultare, disperarsi, esaltare un paese o condannarlo alla sconfitta. Ma quando si spengono i riflettori, solo pochi calciatori riescono a mantenere il tenore di vita assaporato in gioventù, sia pure nella “dorata schiavitù” di allenamenti giornalieri e forma fisica impeccabile per sostenere prestazioni sportive ai massimi livelli. I più, quelli che hanno trascorso la propria carriera nelle massime serie e che hanno saputo accumulare senza sperperare in auto di super-lusso e follie varie, si godono il denaro risparmiato nella breve finestra lavorativa più proficua (che raramente supera i 7 anni), ma sono in pochissimi quelli che riescono a fare di sé stessi un vero e proprio “asset”, con tanto di brand personale con cui continuare a produrre fatturati a sei zeri anche quando si sono appesi gli scarpini al chiodo.
Si prenda, ad esempio, Cristiano Ronaldo. Dopo cinque Palloni d’Oro, cinque Champions League, quattro Mondiali per Club, un Europeo con il Portogallo e tanto altro, il fuoriclasse dovrà presto arrendersi al tempo, avendo anche concluso in lacrime, con la sconfitta del suo Portogallo ai quarti di finale, il torneo più atteso dai calciofili del pianeta. Infatti, questo in Qatar ha l’aria di essere stato il suo ultimo mondiale, e nel 2023 Cristiano Ronaldo potrebbe approdare – il condizionale è d’obbligo, viste le recenti smentite – all’Al-Nassr FC, che avrebbe pronto un contratto-monstre da 200 milioni di euro a stagione. Se però la carriera del fuoriclasse portoghese (che ha 37 anni) si avvia verso la fine, la storia del brand “CR7” è ancora tutta da
scrivere. Cristiano Ronaldo, infatti, è il terzo sportivo al mondo ad aver raggiunto ricavi per un miliardo di dollari dopo il golfista Tiger Woods e il pugile Floyd Mayweather. Il suo patrimonio (circa 350 milioni di dollari) non è però solo frutto di straordinarie gesta sportive: “CR7” è un asset finanziario che va oltre il rettangolo di gioco, grazie ad un contratto a vita con la Nike (20 milioni di dollari l’anno), diritti d’immagine per varie multinazionali (45 milioni l’anno), una linea d’abbigliamento intimo (“CR7 Underwear”) e una catena di alberghi di lusso (“Pestana CR7 Lifestyle Hotels”).
In realtà, la storia dei calciatori-asset non è proprio recente, e nasce nel secolo scorso con Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé. È il 14 giugno 1970, in Messico si gioca il quarto di finale Brasile-Perù e l’arbitro è pronto a dare il via alla sfida. A questo punto Pelé si ferma e allaccia i suoi scarpini Puma. Un gesto quasi banale, che però nasconde una strategia di marketing: il numero 10 per questa trovata riceve 120 mila dollari dal marchio tedesco, che rompe così il cosiddetto “Pelé Pact”: una sorta di patto di non belligeranza tra Puma e Adidas, che avevano rinunciato a farsi la guerra sull’immagine del brasiliano. Dopo la parentesi ai New York Cosmos, Pelé si ritira nel 1977, ma non si ferma; partecipa a diverse gare di beneficienza e presta la sua immagine a molti brand di
prodotti di largo consumo, riuscendo a guadagnare anche più di quanto non avesse fatto durante il periodo in cui aveva giocato. Si dà anche al cinema, e nel 1981 recita in “Fuga per la vittoria”, film di John Huston con un casting stellare. All’alba degli anni Ottanta, Atari gli dedica un videogioco: “Pelé’s Championship Soccer”. Dopo l’avventura in politica negli anni Novanta, nel 2010 Pelé fa parte della cordata per salvare i New York Cosmos. Ad oggi si calcola che il patrimonio netto di Pelé tocchi i 185 milioni di dollari, cifra frutto di intelligenti investimenti, concordati con il suo team di esperti.
Poi arriva l’epoca del grande Diego Armando Maradona, genio e sregolatezza (anche finanziaria, per via dei problemi di dipendenza) e ormai mito puro per via della sua prematura scomparsa. Su “El Pelusa” si avventano da sùbito i primi sponsor. È sempre Puma il più lungimirante, e stila per l’argentino di Villa Fiorito un contratto fino al 1986 pari a 500 mila euro all’anno di oggi. Arriva anche Coca-Cola: un triennale da un miliardo delle vecchie lire. Una montagna di soldi che finisce per stravolgere la vita del giocatore, che nel 1984 diventa anche testimonial per McDonald’s in Spagna. La carriera del “Pibe de Oro” è
stata solcata da trionfi e gol iconici da una parte, e da roboanti cadute dall’altra. Anche Maradona, dopo il tumultuoso ritiro, ha continuato a curare i propri affari. In particolare, nel 2006 fa scalpore la pubblicità escogitata da Guaraná Antarctica, bibita più diffusa in Brasile: Maradona (pagato per l’occasione 150 mila dollari) scende in campo con la maglia verdeoro, ma è solo un incubo. Dopo la tragica morte di “D10S”, è difficile fare una stima della sua eredità (si parla di “soli” 60 milioni di dollari).
L’esclusione di Maradona dai Mondiali di USA 1994 consente a un’altra stella di emergere. Luís Nazário de Lima, più semplicemente Ronaldo, negli Stati Uniti resta in panchina durante tutte le partite. Ma dal Brasile è già arrivata la voce che è nato un nuovo Pelé. Nello stesso anno, il Cruzeiro cede Ronaldo al PSV Eindhoven e ci si accorge che i rumour erano fondati. Dall’Olanda alla Catalogna il passo è breve, e Ronaldo esplode al Barcellona. Questa volta nell’affare entra la Nike, con un contratto da 10 miliardi di lire (siamo alla fine degli anni Novanta). Anche la nazionale brasiliana beneficia dell’accordo: dal 1996 la Nike è sponsor tecnico della Seleção, con un contratto da 200 miliardi di lire in 10 anni. Massimo Moratti, da poco presidente dell’Inter, vuole portare Ronaldo a Milano. L’affare è gigantesco: 48 miliardi di lire più 4,5 miliardi di supplemento aggiuntivo al Barça. Moratti, però, conduce una trattativa anche con la Nike. Il Baffo di Oregon dà il via libera e dal 1997 la Nike compare anche sulle maglie nerazzurre.
Dopo il ritiro, Ronaldo ha continuato a investire fino all’acquisizione nel 2018 del Valladolid, società di calcio spagnola che oscilla tra la Serie A e la Serie B iberica. Un successo finanziario, visto che “il Fenomeno” ha ereditato dalla vecchia gestione 30 milioni di euro di debiti e ora il bilancio è saldamente in attivo. L’anno scorso Ronaldo ha acquistato anche la maggioranza delle azioni del Cruzeiro, squadra che lo ha lanciato nei professionisti. Anche qui il brasiliano ha fatto centro con una promozione in Serie A brasiliana che mancava da tre anni. A oggi il patrimonio di Ronaldo è stimabile in circa 155 milioni di euro.
Dal Brasile all’Argentina e ritorno. Questa volta è il turno di Lionel Messi, che per anni si è conteso la palma di migliore al mondo insieme a Cristiano Ronaldo. “La Pulce” ha due anni in meno del portoghese ma non per questo sta rimanendo con le mani in mano. Il 10 argentino ha infatti a disposizione un capitale di circa 250 milioni di euro, che intende investire quanto prima. Nell’ottobre scorso, infatti, Messi ha annunciato che è al lavoro per fondare la “Play Time Sports-Tech HoldCo LLC”, una holding che dalla Silicon Valley investirà in sport, tecnologia e media in tutto il globo. Senza contare poi il suo contratto a vita con Adidas (12 milioni di dollari l’anno),
gli accordi con Pepsi e Huawei e lo stipendio da sceicco con il Paris Saint-Germain (37 milioni di euro netti a stagione, bonus compresi). Tuttavia, mentre per Cristiano Ronaldo il mondiale in Qatar è finito, per Messi il sogno continua. E pensare che per il torneo iridato Cristiano Ronaldo ha creato con “Binance”, piattaforma di exchange per criptovalute, un’esclusiva collezione di NFT (“Not fungible token”) dal valore potenziale di oltre mezzo milione di dollari. Solo le aste, che stanno al momento assegnando gli NFT ai vari iscritti di Binance, potranno accertare la vera entità dell’affare.
Nonostante si sia ritirato nel 2013, David Beckham ha ancora un patrimonio netto valutato in almeno 450 milioni di dollari. Ciò indica che anche dopo il ritiro, fattura più di quando giocava nella Champions League. David e sua moglie Victoria hanno costruito la loro personalità come coppia influente, e messi insieme hanno una fortuna di circa 700 milioni di sterline. Dopo aver raccolto le sue entrate dalla carriera calcistica, “Becks” ha dimostrato di essere un astuto uomo d’affari anche dopo il suo ritiro, avvenuto nel 2013. Ha investito in piccole e grandi imprese che gli assicurano un reddito costante, e ha creato un
portafoglio di attività diversificato con investimenti e proprietà di varie società. Le sue entrate legate all’immagine di ex campione di calcio vengono raccolte da una società chiamata “Footwork Productions“, con cui ha fatturato oltre 341 milioni di dollari fino ad oggi. Ma sono i social media la fonte più promettente per superstar come Beckham: con 66 milioni di follower su Instagram e 54 milioni su Facebook, le sue piattaforme social gli garantiscono entrate consistenti, pari a svariati milioni di sterline l’anno.
In definitiva, da Pelè a Maradona, passando per Ronaldo, “CR7”, Messi e Beckham – e l’elenco potrebbe continuare con Cruijff, Platini e Ronaldinho, solo a titolo di esempio – un unico comune denominatore unisce questi campioni, oltre alla circostanza di aver raggiunto l’apice del successo praticando il medesimo sport: tutti loro sono diventati un brand a sé stante, un marchio internazionale che apre molte porte e costituisce patrimonio immateriale dal notevole valore, proprio come per le grandi aziende, anche da morti (come nel caso di Maradona). Ed è proprio il marchio, nella sua essenza, che genera ulteriore ricchezza trasfigurando la funzione del semplice cognome e incarnando eventi di gloria sportiva vissuti e condivisi da miliardi di persone e da diverse generazioni. E’ la magia del calcio, che non ha pari anche quando diventa soltanto finanza e affari.



Secondo l’ufficio Studi Tecnocasa, in Italia sono state scambiate 175.268 abitazioni residenziali, con un aumento del +1,7% rispetto allo stesso periodo del 2021. Come già accaduto nel secondo trimestre dell’anno, i comuni capoluogo hanno registrato un aumento delle compravendite maggiore rispetto ai comuni non capoluogo, invertendo il trend che si era consolidato post lockdown. Infatti, tra le grandi città italiane spiccano la performance di Bari (+28,2%), di Palermo con +12,2%, di Milano con +10,4% e di Bologna con +10,0% rispetto allo stesso periodo del 2021. Limitando l’analisi al terzo trimestre, tuttavia, si registra una contrazione dei volumi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente in alcune grandi città come Firenze (-5,5%), Milano (-5,1%) e Napoli (-2,9%). È la prima volta che accade nell’anno in corso. Nelle altre realtà metropolitane il terzo trimestre, invece, evidenzia un aumento degli scambi.
Alla luce dei dati attuali, per la fine dell’anno si prevede un numero totale di compravendite intorno alle 760-770 mila unità, in aumento rispetto al 2021; ma il risultato finale sarà condizionato dall’andamento dell’economia, dal clima di fiducia delle famiglie e dall’andamento del mercato del credito dopo gli aumenti dei tassi. Tale contesto economico, così incerto e volatile per le famiglie, fa registrare un aumento delle aste immobiliari e delle vendite all’incanto, che nella prima metà dell’anno hanno sfiorato quota 110.000 (+16% rispetto al 2021); tuttavia, i risultati di fine anno dovrebbero posizionarsi ad un livello ancora inferiore rispetto a quanto raggiunto nel 2019.
Relativamente ai tempi di vendita, nel terzo trimestre 2022 è stato toccato il minimo storico degli ultimi 10 anni, pari a 108 giorni per le grandi città – queste ultime con un miglioramento di 6 giorni rispetto alla precedente rilevazione – e per tutte le realtà territoriali. Il mercato immobiliare, pertanto, si dimostra veloce e dinamico alla luce della domanda vivace e dell’offerta in diminuzione. Ancora una volta Milano e Bologna si confermano le città più veloci, rispettivamente con 52 e 69 giorni, con la differenza che Milano segnala una diminuzione di 10 giorni rispetto ad un anno fa, mentre Bologna un aumento di 6 giorni. Le città con tempi più lunghi sono Bari con 141 giorni e Palermo con 132 giorni, entrambe con un trend in diminuzione. Tempi sostanzialmente stabili a Genova (127 giorni) e Napoli (100 giorni), mentre le diminuzioni maggiori si sono registrate a Verona (da 135 a 122 giorni) e Palermo (da 143 a 132 giorni).
Le realtà dell’hinterland delle metropoli registrano una sostanziale stabilità nei tempi di vendita, pur restando in un contesto di velocizzazione delle transazioni: in media, per vendere un immobile occorrono 148 giorni. I tempi di vendita più brevi si segnalano nell’hinterland di Firenze (118) seguito da quello di Verona (127). Quest’ultimo, in particolare, registra un miglioramento di 14 giorni rispetto a un anno fa, un dato che non sorprende alla luce del fatto che esso include molte località del lago di Garda dove il mercato, da alcuni semestri a questa parte, è estremamente vivace grazie agli acquisti di case vacanza. Peggiora invece l’hinterland di Bari, con un aumento di 14 giorni (178 giorni).
Passando ai capoluoghi di provincia, chi decide di vendere casa deve mettere in conto mediamente 134 giorni, decisamente meno di quanti ne avrebbe impiegati un anno fa, quando ne occorrevano 143. C’è stata quindi una contrazione di 9 giorni, che ha fatto in modo che anche nei capoluoghi di provincia si raggiungessero i livelli minimi degli ultimi dieci anni. I dati analizzati, in definitiva, evidenziano che chi sta acquistando casa sta velocizzando le decisioni di acquisto, sia a causa della bassa offerta sul mercato sia per timore di incappare in ulteriori aumenti dei tassi di interesse. Veloci anche gli investitori che intendono impiegare la liquidità messa da parte per evitare che sia erosa dall’inflazione crescente. Chi invece sta valutando l’acquisto, sta dimostrando una maggiore prudenza alla luce dello scenario economico più incerto e del cambiamento in atto sul mercato creditizio. Saranno i prossimi mesi a dirci se tutto questo inciderà sui tempi di vendita, allungandone la durata.
Di fronte a questo dato, anche la UEFA ha aperto un’inchiesta per indagare su presunte violazioni del Financial fair play, mentre la FIGC – dopo l’archiviazione per l’esame di italiano “facilitato” a Perugia per l’attaccante Luis Suarez – sta valutando se riaprire il fascicolo alla luce dei nuovi elementi emersi in questi giorni. Nel frattempo, il titolo in Borsa della Juventus ha perso il 30% del proprio valore da inizio anno, toccando il minimo di 0,25 euro per azione. Il titolo è scambiato ad un’alta frequenza, il che comporta un’elevata volatilità, e non sono in pochi a temere l’arrivo di una tempesta finanziaria; tuttavia John Elkann, amministratore delegato di Exor, al momento ha scongiurato l’ipotesi di un’ulteriore ricapitalizzazione del gioiello sportivo più prezioso della famiglia Agnelli. L’immissione di nuovi liquidi nella società, infatti, è una ipotesi che preoccupa il mercato, che detiene il 24,33% delle oltre 2,5 miliardi di azioni, mentre Exor ne controlla il 63,77%.
La lettera ai dipendenti della società dipinge uno scenario in cui la Juve si trova in difficoltà. Lo stesso Agnelli ha deciso, di concerto con John Elkann, di abbandonare la nave nel momento di maggiore pericolo, allo scopo di “contenere i danni” e salvarla.
Tuttavia, questa mossa potrebbe non bastare. Negli ambienti bianconeri si ha la sensazione di trovarsi in svantaggio in quello che potrebbe essere considerato uno dei momenti più delicati della storia della Juventus. Il nuovo CdA, che sarà operativo solo a gennaio, avrà dunque un compito ben preciso: ribaltare i confronti con la Procura di Torino e con l’opinione pubblica. La tesi dei PM è la seguente: senza le plusvalenze il patrimonio netto della Juventus sarebbe andato in rosso e quindi il club “non avrebbe potuto operare negli esercizi in discorso, né essere quotata in Borsa”. Un’accusa che la società torinese ha sempre rigettato, difendendo la bontà della sua condotta finanziaria. In suo soccorso, nelle ultime ore, è arrivata
la decisione del giudice per le indagini preliminari Ludovico Morello, il quale ha per ora respinto le accuse presentate dai PM, ricordando come le plusvalenze siano prassi costante nel mondo del calcio da quando esistono i diritti Tv, affievolendo non poco l’ipotesi del dolo e, conseguentemente, l’entità del reato. Inoltre, il GIP ha motivato affermando che gli accusati sono tutti incensurati e che le manovre sul taglio stipendi 2020 e 2021 siano strettamente collegate alla pandemia Covid. Tuttavia, al di fuori delle vicende giudiziarie in corso, si potrebbe ipotizzare che la “parte lesa”, in questa vicenda, è certamente rappresentata dai tifosi.
Una realtà che, per certi versi, richiama quella già vissuta dai tifosi dell’U.S. città di Palermo dopo le dimissioni e l’arresto di Maurizio Zamparini, padre-padrone del club siciliano dal 2002 al 2017 e scomparso di recente. Anche in quel caso, i tifosi si ritrovarono ad ingoiare una delusione dopo l’altra dopo gli sfarzi dei vari Dybala, Cavani, Belotti, Ilicic, Pastore, Grosso, Miccoli e Amauri, solo per citarne alcuni. E pensare che nel 2009 Il Sole 24 Ore premiò l’operato dell’U.S. Palermo, che nel giugno dello stesso anno approvò un bilancio tra i più positivi delle società di Serie A. Poi la crisi economica mise a dura prova le finanze di Zamparini, che in una lettera aperta ai tifosi nel 2011 confessò di aver speso per il Palermo oltre 84 milioni di euro, 21 dei quali di tasca propria. Senza contare poi il fatto che, a ogni chiusura di esercizio, il club rosanero andava quasi sempre in perdita in quanto le uscite superavano sistematicamente i ricavi.
Al buco di bilancio evidenziato dalla Procura, in tutta probabilità, contribuì in larga parte la gestione spregiudicata degli allenatori, in un declino economico-finanziario senza soluzione di continuità, culminato con le accuse di falso in bilancio per il triennio 2014-2016 e di false comunicazioni alla Commissione di Vigilanza sulle Società di Calcio Professionistiche (Covisoc). Anche nel caso dell’U.S. Città di Palermo, i tifosi sono stati le vera parte lesa della vicenda, costretti a vedere dissolvere l’esperienza dolce-amara – ed a tratti esaltante – della propria squadra, rapidamente precipitata dai fasti della serie A all’inferno della D; molti di loro, probabilmente, si stanno chiedendo perché per Andrea Agnelli e soci non siano ancora scattate le manette e perché, al contrario, la richiesta di misure cautelari per i dirigenti bianconeri formulata dalla Procura sia stata respinta già a fine ottobre.
Quale che sia la risposta, i rischi a cui vanno incontro la Juventus e gli altri imputati dell’inchiesta “Prisma” non sono da considerare meno seri. Ad inguaiare la Vecchia Signora, infatti, ci sono le intercettazioni raccolte dagli stessi pm di Torino, che rivelerebbero un sistema di plusvalenze fittizie, prodotto da una “decisione aziendale complessiva, imposta e condivisa dai vertici”, scrivono i magistrati. Se si considerano anche le due cosiddette “manovre stipendi”, attuate per ridurre il peso degli ingaggi, ecco che i PM arrivano a calcolare come ci sarebbero oltre 70 milioni di euro fuori bilancio. In più, la Consob ha ipotizzato per la Juventus l’ipotesi di violazione dell’art. 154-ter del TUF (Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria), dove si rende obbligatorio il giudizio di conformità sul bilancio da parte di una società di revisione.
Gli scenari futuri dipenderanno dalle decisioni dell’autorità giudiziaria, che potrebbero innescare, oltre ad un possibile delisting di Borsa in caso di procedure concorsuali/fallimentari, anche un processo anche dal punto di vista sportivo, che potrebbe generare sanzioni fino alla retrocessione e alla revoca degli scudetti. Nel caso del Palermo, i punti di penalizzazione furono 20 per la stagione di Serie B 2018/2019, ai quali seguirono poi l’esclusione dalla Serie B e il fallimento nell’ottobre del 2019. Sono ipotesi come queste quelle che più spaventano i tifosi e tutto il sistema-calcio italiano, che per anni ha fatto delle plusvalenze un’arma contabile utile a sopperire alle follie del calciomercato che, nonostante tutto, continua a sfuggire ad ogni forma di controllo.
In questo scenario, fra le tante declinazioni sociali ed economiche esaminate dall’Istituto emerge come le opportunità di lavoro siano inadeguate, come il mito del posto fisso e il lavoro stesso abbia perso la sua leva identitaria. La retribuzione spesso non è all’altezza delle aspettative e, nonostante i giovani siano molto preparati (spesso hanno una laurea con il massimo dei voti e un master post universitario), l’offerta di lavoro consiste quasi sempre in un tirocinio gratuito e stipendi da 800 euro mensili. L’Italia, infatti, è l’unico Paese dell’OCSE con economia avanzata che ha registrato una riduzione del valore della retribuzione negli ultimi 30 anni, esattamente il 30% in meno rispetto al 1990. In Germania, per esempio, il 30% in più. E questo induce molti giovani a lasciare il Paese.
Siamo inoltre i primi nella classifica Neet, quella che comprende i giovani sotto i 30 anni che non studiano e non lavorano, e gli ultimi per occupazione femminile. Un aspetto interessante è dato dalla propensione degli italiani per gli “investimenti green” su cui il rapporto fa interessanti osservazioni. Il 57,4% dei risparmiatori italiani considera positivamente l’idea di investire in prodotti finanziari e in imprese sostenibili. Maggiormente convinti sono i residenti nel Nord-Ovest (61,7%), i laureati (67,9%) e le persone con redditi alti (76,6%). L’89,8% dei risparmiatori vorrebbe, però, che ci fossero istituzioni o enti certificatori terzi per garantire che gli investimenti green siano effettivamente conformi agli obiettivi e ai criteri annunciati dai proponenti.
Quella della “certificazione verde” è uno snodo cruciale dell’attuale mega-trend della Sostenibilità, poichè consentirebbe di concretizzare le intenzioni dichiarate dai risparmiatori sugli investimenti green, permettendo di superare la persistente confusione e diffidenza. Resta irrisolta, ad oggi, la questione della definizione univoca di che cosa sia da intendere per “investimento green” e il timore di possibili operazioni di greenwashing è assolutamente giustificato. Per questo gli italiani reputano essenziale l’istituzione di intermediari di riconosciuta terzietà che garantiscano che quello che viene dichiarato green lo sia
effettivamente. In ogni caso, gli sforzi delle istituzioni europee per pervenire a una uniformità tassonomica e concettuale non sono stati risolutivi. Il 57,5% dei risparmiatori italiani ritiene “indispensabile” l’assistenza di un consulente finanziario nella scelta degli investimenti da indirizzare su imprese, settori, progetti sostenibili. Convinti di avere bisogno di una consulenza fidata e di competente certe per orientarsi in tempi di forte incertezza, lo sono ancora di più quando si parla di investimenti green.
Rimanendo negli Stati Uniti, l’atteggiamento di Wall Street nei confronti del mercato azionario nel 2023 appare pertanto ribassista, ma secondo Bank of America potrebbe esserci più di un fattore rialzista a determinare un’inversione di tendenza nei prezzi delle azioni. Mentre un certo numero di analisti azionari (Morgan Stanley e Deutsche Bank) hanno suggerito che l’S&P 500 potrebbe scendere fino a 3.000 l’anno prossimo, con un potenziale calo di circa il 26% rispetto ai livelli attuali, Savita Subramanian di Bank of America ha affermato che l’S&P 500, al contrario della maggioranza delle opinioni, potrebbe salire del 13-14%,
a 4.600 punti, proprio sull’idea che Wall Street sia troppo ribassista. “Wall Street è troppo ribassista, il che è un segnale rialzista”, ha detto, indicando l’indicatore del sentiment Sell Side di BofA vicino a far lampeggiare un segnale di acquisto. “L’indicatore Sell Side – ha aggiunto l’analista di BofA – è sceso di oltre 6 punti percentuali da inizio anno, al 52,8%, più vicino a un segnale di acquisto che a un segnale di vendita, sebbene ancora in territorio neutral. Questo livello implicherebbe una possibile crescita dei prezzi fino al 16% nei prossimi 12 mesi”.
Nel dettaglio, un segnale decisamente “buy” verrebbe generato se l’indicatore Sell Side scendesse ancora di un ulteriore 1,3% dai livelli attuali, e cioè al 51,5%, e ciò potrebbe accadere già a gennaio se il ritmo intrapreso da inizio anno dovesse continuare. “Storicamente, quando l’indicatore Sell Side è stato ai livelli attuali o inferiori, i successivi rendimenti dello S&P 500 a 12 mesi sono stati positivi il 94% delle volte, e il rendimento medio a 12 mesi è stato del 22%”, ha affermato Subramanian.
Sono già evidenti, peraltro, i rischi di liquidità nel mercato dei Treasury statunitensi, e queste preoccupazioni probabilmente diventeranno più pronunciate il prossimo anno perché la Cina non acquista più nuove emissioni di buoni del Tesoro americani. Questo rischio di liquidità potrebbe ripercuotersi sulle azioni perché il mercato dei Treasury è una funzione chiave di determinazione del prezzo sia dei mercati del credito che di quelli azionari tramite il tasso privo di rischio. Man mano che gli acquirenti escono dal mercato dei Treasury aumenta il tasso privo di rischio, il che pone il finanziamento del debito societario su un terreno più instabile e genera uno sconto maggiore per i prezzi delle azioni.
Inoltre, la ormai scontata recessione che colpirà le economie il prossimo anno sarà molto diversa da quelle “normali”. Infatti, si entrerà in recessione con le imprese e i consumatori che godono di un bilancio solido e sono meno esposti al rischio di credito e alla leva finanziaria rispetto alle precedenti recessioni. Nel frattempo, le aziende hanno un grande incentivo a investire nelle loro attività per rimanere competitive, il che è positivo per l’economia. Pertanto, secondo Savita Subramanian “non sarà necessario alcun salvataggio come quello del 2008, per cui la Fed potrebbe pensare di impegnarsi in una stretta quantitativa temporalmente più lunga per frenare l’inflazione, generando ulteriore ribasso per le azioni”. “Il mercato in genere tocca il fondo sei mesi prima della fine di una recessione, quindi conviene scommettere – e quindi accumulare – sulla fine della recessione entro il terzo trimestre del 2023″, conclude Subramanian.
E’ un sistema, quello pensionistico, che si sta gradualmente “americanizzando” in tema di pensioni (e pericolosamente anche in tema di Sanità), e i lavoratori più giovani sarebbero obbligati ad attivarsi in largo anticipo sulla propria previdenza, poiché versare i propri contributi non è più sufficiente per vivere dignitosamente in futuro. Il problema è che il “messaggio” di effettuare una severa pianificazione previdenziale, nella categoria che ne ha oggi più bisogno, non è ancora passato a sufficienza nel comune sentire degli italiani, ed è probabile che, se lo Stato non avvierà una seria e martellante campagna di informazione sull’argomento, esisterà presto una “generazione zero” – quella degli attuali babyboomers o patrimonials – che sbatterà contro al problema delle pensioni povere e del tenore di vita insostenibile, prima che le generazioni immediatamente successive, di fronte al disagio vissuto da chi li ha preceduti, non imparino la lezione e comincino finalmente a pianificare per obiettivi come regola di vita.
Oltre a questo e a monte di tutto, lo Stato ha dovuto far fronte a un aumento del numero di pensioni erogate a causa – come dicevamo – di un progressivo invecchiamento della popolazione. E così, per via della bassa natalità e dell’aumento dell’aspettativa di vita, il numero di persone appartenenti alla terza età è altissimo rispetto al secolo scorso. Inoltre, l’età media in cui si inizia a lavorare si è anch’essa alzata, e questo ha portato il sistema pensionistico nazionale ad indebolirsi. Di fronte a questo scenario, lo strumento più adatto e “forzoso” di risparmiare (in modo similare alla contribuzione obbligatoria, per le sue caratteristiche) per avere un buon tenore di vita in vecchiaia è il Fondo Pensione, e cioè quello strumento che permette a tutti i lavoratori di avere una pensione complementare, la cui somma si aggiunge a quella che gli garantirà lo Stato.
In concreto, ogni mese una parte del proprio stipendio viene accantonata e inserita nel Fondo Pensione. Al termine della propria vita lavorativa, il titolare potrà godere di una rendita pensionistica sul totale dei contributi accantonati, oppure riscattare in denaro il 50% del montante maturato (capitale versato più rendimenti) e l’altra metà sotto forma di rendita. La differenza principale con la pensione erogata dall’INPS, è che l’importo di quest’ultima varia a seconda dell’andamento del PIL italiano, che dall’entrata nell’Unione Europea è stato inadeguato a sostenere un tasso di crescita in linea con quello degli altri paesi dell’UE. I fondi pensionistici privati, invece, basano il proprio risultato sull’andamento dei mercati azionari e obbligazionari europei e mondiali, e questo li rende più affidabili e sicuri, soprattutto nel lungo periodo.
Sottoscrivere un Fondo Pensione è molto semplice, basta compilare un modulo apposito scaricabile da internet con il quale si autorizza il datore di lavoro a mettere da parte una percentuale del nostro stipendio da versare poi nel fondo. La somma di denaro da accantonare in un Fondo Pensione varia a seconda del “tasso di sostituzione” (che si può trovare sul sito dell’INPS tramite l’apposito simulatore), ossia del rapporto in percentuale tra l’importo della prima pensione mensile e l’ultimo stipendio o reddito percepito prima del pensionamento. Generalmente i lavoratori dipendenti riescono a godere mediamente di una pensione pari al 70% della retribuzione durante la vita lavorativa, mentre i lavoratori autonomi solo del 50%, ma queste proiezioni sono destinate a peggiorare nel tempo. Pertanto, aprire un Fondo Pensione nel momento in cui si inizia a lavorare è diventato fondamentale.
Dal punto di vista fiscale, il Fondo Pensione presenta vantaggi indiscutibili, che si sommano ad un regime di costi di gestione tra i più bassi rispetto a tutti gli altri strumenti finanziari di accantonamento faceti parte dell’universo del c.d. Risparmio Gestito. Infatti, ad accezione del libero professionista a partita IVA in regime forfettario (che non può godere di alcuna deduzione fiscale ma solo del vantaggio intrinseco dell’accantonamento forzoso per un miglior tenore di vita futuro), il professionista con regime fiscale ordinario può dedurre dal proprio reddito lordo le somme versate nel Fondo Pensione fino a 5.164,57 di
euro annui. Il lavoratore dipendente è ancora più avvantaggiato dalla sottoscrizione di un Fondo Pensione; infatti, egli potrà dedurre le somme accantonate fino a 5.164,57 di euro annui ed potrà anche versare il TFR (a sua discrezione) nel Fondo Pensione, beneficiando della tassazione nel momento dell’erogazione della prestazione pensionistica – e non annualmente – e di un’aliquota compresa tra il 9% e il 15% (in base agli anni di contribuzione nel fondo), mentre l’aliquota applicata al TFR lasciato in azienda sarà pari alla media delle aliquote Irpef degli ultimi 5 anni di lavoro, e quindi da un minimo del 25% ad un massimo del 44%.
Infine, tra i tanti altri vantaggi, la tassazione delle plusvalenze finanziarie del Fondo Pensione avviene tramite una aliquota agevolata del 20%anzichè del 26%, e ciò contribuisce notevolmente ad aumentare l’appeal di questo strumento così utile anche a proteggere il patrimonio dagli attacchi esterni di terzi (creditori vari, Stato): il TFR versato nel Fondo Pensione è “blindato”, impignorabile ed insequestrabile (ad eccezione dell’intervento di una sentenza penale), poiché risponde alla finalità previdenziale dell’individuo, che nei giudizi civili supera le pretese di eventuali creditori. Cosa che non accade per il TFR lasciato in azienda, regolarmente pignorabile e sequestrabile qualora sorretto da una sentenza civile esecutiva.
A pochi passi dal centro, in corso di Porta Vittoria, la nuova redazione e gli studi televisivi ospiteranno alcune delle principali produzioni multimediali dell’agenzia di stampa fondata e diretta da Gaspare Borsellino, tra cui Primo Piano ed €conomy, le rubriche condotte da Claudio Brachino. “Dopo Palermo, dove Italpress è nata e dove si trova la nostra redazione centrale, e dopo l’inaugurazione della sede di Roma, Italpress continua la sua crescita. Una sfida iniziata 34 anni fa. Milano è una tappa importante di questo cammino”, afferma Gaspare Borsellino. “Un cammino che ci vede oggi leader nell’informazione multimediale con 120 tv e 370 siti partner che rilanciano i nostri contenuti. Essere a Milano per noi è un orgoglio e una emozione”.
“Vedo sempre con grande favore la crescita dell’informazione, mai fondamentale come in questo periodo. Italpress è una di quelle agenzie riuscite con la loro capacità ad avere successo nel nostro Paese, partendo da Palermo e arrivando a Milano”, ha sottolineato il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. “Le agenzie sono diventate ancora più centrali nell’informazione. Fate bene a restare ancorati a Palermo e a guardare allo stesso tempo a Milano. Avete fatto una cosa straordinaria, partendo dalla Sicilia, con coraggio. Un atto di fiducia, attraversando momenti non facili. Una fiducia ben riposta. Voi questo mestiere lo fate bene. Ho sempre trovato in voi un atteggiamento professionale”, ha aggiunto il sindaco di Milano Giuseppe Sala.
“Gaspare Borsellino è stato profeta in patria e poi altrove. Per l’Italpress oggi è un nuovo riconoscimento, partendo da un territorio non sempre ospitale per chi vuole fare ma che gli ha riconosciuto il merito e a Borsellino ha riconosciuto le capacità di imprenditore. Italpress ha saputo affermarsi in maniera professionale, onesta, non avvelenata da strumentalizzazioni improprie, con spirito di servizio ai cittadini”, ha sottolineato il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla. “Costanza, pazienza, perseveranza sono alla base dell’impresa dell’Italpress. Una impresa – ha evidenziato il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè –
fondata sulla capacità di riempire dei vuoti di informazione in settori di nicchia che 34 anni fa nessuno riempiva. Oggi Italpress è una agenzia diversa perché non è mai venuta meno al suo ruolo di agenzia: dare notizie certificate, senza cedere alla voglia di retroscena e di raccontare quello che le agenzie non devono raccontare. Una particolarità fa la differenza ed è motivo di assoluta unicità nella capacità di coniugare una multimedialità che non è mai banale. Sono certo che con questo Dna il prossimo passo sarà la proiezione internazionale. La Sicilia ha tutti i numeri per diventare un hub mediterraneo e Italpress ci sarà”.
Per il sottosegretario all’Editoria, Alberto Barachini, “il coraggio di chi fa impresa seriamente deve trovare una risposta dalle istituzioni. Sosterremo la qualità, premiando chi fa informazione nel rispetto della trasparenza dei bilanci, delle risorse pubbliche che gli vengono attribuite, chi ha la capacità di stare in piedi con le proprie gambe e fare informazione rigorosa. E questa è l’agenzia che ha il minore contributo dal mio dipartimento. Al vostro coraggio risponderà un impegno da parte nostra”.
Che ruolo hanno invece le community banks nell’attuale sistema bancario italiano? E, soprattutto, qual è e quale potrebbe esser il loro contributo allo sviluppo economico del nostro paese? Lo scorso 2 dicembre a Sondrio, in occasione del convegno “Sviluppo e sistema bancario” (promosso dalla Banca Popolare di Sondrio, in collaborazione con la società di consulenza aziendale Vitale Zane & Co.), il focus è stato posto sulla rivalutazione della storia e del ruolo delle banche popolari come banche del territorio, perno di quella rete di community banks che in un Paese come l’Italia, caratterizzato da un altissimo numero di piccole e medie imprese, è l’unica in grado di assicurare il legame profondo che ogni sistema bancario deve avere con le reali esigenze del tessuto produttivo per assolvere alla sua essenziale funzione propulsiva di sviluppo del sistema Paese.
Mario Alberto Pedranzini (nella foto), Direttore Generale e Consigliere Delegato di Banca Popolare di Sondrio, ha commentato: “Il convegno che abbiamo ospitato oggi è un primo importante momento di sintesi di una filosofia del fare banca che rivaluta il ruolo delle banche del territorio e ne ribadisce l’insostituibile funzione di sostegno alle imprese e alle famiglie. Una filosofia che, in realtà, non è nuova, perché si riallaccia a quella dei grandi banchieri della nostra tradizione italiana. Senza un efficiente sistema bancario che supporti gli sforzi del mondo imprenditoriale a muoversi e operare con successo in questo scenario così complesso, non ci può essere sviluppo economico. Questo è il momento di rilanciare il tema cruciale del ruolo delle banche territoriali per il sistema Paese, un modello di cui Banca Popolare di Sondrio è espressione da 150 anni”.
Secondo Stefano Zamagni (nella foto), professore di economia ed etica d’impresa all’università di Bologna, “l’accesso al credito è una delle vie più sicure per vincere la povertà, ecco perché non favorire la biodiversità bancaria, in nome dell’errato principio secondo cui “one size fits all” (una stessa dimensione va bene per tutti), costituisce una violazione del principio di libertà che una avanzata economia di mercato non può certo tollerare. Battersi dunque per difendere la biodiversità bancaria significa impegnarsi per una autentica battaglia di civiltà”. Infatti, secondo Marco Onado (docente alla Bocconi di Milano), sulla base delle più recenti ricerche scientifiche e degli stessi dati della Bce la redditività e
l’efficienza delle banche non dipende dalla loro dimensione, e le banche piccole-medie di comunità possono essere altrettanto – se non più efficienti e redditizie – di qelle grandi. Inoltre, esse sono in grado di valutare e conoscere meglio le esigenze creditizie delle imprese del territorio e i bisogni dei risparmiatori locali. Le community banks, insomma, svolgono una funzione diversa da quella delle grandi banche, e questa biodiversità bancaria è ciò che va soprattutto tutelato perché aumenta l’efficienza del sistema bancario nel suo complesso, rendendolo in grado di rispondere alle sfide che i mutamenti di scenario di volta in volta impongono.
Per quanto riguarda le soluzioni indipendenti e semi-indipendenti, i tagli maggiormente scambiati sono quelli che si collocano tra 101 e 150 mq e che compongono il 28,3% delle transazioni. A seguire ci sono i tagli con ampiezza compresa tra 51 e 100 mq (22,8%) e le tipologie con metrature comprese tra 151 e 200 mq (22,3%). Da segnalare nel 2021 e nel 2022 un aumento delle percentuali di acquisto di soluzioni con un’ampiezza superiore ai 250 mq, tendenza che sta ad indicare, quando possibile, la volontà di acquistare abitazioni molto ampie.
Le soluzioni indipendenti e semi-indipendenti si acquistano soprattutto come abitazione principale (78,0%). Le case vacanza compongono il 10,6% delle compravendite di queste tipologie, mentre gli acquisti per investimento si attestano all’11,5% tornando ai livelli del 2019. Chi compra queste tipologie per investimento, in particolare i rustici, intende realizzare strutture ricettive (B&B, case vacanza, agriturismi) categorie che nel primo semestre del 2020 erano state duramente colpite dal blocco dei flussi turistici. Da segnalare l’aumento della percentuale di acquisto di soluzioni indipendenti e semi-indipendenti come casa vacanza, che in questo semestre supera il 10% mentre nei semestri precedenti si fermava all’8%.
Il mercato delle soluzioni indipendenti e semi-indipendenti vede una prevalenza di compravendite da parte di persone con un’età compresa tra 35 e 44 anni (31,5%), seguiti da acquirenti con un’età compresa tra 18 e 34 anni (26,9%) e tra 45 e 54 anni (23,0%). Rispetto al 2021 crescono le percentuali di acquisto da parte di under 34 e di over 65. A comprare soluzioni indipendenti e semi-indipendenti sono soprattutto famiglie che in totale compongono l’82,5% degli acquirenti, mentre i single compongono solo il 17,5% del campione. Il dato sui single è basso ma è comunque in crescita rispetto ai semestri precedenti, quando si fermava al 16%. Inoltre, le compravendite di soluzioni indipendenti e semi-indipendenti avvengono grazie all’ausilio di un mutuo nel 51,8% dei casi, mentre il 48,2% degli acquisti avviene senza ricorso al credito. Il primo semestre del 2022 evidenzia un ritorno ai valori del 2019 (51,4%), nel 2020 si raggiungeva il 56% e nel 2021 il 53,2%.

a livelli medio bassi, ma la dinamica dei tassi ha portato a un ribilanciamento delle tipologie di tasso collocato nelle scelte dei mutuatari, che nel corso del 2022 hanno spesso optato per prodotti più rischiosi come il tasso variabile. Questa inversione di tendenza ha portato il tasso variabile e il tasso variabile con CAP ad erodere quote importanti al tasso fisso, che invece nel 2021 era stato scelto da quasi 9 mutuatari su 10. Nel 2022, infatti, il tasso variabile è la scelta di 4,1 mutuatari su 10, mentre il tasso variabile con CAP di 1,2 mutuatario su 10. Quelli che continuano a optare per un prodotto fisso, più sicuro ma più caro, scendono a quota 4,4 mutuatari su 10.
Le preferenze dei richiedenti, pertanto, si sono mosse con una rapidità sorprendente, così come rapidissima è stata la risalita dei tassi imposta dalle banche centrali per contenere una inflazione che i millennials neanche ricordano. Il problema, semmai, è capire se la scelta del tasso variabile sia stata effettuata con sufficiente raziocinio. Infatti, secondo alcuni studi autorevoli (Deutsche Bank, ma non solo) il tasso di inflazione – e conseguentemente i tassi di interesse imposti dalle banche centrali – impiega qualche anno a scendere verso le soglie considerate ideali dalla FED e dalla BCE (2-2,5%) allorquando l’indice dei prezzi al consumo raggiunge certi picchi così elevati, come quelli attuali, ed in un breve lasso di tempo. Ciò significa che chi ha contratto un mutuo a tasso
Il mercato dei mutui, pertanto, dovrà adattarsi a questo scenario, agendo sulla offerta e diversificando ancora di più le tipologie di mutuo, magari stimolando la domanda di mutui di più lunga durata in modo da consentire un miglioramento dello scoring e una rata più bassa. Infatti, i redditi medi in Italia sono scesi in modo sensibile negli ultimi trenta anni e soprattutto negli ultimi cinque, abbassandosi ad un livello tale da non permettere a molti lavoratori subordinati di potere accedere al credito bancario se non in presenza di un garante e/o co-obbligato (il coniuge o convivente, se non uno dei genitori per i più giovani). Questa tendenza ad allungare il piano di ammortamento si evince dagli stessi dati di Kiron Partners, secondo cui la durata media del mutuo è già passata da 24,7 anni del 2021 a 26 anni del 2022.
Segmentando per fasce di durata, dallo studio di Kiron emerge che il 78,8% dei mutui ha una durata compresa tra 21 e 30 anni (72% nel 2021) e il 21,2% si colloca nella fascia 10-20 anni (27,9% nel 2021), mentre i mutui ipotecari di durata inferiore a 10 restano residuali. Nel primo semestre 2022 l’importo medio di mutuo erogato sul territorio nazionale si attesta a 120.100 Euro, in aumento rispetto al 2021 (+5%). L’età media di chi ha sottoscritto un mutuo nella prima parte del 2022 è di 38,9 anni (40 anni nel 2021) con una concentrazione nella fascia 18-34 del 38,3% rispetto al 35,6% del 2021, e nella fascia da 35-44 anni del 34,7% rispetto al 34,8% dello scorso anno. L’acquisto della prima casa rimane la motivazione principale per la quale si sottoscrive un mutuo, e rappresenta il 94,4% del totale delle richieste (nel 2021 era del 87,6%), la seconda casa resta al 2,1% come nel 2021, e sostituzione o surroga scendono all’1,8%. Coloro che scelgono un finanziamento per costruzione o ristrutturazione rappresentano lo 0,9%, e le restanti finalità di consolidamento o liquidità rappresentano solo l’1,2% del totale.









