Aprile 21, 2026
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Donazioni di denaro ai figli. Genitori e nonni, bonifici e cointestazioni vanno fatti a regola d’arte

Le donazioni indirette sono usate frequentemente nelle famiglie italiane, ma andrebbero disciplinate in modo corretto per evitare possibili problemi con i terzi. 

di Adriana Cardinale

Nella vita di ogni giorno, tutti i professionisti che si occupano di gestione e tutela del patrimonio dei propri clienti si imbattono nei classici quesiti che riguardano gli atti di disposizione delle somme liquide, che genitori e nonni effettuano per le esigenze più disparate di figli e nipoti. Molto spesso, poi, queste richieste arrivano quando il titolare di una posizione ha fiutato un pericolo generico di possibile aggressione da parte di terzi, e vorrebbe così correre al riparo conferendo ai figli somme (o beni immobili e mobili soggetti a registrazione) altrimenti aggredibili dai creditori. Per evitare di far insorgere un tale sospetto anche quando si è in perfetta buona fede, è bene usare nel modo corretto i due strumenti più frequentemente usati per trasmettere risorse finanziarie ad altri (figli e/o coniuge) o per attribuirne a questi la contitolarità: i bonifici bancari e le cointestazioni

Se è già stato incardinato un contenzioso da parte di terzi creditori (o aspiranti tali), non c’è strumento di tutela tardiva che i creditori non possano mettere in discussione in un eventuale giudizio; così, in tutti i casi in cui si voglia effettuare una donazione di denaro, è necessario usare delle accortezze che segnano il confine tra l’autentica tutela dei propri cari ed un possibile accertamento di un tribunale (per non parlare delle future dispute tra eredi). In tal senso, il nuovo orientamento espresso dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 7442 del 20 marzo 2024, con la quale si è pronunciata in merito alla tassabilità delle donazioni indirette o informali effettuate tra genitori e figli, aiuta non poco a comprendere i confini tra operazione lecita e operazione effettuata in danno ai creditori. In particolare, la sentenza in questione rappresenta un punto di svolta rispetto a quanto previsto in passato, in quanto si sovrappone alla disciplina in materia di imposte sulle donazioni descritta dalla circolare n. 30/E dell’11 agosto 2015 dell’Agenzia delle Entrate, che la Cassazione definisce come “imprecisa”, “incompleta” e “non condivisibile”. Prima, infatti, la normativa fiscale prevedeva il pagamento dell’imposta di donazione anche per i trasferimenti di denaro, soprattutto tramite bonifico bancario e/o assegni circolari e, più in generale, per le “liberalità tra vivi che si caratterizzano per l’assenza di un atto scritto”; oggi, tale previsione viene ribaltata e, di fatto, la tassazione non si applicherà su tutte quelle donazioni informali o indirette che non risultino da atto scritto, o che non siano soggette a registrazione, a meno che gli atti di liberalità/donazioni informali non abbiano determinato, da sole o sommate a quelle già effettuate nei confronti del medesimo beneficiario, un incremento patrimoniale superiore ad un milione di euro (art. 56 bis del T.U. successioni e donazioni).

E il bonifico bancario, come si configura all’interno del nuovo orientamento stabilito dalla Cassazione? Sulla sua natura di atto scritto in molti erroneamente ci metterebbero la firma, poichè la disposizione di bonifico, oltre a prevedere l’esistenza di modulistica specifica, contiene soprattutto la causale per cui un soggetto trasferisce ad un terzo somme di denaro, nel caso in questione (genitori-figli) a titolo di liberalità. Pertanto, firmare in banca un modulo di bonifico con apposizione obbligatoria di una causale non è esattamente un atto scritto, poichè si tratta di una operazione unilaterale, che non prevede accettazione espressa del beneficiario, e può essere disposta anche senza alcuna firma direttamente da casa (home banking) o dal proprio smartphone, tramite l’applicazione della banca, anche per cifre non di modico valore (fino a 25.000 euro).

I motivi che inducono i genitori ad usare il bonifico per effettuare una vera e propria donazione sono i più disparati: il pagamento ricorrente degli affitti per gli studenti fuori sede, l’avviamento economico alla professione del figlio appena abilitato, l’acquisto della sua prima abitazione, le spese matrimoniali o la nascita dei nipoti. Si tratta di esempi di donazioni indirette – e non semplicemente informali – che prima della sentenza n. 7442 della Cassazione andavano disciplinate, in teoria, con atto pubblico. Infatti, secondo l’Agenzia delle Entrate il pagamento di master e corsi universitari all’estero del figlio è il risultato di una donazione a tutti gli effetti, e probabilmente tale natura giuridica verrà eccepita ancora nei mesi a venire, costringendo il contribuente a fare ricorso. eccependo proprio la sentenza n. 7442

Relativamente all’acquisto della abitazione al figlio, se non si ha la volontà di effettuare una donazione, ma serve integrare i mezzi finanziari di cui l’acquirente è parzialmente (o totalmente) sprovvisto, l’iter corretto da seguire è questo: il genitore partecipa all’atto di compravendita, mette a disposizione la somma necessaria per l’acquisto ed il notaio preciserà nel relativo atto che il denaro viene messo a disposizione dal genitore. In questo caso, non si perfeziona una donazione, e l’immobile acquistato non sarà soggetto ad alcun termine di perfezionamento (decennale o ventennale) come nelle donazioni; questo farà sì che la casa acquistata potrà essere rivenduta successivamente, in qualunque momento, senza pregiudizio per i terzi acquirenti. Al contrario, la donazione di denaro effettuata con bonifico più atto pubblico (caso rarissimo) è una donazione a tutti gli effetti, che comporta il trasferimento della proprietà del denaro in capo al donatario, e come tutte le donazioni potrà essere invalidata per ingratitudine o per sopravvenienza di figli (es. dopo la separazione, con una seconda moglie). In ogni caso, la validità di una donazione di denaro – quando viene effettuata tramite bonifico più atto pubblico – ha effetti notevoli relativamente alla tutela del patrimonio disponibile. Infatti, se la donazione è valida, i creditori del donante non potranno avanzare pretese di alcun tipo sul denaro donato, e gli eredi potranno agire solo se c’è lesione della loro quota legittima.

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La Cassazione è intervenuta in passato anche nei casi di donazione di denaro effettuata con bonifico ma senza atto pubblico (c.d. donazione informale). In questi casi, tale atto di disposizione non trasferisce affatto la proprietà del denaro, ma fa del destinatario un semplice custode di esso, che rimane di proprietà del donante e quindi può essere sia aggredito dai suoi creditori che essere reclamato, in sede di successione, dagli eredi esclusi. Peraltro, secondo la Suprema Corte si tratta di donazione indiretta anche quando il donante effettua il trasferimento di denaro ad un conto cointestato tra donante e donatario, il quale poi ne dispone liberamente. In questo caso, la donazione è valida a condizione che si dimostri il c.d. animus donandi, per esempio corredando il bonifico con una documentazione idonea (es. scrittura privata più causale che specifichi la parola “donazione“). Anche in questo caso, i creditori non potranno aggredire il denaro (idem gli eredi, con azione di riduzione). L’effetto è identico anche per le donazioni effettuate tramite assegno.

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Altro tema è quello della donazione dai nonni ai nipoti. La Corte di Cassazione ricorda che anche il semplice prestito padri-figli andrebbe registrato e sottoposto ad imposta; pertanto, il bonifico di valore rilevante che si effettua al nipote (ma anche da marito a moglie), per essere valido, deve essere assistito da atto pubblico, a meno che:
– non sia di modico valore (da valutare caso per caso, in proporzione al patrimonio del nonno),
– non sia ricorrente (es. pagamento regolare della rata di mutuo del figlionipote),
– non sia privo di motivazione.  

Un caso interessante, a metà strada tra gli effetti del bonifico e quelli di una cointestazione, è quello della cessione della qualità di contraente di una polizza vita da padre a figlio (o da nonno a nipote, o da marito a moglie). Anche in questa circostanza sarà necessario dimostrare l’animus donandi – cosa difficilissima da fare – a meno che non esista almeno una scrittura privata a sostegno dell’operazione.

Relativamente alle cointestazioni, c’è da dire che le famiglie italiane usano spesso questo strumento, ma bisogna valutarne bene vantaggi e svantaggi. In una cointestazione, infatti, ogni cointestatario si presume essere comproprietario del denaro ivi contenuto, e quindi può essere aggredito dai creditori, a meno che non si conservino le prove della provenienza esclusiva delle somme in capo all’originario intestatario (es. vendita titoli/fondi, disposizione di chiusura del conto mono-intestato e trasferimento tramite bonifico al conto cointestato). Questo strumento, inoltre, non è privo di effetti collaterali, come nelle questioni ereditarie in presenza di seconda moglie che pretende, per esempio, la metà di quanto tenuto nel conto cointestato padre-figli; oppure il caso tipico di una cointestazione di lunga durata padre single-figlio, il secondo dei quali commette una irregolarità amministrativa e, per questo motivo, viene perseguito fino al risarcimento a terzi. In questo caso, secondo la Cassazione tutte le somme cointestate, anche se erano di competenza esclusiva del padre (il quale le alimentava, per esempio, con il proprio reddito o pensione), potranno essere sequestrate, e liberate solo se il padre potrà dimostrare di averle accantonate da solo grazie alla documentazione bancaria. Per quanto sopra, è sempre meglio usare la delega, che non trasferisce alcuna proprietà e conferisce ampie possibilità di gestione al figlio delegato.

I giovani italiani e la casa, un sogno tradito: redditi troppo bassi e prezzi non sostenibili

Per i nuclei familiari formati dai più giovani, oltre al disagio abitativo tradizionale sta aumentando la domanda di case percepite più come un servizio invece di un investimento di lungo periodo.

Oggi in Italia esiste una fascia molto ampia di abitanti che compone  una domanda di abitazioni a prezzo sostenibile, e coinvolge diversi gruppi sociali caratterizzati da una certa vulnerabilità economica. Disoccupati o impossibilitati al lavoro, soggetti “intrappolati” nella spirale di povertà, appartenenti al ceto medio con redditi reali rimasti bassi e in continua caduta di potere d’acquisto, lavoratori a forte mobilità, giovani lavoratori precari e studenti fuori sede non hanno la possibilità di risparmiare in modo sufficiente – o in nessun modo – per affrontare gli investimenti iniziali di allestimento di una casa e, sempre più spesso, non possono accedere al credito bancario. Completano il panorama di persone alla ricerca di soluzioni abitative agevolate come gli anziani fragili, che necessitano anche di servizi sanitari accessibili.

In Italia, il desiderio di essere proprietari di casa comincia fin dalla prima età adulta, e reincarna una eredità culturale che, riguardo all’abitazione, è tipicamente italiana. Nonostante le difficoltà economiche degli ultimi venti anni – periodo coincidente dall’ingresso del nostro Paese nell’Unione Monetaria Europea fino ad oggi – i giovani continuano a sognare di comprare casa, e molti under 35enni hanno fatto ricorso alle agevolazioni fiscali messe in campo dallo Stato per sostenere le spese di acquisto di una prima casa. L’età media dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni che vanno a vivere da soli è pari a 29,9 anni, secondo l’ultima rilevazione Eurostat, ed è oltre tre anni sopra la media Ue (26,5 anni). Peggio di noi fanno solo Grecia, Bulgaria, Slovacchia, Portogallo e Croazia. Il paragone con il passato è impietoso: nel 1983 la quota dei 18-34enni celibi o nubili che viveva in famiglia era del 49%, nel 2000 era al 60,2% e oggi i giovani che vivono in casa con i genitori sono 7 milioni, e cioè il 67,6% del totale.

In pratica, in quarant’anni il numero dei giovani che si sono resi indipendenti dai propri genitori è diminuito del 38%, facendo venir meno una fetta importante di inquilini o nuovi proprietari e rallentando non poco la crescita del mercato immobiliare; il quale è riuscito a compensare, per un certo periodo di tempo, con i maggiori scambi generati da altre fasce sociali – i babyboomers – finchè la domanda di questi ultimi non si è saturata e quindici anni fa, complice l’onda lunga della bolla immobiliare americana, non è crollata a fronte di una offerta che è stata sempre abbondante. Da qui la discesa del numero di compravendite e delle quotazioni in quasi tutto il territorio nazionale (con l’eccezione di Milano).

Il 1° Rapporto Federproprietà-Censis (“Gli italiani e la casa – Come cambieranno valori e funzioni della casa nell’Italia post-pandemia”) racconta come, dopo la traumatica esperienza dell’emergenza sanitaria e delle misure restrittive di confinamento, nell’Italia del post-pandemia stanno cambiando i valori e le funzioni della casa. Emerge, soprattutto, che il valore sociale della casa non è mai stato così alto, malgrado le quotazioni siano scese rispetto al passato. Secondo il Rapporto Censis, il 90,4% dei 18-34enni proprietari di casa ha nella propria condizione un fattore di rassicurazione per il proprio futuro. Tuttavia, non è semplice per i millennials trovare una abitazione adeguata alle proprie mutate aspettative (superficie non superiore in media a 80 mq e trasporto pubblico efficiente) e trovare un prezzo sostenibile, poiché il livello dei redditi in Italia è sceso vertiginosamente negli ultimi trenta anni – pesa l’assenza di un reddito minimo stabilito per legge, per cui la maggioranza dei giovani sconta redditi da fame – e il potere d’acquisto degli italiani si è progressivamente ridotto di più della metà, soprattutto a causa dei meccanismi rigidissimi dell’EU a guida tedesca.

Tale stato di cose oggi determina una forzosa permanenza degli ultra-trentenni presso l’abitazione dei genitori, più per “fare massa reddituale” (e condividere i costi dell’abitazione) che per effettive esigenze affettive e di prossimità, rinviando il momento in cui si possa dar vita ad un nuovo nucleo familiare. Ciò aggrava il deficit di natalità del nostro Paese, poiché il ritardo temporale di formazione di nuove famiglie, nonchè la scelta di queste ultime di fare un solo figlio per via delle difficili condizioni economiche, rallentano il ritmo di crescita della popolazione giovanile, la quale è costretta a confrontarsi con un mondo del lavoro che offre paghe umilianti, e sulla quale vengono scaricati maggiori costi previdenziali per le future pensioni (che si prevedono molto magre).

Dallo stesso rapporto Federproprietà-Censis emerge che il 5,9% delle famiglie italiane è in una condizione di deprivazione abitativa. Per i nuclei più giovani, oltre al disagio abitativo tradizionale sta aumentando la domanda di case percepite più come un servizio invece di un investimento di lungo periodo. Per soddisfare questa domanda, l’offerta immobiliare sta rispondendo con l’housing sociale, e cioè con quello strumento avviato nel 2009 con il Piano nazionale di edilizia abitativa e con la creazione del Sistema integrato di fondi immobiliari (SIF) con al suo centro un Fondo nazionale che verrà gestito da CDPI SGR, società di gestione del risparmio del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti. L’obiettivo di questo fondo è investire circa 4 miliardi di euro sui territori, anche con la partecipazione di investitori terzi (fondazioni bancarie, enti pubblici e altri investitori privati del territorio), attraverso una trentina di fondi immobiliari locali che dovrebbero finanziare un totale di 20 mila alloggi e 7.500 posti letto in 110 comuni (tempo stimato: entro il 2026).

La casa “percepita” dagli italiani è spazio sociale in evoluzione. Cresce il segmento della casa vacanza

L’abitazione è un bene che trascende dal tipico bisogno di “avere tetto sopra la testa” e che soddisfa le più disparate esigenze immateriali. Il trend positivo della casa vacanza potrebbe continuare anche nel 2023.

Nonostante i media tentino periodicamente di trascinare nuovamente l’opinione comune verso la paura del virus e delle sue varianti, la pandemia – o la sua fase più acuta e straordinaria – è fortunatamente finita, ma ha lasciato dietro di sé una scia di profondi cambiamenti negli stili di vita di tutte le popolazioni mondiali. Non fa eccezione l’Italia, naturalmente, ed il modo di vivere la propria casa degli italiani, per i quali l’abitazione è sempre stata il bene primario, capace di coniugare benessere e investimento finchè la lunghissima fase di crescita delle quotazioni non si è fermata, nel 2008, determinando una sensibile “correzione” di prezzi e costumi.

L’Italia è uno dei paesi avanzati con il più alto numero di proprietari di casa. Il 70,8% delle famiglie italiane, com’è noto, è proprietaria della casa in cui vive, il 20,5% vive in affitto e l’8,7% ha una casa in usufrutto o a titolo gratuito. Il 28% dei proprietari possiede la c.d. seconda casa, e molti di essi anche altri immobili di proprietà messi a reddito. Secondo il rapporto Federproprietà-Censis diffuso a Dicembre scorso (2022, “Gli italiani e la casa. Come cambieranno valori e funzioni della casa nell’Italia post-pandemia”), l’essere proprietario di casa non è una prerogativa dei ceti benestanti. Infatti, dividendo le famiglie italiane in cinque “quintili” in base alle fasce di reddito – ogni quintile è pari ad un quinto del campione complessivo, ossia al 20% – lo studio del Censis indica che ben il 55,1% di famiglie con minore disponibilità economica (primo quintile) è proprietario della casa in cui vive, e tale percentuale sale al 65,5% nel secondo quintile, al 72,4% nel terzo quintile, al 77% nel quarto quintile e all’83,9% nel quinto ed ultimo quintile, quello con migliore condizione economica.

Questa statistica, tutta italiana, dimostra come l’abitazione sia un bene che trascende dal tipico bisogno di “avere tetto sopra la testa”, asettico e funzionale, e che invece soddisfa i più disparati bisogni immateriali: rassicurare e dare rifugio a coloro che le abitano, proteggere la propria intimità, permettere lo sviluppo di relazioni sociali anche molto durature con i vicini, seguire la crescita dei propri figli all’interno di un ambiente protetto e, soprattutto negli edifici con diverse abitazioni, costruire vere e proprie comunità in cui è possibile persino scorgere valori e stile di vita comuni a tutti i suoi appartenenti.

La casa, pertanto, non è solo un luogo comodo confortevole dove trascorrerla propria vita extra-lavorativa, ma un “contesto” della persona che si evolve insieme ad essa, mutando nel tempo le finalità di utilizzo in base ad eventi familiari o collettivi; come è accaduto in occasione della pandemia, quando le restrizioni sociali causate dal dilagare del Covid-19 hanno trasformato le abitazioni in “luoghi di salvezza” e di riscoperta di vecchi stili di vita, ormai sepolti fino a quel momento dalla routine fatta di tempi lunghi fuori da casa e minor tempo da dedicare alla cura di se stessi e dei propri cari. Infatti, alcuni dei nuovi costumi imposti dalle restrizioni si sono ormai integrati nelle abitudini di molti italiani, i quali hanno scoperto un approccio meno frenetico del vivere la propria casa, che è continuato anche dopo il venir meno della fase di emergenza ed ha riunito all’interno della propria abitazione una molteplicità di funzioni che, invece,  prima della pandemia si svolgevano in luoghi diversi.

E così, il 96,3% degli studenti oggi dichiara di svolgere attività di studio e formazione a distanza; l’89,3% degli italiani cucina in casa; l’84,5% utilizza la casa come luogo di incontro per amici o parenti al posto di locali, ristoranti e bar; il 78% trascorre in casa gran parte del proprio tempo libero, e svolge (43,7%) attività fisica al suo interno (strumenti di home fitness) o nell’area immediatamente limitrofa (camminata o jogging); il 47,1% svolge attività di lavoro in smartworking. Inoltre, l’87,2% degli italiani dichiara lo spazio in casa è adeguato a svolgere le varie funzioni familiari, confermando che le dimensioni abitative ereditate dai c.d. babyboomers – appartamenti ampi, superiori a 130 mq e con almeno 5 vani più doppi servizi – oggi consentono ai millennials di beneficiare di maggiori spazi entro cui svolgere diverse funzioni senza comprimere gli spazi personali degli abitanti.

I dati statistici del rapporto Federproprietà-Censis confermano quanto detto: il 62,3% degli italiani dispone di una casa con più di un bagno; l’84,9% ha una stanza che svolge solo la funzione di tinello, sala da pranzo o soggiorno; il 69,2% ha un box auto; il 91,9% un terrazzo, giardino, balcone o altro spazio aperto privato; il 57,3% una cantina. Come dicevamo, il 28% dei proprietari possiede almeno la c.d. seconda casa, per lo più adibita a casa vacanza. Questo segmento di mercato è uno di quelli che maggiormente ha beneficiato del  cambiamento di costumi imposto dalla pandemia, ed oggi è ancora in fase crescente, sia pure in percentuale minore rispetto al boom del 2020 e 2021. Secondo l’Ufficio Studi Tecnocasa, infatti, nel 2022 il trend positivo del mercato della casa vacanza è cresciuto, poiché la possibilità di tornare a viaggiare liberamente fuori dai confini cittadini o regionali ha rilanciato il desiderio di avere una casa nelle più rinomate località di mare, montagna o lago.

C’è da dire che una grossa mano a questo segmento del mercato immobiliare è stata data dall’inflazione crescente, che ha spinto molte famiglie a smobilizzare parte dei risparmi per impiegarli nel mattone, al fine di preservarne il potere di acquisto. Alla casa vacanza da utilizzare per se stessi e per i propri familiari si è aggiunto il ritorno della casa acquistata per investimento nelle località turistiche, grazie al massiccio rientro dei turisti. Nella prima parte del 2022 la percentuale di acquisti di case vacanza si attesta al 7,3% sul totale delle compravendite. Si tratta di una percentuale in crescita rispetto allo stesso periodo del 2021, quando si arrivava al 6,4%, ma soprattutto rispetto al 2020 e al 2019, quando gli acquisti di casa vacanza si fermavano intorno al 5,5%.

La sensazione è che il mercato possa andare in questa direzione ancora per un po’, soprattutto considerando che l’inflazione dovrebbe diminuire ma restare piuttosto elevata fino a tutto il 2024 rispetto alle medie riscontrate dal 2011 al 2021.

Mercato casa in montagna. Forte interesse per le località italiane

Il mercato della casa vacanza ha avuto un buon recupero già subito dopo il primo lockdown. Secondo Tecnocasa la percentuale di chi ha acquistato un’abitazione in montagna nel 2021 è del 6,4%, in aumento rispetto al periodo pre-pandemia.

Di Fabiana Megliola*

Come sappiamo ormai bene, la chiusura forzata dettata dalla pandemia ha portato ad una maggiore richiesta di abitazioni in località turistiche, al fine di avere una valvola di sfogo o un luogo dove poter trascorrere eventuali altri lockdown. La possibilità, poi, di poter lavorare in smart working ha fatto in modo che in tanti decidessero di farlo proprio da queste località sia durante il lockdown che nei periodi successivi.

Il mercato sta lentamente avviandosi verso la normalità, ci sono anche investitori interessati all’acquisto per mettere a reddito. La casa in montagna offre la possibilità di ottenere un affitto stagionale sia in inverno sia in estate. In alcuni casi si affitta anche durante l’anno (nei mesi vacanti) a lavoratori con contratti a termine. Considerando solo l’affitto stagionale, orientativamente, il rendimento annuo lordo si aggira intorno al 4% con punte che possono arrivare al 7%. Tecnocasa rileva che nelle località turistiche di montagna i prezzi in media sono in aumento dello 0,6%. La tipologia più scambiata è il piccolo trilocale ma, dopo il 2019, è aumentata la percentuale di chi cerca soluzioni indipendenti.

Nel 2021 hanno tenuto i valori Bardonecchia (-0,2%), Roccaraso (0,0%), Cervinia (0%), Pinzolo (+0,9%), Asiago (+4,6%) e Ponte di Legno (+4,4%), solo per citarne alcune. Tra le motivazioni che hanno guidato l’interesse dei compratori sono da annoverare la vicinanza alle piste, la presenza di servizi, la facile raggiungibilità, la presenza di servizi per i turisti (ad esempio le terme) o di altre infrastrutture come piste ciclabili (soprattutto per la montagna estiva). Inoltre, si fa strada sempre di più la ricerca di abitazioni in località più defilate o in zone fino a oggi non considerate, al fine di acquistare con budget più contenuti. 

In Val d’Aosta a Cogne continua a esserci interesse per il vicino comune di Sarre, che ha beneficiato del fatto di offrire immobili più in linea con i desideri attuali: spazi esterni e camere in più. I prezzi sono anche più accessibili, e questo ha determinato un leggero rialzo. Interesse in più si registra per le vicine Introd e Valsavaranche, i cui prezzi si aggirano rispettivamente intorno a 1.250 euro al mq e 1.000 euro al mq, contro i 2.300 euro al mq di Cogne. A Torgnon durante il lockdown in tanti si sono trasferiti per lunghi periodi grazie allo smart working e che, per questo motivo, ora sono interessati anche alla presenza di una stanza in più. Le richieste arrivano da Piemonte, Lombardia, Liguria. Gli chalet posizionati all’interno della vallata sono oggetto di interesse per gli acquirenti stranieri (Francia, Svizzera ed Olanda), che li preferiscono già in buono stato e hanno prezzi intorno a 200mila euro. A Torgnon ci sono prezzi medi di 1.800-2.000 euro al mq, mentre il mercato immobiliare di La Magdaleine ha avuto una riscoperta subito dopo il lockdown: il paese offre tranquillità, è soleggiato e attira l’interesse di chi voleva acquistare da fuori regione a prezzi contenuti. Si trovano sia piccoli contesti condominiali sia soluzioni bifamiliari. Prezzi medi intorno a 1.300 euro al mq.        

A Oulx, in Piemonte, nell’ultimo anno sono aumentati coloro che acquistano la casa nelle località di montagna per farne la residenza, grazie alla possibilità di lavorare in smart working e alla facilità con cui si raggiunge il centro di Torino in macchina e in treno. Inoltre, a Oulx è presente la scuola superiore Des Ambrois, che attira un ristretto numero di famiglie da altre province i cui figli si dedicano all’attività agonistica. La cittadina l’anno scorso ha segnalato, infatti, un aumento di residenti.  A questi acquirenti si aggiungono coloro che cercano la casa vacanza, utilizzata sempre più spesso anche nei week end e non solo durante la stagione estiva.  In più Oulx ha il vantaggio di registrare prezzi contenuti. Infatti, si investono mediamente intorno a 50-100mila euro per acquistare bilocali o trilocali. In spolvero, proprio grazie al fenomeno del pendolarismo, la zona della Stazione dove un usato si scambia a prezzi medi di 1.500 euro al mq.

A Ponte di Legno, in Lombardia, il mercato della seconda casa è dinamico e i prezzi sono in leggero aumento a causa di una forte domanda e di un’offerta che inizia a scarseggiare. Le richieste arrivano prevalentemente da persone residenti in Lombardia ma, negli ultimi tempi, si registra un interesse da parte di acquirenti francesi ed inglesi che decidono di acquistare dalla futura nascita degli impianti termali. La domanda si sta orientando verso trilocali da 65-70 mq su cui investire intorno a 220-250mila euro. L’idea che si sta diffondendo è quella di utilizzare l’abitazione per tutta la famiglia anche per periodi più lunghi grazie allo smart working. Chi ha un capitale più contenuto opta per Temù, dove i prezzi sono inferiori a 2.000 euro al mq.

Nell’altopiano di Asiago, in Veneto, c’è un interesse crescente per le località di Gallio e Roana,  che stanno registrando infatti prezzi in salita anche se restano più accessibili rispetto ad Asiago. A Gallio e Roana si acquista rispettivamente a 1.800 e 1.600 euro al mq contro i 2.500-2.600 euro al mq di Asiago. Queste due località hanno dalla loro anche il fatto di essere dotate di piste recentemente ristrutturate.  A Roccaraso (Abruzzo), invece, il mercato è dinamico e stanno tornando anche gli investitori che realizzano casa vacanza o BB da mettere a reddito. Continua però ad esserci interesse per il vicino comune di Rivisondoli, i cui prezzi più bassi attirano gli acquirenti con budget inferiore.  Infatti, una soluzione in buono stato non supera i 2.000 euro al mq contro i 2.500 euro al mq di Roccaraso.

* Responsabile ufficio studi Tecnocasa

Chi compra un attico poi ci abita dentro, ma c’è chi investe e ne fa una casa vacanza

Dall’analisi dei dati di Tecnocasa, chi acquista un attico ne fa soprattutto l’abitazione principale, ma sono in aumento coloro che comprano per farci una casa vacanza e ricavarne un reddito, soprattutto nelle grandi città.

Com’è noto, l’attico è un’abitazione all’ultimo piano, nel sottotetto di un edificio, e la sua particolare posizione comporta una serie di vantaggi e svantaggi che dovranno essere necessariamente esaminati prima di lanciarsi in un acquisto.

In estrema sintesi, i vantaggi di abitare in un attico sono la luminosità, il silenzio, il panorama ed il prestigio, tutti benefici che aumentano considerevolmente se l’attico è anche dotato di un terrazzo dove trascorrere le serate estive. Gli svantaggi, di contro, non sono meno importanti: ambiente più freddo degli altri in inverno, e molto caldo in estate, che costringono a maggiori costi di climatizzazione in tutte le stagioni e una spesa notevole per l’isolamento termico; e poi le possibili infiltrazioni d’acqua dal tetto, che spesso interessano gli inquilini dei piani inferiori, con relativo risarcimento del danno da umidità o altro. Il valore di un attico, naturalmente, cambia a seconda della sua quadratura e delle eventuali rifiniture e pertinenze, come qualunque altro appartamento, ma a differenza di questo sconta un “sovrapprezzo” per via della sua tipologia. Inoltre, il valore cambia notevolmente a seconda della città e della zona: un attico a Milano costa mediamente il 22% in più delle altre unità immobiliare (a parità di elementi), e uno a Roma il 20% in più. 

Interessante l’analisi degli scambi su questo segmento di mercato immobiliare. Secondo i dati di Tecnocasa, circa lo 0,7% delle compravendite totali riguarda gli attici. I tagli maggiormente scambiati sono quelli compresi tra 51 e 150 mq, che compongono in totale il 78,2% delle transazioni. A seguire, con il 22,7% delle scelte, ci sono gli attici con ampiezza compresa tra 151 e 200 mq. In crescita la percentuale di acquisti di attici compresi in quest’ultima fascia, che nel 2019 si attestavano al 12,7% e nel 2020 al 19,7%. Anche gli attici risentono quindi della tendenza all’acquisto di tipologie più ampie, trend evidenziato in seguito alla pandemia anche su altre tipologie immobiliari.   

Gli attici si acquistano soprattutto come abitazione principale (84,0%). Bassa la percentuale di compravendite per investimento che si attesta all’8,6%, mentre gli attici adibiti a casa vacanza sono il 7,4% del totale, in notevole aumento rispetto al 2020 e al 2019, quando si attestavano al 4,8% del totale. Il settore della casa vacanza, infatti, si è subito dimostrato estremamente vivace in seguito ai primi lockdown, e questo fermento ha coinvolto anche gli attici acquistati nelle località di mare, montagna o lago, coinvolgendo soprattutto gli under 35, che formano il 29,0% del campione, e a seguire gli under 44 (24,4%). Infine, quelli tra 45 e 54 anni sono il 22,2%.

L’abbassamento dell’età media degli acquirenti di attici sembra essere spinta anche dai bassi tassi sui mutui. Cresce infatti la percentuale di ricorso al mutuo per l’acquisto di un attico: nella prima parte del 2021 ben il 61,6% delle compravendite di queste tipologie è stato realizzato grazie all’accensione di un mutuo. Nel primo semestre del 2019 la quota di mutui si fermava al 45,5% e nel primo semestre del 2020 al 51,7%. A comprare attici sono soprattutto coppie e coppie con figli che in totale compongono il 72,2% degli acquirenti, mentre sono single il 27,8% degli acquirenti. Questi valori sono sostanzialmente invariati rispetto al 2020, mentre rispetto al 2019 cresce la percentuale di coppie e diminuisce la percentuale di acquirenti single.

Nessuno vuole la revisione dei valori catastali. La riforma colpirà il ceto medio

Da anni ormai si parla di revisione dei valori catastali, ma la riforma di settore rimane una eterna incompiuta. Dal primo dei parlamentari all’ultimo dei piccoli proprietari di immobili, nessuno la vuole. Eppure la strada sembra segnata.

Di Massimo Bonaventura

In Italia esiste un asse politico-sociale trasversale ed eterogeneo, che in occasione della convergenza di interessi economici primari si muove all’unisono, senza essere sollecitata dalle lobbies che animano i corridoi di Camera e Senato. Succede ad ogni legislatura con le aliquote di donazione e successione – in relazione alle quali il nostro Paese viene tacciato di essere una sorta di “paradiso fiscale” – ma nel caso della tassazione sulle abitazioni si tratta di un rarissimo esempio di perfetta sintonia tra Politica e Popolo, e basterebbe anche un dieci per cento di questa sintonia per risolvere problemi “decisivi” come la redistribuzione del reddito, la tassazione delle imprese e dei lavoratori dipendenti, lo sfascio della Sanità, la responsabilità civile dei magistrati e la vergogna di una legge elettorale basata ancora sulle liste bloccate e sulla supremazia dei partiti, solo per fare un esempio.

La questione della tassazione della casa e della revisione del metodo di calcolo dei valori catastali, a ben vedere, va oltre il semplice dibattito politico e finisce per investire aspetti che hanno a che fare con la politica fiscale interna e, in un certo modo, con la nostra stessa sovranità. Infatti, era il 28 settembre del 2015 quando la Commissione Europea cominciò a sollecitare l’Italia ad adottare misure che alleggerissero gli oneri fiscali gravanti sul lavoro, e spostassero il carico sui consumi, sugli immobili e sulle donazioni/successioni. In particolare, nel rapporto Riforme fiscali negli Stati membri dell’Unione europea, ci venne chiesto espressamente di tassare meno il lavoro e tassare più efficacemente le abitazioni, ossia il patrimonio, ma nonostante siano passati sei anni non si è mossa neanche una foglia.

In verità, stessa cosa fu chiesta a Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Ungheria e Finlandia, ma è in Italia che il c.d. cuneo fiscale sul salario medio è più elevato, attestandosi al 48,2% contro il 43,4% della media UE. Quest’ultimo dato, poi, si aggiungeva al nostro tasso di occupazione complessivo, pari nel 2014 al 59,9% contro il 70,9% dell’Unione europea di allora. Dal raffronto tra queste due grandezze nasce il “consiglio” dell’Europa di riequilibrare le due poste (cuneo fiscale e tasso di occupazione), strettamente collegate tra loro, e spostare il peso fiscale sulle case, in modo da utilizzare i proventi aggiuntivi per ridurre le tasse sul lavoro. Peccato che questa visione lasci fuori la riduzione della tassazione sui redditi, e riveli un approccio alla redistribuzione della ricchezza affatto “in sintonia” con i produttori di reddito, i quali preferirebbero vederselo detassare, aumentare i consumi e attivare il moltiplicatore dell’economia reale, utilizzando il maggior gettito “strutturale” derivante dalla riforma dei valori catastali proprio per ridurre gradualmente, anno dopo anno, le imposte sui redditi. Oppure ancora, entrambe le cose.

Invece, sposando la visione della Commissione europea, si sposta solo il peso del fisco sui patrimoni, ed è proprio questo che unisce in un sorprendente abbraccio classi sociali così diverse tra loro. In ogni caso, la resistenza del centrodestra all’ipotesi di alzare l’imposizione sulle ricchezze di qualsivoglia natura mette al riparo, al momento, da misure del genere. Però si deve riconoscere che, qualora la riforma venisse fatta senza danneggiare i piccolissimi proprietari di immobili – quelli che hanno la sola abitazione in cui vivono, insomma – il riordino dei valori catastali potrebbe essere un primo passo per ridistribuire la ricchezza dai più ricchi ai meno ricchi. Ciò potrebbe avvenire aumentando significativamente le tasse sugli immobili di pregio, che in Italia non sono pochi, e offrendo ai piccoli proprietari una sorta di “franchigia fiscale” entro un dato valore commerciale della propria casa, individuabile tramite l’Osservatorio OMI dell’Agenzia delle Entrate.

Sul tema generale, il dibattito del Governo si snoda sul riequilibrio del prelievo fra chi ha un immobile dal valore di mercato più basso di quello richiesto oggi dal fisco e chi si trova nella situazione opposta, e questo potrebbe avvenire solo utilizzando il metro quadro, e non più il “vano catastale” come unità di misura alla base delle rendite. In questo modo, il valore di reddito delle abitazioni potrebbe essere affiancato dal valore medio di mercato, e fare giustizia tra micro-proprietari di periferia e grandi detentori di immobili di lusso. Darebbe maggiore equità fiscale, infine, tassare in base ad altri parametri specifici, come la natura del fabbricato, la sua classe energetica, il contesto del quartiere ed in generale tutta una serie di caratteristiche relative all’area in cui l’immobile è inserito (es. trasporto pubblico, presenza di scuole, di ospedali e di esercizi commerciali).

Naturalmente, nessuno si aspetti che da una riforma del Catasto possa scaturire l’esenzione da possibili aumenti della tassazione: chiunque verrà colpito, poiché la motivazione di una simile misura è l’aumento del gettito fiscale. E poco importa se, in Italia, la casa è “sacra” anche per i parlamentari e i lobbisti, poiché il percorso sembra essere ineluttabile, ed il gettito previsto ben più ingente di quello derivante dall’aumento delle aliquote di donazione e successione. Peraltro, i più colpiti da questa riforma saranno i piccoli proprietari del ceto medio delle grandi città, ossia proprio coloro che la riforma fiscale dovrebbe favorire dopo venti anni di Unione Monetaria e di continuo depauperamento del potere d’acquisto e della capacità di risparmio.

Mutui Italia, andamento delle consistenze nel primo trimestre 2021

Nuovo record per i mutui attivi circolanti che raggiungono la soglia di 343.772 milioni di euro. La maggior parte sono finanziamenti a tasso fisso o variabile con CAP. Per il secondo trimestre nessuna variazione di rilievo.

Secondo i dati di Banca d’Italia relativi allo stock di mutui in essere concessi alle famiglie italiane per l’acquisto dell’abitazione, analizzati da Kìron Partner (Gruppo Tecnocasa), nel primo trimestre del 2021 emerge un trend storico che registra lo stock di mutui in essere più alto di sempre, raggiundo i 343.772 milioni di euro.

A chiusura del 2020 (con più di 339 miliardi di euro) le rilevazioni del quarto trimestre, avevano superato il precedente record, mentre in questo I trimestre 2021 viene fissato un nuovo massimo ai mutui in essere circolanti.

Il passo con il quale crescono le consistenze è in linea con quanto rilevato nelle precedenti rilevazioni: +3,6% su base annua (+1,2% su base trimestrale). Alla luce dei favorevoli tassi di mercato coi quali sono stati collocati i finanziamenti durante l’ultimo triennio, la composizione dello stock è in buona parte composta da finanziamenti a tasso fisso o tasso variabile con CAP, il che presuppone un minor rischio sia in capo alle famiglie che in capo agli istituti eroganti, i quali per il 2021 prevedono uno scenario molto favorevole al proseguimento della crescita del credito alle famiglie per l’acquisto dell’abitazione. Del resto, la crescita è in corso da settembre 2015 e molto probabilmente proseguirà anche in virtù della maggiore incidenza dei nuovi contratti erogati nell’ultimo trimestre, pari all’86,7% del totale, rispetto alle operazioni di sostituzione e surroga ferme al 13,3%.

Secondo il Monthly Outlook di ABI, a Giungo iniziano a risalire i tassi di interesse sui mutui. Infatti, il tasso sui prestiti in euro alle famiglie per l’acquisto di abitazioni è stato pari a 1,44% contro l’1,40% del mese precedente. Il tasso Euribor a tre mesi – che è il parametro di riferimento per i mutui a tasso variabile – a Giugno è ancorato alla media di -0,54%, mentre il parametro di riferimento per i mutui a tasso fisso (tasso interest rate swaps a 10 anni) era allo 0,10% (dal 0,14% di Maggio), e nei primi giorni di Luglio la sua media è scesa allo 0,06%.

Sul totale delle nuove erogazioni di mutui, a Giugno l’87,0% sono mutui a tasso fisso (87,9% il mese precedente), ma il tasso medio ponderato dei prestiti a famiglie e società non finanziarie è risultato del 2,20%, ed il sensibile differenziale tra il costo effettivo del denaro al sistema e l’offerta commerciale riflette la presenza di una domanda piuttosto robusta. Proprio in termini di offerta, però, si registra nel primo trimestre un irrigidimento dei criteri di erogazione da parte delle banche, probabilmente legato ad una maggiore percezione del rischio sistemico e di una ripresa economica che non si è ancora “scaricata” sul reddito delle famiglie che hanno vissuto momenti di grande difficoltà in occasione dell’inizio della pandemia. Ciò nonostante, l’offerta alle famiglie per l’acquisto di abitazioni si è mantenuta invariata, mentre le condizioni di finanziamento alle imprese hanno registrato un moderato allentamento e un diffuso allungamento delle scadenze.

Per il secondo trimestre 2021, non si prevedono cambiamenti nelle politiche di offerta, sia alle famiglie che alle imprese, le quali continuano ad avere la necessità di rifinanziarsi e/o rinegoziare il debito.

Trend locazioni dal 2010 al 2021. Dopo l’inversione di rotta, mercato degli affitti in timida ripresa

Il calo della domanda generato nel 2020 dalla pandemia ha prodotto un pesante accumulo di stock che solo nell’ultimo periodo si sta riassorbendo, grazie soprattutto alle riaperture ed alle vaccinazioni. La domanda dovrebbe aumentare grazie al comparto delle locazioni brevi estive, ma ancora non si intravede una stabilizzazione dei prezzi per il residenziale a contratti lunghi.

Il mercato delle locazioni, dal 2010 ad oggi, ha messo in luce trend importanti in seguito al verificarsi della stretta creditizia, iniziata nel 2008, e al delinearsi di nuove tendenze sociali (primo fra tutti il fenomeno degli short rent o affitto breve) che hanno impattato su questo segmento del mercato immobiliare. Dalla ricerca di Tecnocasa emerge che, dopo un periodo di ribasso dei valori (2010-2015), dal 2016 i canoni iniziano a risalire in seguito ad una domanda più selettiva, che premia gli immobili di qualità, e grazie alla contrazione dell’offerta. In particolare, a trainare il settore in quel periodo intervenivano gli affitti turistici, che sottraevano immobili alla tradizionale locazione residenziale. La crescita dei canoni si arresta nel 2020 con l’arrivo della pandemia e inverte pericolosamente la rotta. Resta da comprendere come sarà il 2021 e, soprattutto, se sarà possibile un rientro “strutturale” verso le quotazioni pre-pandemiche.

Nel 2010 in alcune grandi città l’aumento della domanda si fa sentire sui valori, stabilizzandoli. I proprietari delle abitazioni diventano selettivi nella scelta dell’inquilino, temono eventuali morosità. Questa tendenza continuerà anche nel 2011 e nel 2012.

Nel 2013 i canoni di locazione si abbassano ulteriormente diminuendo del 4,0%. Le motivazioni si racchiudono in un aumento dell’offerta, nella diminuita disponibilità di spesa dei potenziali acquirenti e nella volontà dei proprietari di andare incontro agli inquilini “affidabili” ribassando i canoni. Aumenta la rigidità ad affittare l’immobile da parte dei proprietari che vogliono sempre più garanzie.

Nel 2014 i canoni di locazione sono ancora in discesa a causa della diminuita disponibilità di spesa dei potenziali inquilini e dall’aumentata offerta sul mercato di immobili in affitto. Il secondo semestre vede un lieve rialzo dei canoni di locazione in alcune aree delle grandi città. La maggioranza di coloro che cerca casa in affitto lo fa per trovare l’abitazione principale, insieme a chi si trasferisce per lavoro e per motivi di studio. Il contratto più praticato è quello a canone libero, ma aumenta l’appeal del contratto a canone concordato grazie anche alla cedolare secca agevolata. In alcune città come Verona e Bologna prevale sulle altre tipologie contrattuali.

Nel 2015 i canoni di locazione nelle grandi città hanno segnato una diminuzione dello 0,8% per i monolocali, dello 0,5% per i bilocali ed un aumento dello 0,3% per i trilocali. Non si riscontrano importanti cambiamenti rispetto all’anno precedente se non un lieve aumento dei canoni di locazione nel secondo semestre del 2015. Importante invece sottolineare anche per questo anno un incremento del ricorso al canone concordato.

Nel 2016 i canoni di locazione delle grandi città sono in aumento: +0,8% per i monolocali, +1,2% per i bilocali e +1,2% per i trilocali. Su tutte le tipologie, per la prima volta, si vede un segnale positivo, attribuibile prevalentemente ad una diminuzione dell’offerta immobiliare e ad una migliore qualità della stessa. Quello che è cambiato sensibilmente col tempo è l’utilizzo del canone concordato che, a livello nazionale, si è attestato intorno al 27,2%, trovando sempre più consensi tra proprietari ed inquilini (in un anno è passato dal 20,3 % del secondo semestre del 2015 al 27,2% dello stesso periodo del 2016).

Nel 2017 i canoni di locazione delle grandi città sono in aumento: +3,6% per i monolocali, +3,0 per i bilocali e +2,7% per i trilocali. Tra le motivazioni la riduzione dell’offerta sul mercato (soprattutto in quelle realtà dove sta crescendo il fenomeno degli affitti turistici) e la migliore qualità della stessa. Abbastanza invariata, nell’anno, la distribuzione della motivazione della ricerca della casa in affitto: il 56,8% cerca la casa principale, il 37,2% lo fa per motivi legati al lavoro e il 6,0% per motivi legati allo studio. In lieve aumento la componente lavorativa e in ribasso la percentuale di chi ricerca la casa in affitto per scelta abitativa. Una conseguenza di quanto detto è la crescita del contratto a canone transitorio che passa da 13,7% del 2016 a 16,9% nel 2017.  Anche il canone concordato è in aumento portandosi a 27,3%. 

Nel 2018 i canoni di locazione delle grandi città sono in aumento: +3,4% per monolocali e bilocali e +2,8% per i trilocali. Su tutte le tipologie si registra un segnale positivo. Tra le città con l’aumento dei canoni più elevato ci sono Bologna (+14,4%, +10,8%, +11,3%) e Milano (+6,9, +6,8%, +6,1%). Il fenomeno degli affitti turistici continua a far sentire i suoi effetti contribuendo alla riduzione dell’offerta di immobili destinati alla locazione residenziale. Si conferma il successo del canone concordato.

Nel 2019 i canoni di locazione continuano a salire. Nelle grandi città sono in aumento del +5,3% per i monolocali, +1,8% per i bilocali e per i trilocali. Per la prima volta, si segnalano canoni in rialzo su tutte e tre le tipologie analizzate. Milano e Bologna mettono a segno l’aumento dei canoni più importante rispettivamente con (+5,6%, +4,6% e +6,7%) e (+6,1%, +4,2% e +5,3%): tra le motivazioni c’è la riduzione dell’offerta sul mercato dovuta, in parte, alla crescita del fenomeno degli affitti turistici. Contribuisce, infine, al rialzo dei valori l’aumento di chi cerca casa in affitto perché non vuole o non riesce ad acquistare. Continua a funzionare il contratto a canone concordato.

Nel 2020 il mercato delle locazioni, a causa della pandemia, inverte la rotta di crescita che aveva intrapreso negli anni scorsi. Lo smart working e la didattica a distanza hanno ridotto la domanda di immobili in affitto da parte di lavoratori fuori sede e studenti e, allo stesso tempo, la forte contrazione dei flussi turistici ha determinato una maggiore offerta. Questo ha comportato una riduzione dei canoni di locazione avvertita soprattutto nelle grandi città, in particolare in quelle che registravano importanti presenze turistiche. Si segnala una riduzione dell’1,6% per i monolocali e del 2,2% per bilocali e trilocali. Il contratto a canone concordato continua a riscuotere successo ma si segnala un maggiore ricorso al transitorio: chi aveva immobili a destinazione turistica li immette sul segmento residenziale con contratti brevi in attesa della risoluzione della pandemia.             

Per quanto riguarda il 2021, sembra che nell’ultimo periodo la campagna vaccinale stia contribuendo a riassorbire il pesante accumulo di stock generato dal calo della domanda del 2020. La domanda adesso dovrebbe aumentare grazie al comparto delle locazioni brevi estive, ma ancora non si intravede una stabilizzazione dei prezzi per il residenziale a contratti lunghi. Complessivamente, secondo il portale Idealista, il settore degli affitti in Italia segna un rimbalzo del 2,3% a maggio, a 11,3 euro/m². Nel dettaglio, 57 città hanno visto aumentare i prezzi degli affitti, 8 sono rimaste stabili e 34 hanno avuto tassi di diminuzione. I rimbalzi maggiori si sono registrati a Barletta (17,1%), Foggia (8,5%) e Massa (7,8%), mentre le città di Trani (-5,1%), Fermo (-6,4%) e Cesena (-7%) hanno segnato i cali maggiori.

Nei primi 10 centri italiani, dove si concentra oltre il 60% dell’offerta di abitazioni, si conferma una chiara tendenza rialzista a Roma (1,1%), a Milano (0,9%), a Firenze e a Venezia (entrambe 0,8%), mentre Napoli e Genova sono piatte e Palermo (-0,7%) e Bologna (-0,9%) in calo. In tutta evidenza, però, sembrano essere dati non troppo confortanti per parlare di ripresa strutturale del mercato delle locazioni, per la quale sarà utile rimandare l’analisi tra novembre 2021 e febbraio 2022.

Il mercato immobiliare dal 2007 ad oggi: compravendite, prezzi e mutui. Il 2021 un anno di transizione

Dalla seconda metà degli anni ’90 il mercato immobiliare italiano ha registrato una fase espansiva seguita all’introduzione della moneta unica, che ha generato una crescente domanda di abitazione. Analisi anno per anno e previsioni per il 2021.

Per spiegare le fasi che ha attraversato il mercato immobiliare italiano, bisogna attraversare soprattutto due eventi fondamentali. Il primo coincide con l’introduzione della moneta unica, che ha determinato l’abbassamento dei tassi di interesse sui mutui e, di conseguenza, una maggiore propensione all’indebitamento per l’acquisto della casa. Il secondo è di qualche anno dopo (2007), e coincide con la “grande crisi” dei mutui subprime, scatenata negli USA, che ha invertito bruscamente il trend del mercato. Il primo evento, in particolare, ha portato ad un incremento dei volumi di compravendita – con un picco nel 2006 con quasi 845 mila transazioni – e ad una crescita dei valori che si è protratta fino al 2007, quando il secondo evento ha seminato distruzione a causa dell’esplosione della bolla immobiliare statunitense.

Da quel momento (secondo semestre 2007) ha inizio la fase discendente del ciclo immobiliare, e per la prima volta dopo tanti anni i prezzi degli immobili hanno segnalato una contrazione che si trascina fino ai giorni nostri. Vediamo cosa è successo, anno per anno.

2007 – Il credito ipotecario destinato alle famiglie per l’acquisto delle abitazioni registra la prima battuta di arresto, complici la crisi del mercato dei mutui subprime che rende gli istituti di credito molto prudenti nella concessione dei finanziamenti ed il rialzo dei tassi di interesse. Tutto ciò si riflette sul mercato immobiliare che segnala una contrazione della disponibilità di spesa e, di conseguenza, la prima riduzione dei volumi (-4,6%) e dei prezzi immobiliari (-1,0%).

2008-2009 – Continua la stretta creditizia, categorie di potenziali acquirenti non riescono più ad accedere al credito (immigrati, single, lavoratori a termine), i tempi di vendita iniziano ad allungarsi, l’offerta sul mercato aumenta e di conseguenza i prezzi e le transazioni scendono ancora. Nel 2008 queste ultime registrano una riduzione del 15% rispetto all’anno precedente. E’ il primo calo importante.

2010 – Anno in cui le compravendite si stabilizzano grazie ad una ripresa dell’erogazione dei mutui stimolata da provvedimenti governativi in sostegno dell’accesso al credito e all’aumento della domanda da parte delle famiglie. Resta la tendenza delle banche ad essere comunque prudenti. Gli scambi sono a quota 611.878

2011 – La situazione economica del Paese lancia segnali negativi, la disoccupazione sale, la fiducia di imprese e consumatori diminuisce, la volontà di acquistare casa anche, il mercato del credito vede nuovamente un forte calo delle erogazioni che si trasferisce sul mercato immobiliare che vede ancora prezzi e transazioni in diminuzione.

2012 – “Annus horribilis” per il mercato immobiliare italiano: si registra la contrazione dei prezzi più importante (-10,2% in un solo anno) ed i volumi di compravendita iniziano a precipitare (-25,8% rispetto al 2011) a causa di mancanza di fiducia, di una congiuntura economica ancora fortemente negativa e un aumento del costo dei mutui che rende più difficoltoso l’accesso al credito. A questo si aggiunge la pressione fiscale che, incidendo soprattutto sulle seconde case, determina un aumento di offerta immobiliare. 

2013-2014 – Si raggiunge il picco minimo di compravendite con 403.124, si ritorna ai livelli degli anni ’80, i prezzi sono ancora in caduta (-8,7%). Sul mercato del credito iniziano ad esserci i primi segnali di ripresa della domanda di finanziamento da parte delle famiglie che, nonostante il trend non brillante di consumi e mercato del lavoro, sembrano riprendere fiducia. Nel 2014mutui ripartono, la domanda di credito delle famiglie è in salita e la Bce immette liquidità sui mercati finanziari attraverso il Quantitative Easing. Riparte la fiducia delle imprese e dei consumatori. Tutto questo determina un aumento della domanda immobiliare che diventa nel frattempo più selettiva. Aumentano le transazioni, mentre i prezzi ancora non decollano.

2015 – La domanda immobiliare continua a crescere, le transazioni anche e i tempi di vendita iniziano a contrarsi, segno che il mercato si sta avviando verso una nuova fase. Tutto ciò ancora non si trasferisce sui prezzi che continuano a diminuire meno che in passato e vanno verso la stabilità. Questo grazie al mercato del credito che registra una domanda in forte aumento anche grazie a tassi molto bassi (negativi gli indici sui tassi variabili). Tassi storicamente ai minimi e prezzi degli immobili convenienti sono una miscela che innesca una fase di ripresa del mercato.

2016 – I volumi di compravendite fanno un balzo in avanti e crescono del 18,9% supportati dalla ripresa del mercato creditizio: le erogazioni infatti crescono del 20,6% nel 2016. I prezzi vanno verso la stabilità e chiudono l’anno con una riduzione del -1,6%.

2017 – Il mercato sembra ormai aver imboccato il percorso di fuoriuscita dalla crisi immobiliare. La domanda immobiliare si riprende, gli investitori tornano sul mercato, i tempi di vendita si riducono (140 gg).  Il mercato del credito continua a dare segnali positivi anche se si intravedono i primi rallentamenti con volumi in linea con gli anni precedenti. Le compravendite sono ancora in crescita e chiudono a quota 542.480. I prezzi restano stabili. 

2018-2019 – Il trend positivo del mercato immobiliare continua: le compravendite sono in aumento e, molto probabilmente, l’anno chiuderà intorno a 580 mila transazioni. I tempi di vendita sono diminuiti gradualmente e si sono portati intorno a 134 gg. Il mercato del credito continua a dare segnali positivi e nei primi sei mesi del 2018 la ripresa si conferma, per poi ulteriormente entro la fine dell’anno. Nel 2019 il mercato immobiliare conferma l’andamento positivo. Le compravendite continuano a crescere e si stima che l’anno chiuda intorno a 600 mila. I tempi di vendita si aggirano intorno a 122 giorni. Il mercato del credito, ormai da alcuni anni, continua a dare segnali positivi anche se nella prima parte del 2019 c’è stata una leggera frenata delle erogazioni.

2020 – Il mercato apre in modo positivo ma la pandemia a marzo mette il mondo ed il mercato immobiliare in stand by. La chiusura forzata in casa però porta ad una maggiore consapevolezza della propria abitazione con la conseguenza che subito dopo la fine del lockdown la richiesta di abitazioni riprende. Le caratteristiche richieste iniziano a modificarsi con la ricerca di abitazioni dotate di spazi esterni e spazi più ampi. Gli investitori si fermano soprattutto coloro che puntavano sul segmento turistico e degli affitti brevi alla luce del calo dei flussi turistici. I tempi di vendita iniziano ad aumentare lentamente. I prezzi subiscono una battuta d’arresto a parte Milano, Verona e Bari che continuano a segnare ancora una lieve ripresa dei valori. 

In crescita l’andamento del credito relativo al 2020 che, nonostante il periodo di pandemia, raggiunge i 50,5 miliardi di euro, con una variazione del +5,2% rispetto al 2019 (48 mld), con un incremento dei volumi erogati di 2,5 miliardi di euro. Da sottolineare la crescita delle surroghe che, grazie all’onda lunga dei tassi ai minimi, da settembre 2019 sono cresciute notevolmente fino a registrare il massimo nel mese marzo 2020 (+55%), dall’altra la sostanziale tenuta delle operazioni di acquisto (-1,7%) rispetto al calo, più consistente, del numero di compravendite immobiliari (-7,7%). Alla luce dei numeri di chiusura dell’anno 2020 possiamo affermare che sebbene l’anno sia stato caratterizzato dalla pandemia che ha impattato negativamente sull’economia globale, il mercato del credito alla famiglia ha retto molto bene.

E il 2021, come si va delineando? E’ presto dirlo, perché i profondi cambiamenti dettati dalla pandemia nelle preferenze immobiliari sono tali da considerare il mercato immobiliare ancora “in divenire”, e l’assenza di punti d’appoggio più saldi – in termini di variabili strutturali – continuerà almeno fino alla fine del primo semestre 2022, allorquando gli scambi e i prezzi risaliranno al livello pre-pandemico. Allora, sarà chiaro quali potranno essere i driver del mercato, uno dei quali, però, sembra già adesso essere una certa abbondanza di offerta nel segmento immobiliare per ufficio ed in quello relativo alle abitazioni di grande quadratura (oltre i 150 mq); questi ultimi, in particolare, non rientrano più nelle preferenze delle nuove generazioni di proprietari, i quali ricercano soluzioni abitative tra i 75 ed i 100 mq.

Questo trend, già evidente alla fine del 2020, potrebbe aprire le porte al business dei frazionamenti immobiliari che, peraltro, determinerebbe un aumento di offerta di immobili di quadratura medio-piccola (bilocali e trilocali), stabilizzandone i prezzi.

Mercato delle locazioni in italia ed Europa. 2021 a tinte fosche, 2022 probabile anno della ripresa

Anche in questo primo quadrimestre del 2021 si assiste ad una forte contrazione dei contratti stipulati per motivo di studio e lavoro. Avanzano i contratti transitori e a canone concordato. A Madrid, Berlino e Dublino quotazioni in risalita.

Nonostante i proclami di scampato pericolo e le previsioni di (quasi) azzeramento dei contagi a partire da Agosto, il Covid continua a far sentire i suoi effetti sul mercato immobiliare, e soprattutto su quello delle locazioni nella grandi città. Infatti, il ricorso alla didattica a distanza e allo smart working ha “bloccato” nelle località di origine tanti studenti e lavoratori fuori sede, determinando una flessione sensibile della domanda che, in quanto a ripresa, rimane condizionata al fisiologico aumento previsto per i mesi estivi nelle località di vacanza. L’afflusso dei turisti, però, si prevede inferiore a quello che si verificherebbe con un auspicato ritorno alla normalità, che si pensa possa essere raggiungibile, soprattutto per le grandi città di interesse turistico, solo nell’estate 2022.

La contrazione dei canoni di locazione nelle grandi città è stata ancora pronunciata per monolocali, bilocali e trilocali. Spicca la città di Milano, dove nel corso del 2020 i canoni di locazione avevano perso più che altrove – -6,2% i monolocali, -6,8% i bilocali e -6,5% i trilocali, secondo Tecnocasa – e adesso sembrano essere lentamente indirizzati verso una lenta stabilizzazione. Infatti, nel 2021 i prezzi degli appartamenti a Milano si sono abbassati solo del 3,8% (1,145 euro affitto mensile medio) rispetto al primo trimestre 2020, a Roma del 5,9% (1.060 euro) e a Firenze del 5,4% (936 euro). Le stanze singole a Torino, invece, continuano il trend al ribasso e offrono prezzi più bassi dell’11,5% rispetto allo stesso trimestre del 2020.

Non si sa quando i prezzi raggiungeranno i valori pre-pandemia, ma i valori del primo trimestre 2021 rispetto al quarto trimestre 2020 fanno intravedere una timida ripresa che fa ben sperare per il futuro. Su tutto, però, incideranno i profondi cambiamenti dettati dalla pandemia sull’intero settore immobiliare, per cui è lecito non usare eccessiva sicurezza ed imparare a ragionare in termini di “nuovo mercato delle abitazioni”, poiché quello “vecchio” (abitazioni ampie e offerta pari o inferiore alla domanda) rimarrà un lontano ricordo.

Nei capoluoghi di provincia il fenomeno si è avvertito meno, e i valori degli affitti sono in leggero aumento per i monolocali e i bilocali; in queste aree, la domanda è sostenuta e l’offerta, talvolta, non è sufficiente. E’ confermata, inoltre, la contrazione di contratti stipulati per motivo di studio e lavoro, mentre sono in aumento coloro che hanno scelto volutamente o per necessità l’affitto.

Relativamente alle tendenze generali, la maggiore offerta ha portato numerosi inquilini a migliorare l’immobile in cui vivono, mentre dal lato dei proprietari è cresciuta la percentuale di quanti preferiscono stipulare dei contratti a canone concordato e transitorio. Infatti, i dati sui contratti stipulati nella seconda parte del 2020 segnalano una contrazione di quelli a canone libero (in un anno da 49% a 47,1%), ed un aumento del concordato (da 30% a 31,2%) e del contratto transitorio, che passa da 21,1% a 21,8%. Questo dato, molto interessante, evidenzia una delle conseguenze della pandemia: tutti coloro che avevano acquistato una casa da destinare all’affitto turistico, hanno deciso di collocarlo sul settore residenziale optando per questa tipologia di contratto, al fine di non vincolare l’immobile per troppo tempo e per ritornare agilmente allo short rent in caso di un’inversione di trend dei flussi turistici. Il contratto a canone concordato, visti i canoni calmierati, potrebbe rivelarsi una buona soluzione per inquilini timorosi degli effetti del lockdown, e i proprietari ne apprezzano sempre i vantaggi fiscali.

AUMENTA L’AFFITTO COME SCELTA ABITATIVA – Anche nel 2021 si conferma la tendenza che si era manifestata nel secondo semestre del 2020, quando il 70,9% di coloro che erano in cerca di abitazione aveva scelto l’affitto come scelta abitativa, in aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, quando la percentuale era del 64,7%. In questa categoria rientrano coloro che non riescono ad acquistare, oppure chi preferisce scegliere l’affitto nonostante le buone condizioni finanziarie.

EUROPA – Riguardo la locazione di stanze private, si continua ad assistere ad un importante calo dei prezzi degli affitti rispetto al primo trimestre del 2020, tanto che ben tre città italiane sono presenti nella top 5 delle città europee in cui gli affitti per stanze singole hanno subito nel 2021 una riduzione maggiore: Milano è al primo posto, seguita da Madrid, Torino, Roma e Valencia. Rispetto al primo trimestre del 2020, Milano vede nel 2021 i prezzi medi per una stanza singola abbassarsi a 561€ (-13,7%), Torino a 386€ (-13,3%), Roma a 525€ (-13,2%) e Firenze a 431€ (-6,4%).

Al contrario, dopo essere stati in ribasso per tutto il 2020 a causa del limite imposto sugli affitti, i prezzi degli affitti degli appartamenti a Berlino e a Dublino – in quest’ultima complice la Brexit, che ha determinato il trasferimento di numerose banche e compagnie Europee da Londra nella capitale irlandese – mostrano un forte aumento per i bilocali: +11% nella prima (in media 1.122 euro al mese) e + 7,2% nella seconda (1.362 euro al mese). Per la prima volta dal secondo trimestre 2020, anche Madrid ha visto gli affitti aumentare dell’1,4% (1.119 euro al mese) per i bilocali.