Luglio 30, 2026
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Scudo anti-spread: un nuovo strumento della BCE per intrappolare l’economia italiana?

L’annuncio della Bce sul nebuloso scudo anti-spread non spegne i dubbi sulla reale possibilità che un simile strumento possa funzionare in un periodo di alta inflazione. Ecco i rischi per l’Italia.

Di Alessio Cardinale

Per trovare una inflazione come quella di oggi (+6,7%) sarebbe necessario tornare agli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Oggettivamente, dopo quasi un decennio di tassi prossimi allo zero (o negativi) e di inflazione pressoché nulla, c’è chi neanche ricorda più – o non ha mai vissuto direttamente – una simile corsa dei prezzi che rischia di azzerare circa trentacinque anni di storia e stabilità economica. Soprattutto tra i millennials, che tra mille differenze con il periodo storico in cui hanno vissuto i babyboomers cercano di portare avanti i propri progetti di vita.

Ma se uguale è il livello di inflazione, sono comunque tantissime le differenze tra la nostra epoca e quella dei favolosi “eighties e nineties”, di gran lunga migliori, a parere di chi scrive, rispetto ai “two thousand years” così carichi di tecnologia, senso del profitto ad ogni costo e culto della relazione interpersonale debole. Innanzitutto, già dalla metà degli anni Ottanta l’inflazione stava cominciando a scendere dopo aver raggiunto un livello medio del 15% circa nel 1980 generato dall’aumento vertiginoso del prezzo del petrolio che, invece, oggi la sta facendo salire per via del conflitto bellico in Ucraina. Inoltre, non esiste più il meccanismo della c.d. Scala Mobile, che allora adeguava i redditi sulla base del tasso di inflazione, per cui il potere d’acquisto delle famiglie rischia di subire un colpo durissimo in un solo anno fiscale. Ancora, i mercati finanziari non erano certamente gli stessi, così come le dimensioni della finanza speculativa, e le quotazioni di borsa erano irrimediabilmente legate all’economia reale.

Per  questi motivi, in un sussulto di (finta) solidarietà verso le famiglie con reddito più basso abitanti nei paesi – come l’Italia – dotati di un sistema economico bisognoso di riforme strutturali ormai urgentissime, la Banca Centrale Europea ha annunciato la “preparazione” di un c.d. scudo anti-spread, riunendo in seduta straordinaria il Consiglio direttivo che, a sua volta, ha incaricato gli uffici di studiare l’intervento più opportuno. Se non si fosse deciso di far scattare il piano d’emergenza, si sarebbe trattato di pura fuffa europea, e i mercati ci avrebbero penalizzato ancora di più; ma almeno sappiamo che, con modalità ancora tutte da scoprire, Francoforte potrà riacquistare i titoli alla scadenza in base alle esigenze del mercato senza dover tener conto della quote definite per Paese.

In cosa consiste questo “scudo”? Sappiamo che avrebbe lo scopo di impedire che movimenti speculativi di mercato possano esercitare eccessiva pressione sulle singole nazioni nel momento in cui la banca centrale avvia alla luce del sole un percorso di aumento graduale dei tassi di interesse, ma è mancato un messaggio netto da parte della Lagarde, poiché ad oggi si conoscono soltanto i meccanismi di base dello scudo ed il principio di fondo, e cioè che la Bce acquisterà incondizionatamente le obbligazioni degli Stati con il maggiore debito derogando al principio che imporrebbe alla banca centrale di acquistare gli asset in base alle dimensioni di un’economia. Naturalmente, all’Italia – paese indebitato per eccellenza e trattato costantemente dai c.d. paesi frugali come la Cenerentola d’Europa – verranno richiesti dei vincoli, come l’aderenza pedissequa a raccomandazioni economiche della Commissiona europea. Questo la Lagarde non lo ha detto, ma rientra nella natura stessa di questa Unione Europea a guida tedesco-francese, che è fondamentalmente una unione contabile e non lascia spazio alcuno al principio di solidarietà tipico di una “unione dei popoli”, secondo la quale, invece, i problemi di un paese si risolvono insieme, condividendo danni, soluzioni e vantaggi economici generali.

Da apprezzare, tuttavia, gli sforzi di Christine Lagarde di trasmettere una certa sicurezza ai mercati almeno nell’adozione di uno stile “draghiano” allorquando ha dichiarato che l’impegno a scongiurare la frammentazione degli spread “non ha limiti”, tracciando così  una similitudine con il famoso “whatever it takes” di Mario Draghi nel 2012. Purtroppo, Christine Lagarde non è – o non le è consentito essere – Mario Draghi, e le sue dichiarazioni si distinguono per vaghezza e scarsità di dettagli, lasciando spazio a quella speculazione a cui il mandato della Lagarde sembra essere involontariamente connesso fin dal Marzo del 2020, quando la Lagarde, in piena pandemia e con i mercati assetati di soluzioni, affermò che “non è compito della Bce ridurre gli spread” e che non voleva “essere ricordata per un altro whatever it takes”, causando un crollo del 10% delle borse europee e del 17% in Italia – in una sola giornata, il 12 Marzo – e uno spread BTP-BUND pari a 260 punti. Nei due anni successivi il presidente della Bce ha beneficiato del sentimento di riscatto generale dalla pandemia e di un certo ottimismo dei mercati, trainati dalle misure espansive dei governi e dai piani di spesa, ma lo scorso mese di febbraio 2022 Christine Lagarde ha dato una ulteriore prova della sua scarsa preparazione al ruolo e, dopo aver dichiarato più volte che i tassi non sarebbero stati toccati prima del 2023, annunciava bruscamente il rialzo dei tassi, generando altra speculazione.

Pertanto, l’annuncio dello scudo anti-spread non nasce con i migliori auspici, anche perché le caratteristiche dello strumento non sono note e ai mercati restano le generali dichiarazioni scritte dopo il vertice straordinario all’Eurotower. I più maliziosi pensano che questo imbarazzante comportamento da absolute beginner non sia del tutto spontaneo, e sia dettato  dall’interpretazione rigida – richiesta dai c.d. paesi frugali dell’UE – delle regole dell’Unione monetaria, che non lasciano alcuno spazio a meccanismi di solidarietà “senza corrispettivo” per i paesi in difficoltà, ai quali invece verrà richiesto l’obbligo di osservare durissimi vincoli di bilancio e di tagli alla spesa, che già negli ultimi venti anni, per fare un esempio tra i tanti, hanno determinato una impressionante diminuzione della sicurezza sanitaria e dei posti letto nei reparti di ospedale, e un elevatissimo tasso di morte per “malasanità” che ha manifestato tutta la sua gravità in occasione della fase più cruenta della pandemia. Quest’ultima ha segnato un punto di non ritorno nella Società italiana: il desiderio di “essere cittadini europei” che in tantissimi nutrivano nel 2001 si è spento irrimediabilmente, e qualunque pretesa del Consiglio d’Europa che abbia effetti nefasti sulla nostra economia oggi viene istintivamente vista come una trappola da cui liberarsi, facendo così il gioco di chi, dall’Unione Europea, vorrebbe (legittimamente) uscire.

Non c’è verso, oggi, di convincere gli architetti dell’Unione monetaria che la Storia e i popoli richiedono a gran voce una evoluzione del sogno europeo, un nuovo trattato che segua la scia del percorso virtuoso nato all’indomani del 1945 e che unisca finalmente popoli oggi divisi da confini economici evidenti e da una incipiente “questione meridionale europea”. Coloro che si ostinano a lasciare in questo stadio evolutivo il sogno di una Europa Unita sono in mala fede, e su di loro ricadranno le responsabilità della sua fine.

L’America unita alza i tassi dello 0,75%, l’Europa divisa si limita agli annunci

La Fed vara un energico aumento dei tassi, mentre la Bce annuncia futuri strumenti anti-spread non ancora ben identificati, irritando gli analisti. Un modello debole di Unione Europea non può che produrre soluzioni deboli.  

Che il momento non fosse dei migliori, già anche i poco informati lo avevano capito. In una Unione Europea che, negli ultimi due anni, ci aveva abituato ad interventi “regolarmente straordinari” di finanza pubblica a sostegno dell’economia, in molti si chiedevano come l’attuale congiuntura – certamente più grave di qualunque semplice correzione dei mercati finanziari e dell’economia reale – non avesse ancora generato un dibattito sull’adozione di misure capaci quanto meno di ridurre i danni. In tal senso, un primo segnale era arrivato ieri, con una riunione non programmata del Consiglio direttivo della Banca centrale europea per discutere della recente debacle dei titoli di Stato, cresciuta di intensità dopo che è stato annunciato il piano per l’aumento dei tassi di interesse.

L’annuncio della riunione era arrivato dopo che il rendimento del debito decennale italiano era salito al di sopra del 4% per la prima volta dal 2014, e questo determinava un nuovo scenario di politica monetaria, in cui la Bce pone fine a otto anni di tassi negativi e avvia un ciclo di rialzi pianificati a partire da luglio e con prossima tappa a Settembre. In più – ed è questo ciò che ha generato il sell-off sui titoli di stato italiani – già dal primo Luglio la Bce terminerà gli acquisti netti di obbligazioni (il c.d. Quantitative Easing) che negli ultimi anni ha determinato una enorme espansione della liquidità a sostegno delle economie colpite dal Covid.

La buona notizia, nella mente degli strateghi della Bce, sarebbe stata quella di aver incaricato gli uffici tecnici di accelerare il completamento di un nuovo strumento anti-frammentazione dello spread – che in Italia è aumentato  sensibilmente nelle ultime settimane rispetto al BUND tedesco – con l’obiettivo di avere delle opzioni nel caso in cui il programma di finanza straordinaria inaugurato  con la pandemia non dovesse bastare; ma la mossa della Bce non ha convinto del tutto gli analisti, poiché la sua efficacia è tutta da dimostrare, e la speculazione  sui titoli di stato dei paesi periferici raramente si ferma di fronte ai semplici annunci di eventi o mezzi ancora da definire, neanche se hanno il marchio della Banca centrale europea. Infatti, secondo gli analisti di Carmignac, è probabile che questo strumento genericamente annunciato non impedirà ai mercati di continuare a spingere per un aumento degli spread europei, frammentandoli ulteriormente al punto che, quando il c.d. scudo anti-spread vedrà la luce, l’entità del differenziale di rendimento tra BTP e BUND sarà tale che l’efficacia del nuovo strumento potrebbe rivelarsi insufficiente.

Pertanto, si tratterebbe del classico elefante che partorisce un topolino, e questo purtroppo è il prodotto di un modello fallimentare di Unione Europea, che di fronte agli eventi straordinari – l’inflazione al 7% è un fenomeno dai risvolti economici del tutto simili, se non più gravi, di quelli scatenati dalla pandemia – rimane diviso sull’opportunità e la necessità di introdurre un nuovo e più difficile meccanismo di stabilizzazione che possa mettere in repentaglio l’equilibrio economico dei paesi del Nord Europa, lasciando a se stessi quelli del Sud (tra cui, naturalmente, l’Italia). La circostanza che ha più irritato gli analisti, inoltre, è che la Bce, dopo soli sei giorni dall’aver annunciato la fine del QE, rilancia lo strumento dei reinvestimenti flessibili del programma PEPP che aveva già ripetutamente annunciato dal 2020, riformulandolo adesso in chiave “anti-spread”. La verità è che la Bce non ha ancora un piano, o non è stata in grado di definirlo entro la giornata di ieri, ma le circostanze richiedevano una mossa e la banca centrale si è limitata ad annunciare la prossima creazione di un nuovo strumento di sostegno contro gli spread di cui, però, non si conoscono bene le coordinate, rivelando così una incertezza di fondo che nessuna istituzione finanziaria può permettersi senza trasmetterla irrimediabilmente agli analisti e ai mercati.

In pratica, la Bce avrebbe dovuto usare la stessa sicurezza ostentata nel comunicare nettamente che, nella prossima riunione di Luglio, sarà deciso un rialzo di 25 punti base, e un altro rialzo di entità ancora non definita (e questo ci sta, invece) a settembre. Si pensa che l’aumento di tasso di fine estate sarà dello 0,50%, e che tale misura potrebbe essere più leggera solo qualora in quel periodo le pressioni inflazionistiche non siano migliorate. La Fed, dal canto suo, è intervenuta con il suo stile tradizionalmente energico, ed ha alzato i tassi di interesse dello 0,75%, con una mossa che non si vedeva dal 1994. Il costo del denaro sale così in una forchetta fra l’1,50 e l’1,75%, e la Fed prevede per il 2022 tassi di interesse compresi tra il 3,1% e il 3,6% un range compreso tra il 3,6% e il 4,1% nel 2023. Coerentemente, la Federal Reserve ha tagliato le stime sul Pil Usa all’1,7% contro +2,8% stimato a marzo, sia per il 2022 che per il 2023, e all’1,9% per il 2024. Ciò consentirà agli USA di mantenere il contesto di sostanziale piena occupazione, poiché la Fed stima che il Paese chiuderà il 2022 con un tasso di disoccupazione del 3,7% ed il 2023 con un tasso del 3,9%.

In definitiva, l’attuale congiuntura economica mondiale ha fatto emergere, ancora una volta, la profonda differenza tra i due “modelli federativi” continentali  del mondo occidentale. Da un lato, infatti, abbiamo il modello degli Stati Uniti d’America che, appunto, è una consolidata unione di popoli, sviluppatasi lungo l’arco di eventi storici e culturali anche gravi, che però ne hanno forgiato il carattere e il senso di appartenenza; dall’altro, abbiamo l’Unione Europea che non è una vera unione (né popolare né fiscale), ed è nata da un semplice disegno economico a guida franco-tedesca capace di realizzare un modello basato sulla dicotomia tra Nord e Sud Europa, che oggi impedisce la realizzazione di programmi unitari efficaci (e rapidi) ogni qual volta che le circostanze straordinarie lo richiedono.

Si tratta, quindi, di un modello “depotenziato” di Unione Europea, con il quale dovremo convivere per molti anni ancora. E da un modello economico debole (solo per i paesi del Sud Europa, però), ci si possono aspettare soltanto soluzioni  deboli. 

I futures Dow Jones segnalano forti perdite, mentre i rischi di recessione aumentano

I futures Dow Jones sono scesi bruscamente, insieme ai futures S&P 500 e ai futures Nasdaq, con l’imminente riunione della Fed al centro. Il Bitcoin crolla al minimo di 52 settimane, mentre crescono i rischi di recessione negli Stati Uniti.

I principali indici hanno registrato forti vendite alla fine della scorsa settimana, scendendo al di sotto dei livelli chiave. Il Nasdaq è precipitato venerdì, chiudendo con un segnale molto ribassista. L’attuale tendenza al rialzo era già “sotto pressione” dopo il sell-off di giovedì, per cui adesso gli analisti suggeriscono agli investitori di diffidare di eventuali nuovi acquisti e di ridurre l’esposizione azionaria attuale.

I titoli di crescita megacap continuano a non offrire alcun sostegno ai portafogli di investimento, con le azioni Apple, Microsoft, GoogleAlphabet, Meta, Amazon e Nvidia, tutte in ribasso dalle loro linee di supporto a 10 settimane. Anche Tesla ha registrato un calo settimanale, ma relativamente modesto. Tuttavia, le azioni TESLA hanno chiuso vicino ai minimi settimanali, dopo aver toccato più volte la resistenza sulla linea di 21 giorni. In particolare, l’azienda di Elon Musk ha annunciato l’intenzione di dividere le azioni 3 per 1, e di proporre tale misura all’approvazione degli azionisti durante la riunione annuale del 4 agosto. Inoltre, il presidente e co-fondatore di Oracle Larry Ellison non cercherà la rielezione nel consiglio di amministrazione di Tesla.

Il rendimento del T-bond a 10 anni è aumentato di 3 punti base al 3,19%, chiudendo vicinissimo al massimo del 2018 (3,25%). Il rendimento dei Treasury a due anni è balzato di 10 punti base al 3,17%, ed è sul punto di invertire una parte fondamentale della curva dei rendimenti. Ciò sottolinea i timori del mercato di recessione e inflazione o stagflazione.

Shanghai e Pechino hanno reimpostato alcune restrizioni Covid in un numero limitato di nuovi casi, e questo fa del mercato azionario cinese un fattore in lieve controtendenza già da paio di settimane. A tal proposito, molti sperano nella capacità della Cina di confermare il suo possibile status di mercato indipendente dagli altri, capace di autoalimentarsi grazie  alla propria domanda interna. Questo permetterebbe a chi ha puntato in questa borsa tra il 2020 e il 2021 di poter compensare parzialmente il bilancio complessivo di perdite che il 2022 dovrebbe generare relativamente a Europa e Stati Uniti, ma una eventuale recessione, alla lunga, deprimerebbe le aspettative di crescita sul PIL cinese e, di conseguenza, le quotazioni azionarie.

La Federal Reserve si riunisce martedì e mercoledì, e annuncerà il suo ultimo aumento dei tassi in occasione della conferenza stampa del capo della Fed Jerome Powell. Secondo Yadeni Research, il rischio di una recessione negli Stati Uniti sarebbe aumentato dal 40% al 45%(a Maggio erano al 30%). Un grande fattore scatenante per il sell-off del mercato azionario è il timore degli investitori che i politici della Fed dovranno essere molto più aggressivi per frenare le pressioni sui prezzi, e sappiamo che una stretta monetaria aggressiva aumenta i rischi di recessione. Tuttavia, la Fed è “in trappola”, poiché l’inflazione è salita inaspettatamente a un nuovo massimo da 40 anni (8,6%), e i mercati ora si aspettano movimenti di 50 punti base nei prossimi quattro incontri della Fed fino a novembre, e c’è chi ha chiesto di aumentare i tassi di 75 punti base già mercoledì.

Una sorpresa del genere, però, sarebbe davvero fuori luogo, e i funzionari della Fed non hanno indicato che fosse probabile una mossa di tre quarti di punto. Un’opzione potrebbe essere quella secondo cui la Fed manterrà un aumento del tasso di mezzo punto la prossima settimana, ma con un possibile aumento di 75 punti base in discussione per la riunione di fine luglio.

La Banca centrale europea è in trappola. Ecco perché

Molte banche centrali sono bloccate in una trappola che loro stesse hanno creato, ma la Bce è più “inguaiata” delle altre. Il tentativo di far funzionare una unione monetaria senza l’unione fiscale era una scommessa già persa in partenza.

Di Lyn Alden

Il sistema finanziario globale basato sul credito che abbiamo costruito e a cui abbiamo partecipato nel secolo scorso deve crescere o morire continuamente. È come un gioco di sedie musicali a cui dobbiamo continuare ad aggiungere persone e sedie affinché la musica non si fermi mai. Questo perché i debiti cumulativi sono molto più grandi dell’offerta di valuta totale, il che significa che ci sono più richieste di valuta di quante ce ne sia a disposizione. Di conseguenza, il gioco deve continuare sempre. Per capirsi, quando il debito è troppo grande rispetto alla valuta in circolazione, e inizia a essere rimborsato, viene creata nuova valuta, poiché la sua produzione non costa altro che alcune digitazioni alla tastiera del computer della banca centrale.

È così per la maggior parte dei principali paesi, come si evince dalla figura che rappresenta le proporzioni tra indebitamento e base  monetaria negli Stati Uniti dal 1950 a oggi.

In altre parole, le richieste di dollari (che si traducono nel debito) crescono molto più rapidamente della capacità dell’economia di generare altri dollari, per cui il debito è molto più grande della quantità di dollari esistente. Quando questa differenza tra le due grandezze diventa troppo difficile da gestire, l’importo della base monetaria viene semplicemente aumentato dalla banca centrale. La base monetaria è una passività della banca centrale ed è utilizzata come attività di riserva dalle banche commerciali, mentre i buoni del tesoro sono passività del governo e sono utilizzati come garanzia dalla banca centrale e dalle banche commerciali. In altre parole, le passività sono garantite da altre passività. In questo circolo che, secondo la logica comune, non avrebbe nulla di virtuoso, le banche centrali pongono dei limiti alla crescita del credito, cercando (spesso fallendo) di assicurarsi che non generi troppo rapidamente una bolla o una spirale deflazionistica. Esse desiderano una crescita regolare del credito e una svalutazione media annua della valuta del 2%.

Per decenni, ogni volta che la crescita economica ha subito un rallentamento, le banche centrali hanno ridotto i tassi di interesse e incoraggiato una maggiore crescita del credito (noto anche come accumulo di debito), che ha portato le economie a slanci di crescita economica. Parimenti, ogni volta che le economie sono entrate in piena espansione, hanno aumentato i tassi di interesse e scoraggiato la crescita del credito per cercare di raffreddare le spinte inflazionistiche. Il problema è che questo livello di gestione così semplificato, che lascia ai singoli sistemi economici di fluttuare in modo abbastanza libero (si tratta del c.d. liberismo economico, o almeno della sua “versione di base”), ha contribuito a generare livelli di debito sempre più alti rispetto al PIL, sia nel settore privato che pubblico, e tassi di interesse sempre più bassi, così che il costo del servizio del debito non è mai realmente aumentato. 

Grafico: Tassi di interesse vs inflazione

Negli ultimi dieci anni, poi, è accaduto l’impensabile: tutte le principali banche centrali hanno raggiunto tassi di interesse pari a zero o addirittura leggermente negativi e, a quel punto, qualsiasi ulteriore aumento del debito sarebbe stato difficile da compensare con tassi di interesse più bassi, a meno di non prendere in considerazione una spirale continua di tassi negativi che, oggettivamente, nessuno sa dove ci avrebbe portati.

E’ dagli anni ’40 che non vediamo un tale livello di disconnessione tra inflazione e tassi di interesse, e come allora molte banche centrali dei mercati sviluppati sono intrappolate: non possono aumentare i tassi di interesse in modo persistentemente superiore al tasso di inflazione prevalente senza innescare uno shock finanziario generale, e possono manovrare lentamente verso l’alto i tassi di interesse nel tentativo di controllare la curva dei rendimenti e di gonfiare parte del debito senza esagerare. Tra le banche centrali, la BCE ha probabilmente il compito più difficile di tutti, tanto che la stessa Christine Lagarde, incalzata da un giornalista durante una recente intervista, non ha saputo (o voluto) rispondere alla domanda “come farete a ridurre il bilancio?”. La sua imbarazzata risposta è stata “Lo faremo. A tempo debito lo faremo”, mostrando al mondo che non esiste ancora un piano.

Un’unione monetaria senza un’unione fiscale
I Paesi dentro l’area euro hanno rinunciato alla sovranità monetaria e, invece di mantenere le proprie valute, hanno accettato di utilizzare una valuta condivisa, e quindi una banca centrale condivisa. Questo ha avuto pro e contro, ma a causa del modo in cui era strutturato, il sistema è stato politicamente instabile sin dall’inizio. Infatti, gli Stati Uniti possono stampare unilateralmente dollari, così come il Giappone può stampare unilateralmente yen. I loro governi possono influenzare pesantemente le loro banche centrali secondo necessità. Ma l’Italia, ad esempio, non può stampare unilateralmente euro o influenzare pesantemente la BCE da sola. A prima vista, questo non sembra così diverso da ciò che succede con i singoli stati degli Stati Uniti. Texas, California e altri stati non possono stampare dollari, quindi qual è il problema se neanche i paesi dell’area dell’euro possono? La differenza è che gli Stati Uniti esiste una unione fiscale condivisa, oltre a una unione monetaria, mentre l’Europa non ha un’unione fiscale condivisa. I singoli stati degli Stati Uniti condividono la maggior parte degli stessi sistemi di pensionamento, diritto e difesa. I residenti di tutti gli stati pagano il Medicare e la Social Security, nonché le forze armate statunitensi, che collettivamente costituiscono la stragrande maggioranza della spesa del governo federale. I cittadini degli Stati Uniti non sono cittadini di alcuno stato specifico, sono tutti americani (o statunitensi), a differenza dei cittadini europei, che europei ancora non sono, e parlano lingue diverse.

Pertanto, è la differenza di debito dovuta a questa mancanza di unione fiscale che conta. I paesi europei avevano livelli di debito più elevati quando sono diventati un’unione monetaria e da allora sono solo aumentati. Per meglio comprendere questa differenza fondamentale, i primi cinque stati degli in termini di rapporto debito/PIL  statale (non federale) sono New York (rapporto debito/PIL  8%), Illinois (7%), la California (5%) e il Texas (3%), mentre i primi cinque paesi europei per rapporto debito/PIL sono l’Italia (151%), la Spagna (118%) la Francia (113%), la Germania (70%) e i Paesi Bassi (52%). Le percentuali sia degli stati degli Stati Uniti che dei paesi europei possono essere ulteriormente aumentate se si tiene conto delle passività per diritti fuori bilancio, che dovrebbero verificarsi in futuro; ma indipendentemente da come li calcoliamo, c’è una differenza enorme nei livelli di debito degli stati statunitensi e paesi europei. Negli Stati Uniti, infatti, il debito pubblico è principalmente a livello federale, mentre in Europa il debito pubblico è detenuto dai singoli paesi, ma questi non hanno più la propria banca centrale né possono creare base monetaria individualmente.

La maggior parte degli stati statunitensi non ha bisogno della monetizzazione del debito da parte della Fed per rimanere solvibile; diversi paesi europei, invece, hanno bisogno di una monetizzazione del debito persistente da parte della Banca centrale europea per rimanere solvibili anno dopo anno. Certo, gli Stati Uniti hanno altri problemi, poiché il mercato azionario americano è abbastanza grande da influenzare la sua economia piuttosto che il contrario, e inoltre i cittadini statunitensi sono fortemente orientati al consumo più di ogni altro paese al mondo, ma è altrettanto certo che qualunque consulente finanziario, oggi, consiglierebbe ai propri clienti di comprare immobili, azioni redditizie, materie prime, oro e persino Bitcoin pur di non detenere in portafoglio euro-obbligazioni, qualora vedranno mai la luce.

L’investimento espresso in valuta europea comporta rischi aggiuntivi, soprattutto ora che la loro sicurezza energetica è seriamente messa alla prova dagli effetti del conflitto Russo-Ucraino.

Compravendite immobiliari 2022, il mercato della casa riprende a correre

Compravendite in aumento del 12% in Italia, e del 36% a Milano. Il 45% dei proprietari vende per acquistare un altro immobile e migliorare la propria vita, mentre il 43,0% lo fa per reperire liquidità e solo il 12,0% per trasferirsi.

Secondo i dati delle compravendite immobiliari diffusi dall’Agenzia delle Entrate e analizzate da Tecnocasa, il primo trimestre conferma il buon momento del mercato immobiliare italiano, che chiude i primi tre mesi del 2022 con 181.767 compravendite, in aumento del 12,0% rispetto allo stesso periodo del 2021. Certamente, gli eventi internazionali immediatamente successivi – inizio del conflitto armato tra Russia e Ucraina, con il coinvolgimento politico dei paesi NATO e degli Stati Uniti – e il rialzo dei tassi dei mutui potrebbero avere avuto una certa influenza sull’andamento delle compravendite, ma questo lo sapremo con certezza in occasione delle prossime rilevazioni.

Tutte le grandi città italiane, in questo primo trimestre del 2022, evidenziano compravendite in crescita, eccezion fatta per Verona, che segnala -17,3%. Il dato di Milano (+36,0%) spicca su tutti, e conferma ancora una volta la metropoli lombarda capitale italiana del mercato immobiliare. Bene anche Palermo, che mette a segno un +15,5% rispetto al primo trimestre del 2021, e aumenti a doppia cifra anche per Bologna e Firenze. Anche le realtà non capoluogo si dimostrano particolarmente vivaci registrando un incremento delle compravendite del 12,5%, contro l’11,1% dei capoluoghi.

Nei primi tre mesi del 2022, il 74,9% delle compravendite ha riguardato l’abitazione principale, il 17,7% l’investimento e il 7,4% la casa vacanza. Dal punto di vista dell’analisi socio-demografica, secondo lo studio realizzato da Tecnocasa è in crescita l’acquisto di case vacanza e di soluzioni indipendenti, mentre aumenta la percentuale di chi vende per migliorare la propria qualità abitativa. In particolare, l’indagine evidenzia un calo della percentuale di acquisti per investimento, dal 17,9% del 2019 al 16,4% di oggi. Da sottolineare, al contrario, la crescita della percentuale di acquisto di case vacanza, che dal 5,8% del 2019 è aumentata fino al 6,9% delle ultime rilevazioni.

Per quanto riguarda l’età degli acquirenti, si rileva un aumento della percentuale nella fascia compresa tra 18 e 34 anni, mentre diminuisce la componente di acquirenti che hanno 65 anni ed oltre. Si abbassa quindi l’età media degli acquirenti, anche grazie alle agevolazioni sui mutui agli under 36. ll trilocale resta la tipologia più scambiata in Italia, con il 34,1% sul totale degli acquisti, mentre si segnala un aumento della percentuale di acquisto di soluzioni indipendenti e semi-indipendenti, che passano dal 19,1% del 2019 al 22,0% delle ultime rilevazioni, a conferma dell’accresciuta tendenza all’acquisto di abitazioni più ampie e dotate di spazi esterni. 

Tra i due macro gruppi di acquirenti, cresce la percentuale dei single – dal 28,7% del 2019 al 30,6% di oggi – e, di conseguenza, decresce quella delle famiglie. Il dato motivazionale rimane quello più importante, essendo il “motore” che muove il mercato immobiliare e determina le scelte di acquisto. Oggi circa il 45% dei proprietari vende per acquistare un altro immobile che consenta un miglioramento generale della propria vita, mentre il 43,0% lo fa per reperire liquidità e solo il 12,0% per trasferirsi in un altro quartiere o in un’altra città. Inoltre, l’emergenza sanitaria e i lockdown hanno messo in evidenza pregi e difetti delle abitazioni, spingendo molti proprietari a vendere casa per comprare soluzioni più adatte alle proprie esigenze.

Relativamente alle previsioni di mercato, i dati confermano un mercato dinamico, sul trend di quanto registrato nel 2021. Non sembrano esserci stati effetti legati al conflitto bellico ma ciò non toglie che il 2022 potrebbe essere un anno di assestamento, con un numero di compravendite residenziali compreso tra 730 e 740 mila, in lieve flessione rispetto al 2021 quando si è arrivati a 748.523. Sarà interessante osservare, a questo punto, il trend del secondo trimestre del 2022, quando il mercato potrebbe risentire dell’andamento della fiducia di famiglie e imprese. Ad oggi Tecnocasa evidenzia un rallentamento sulle nuove costruzioni, mentre la domanda di casa sembra essere ancora molto sostenuta e il mattone essere ancora una volta il destinatario della liquidità degli italiani.  

Christine Lagarde affonda l’Italia? L’Unione Europea non è una famiglia, ma un condominio

L’UE è un condominio in cui l’amministratore è sempre lo stesso, e non è mai l’Italia. Il livello di inflazione di oggi è persino più basso di quello “non ufficiale” subito dagli italiani nel 2001-2012.

Di Alessio Cardinale

In giornate come quella del 10 Giugno, con Christine Lagarde che infila – per la seconda volta in due anni – una pugnalata al cuore del fragilissimo equilibrio economico italiano, verrebbe da pensare che l’Europa non ci desidera poi così tanto nel club. Eppure ci siamo dentro, per qualche strano motivo che Romano Prodi non ha mai saputo spiegare in modo compiuto (a parte alcuni slogan presto diventati barzelletta). E “se siamo dentro, dovremmo poter giocare ad armi pari con gli altri Paesi del club”, pensa il cittadino comune mentre si aggira nel parcheggio del supermercato con la lista della spesa oppure, seduto con calcolatrice alla mano, mentre cerca di capire se anche quest’anno potrà pagare le rate del mutuo senza rinunciare alla tradizionale settimana al mare con moglie e figli.

Nel frattempo, rimbalza sui media la notizia secondo cui il reddito medio annuale di un italiano sarebbe inferiore di 15.000 euro rispetto a quello di un tedesco. Un gran bel segreto di Pulcinella, questa notizia: chiunque ha un parente o un amico italiano emigrato in Germania sa bene che lì un operaio edile porta a casa 2.800-3.000 euro netti al mese, e gode di una paga oraria minima che a breve verrà portata a 12 euro. E così, mentre gli italiani – sempre meno ricchi – fanno fuori il risparmio accumulato quando un certo liberismo economico era ancora in vigore (nonostante Licio Gelli e la stagione delle stragi a fare da contorno ad una democrazia incompiuta), i tedeschi risparmiano sempre di più la propria ricchezza crescente. Da noi, persino uno dei maggiori sindacati si è schierato contro la paga oraria minima, e questo fa capire il livello di responsabilità che la classe dirigente ha sul disastro chiamato Italia.

Parimenti, uscendo dalla Germania, chiunque sa che un farmacista irlandese, da semplice dipendente, guadagna 3.800 euro al mese per cinque giorni la settimana di lavoro, mentre uno italiano ne porta a casa mediamente 1.400 (1.800 dopo 20 anni di esperienza), e deve farne mediamente sei, di giornate lavorative. L’elenco delle comparazioni con gli altri paesi dell’UE è lungo, ma sarebbe solo un esercizio di bile. L’Italia, infatti, non è la Germania, né l’Irlanda. Come la prima, è uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale, ma chi ci ha messo le mani ha riservato agli italiani un futuro diverso, di perenne vassallaggio, anche per via della sua particolare posizione geografica, molto importante militarmente quando si è trattato di definire il piano di spartizione delle aree di influenza internazionale.

Poi è arrivato l’ingresso nell’Unione Monetaria, che ci è stata venduta da nostri politici senza scrupoli come una occasione di riscatto e di crescita, e soprattutto come l’opportunità di una raggiunta uguaglianza politico-economica all’interno di una famiglia in cui i figli, in linea di principio, sono tutti uguali. Il problema è che l’Unione Europea non è affatto una famiglia, bensì un condominio in cui l’amministratore è sempre lo stesso, e non è mai l’Italia. Noi questo lo abbiamo capito solo nel 2012, quando ci si è resi conto che il potere d’acquisto degli italiani si era dimezzato a causa di una inflazione “non ufficiale” a due cifre  – mascherata dai dati ISTAT ottenuti manovrando abilmente sulla composizione del c.d. paniere – che a confronto quella ufficiale di oggi sembrerebbe persino sostenibile. La differenza tra i due periodi di inflazione (quella nascosta del 2001-2012 e quella “in chiaro” del 2021-2023) è che nel secondo periodo il valore reale dell’indebitamento pubblico e privato beneficerà di una decurtazione pari alla stessa percentuale di inflazione, mentre durante il primo periodo, oltre al taglio del potere d’acquisto, l’indebitamento degli italiani non si è svalutato secondo il reale tasso medio di inflazione, e in più le retribuzioni sono rimaste bloccate per lungo tempo – senza alcuna “scala mobile” – ai livelli dei primi anni 2000.

Aggiungendo a questa analisi la sparizione di molte delle garanzie destinate ai lavoratori e l’assenza di un salario minimo, ecco spiegata la l’imbarazzante differenza tra il reddito medio di un italiano e quello di un tedesco. In ogni caso, per ottenere il risultato sperato e fare dell’inflazione elevata una opportunità, serve anche un buon tasso di crescita del PIL, che senza profonde riforme in Italia potrebbe nuovamente attestarsi ai livelli annuali di crescita pre-pandemia, ossia circa l’1%. Servirebbero quindi politici coraggiosi (e non vassalli, di cui abbondiamo in tutto l’arco costituzionale) per riforme coraggiose, ma la mediocre politica italiana – fatta da politici mediocri – le rimanderà alle elezioni del prossimo anno, quando la nuova maggioranza si troverà tra le mani una agenda che nessuno fino ad oggi ha avuto il coraggio e/o la libertà di perseguire:

1) investire nella scuola e nella università, rivalutando il ruolo dei docenti e rivedendone il criterio di nomina;
2) portare la pressione fiscale a livelli veramente sostenibili, soprattutto per le imprese che oggi pagano uno scandaloso 60% di imposte prima di poter vedere gli utili (in Irlanda il 15%, in Germania il 35%);
3) detassare le imposte sul lavoro;
4) dare al Meridione le infrastrutture che non ha e che paralizzano le economie di intere regioni,
5) restituire dignità e garanzie al lavoro;
6) rivoltare come un calzino la Giustizia, e rivedere il livello di responsabilità dei magistrati, inserendone in organico almeno altri 20.000;
7) relativamente alla Pubblica Amministrazione, introdurre proceduralmente un generalizzato silenzio-assenso sulla maggioranza delle istanze provenienti dai cittadini, e introdurre verifiche di merito su tutti i dipendenti e dirigenti;
8) investire sulla Sanità e sui controlli agli sprechi, che nelle regioni del Sud Italia sono una vergogna internazionale.

Secondo uno studio del Sole 24Ore, solo con la riforma della P.A., e grazie all’impatto dei fondi europei, la crescita italiana nei prossimi cinque-dieci anni si attesterebbe stabilmente tra il 3 e il 4%, dando sostenibilità al debito pubblico che, in rapporto al Pil, scenderebbe così di circa il 5% all’anno. Il problema è che l’Europa imporrà all’Italia la sua agenda, fatta di lacrime e sangue, che impedirà il perseguimento dei punti 1, 2, 3, 5 e 8, mentre l’opposizione a realizzare il punto 6 arriverà probabilmente da “fuoco amico” (la stessa Magistratura, per nulla interessata ad essere riformata e a perdere gli incredibili privilegi di cui gode). Forse gli unici punti veramente realizzabili – anche adesso, in teoria – sarebbero il n. 4 (infrastrutture) e il n. 8 (Sanità), poiché i fondi del PNRR sarebbero destinati abbondantemente anche a questi due settori, ma si fatica a pensare che la classe politica odierna introdurrà tra i capitoli di spesa quelli relativi all’alta velocità da Napoli a Trapani, o al completamento della rete autostradale siciliana, oppure ancora all’aumento dei posti letto nei reparti ospedalieri, tanto per fare un esempio.

Il Giappone ha un indebitamento parecchio maggiore del nostro, eppure nessuno si strappa le vesti per farglielo diminuire; neanche gli Stati Uniti che, dopo Hiroshima, hanno riservato ai giapponesi molte più opportunità che all’Italia, facendo del Paese del sol levante una democrazia stranamente compiuta. Ciò che guida l’economia italiana, invece, è un Liberismo apparente, del tutto coerente con una Democrazia apparente qual è sempre stata la nostra, anche prima di fare ingresso nell’UE. Pertanto, sembra inutile prendersela con Christine Lagarde, poiché il presidente della Bce sta facendo il suo lavoro all’interno di una Unione Europea che è tutto fuorchè una unione di popoli e di interessi, divisi come sono, i suoi aderenti, per obiettivi, strategie e ricchezza pro capite. Rispetto alla sua infelice uscita di Marzo 2020 – ricordate il -17% della borsa italiana, quel mercoledì di due anni fa? – oggi la Lagarde si è limitata a comunicare, da banchiere centrale, ciò che le era permesso far sapere, senza profferire battute da absolute beginner.

Lo ha fatto bene? Lo ha fatto male? Avrebbe potuto rimandare la fine del Q.E.? Si è dimostrata ancora una volta succube della Germania? Draghi lo avrebbe fatto in modo migliore? Poco importa, poiché siamo dentro il condominio Europa, e l’unica strada per evitare le conseguenze della visione tedesca dell’inflazione sarebbe quella di trasferirci presso una abitazione indipendente – con tutte le conseguenze del caso – poiché cambiare semplicemente condominio non si può. In compenso, si potrebbe convincere i condòmini con maggiore quantità di millesimi che il benessere di ciascun condòmino, anche di quello che abita l’appartamento del sottoscala, conduce ad un durevole benessere generale. Ma per farlo servono politici di una certa caratura istituzionale. Voi ne vedete qualcuno?  

Andrea Scauri: view positiva sull’equity, ma resta la fragilità nel breve termine

Lemanik aumenta l’esposizione verso alcune small-mid cap che hanno sofferto di un sell-off generalizzato. Le aspettative di uno slancio positivo in seguito alla riapertura della Cina spingono il settore del lusso.

“L’approccio molto cauto degli investitori, le valutazioni di mercato che già prezzano un marcato rallentamento dell’economia e la convinzione che le banche centrali non vogliano innescare una recessione (e siano quindi pronte a intervenire nuovamente per contenere l’aumento dei tassi se la situazione lo richiede), ci portano a confermare la nostra view costruttiva sull’equity. Tuttavia, nel breve termine i mercati rimangono fragili e lo scenario macro è altamente incerto a causa del conflitto”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

La performance dei mercati azionari globali è stata complessivamente piatta a maggio grazie a un rimbalzo negli ultimi giorni del mese guidato principalmente da una situazione di ipervenduto e dalle speranze che la Fed possa sostenere i mercati, nonché dalle aspettative di nuove potenziali misure di sostegno all’economia in Cina e dalla riapertura di Shanghai. Invece, sia in Europa che negli Stati Uniti i risultati trimestrali hanno mostrato nel complesso una tenuta inaspettata, mentre alcuni indicatori macro segnalano un rallentamento della crescita. In Europa, il Pmi dei nuovi ordini è sceso a 53 punti a maggio dai 55 del mese precedente, dove i principali venti contrari sono ancora il conflitto Russia-Ucraina e gli alti prezzi dell’energia.

Anche la crescita negli Stati Uniti presenterà alcune sfide importanti nei prossimi mesi, e sarà necessario monitorare attentamente l’impatto sui consumi di una crescita dei salari reali fortemente negativa e di un aumento dei tassi ipotecari (il tasso medio è salito al 5,3% durante il mese, prima di tornare al 5,1%). L’eccesso di risparmio delle famiglie, in parte accumulato durante la pandemia, è riuscito finora a resistere alle pressioni inflazionistiche e rimane consistente. Tuttavia, con i tassi di risparmio che continuano a diminuire (circa il 4,5% negli Stati Uniti, ovvero il 3% in meno rispetto ai livelli pre-pandemia) e i livelli di ricchezza che si riducono a causa del rallentamento dei mercati finanziari e immobiliari, il rischio reale è che i consumi subiscano un colpo se la pressione inflazionistica non si raffredda in tempi relativamente brevi.

“In questo contesto, abbiamo apportato alcune modifiche alla nostra selezione di titoli, ricominciando a raccogliere alcuni nomi di small-mid cap che hanno sofferto di un sell-off generalizzato”, spiega Scauri. “Abbiamo ridotto l’esposizione su Atlantia e aumentato quella a società a piccola/media capitalizzazione come Cherry in Germania, Last Minute Group, Autogrill, Media For Europe. Il nostro posizionamento sulle banche è stato incrementato, con la partecipazione in Deutsche Bank, che consideriamo una storia di ristrutturazione con un enorme upside, insieme a Commerzbank. Abbiamo mantenuto Mediobanca, vista l’ampia sottoperformance rispetto alla sua principale partecipazione in Generali, e abbiamo aggiunto Banco BPM. Abbiamo eliminato le nostre partecipazioni in Tenaris, beneficiando dell’ampio movimento sul petrolio, aumentando al contempo la nostra partecipazione nel settore della difesa (Thales) e mantenendo la nostra esposizione al business della cybersecurity. Infine, abbiamo assunto una nuova posizione nel settore del lusso (LVMH) grazie alla valutazione a buon mercato e alle aspettative di uno slancio positivo in seguito alla riapertura della Cina”.

Andamento prezzi grandi città italiane ultimi 10 anni. Soltanto Milano con trend positivo

Milano è l’unica città italiana in cui il mercato immobiliare ha espresso valori positivi negli ultimi dieci anni. Record negativo a Genova, dove le case valgono meno della metà rispetto al 2011.

Secondo i dati forniti periodicamente dall’Ufficio Studi Tecnocasa, le maggiori città italiane non hanno ancora recuperato le quotazioni antecedenti al 2011, ad eccezione di Milano. Alcune sono vicine al raggiungimento di quelle soglie, ma nel complesso l’analisi ed il confronto dei prezzi delle abitazioni nelle grandi città negli ultimi 10 anni mostra un quadro perfettamente in linea con quanto i proprietari di immobili hanno sperimentato personalmente al momento di vendere la propria casa. Il grafico rappresenta l’andamento dei prezzi tra il 2011 e il 2021, in giallo sono evidenziati i valori massimi e in rosso i valori minimi di ogni singola serie storica.

Posto 100 il prezzo medio degli immobili nel 2011, l’unica città che guadagna valore negli ultimi dieci anni è Milano, che si attesta ad un valore cumulato di 111,5, guadagnando quindi l’11,5%.

Milano toccava il suo minimo nel 2016, quando arrivava a 80,2, per poi risalire velocemente fino ad arrivare ai valori attuali, con un trend in ascesa che si è confermato anche nella prima parte del 2022. Limitano  i danni città come Bologna e Firenze, che registrano rispettivamente una perdita del 7,5% e del 7,9% dei propri valori immobiliari. Anche il mercato immobiliare di queste due città ha visto un andamento simile alla capitale della Lombardia, con Bologna che ha toccato il suo minimo nel 2015, quando la media dei valori arrivava a 69,5, per poi recuperare negli anni successivi fino ad oggi (92,5); mentre Firenze aveva contenuto il ribasso con un minimo – tra il 2014 e il 2015 – di 82,8 per poi risalire fino al 92,1 della ultima rilevazione.

Anche Verona evidenzia un trend in ripresa, con il valore minimo registrato nel 2015 (75,2) e poi prezzi in costante crescita fino ad arrivare a 84,4, perdendo in 10 anni il 15,6%. La città che perde maggiormente è invece Genova, che registra un prezzo medio di 45,6 (che è anche il minimo storico negli ultimi 10 anni), perdendo quindi il 54,4% del proprio valore. Al penultimo posto si piazza Torino, dove in 10 anni i prezzi degli immobili sono diminuiti del 35,6% (con il minimo nel 2020: 62,9), e non va molto meglio neanche a Roma, che registra un ribasso dei valori del 31,5%, dopo aver toccato il suo minimo nel 2020 con una media di 68,0.

Nel Sud Italia, invece, Napoli si differenzia dalle altre due maggiori città per via di un andamento al ribasso simile a quello di Milano, poiché ha raggiunto il suo minimo nel 2016 con una media di 65,9 (-34,1%), mentre sia a Palermo che a Bari i valori avevano raggiunto il minimo nel 2020 (rispettivamente 71,0 e 66,3), e nell’ultima rilevazione viene loro attribuito un valore medio di 72,4 (Palermo) e 70,3 (Bari).

Mercati: l’azionario globale scende, i rendimenti salgono. Dall’Opec un gioco a somma zero

La decisione dell’OPEC di aumentare la produzione un pò più del previsto non influirà sull’offerta globale, poiché man mano che la Cina allenterà le restrizioni la maggiore domanda assorbirà il surplus di offerta.

Ancora in discesa i mercati azionari globali dopo che i dati hanno mostrato come l’economia americana abbia generato un numero di posti di lavoro maggiore del previsto nel mese di maggio, segnalando che la Federal Reserve probabilmente continuerà ad aumentare i tassi di interesse in modo aggressivo nel suo sforzo per frenare l’inflazione. Salvo spunti positivi improvvisi, pertanto, la settimana in corso dovrebbe seguire la scia, non lasciando intravedere alcun momento di svolta.

Nel dettaglio, il rapporto sull’occupazione attentamente monitorato dal dipartimento del lavoro ha mostrato che l’economia statunitense ha aggiunto 390.000 posti di lavoro a maggio, con il tasso di disoccupazione stabile al 3,6% per il terzo mese consecutivo, battendo la maggior parte delle stime degli analisti. I trader speravano che il rapporto sull’occupazione rivelasse segni di debolezza nell’economia statunitense, in modo tale da persuadere la Fed ad ammorbidire la sua posizione sull’inflazione e sui tassi di interesse, e quindi per evitare di innescare una recessione. Infatti, ad eccezione del commercio al dettaglio, l’economia sul fronte dell’occupazione continua a crescere, e adesso la Fed ha ancora bisogno di distruggere un pò di domanda con aumenti dei tassi di 50 punti nei prossimi appuntamenti”.

Parlando di mercati, sia l’indice azionario mondiale MSCI – replicante le azioni di 50 paesi – che l’indice paneuropeo STOXX 600 sono scesi, mentre i rendimenti del Tesoro USA sono saliti ai massimi di due settimane (i treasury a 10 anni sono saliti al 2,946%, mentre quelli a due anni al 2,6606%). A Wall Street, tutti e tre i principali indici hanno chiuso al ribasso, spinti al ribasso dalle vendite nei settori della tecnologia, dei beni voluttuari, dei servizi di comunicazione, dei finanziari e dell’industria. La Fed aveva riconosciuto che in autunno avrebbe potuto fare una pausa, ma adesso è tutto in discussione. Nel frattempo, il dollaro USA è salito contro un paniere di valute dopo il rapporto sull’occupazione, e i prezzi del petrolio si sono stabilizzati al rialzo, sostenuti dalle aspettative che la decisione dell’OPEC di aumentare gli obiettivi di produzione leggermente più del previsto non influirà molto sull’offerta globale, poiché ci si attende un aumento della domanda man mano che la Cina allenterà le restrizioni legate alla pandemia di COVID-19.

In pratica, una mossa a somma zero, che dimostra la volontà politica dell’Opec di lasciare i prezzi del greggio non al di sotto di quota 100 dollari, contro un costo medio di estrazione e raffinazione stimato in circa 28 dollari al barile in area Opec+ (ossia nel raggruppamento allargato alla Russia). Inoltre, i prezzi del greggio sono aumentati per la sesta settimana consecutiva – con il greggio West Texas Intermediate (WTI) che è salito a 120 dollari al barile – poiché la decisione dell’Unione Europea di vietare fino al 90% delle importazioni di petrolio russo ha sollevato preoccupazioni per l’offerta limitata. I prezzi dell’oro, invece, sono scesi di quasi l’1% dopo che l’attrattiva dei metalli preziosi è stata intaccata dall’aumento dei rendimenti del dollaro USA e del Tesoro.

Cosa aspettarsi dai mercati questa settimana – I mercati azionari statunitensi hanno perso i guadagni realizzati all’inizio della settimana, poiché le aspettative di un più rapido inasprimento da parte della Federal Reserve hanno portato a un’ondata di vendite di titoli azionari e obbligazionari governativi. La settimana corrente sarà probabilmente relativamente tranquilla sui mercati finanziari, ed il momento clou sarà l’attesissimo aggiornamento di maggio del tasso di variazione dei prezzi al consumo negli Stati Uniti, che potrebbe indicare se l’inflazione potrebbe aver raggiunto il picco o se le pressioni sui prezzi possano accelerare ulteriormente. Peraltro, gli osservatori del mercato possono anche aspettarsi numerosi aggiornamenti economici dall’estero, comprese le stime finali per la crescita del PIL nel primo trimestre nell’eurozona e in Giappone.

L’inflazione negli Stati Uniti è leggermente decelerata all’8,3% ad aprile, dopo aver raggiunto il massimo in 41 anni dell’8,5% a marzo. L’aumento dei costi dell’energia continua a guidare l’aumento dei prezzi, con il prezzo medio nazionale di un gallone di gas che sale al livello record di 4,76 dollari. Sempre venerdì, l’Università del Michigan rilascerà la lettura preliminare di giugno del suo Consumer Sentiment Index (MSCI). L’indicatore del sentiment misura la fiducia dei consumatori per quanto riguarda le proprie finanze, nonché le loro prospettive a breve e lungo termine per l’economia statunitense in generale. Dato che la spesa dei consumatori rappresenta oltre i due terzi del prodotto interno lordo (PIL) degli Stati Uniti, il Michigan Consumer Sentiment Index è un prezioso indicatore per la fiducia generale dei consumatori.

Le stime di consenso per la lettura preliminare di giugno prevedono un calo dell’MSCI a 58,1, poiché l’inflazione persistentemente elevata e i crescenti timori di un rallentamento economico continuano a incidere sulla fiducia dei consumatori.

Le azioni europee in ribasso. Pesano le attese sull’aumento dei tassi e la paura di una recessione

L’ottimismo generato dall’allentamento delle restrizioni in Cina è stato rapidamente annullato dai dati che indicano che le economie potrebbero andare verso la recessione.

Venerdì le azioni europee sono scese, spazzando via i guadagni precedenti, dopo che i dati sull’occupazione negli Stati Uniti hanno supportato la tesi dell’inasprimento aggressivo della politica della Federal Reserve. Di conseguenza, gli investitori hanno alzato il tiro delle scommesse sui rialzi dei tassi della BCE dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione della scorsa settimana.

L’indice paneuropeo STOXX 600 ha concluso una settimana tumultuosa in calo dello 0,9%, con volumi che contenuti a causa delle festività in Gran Bretagna e Cina. Il settore della tecnologia dell’informazione, sensibile ai tassi, ha portato perdite consistenti sullo STOXX 600, mentre il settore automobilistico è sceso dell’1,6%. In particolare, il francese Faurecia (fornitore di componenti per auto) ha perso il 6,8%, ed ha dichiarato di aver lanciato un aumento di capitale di 705 milioni di euro (758 milioni di dollari) per finanziare l’acquisizione della rivale tedesca Hella. Questi risultati sembrerebbero confermare che gli investitori abbiano aumentato le loro scommesse sugli aumenti dei tassi di interesse della BCE per quest’anno, prezzando un aumento più ampio di 50 punti base in almeno una delle riunioni politiche della banca entro il prossimo ottobre, come naturale portato dell’inflazione record nella zona euro.

“In considerazione della drammatica tendenza dell’inflazione e del fatto che la BCE è così chiaramente ‘dietro la curva’, rispetto alla Fed, il linguaggio della BCE dovrebbe tendere a diventare più aggressivo”, scrivono gli analisti di Commerzbank in una nota. Infatti, i dati di venerdì hanno mostrato che i datori di lavoro statunitensi hanno assunto più lavoratori del previsto a maggio, e hanno mantenuto un ritmo abbastanza sostenuto di aumenti salariali. Si tratta di segnali di forza del mercato del lavoro, che manterranno la Federal Reserve su un percorso di aggressività della politica monetaria, e ciò fa temere che in Europa la BCE seguirà l’esempio, sebbene lo “stile” europeo di manovra dei tassi di interesse non sia mai stato così aggressivo al pari di quello americano.

Il risultato negativo dei mercati azionari europei ha sorpreso molto quanti speravano, ad inizio della scorsa settimana, un maggiore entusiasmo dopo che la Cina ha allentato alcune restrizioni legate al COVID-19 e ha rivelato l’intenzione di usare ulteriori stimoli, ma l’ottimismo è stato rapidamente annullato dai dati che indicavano che le economie potrebbero andare verso la recessione. In Francia, per esempio, secondo un’indagine, la crescita dell’attività nel settore dei servizi dominante del paese è diminuita a maggio rispetto ad aprile, ed anche il settore dei servizi tedesco ha mostrato segnali di rallentamento della crescita.

Il divieto parziale da parte dell’Unione Europea alle importazioni di petrolio dalla Russia, in rappresaglia all’invasione dell’Ucraina, ha anche alimentato i timori di un ulteriore aumento dell’inflazione. “Un’eventuale recessione non si verificherà quest’anno, ma molto probabilmente nel 2023. Detto questo, ci aspettiamo che il mercato sconti in modo più appropriato un minore slancio dell’economia“, hanno affermato gli strateghi azionari di Generali Investments. Nonostante queste dichiarazioni di importanti analisti – che sono generalmente caute riguardo una eventualità di recessione –  i titoli continuano a subire una scarsa propensione al rischio, con eccezione di alcuni player che beneficiano degli effetti del conflitto armato. Per esempio, l’italiano Leonardo è salito del 2,0% dopo che la tedesca Rheinmetall ha fatto un’offerta per una partecipazione di minoranza nella sua unità di produzione di cannoni OTO Melara, fissando un valore di 190-210 milioni di euro come prezzo indicativo per la partecipazione del 49% nel produttore di armi italiano.

Eppure, nella zona euro la crescita del business è stata robusta a maggio, ma rischia di essere vanificata a causa dell’aumento del costo della vita, delle interruzioni della catena di approvvigionamento e dell’incertezza sull’invasione russa dell’Ucraina. L’indice composito finale dei responsabili degli acquisti (PMI) di S&P Global, considerato un buon indicatore della salute economica, è sceso a 54,8 a maggio dal 55,8 di aprile, poco meno di una stima preliminare di 54,9. Qualsiasi valore superiore a 50 indica comunque una crescita. La forte domanda di servizi ha contribuito a sostenere un ritmo sostenuto di crescita economica; tuttavia, i rischi sembrano essere orientati al ribasso per i prossimi mesi. Il settore manifatturiero rimane limitato in modo preoccupante dalla carenza di offerta, e sia le imprese che le famiglie rimangono afflitte dall’aumento dei costi.

Ci sono segnali che la spinta all’economia determinata dalla maggiore domanda di servizi post restrizioni stia iniziando a svanire, per cui le aziende hanno ridimensionato le loro aspettative di crescita per il prossimo anno, preoccupate per la carenza di offerta, l’aumento del costo della vita e l’inasprimento delle condizioni monetarie. Di conseguenza, l’indice composito della produzione futura è sceso a 59,9 da 60,5, uno dei livelli più bassi dall’inizio della pandemia.