A due anni dallo scoppio della pandemia, professionisti e autonomi fanno i conti con profondi cambiamenti e una cronica assenza di tutele. Tramontata per sempre l’idea di “prosperità” del libero professionista?
Di Alessio Cardinale
A due anni dall’inizio della pandemia, in tanti provano a fare un bilancio di cosa è successo nel mondo del lavoro subordinato, con il suo naturale portato di trasformazioni dovute agli obblighi di distanziamento (prima tra tutte il lavoro da remoto o smart working); in pochi, però, si soffermano ad analizzare i profondi cambiamenti con i quali le professioni liberali e autonome hanno dovuto fare i conti immediatamente, con effetti pressoché “istantanei”, nel momento in cui è scattata l’emergenza. In quel momento, infatti, ci si è resi conto della cronica assenza di tutele giuridiche e sociali di cui la categoria dei professionisti soffre, ed in soccorso della quale l’iniziale supporto finanziario del Governo si è rivelato ben poca cosa.
Dal punto di vista del “sistema”, non c’è dubbio che la pandemia abbia reso alcune professioni più richieste di altre, ed abbia peggiorato un trend già in atto relativamente alle professioni ”classiche”. Certamente sono calate quelle di contatto diretto con il pubblico, ed hanno guadagnato terreno quelle che, legandosi alla tecnologia, hanno beneficiato del telelavoro e dello smart working associati al contatto in video sia con i colleghi di studio che con la clientela. La crisi delle vocazioni, già manifesta dal 2010 al 2019 – nuove
iscrizioni negli ordini dei dottori commercialisti e ragionieri -64,1%, geometri -41,6%, solo a titolo di esempio – tra il 2020 ed il 2021 si è amplificata, portando con sé anche l’aumento delle cancellazioni dalle casse di previdenza (8.000 circa negli ultimi 12 anni), ed uno scenario simile si sta vedendo anche per i giornalisti e gli agenti di commercio, entrambi interessati da importanti cambiamenti strutturali di mercato, e per le professioni legali, che da tempo hanno letteralmente “saturato” il mercato con oltre 240.000 iscritti all’albo degli avvocati (con il picco di 7 legali ogni 1.000 abitanti in Calabria).
Nel 2020 38.000 liberi professionisti hanno “chiuso bottega” per via della pandemia, ed il settore del lavoro autonomo nel suo insieme è calato di 154.000 unità. Il mondo del lavoro autonomo e delle libere professioni, pertanto, ha pagato effettivamente il maggiore prezzo alla pandemia, ed oggi si interroga sulla necessità di avere un nuovo sistema di garanzie e di tutele. Il problema è che non lo ascolta nessuno. Per secoli, infatti, all’attività professionale è stata tradizionalmente associata l’idea di “prosperità”, e fintanto che il numero degli iscritti agli albi e ordini si manteneva contenuto in rapporto alla popolazione – e i criteri di accesso erano più severi rispetto a quelli di oggi – l’idea reggeva e trovava conferma nell’effettivo contesto di ricchezza nel quale avvocati, commercialisti, ingegneri e consulenti vari vivevano sotto gli occhi di tutti. Oggi, dopo decenni di aumento incontrollato del numero di professionisti (soprattutto nelle categorie tradizionalmente più “attraenti”), il mercato si è gradualmente polverizzato generando
una notevole diminuzione del reddito medio; nonostante ciò, sembra che in capo ai liberi professionisti sia rimasta una sorta di “presunzione di benessere”, valida per il solo fatto di appartenere alla categoria, che dovrebbe compensare i ridotti introiti dei periodi difficili o, come nel biennio 2020-2022, difficilissimi. Invece, il reddito annuo medio dei professionisti iscritti alla gestione separata dell’Inps è crollato da 25.600 euro del 2019 a 24.100 euro del 2020, mentre quello dei professionisti iscritti alle casse previdenziali è ancora più significativo, essendo sceso a quota 35.500 euro rispetto ai 37.500 euro di dieci anni prima.
Un elemento che salta all’attenzione è quello delle barriere all’ingresso della professione. Nelle professioni c.d. ordinistiche la barriera più alta è rappresentata dalla durata media necessaria per l’abilitazione post-laurea (quinquennale) e per la “gavetta”, che spesso supera i dieci anni. E anche dopo questo lasso di tempo così dilatato, il reddito medio si stabilizza per i successivi dieci anni ad una soglia troppo modesta (circa 18.000 euro lordi) per riuscire fare progetti di vita significativi, per sé e/o per la famiglia, prima dei quaranta anni di
età. Relativamente al lavoro autonomo, la musica non cambia: gli agenti di commercio, a causa dell’accentuato processo di disintermediazione delle merci dovuto al mercato online, hanno perso in Italia circa 15.000 iscritti alla cassa Enasarco negli ultimi dieci anni, mentre nella categoria dei consulenti finanziari le stesse reti non fanno nulla di concreto per consentire l’ingresso ai giovani, e preferiscono continuare a crescere in linea orizzontale dando spazio agli ex bancari con portafoglio clienti pur di non investire sui neolaureati e abbassare l’età media della categoria (che oggi si attesta a circa 56 anni).
Non v’è dubbio, pertanto, che l’assenza di tutele abbia pesato tantissimo su questi trend, amplificando a dismisura problemi già esistenti. Le nuove professioni, nate sull’onda della rivoluzione digitale, non riescono a compensare il tasso di quiescenza degli addetti a quelle “older”, per cui la libera professione, nel suo complesso, sembra destinata ad un generale ridimensionamento rispetto al lavoro dipendente svolto sotto ogni forma. Sembrerebbe quasi un fatto positivo, ed invece è un disastro: con l’assottigliarsi del tessuto economico composto dalle partite IVA, il nostro Paese perde quella spinta all’iniziativa individuale che caratterizza ogni libero professionista e rende più competitiva la Società stessa, mentre i redditi da lavoro dipendente, complice la deregulation selvaggia e l’assenza di una paga oraria minima adeguata agli standard europei, si attestano continuamente al ribasso e non consentono ai percettori un tenore di vita capace di costruire progetti sostenibili (avere accesso al credito bancario e acquistare casa, per esempio).
Si tratta di un livellamento verso il basso che sta trascinando in un circolo vizioso preoccupante anche il settore delle libere professioni: i redditi bassi dei lavoratori dipendenti – che tradizionalmente costituiscono l’ossatura della domanda di professioni intellettuali – non sono più in grado di sostenere le parcelle dei professionisti, che così sono costretti ad accettare pagamenti inferiori a quelli tabellari pur di non perdere clienti e fatturato. Questo aspetto ha toccato il suo punto più basso durante la pandemia. Ma siamo certi che questo evento storico così grave e discusso non abbia prodotto anche cambiamenti costruttivi? Il lavoro da remoto, per esempio, era riservato a
pochissimi addetti prima del 2020, mentre oggi è entrato a pieno titolo nella mentalità lavorativa di gran parte dei dipendenti pubblici e privati, riservando sorprese anche in termini di mantenimento della produttività (in alcuni settori della P.A., addirittura, è aumentata) e diminuzione dell’assenteismo. Inoltre, il minor numero di spostamenti per appuntamenti in presenza ha determinato una discesa dei livelli di smog ed una migliore qualità di vita per chi vive nelle periferie della grandi città. Le professioni c.d. vitali sono state rivalutate ed il talento, in tutti i settori ad alta creatività, è venuto fuori prepotentemente; le professioni legate alla tecnologia hanno visto una impennata in termini di interesse.
Su tutto, le libere professioni hanno cominciato ad adottare un approccio c.d. olistico, e gli studi associati adesso diversificano sempre di più le competenze interne, privilegiando il lavoro in team tra professionisti delle più disparate categorie e favorendo l’apporto dei più giovani (che finalmente cominciano ad avere un ruolo chiave nel successo dello studio e nel passaggio generazionale del portafoglio clienti). In questo senso, la strada è ancora lunga, però è ben tracciata, ed oggi non è raro che in uno stesso studio possano convivere – e condividere costi e fatturato – avvocati, commercialisti, consulenti finanziari e agenti immobiliari (con i notai sullo sfondo), stretti in una partnership che non sa più di semplice esperimento professionale ma di esperienza sul campo.




Di conseguenza, siamo molto vicini all’inversione della curva dei tassi americani, e quando questo accade di solito ci troviamo in una situazione di recessione. Quali segnali possiamo cogliere dal mercato? La curva dei tassi appiattita ci dice che la politica monetaria ha raggiunto il massimo restringimento, e che la crescita economica inizia a decelerare. Osservando la storia, vediamo che dal momento in cui la curva si inverte le performance dei mercati diventano deboli su orizzonti temporali sopra i 12 mesi. C’è quindi un periodo di tempo in cui la curva appiattita (flat) segnala che c’è una fase di potenziale rallentamento ciclico, mentre la fase più complicata per i mercati avviene quando i tassi di policy diventano effettivamente più restrittivi. Attualmente, riteniamo che la curva sia vicina all’inversione.
Guardando alle valutazioni dei mercati azionari, non riteniamo che esse siano diventate più attraenti nel corso delle ultime settimane: gli utili prospettici calano, i tassi salgono, le valutazioni relative delle azioni rispetto alle obbligazioni sono peggiorate. Abbiamo incrementato aree come il corporate investment grade, dove i livelli di spread avevano raggiunto valutazioni piuttosto interessanti, e come i mercati cinesi, ma attualmente non riteniamo di aumentare l’esposizione ai mercati azionari dei mercati sviluppati.
Guardando al mondo delle commodities, finora non c’è stato un rallentamento dell’afflusso del gas russo in Europa, nonostante la volontà europea e nonostante le notizie di un blocco per i paesi “ostili” si facciano sempre più frequenti. Per quanto riguarda il petrolio russo invece, non tutta la produzione russa dedicata all’esportazione è in questo momento tagliata fuori. Nei primi giorni del conflitto un ammontare di più di 4 milioni di barili di petrolio al giorno di produzione russa rimanevano bloccati. Oggi stimiamo che circa solo 1/2 milioni di barili di produzione russa rimangono fermi, mentre gli altri
2/3 milioni contribuiscono a soddisfare la domanda globale. Sul tema delle commodities abbiamo visto una significativa correzione al ribasso del prezzo del petrolio, in particolare nel corso delle ultime settimane. Tuttavia crediamo che le pressioni di medio termine sui prezzi delle commodities siano destinate a persistere perchè: 1) una soluzione rapida della situazione Russia-Ucraina risulta complicata; 2) non crediamo che le sanzioni verranno rimosse anche in caso di un’eventuale tregua; 3) la riconfigurazione dei flussi di esportazione delle commodities a livello globale risulta particolarmente complicata da ottenere.
Relativamente al Dollaro USA, si ritiene che possa parzialmente aiutare nelle fasi di elevata volatilità. Il dollaro presenta un carry positivo, ossia un differenziale di rendimento abbastanza importante rispetto agli asset dell’Eurozona, tuttavia ci sembra chiaro che ci siano fattori di lungo periodo non a favore del dollaro. Innanzitutto, i tassi di interesse si stanno muovendo al rialzo ma il mercato è anche preoccupato che la Fed possa fare una ultra-restrizione monetaria. Inoltre, sta avvenendo un po’ di diversificazione delle riserve valutarie globali. Pensiamo alla notizia di settimana scorsa sull’Arabia Saudita, che sta pensando se ricevere il pagamento sul petrolio, almeno dalla Cina, in RMB invece che in dollari, per cui si potrebbe ritenere che ci sia un indebolimento dello status del dollaro come valuta di riserva globale. Inoltre, nonostante la Fed sia in estrema fase di restrizione monetaria, le valute dei paesi emergenti non si sono affatto indebolite, ed anzi rafforzate.
Guardando al 2019, il dato pre Covid era a 5.210 euro al mq; ciò significa che il mercato milanese a nuovo ha realizzato una crescita del 13,2% in due anni. In particolare, a fine 2021, in centro i prezzi medi sono di 10.367 euro al mq, nel settore nord di 4.548 euro al mq, nel settore est di 4.932 euro al mq, nel settore sud di 4.283 euro al mq, nel settore ovest di 5.361 euro al mq. Tra le zone con i prezzi degli immobili più elevati, al primo posto svetta Spiga – Montenapoleone, con €/m² 12.950, poi Vittorio Emanuele – S. Babila con 12.450, Diaz – Duomo – Scala con 11.950, Parco Castello con 11.000, Brera stabile con 10.725,
Cairoli – Cordusio con 10.550, Venezia – Monforte con 9.450, e poi scendendo fino a Solferino – Corso Garibaldi con 8.150. Le zone che crescono di più in sei mesi sono quelle di Salomone – Bonfadini, con 3.000 euro al mq (+10,1% in sei mesi), Accursio con 3.550 (+ 9,2%), Musocco – Villapizzone con 3.400 (+8,8%), Quarto Oggiaro con 3.050 (+7,0%), Fulvio Testi – Cà Granda con 3.500 (+6,9%) e Baggio – Quinto Romano con 2.900 (+ 6,4%).
Secondo Beatrice Zanolini, consigliere Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e segretario FIMAA Milano, Lodi, Monza e Brianza “Da inizio anno, rispetto al quadro di fine 2021 delineato dalle precedenti rilevazioni, stiamo verificando un rallentamento del numero delle trattative insieme ad una emergente incertezza, spesso legata alla finanziabilità delle operazioni, conseguenza della difficile situazione internazionale e della lievitazione di costi. Inoltre, la guerra in atto ha già impattato con la perdita di clienti, russi ed ucraini, che hanno un peso significativo per il nostro territorio”. “Tra le conseguenze future – continua Zanolini – in uno scenario di smart living, l’impatto che lo
smart working continua ad avere sul territorio si traduce non solo in nuovi modi di vivere la propria abitazione ma anche in un modo diverso di fruire di spazi esterni, servizi, trasporti, attività commerciali. Determina nuove abitudini e nuove esigenze, condiziona tutti i settori in modo trasversale. Lo smart working ha impattato sulle attività, sui trasporti e sui servizi, e con la fine auspicata dell’emergenza sanitaria ci saranno aziende che riporteranno i lavoratori in presenza ma anche altre che opteranno per l’attività mista, o totalmente in smart working: lo scenario è aperto”.
Secondo Andrea Marietti – vicepresidente della Commissione Prezzi immobili della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, “il mercato fortemente in rialzo ha recuperato la stabilità del 2020 ed ha sorpreso con rialzi medi che hanno superato il 6-7%. Anche gli affitti hanno tenuto, con una parziale leggera sofferenza nel centro storico (- 5%), ma con una ripresa significativa (+5-7%) per le zone più popolate della città. Anche a Monza e Lodi gli affitti riscontrano segni positivi”. Invece per Gabriele Bisio, vicepresidente Assimpredil Ance, “la preoccupazione emergente è che il trend in leggera crescita delle vendite del nuovo possa venire ora compromesso dalla forte impennata dei prezzi di materiali e energia, che rischia di allungare i tempi di ultimazione degli immobili e generare significative ripercussioni sui prezzi di mercato”.
Marco Mosca, Presidente Provinciale FIAIP Milano, si concentra sull’usato: “Milano è ancora la locomotiva d’Italia, il mercato immobiliare dell’usato ha confermato il trend di crescita dell’anno scorso, con un ulteriore aumento dei prezzi dovuto alla crescente domanda che l’offerta fatica a soddisfare. Questo fenomeno ha portato a un incremento della velocità delle transazioni, che riscontriamo in tutte le zone cittadine. Mentre in città l’ubicazione è un fattore determinante nella scelta degli acquirenti, nell’hinterland sono apprezzati lo stato dell’immobile e il suo efficientamento energetico. Infatti, a Milano oltre l’80% delle transazioni risultano oggi per immobili usati, siano essi in buono stato o da ristrutturare e i vari bonus previsti dalle disposizioni di legge incentivano ancora di più all’acquisto”.
Nonostante un primo trimestre 2021 caratterizzato da molteplici rinvii dovuti alle misure per contrastare la pandemia, il mercato ha visto un’accelerazione nella schedulazione degli incanti a partire da maggio, portando il consuntivo ad una chiusura d’anno con un aumento degli incanti di circa il 56% (ca. 184.000 aste per 126.000 lotti) rispetto al 2020, sebbene ancora al di sotto delle attese. “Il rallentamento tendenziale degli incanti celebrati da tribunali e professionisti delegati, rispetto al 2019 – prosegue Olivieri – è stato comunque bilanciato da un significativo aumento delle aggiudicazioni: +41% rispetto al 2019 e + 81% rispetto al 2020, frutto di politiche di vivacizzazione e pubblicizzazione molto mirate messe in campo dagli agenti locali. Riteniamo quindi che le statistiche aggregate pubblicate periodicamente da molti operatori vadano prese con relativa cautela, visto che l’interpretazione dei dati non è semplice”.
“In conclusione, – spiega l’AD di RES – stiamo assistendo ad un’istituzionalizzazione nel mercato delle aste. Osserviamo strategie più complesse da parte dei creditori, una maggiore attenzione da parte del mercato immobiliare al canale aste ed un’elevata differenziazione delle performance sulla base delle strategie adottate. In questo contesto è prevedibile attendersi che tale trend continui, e che nei prossimi 12/18 mesi sarà cruciale essere ben posizionati per soddisfare le nuove esigenze del mercato che ci aspettiamo relativamente volatile in risposta alle dinamiche dei tassi di interesse e al trend della domanda aggregata in risposta all’aumento dell’inflazione”.
Il conflitto in Ucraina ha esacerbato i timori inerenti due grandi punti di discontinuità rispetto al passato recente, ossia minore globalizzazione e maggiori pressioni inflazionistiche. A corollario di tutto questo diventa inevitabile, da parte delle principali banche centrali e in primis della Fed, porre in essere politiche monetarie restrittive volte a calmierare la dinamica dei prezzi e di conseguenza raffreddare la crescita economica. Per tali ragioni la curva dei tassi statunitense ha iniziato a muoversi con maggiore violenza e incorporare fino a otto rialzi da 0.25% sull’anno per poi prezzare 2/3 tagli a seguito del conseguente rallentamento economico.
“L’inversione della curva, e cioè con tassi governativi di breve periodo più elevati dei tassi di lungo periodo, storicamente ha dimostrato un certo valore predittivo per recessioni e/o correzioni di mercato ma alcune precisazioni sono doverose”, continua Corvino. “In primo luogo, anche nei casi in cui l’indicatore è stato accurato, l’intervallo di tempo intercorso tra “segnale” e “bear market“/recessione è talmente variegato da essere poco utile come strumento di market timing, e cioè uscire dal mercato evitando fasi ribassiste. In secondo luogo, la parte di curva più informativa per la Fed, ossia la parte breve, non mostra segnali preoccupanti. In ultimo, la correzione dei titoli azionari dalle valutazioni più elevate, associate a tassi di crescita più elevati, può già ritenersi drammatica, avendo cancellato in 12 mesi oltre un decennio di sovraperformance”.
Nelle compravendite, il principale interlocutore delle parti è certamente il notaio, tuttavia le competenze di questo professionista sono circoscritte alla sola verifica della sussistenza dei requisiti, spesso solo formali, richiesti dalla legge per la stipula dell’atto di trasferimento della proprietà. Non sempre l’esame che compie il notaio prima di stipulare il contratto è sufficiente ad assicurare un acquisto esente da vizi che, nei casi più gravi, può rendere nullo l’atto stesso. Da qui la necessità per gli acquirenti e, talvolta, anche per i venditori, di far precedere all’acquisto una fase di “dovuta diligenza legale” (“due diligence”), che ha lo scopo di verificare la sussistenza dei requisiti, sia in capo al venditore, sia in capo all’immobile, per effettuare una vendita esente da vizi che possano inficiare la validità dell’atto.
Ad esempio, anche per gli immobili costruiti ante 1967 talvolta occorre il titolo edilizio, oppure non sempre il titolo edilizio rilasciato è legittimo, oppure ancora la violazione delle distanze tra fabbricati secondo il regolamento edilizio non rende l’immobile incommerciabile, ma l’acquirente è esposto all’azione di riduzione in pristino. L’avvocato che effettua la due diligence ed il notaio che stipula l’atto hanno competenze e ruoli differenti, ma collaborano sinergicamente. “Nella mia esperienza professionale – afferma l’avvocato Pietro Bisconti – ho verificato che quasi sempre una due diligence legale prima dell’acquisto avrebbe evitato all’acquirente i seri problemi avuti in seguito”.

Ma una cosa deve essere chiara: il conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina non ha niente a che vedere con gli effetti della pandemia, neanche in termini anche vagamente indiretti, poiché si tratta di un’azione pianificata da molti mesi – probabilmente da qualche anno – e rinviata a causa dell’esplosione generalizzata del contagio che avrebbe fatto del conflitto armato “old-style” una mossa ancora più inopportuna di quanto non lo sia adesso in termini di principio e in termini pratici (visti gli sviluppi negativi assai inaspettati per Putin).
EUROPA e Regno Unito – L’attività economica dell’Eurozona è sembrata rallentare a marzo, con l’indice composito dei gestori degli acquisti S&P Global che è sceso a 54,5 da 55,5 di febbraio (N.d.R. le letture PMI superiori a 50 sono comunque segnali di espansione). I costi e i prezzi praticati dalle imprese sono aumentati a tassi record a causa dell’impennata dei prezzi delle materie prime e dei ritardi della catena di approvvigionamento dovuti al conflitto in Ucraina, mentre la fiducia delle imprese è crollata a causa della crescente preoccupazione per le prospettive economiche.
L’inflazione nel Regno Unito ha raggiunto il massimo da 30 anni a febbraio, esercitando pressioni sulla Banca d’Inghilterra affinché continui ad aumentare i tassi di interesse. L’indice dei prezzi al consumo è aumentato di un tasso annuo del 6,2%, superando la previsione mediana del 6% tra gli economisti intervistati da FactSet, trainato al rialzo principalmente dall’aumento delle bollette energetiche delle famiglie e dai prezzi della benzina. Anche i prezzi dei generi alimentari sono aumentati fortemente.
GIAPPONE – I mercati azionari giapponesi sono aumentati durante la settimana, con l’indice Nikkei 225 in rialzo del 4,93% e l’indice TOPIX più ampio del 3,78%. Il sentiment è stato rafforzato dalle aspettative di ulteriori stimoli economici e dalle rassicurazioni da parte della Bank of Japan (BoJ), che manterrà politiche monetarie molto accomodanti. Il rendimento del titolo di Stato giapponese a 10 anni è salito a un massimo di oltre sei anni dello 0,24%, dallo 0,21% della settimana precedente, nel mezzo di un’ondata di vendite globali di obbligazioni quando le principali banche centrali hanno iniziato ad aumentare i tassi di interesse. Lo yen si è indebolito a un minimo da oltre sei anni di circa 121,58 JPY rispetto al dollaro USA, da 119,23 della settimana precedente, principalmente a causa delle prospettive divergenti di politica monetaria per il Giappone e gli Stati Uniti.
Il governo annuncerà ulteriori misure per rilanciare l’economia, anche sulla scorta delle crescenti pressioni sul primo ministro Fumio Kishida affinché agisca per attutire l’impatto dell’aumento dei prezzi del carburante e delle materie prime su famiglie e imprese. L’indice principale dei prezzi al consumo di Tokyo, un indicatore anticipatore della media nazionale, è aumentato dello 0,8% a marzo rispetto all’anno precedente. Il governatore della BoJ Haruhiko Kuroda ha affermato che è troppo presto perché la BoJ cambi la sua posizione accomodante, con l’inflazione che rimane al di sotto del suo obiettivo del 2%, anche se ha ammesso che l’inflazione al consumo potrebbe accelerare intorno a quel livello da aprile, guidata principalmente dall’aumento dei costi energetici. Inoltre Kuroda ha ribadito la sua opinione secondo cui uno yen debole è generalmente positivo per l’economia giapponese, poiché le società nazionali beneficiano di un aumento del valore dei profitti esteri.
Anche in Giappone le gravi interruzioni della catena di approvvigionamento hanno continuato a rappresentare un ostacolo, e le aziende del settore privato hanno segnalato che le pressioni sui prezzi si stanno intensificando, principalmente a causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime, e hanno segnalato un più debole ottimismo per quanto riguarda le prospettive per il prossimo anno qualora il conflitto Russia-Ucraina dovesse perdurare e amplificare il suo impatto economico nell’interscambio commerciale.
La notizia delle istruzioni delle autorità di regolamentazione cinesi alle società con doppia quotazione sembrava segnalare una certa disponibilità da parte di Pechino a capitolare alle richieste di Washington di risolvere una situazione di stallo di lunga data sugli standard di revisione. Tuttavia, gli analisti hanno notato che non è chiaro se i colloqui tra i regolatori di entrambe le parti si sarebbero concretizzati in qualcosa di chiaro. In una dichiarazione, il Public Company Accounting Oversight Board ha aggiunto che “non è chiaro” se la Cina consentirebbe alle autorità di regolamentazione statunitensi di rivedere gli audit delle società cinesi quotate negli Stati Uniti.
Per anni, gli Stati Uniti hanno chiesto l’accesso ai libri contabili delle società quotate negli Stati Uniti, ma Pechino ha rifiutato di dare accesso agli audit aziendali adducendo motivi di sicurezza nazionale. All’inizio di marzo, la Securities and Exchange Commission (SEC) degli Stati Uniti ha nominato cinque società cinesi che potrebbero subire il delisting ai sensi della Holding Foreign Companies Accountable Act, una legge che obbliga la SEC a revocare le azioni delle società se le autorità di regolamentazione statunitensi non possono rivedere i loro audit per tre anni consecutivi.
Il 67% delle mediazioni CAM si è chiuso con un accordo; il dato scende al 44,9% nei procedimenti degli altri organismi di mediazione italiani (fonte:
Le materie del contendere sono aumentate di 4 volte le liti in materia di appalti e quelle in tema di comodato; cresciute del 60% le liti sui brevetti e proprietà industriale; diminuite del 18% quelle sulla responsabilità civile. La fonte sono i dati del Servizio di conciliazione della Camera Arbitrale di Milano al 31/12/2021. L’83,1% delle mediazioni CAM nasce su istanza di parte, il 14% delle mediazioni è demandata dal giudice, nel 2,9% dei casi le mediazioni derivano da una clausola di conciliazione inserita in un contratto. Ha dichiarato Stefano Azzali, direttore generale della Camera Arbitrale di Milano: “Nel 2021 la mediazione ha conosciuto un’ulteriore fase di sviluppo. Da un lato, sono aumentati i casi in cui si è raggiunto
l’accordo, dall’altro si è registrata una crescita dei casi che sono andati oltre il primo incontro di mediazione. La combinazione di questi due dati indica una crescente fiducia di avvocati e parti nei confronti della mediazione come strumento per gestire situazioni controverse in modo efficiente e in tempi ragionevoli. Altro elemento da sottolineare è il ricorso alla mediazione a distanza: la quasi totalità degli incontri si svolge online. Si tratta di una tendenza che riteniamo possa consolidarsi anche nel futuro”.
TEMPI – Nel 2021 in media in 119 giorni si è chiuso un procedimento di mediazione CAM. Sono invece necessari in media 173 giorni per chiudere le mediazioni degli altri organismi di mediazione italiani (fonte: webstat.giustizia.it, dati settembre 2021). Il risparmio di tempo tra la durata delle mediazioni CAM e quella delle mediazioni degli altri organismi di mediazione italiana è notevolissimo, ed esattamente pari al 31%.
VARIAZIONI SETTORI IN UN ANNO – In aumento del 74% le mediazioni in materia di appalto, del 73% quelle in materia di comodato, del 60% in team di proprietà industriale, del 50% quelle relative alla compravendita di beni mobili e immobili; diminuiscono del 18% le controversie in materia di responsabilità civile e del 6% quelle sulla responsabilità medica.
L’attività di mercato è stata generalmente contenuta, ma c’è stata una notevole tendenza all'”acquisto in chiusura” per gran parte della settimana. Bloomberg ha riferito che l’S&P 500 ha guadagnato un terzo dell’uno per cento nell’ultima ora di negoziazione per cinque giorni consecutivi, la serie più lunga in due decenni. Ciò è conseguenza delle preoccupazioni per una svolta sempre più aggressiva da parte della Federal Reserve, che pesano sul sentiment azionario e provocano contemporaneamente vendite sostenute nel mercato obbligazionario.
Lunedì, il presidente della Fed Jerome Powell ha ripetuto in un discorso alla National Association for Business Economics che la banca centrale potrebbe effettuare aumenti dei tassi superiori a 25 punti base (0,25 punti percentuali) nelle riunioni future per tenere sotto controllo l’inflazione. All’inizio della giornata, tuttavia, il presidente della Fed di Atlanta Raphael Bostic ha affermato che “livelli elevati di incertezza” hanno mitigato la sua fiducia che un “percorso dei tassi estremamente aggressivo” sia appropriato per la Fed.
I dati economici della settimana hanno avuto un tono poco incoraggiante. Gli ordini di beni durevoli sono scesi del 2,2% a febbraio, il primo calo in cinque mesi e molto più del calo previsto dal consenso intorno allo 0,5%. Mercoledì mattina le azioni sembravano reagire negativamente alla notizia che le vendite di nuove case di febbraio sono diminuite del 2,0%, nonostante un aumento delle scorte ai livelli più alti dal 2008, e le vendite complessive di case di febbraio, riportate venerdì, sono diminuite del 4,1%, sfidando le aspettative di circa l’1% guadagno. Al contrario, l’indicatore dell’attività manifatturiera di IHS Markit è aumentato molto più del previsto a marzo, e ha raggiunto il livello più alto da settembre 2020, mentre il suo indicatore dei servizi ha indicato la maggiore attività da luglio 2021. Nel frattempo, le richieste di sussidi di disoccupazione settimanali sono diminuite molto più del previsto, e hanno raggiunto i livelli visti l’ultima volta nel settembre 1969.
Il rendimento del titolo di riferimento del Tesoro statunitense a 10 anni è balzato di circa 35 punti base nel corso della settimana, rispecchiando un forte calo dei prezzi dei Treasury. (Prezzi e rendimenti obbligazionari si muovono in direzioni opposte), ed anche l’ampio mercato delle obbligazioni municipali esenti da tasse è stato svenduto in linea con i Treasury. La volatilità del mercato delle obbligazioni societarie investment grade si è amplificata sulla scorta delle oscillazioni dei mercati azionari e dei Treasury, e i commenti aggressivi del presidente della Fed Powell hanno fatto il resto. Tuttavia, il mercato
primario ha mostrato forza, poiché le nuove emissioni sono state generalmente sottoscritte in eccesso. Anche il mercato obbligazionario high yield manifesta debolezza, ma il segmento è stato in qualche modo sostenuto dalla performance degli emittenti energetici, che rappresentano una quota relativamente ampia del mercato. Il volume delle nuove emissioni è stato estremamente leggero, ma alcune operazioni aggiuntive sembravano pronte per fare prezzo se il mercato avesse mostrato segni di stabilizzazione.
Anche il mercato immobiliare sta soffrendo le dinamiche della guerra, come evidenziano i dati forniti da
Al momento il mercato immobiliare sembra essere stazionario: gli aumenti dei valori si sono visti, ma non se ne aspettano altri nell’immediato. Tuttavia, se il livello di crescita dei prezzi immobiliari dovesse diventare strutturale, allora l’intervento più incisivo della BCE sui tassi di interesse sarebbe scontato. A questo si aggiunge il problema rappresentato dalle aspettative di durata del conflitto in Ucraina, ed in tal senso le previsioni non sono buone: se la guerra dovesse durare ancora per molto, i tassi potrebbero aumentare fino a 55 punti base tra la fine del 2022 e i primi mesi del 2023, facendo salire il costo del denaro e portando a ripercussioni anche forti sull’economia dei consumi, soprattutto per chi detiene mutui a tasso variabile. Questi, infatti, potrebbero veder aumentare le rate in modo consistente, incidendo sul tenore di vita dei debitori; per chi ha surrogato a tasso variabile il mutuo vecchio, poi, il tasso attuale potrebbe diventare molto più alto del mutuo precedente.
L’obiettivo della Banca Centrale Europea sembra essere al momento quello di stabilizzare i tassi al 2%, ed è per questo motivo che gli esperti nel settore immobiliare spronano gli italiani a non scoraggiarsi e a comprare casa anche in questo periodo di transizione, in quanto quasi sicuramente ci aspetteranno tassi fissi molto più elevati di oggi (mediamente del 3.5-4%). Un’altra opzione potrebbe essere quella di comprare casa per poi rivenderla successivamente, e beneficiare con il capitale ricavato di obbligazioni a tasso fisso finalmente redditizie; tuttavia, si tratta di pratiche laboriose e complicate, che non possono essere risolte in tempi immediati: bisogna avere dimestichezza con la gestione del denaro e saper trovare buoni acquirenti, oltre ad essere pratici delle procedure di compravendita.
Con un’inflazione che si prevede raggiungerà ben presto il 5% – e c’è chi teorizza anche punte stabili del 6% – gli affitti, per sopperire soprattutto alle bollette sempre più alte, potrebbero subire aumenti fino al 12%. Devono quindi mutare le logiche di investimento del settore: inflazione, tassi di interesse elevati, incertezza, questi elementi sembrano caratterizzare il futuro delle nostre case. In linea generale, ci attende un forte periodo di precarietà sul mercato immobiliare, in quanto l’aumentato rischio sta facendo traballare la quota di investitori immobiliari puri, dando maggiore spazio a chi acquista la prima casa.







