Giugno 7, 2026
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Atradius: la crisi allunga i tempi di pagamento nel B2B in Europa. PIL mondiale a -4%, insolvenze a +26%

Attesa una contrazione di oltre il 4% del PIL mondiale nel 2020 e insolvenze aziendali a +26%. Mentre sono quasi raddoppiati i tempi medi di attesa per l’incasso delle fatture, il 45% delle aziende europee pensa alla ripresa, anche se in tempi non brevissimi. I più ottimisti in Italia e Germania. 

Il PIL mondiale in contrazione di oltre il 4% nel 2020 produrrà in Europa una crescita delle insolvenze aziendali del 26%. Aumentano le aziende che concedono credito ai propri clienti e si allungano i tempi di pagamento delle fatture; inoltre cresce il numero delle imprese che si cautelano assicurando i propri crediti ma, alla fine, sono più numerosi gli imprenditori ottimisti sul futuro dell’economia che quelli che vedono nero. Sono questi, in sintesi, i principali risultati del sondaggio condotto durante la pandemia da Atradius su un campione di aziende dell’Europa occidentale. I risultati del sondaggio sono pubblicati nel “Barometro Atradius sui comportamenti di pagamento” – edizione novembre 2020.

Poiché gli effetti dei blocchi alle attività si sono fatti sentire dappertutto, molte aziende hanno usato il credito commerciale per incoraggiare le vendite, in particolare sul mercato domestico. A livello europeo lo ha fatto il 53% delle aziende, con punte del 72% in Francia, 65% nel Regno Unito, 61% in Irlanda e Italia. Se la maggior parte delle aziende (66%) ha però fissato il limite di pagamento delle fatture a 30 giorni, le altre hanno concesso dilazioni più lunghe e ben l’11% oltre i 90 giorni. In Italia, rispetto lo scorso anno, il numero di imprese che ha concesso dilazioni superiori ai 90 giorni è quasi raddoppiato (dall’8% del 2019 al 15% nel 2020). In totale le dilazioni medie di pagamento concesse in Europa sono salite da 34 giorni del 2019 ai 46 giorni attuali.

A prescindere dal limite di tempo concesso, le fatture scadute sono aumentate notevolmente durante la pandemia: nel 2019 il valore delle fatture non pagate alla scadenza nell’Europa occidentale è stato del 29% del valore totale delle vendite a credito tra aziende, nel 2020 ha raggiunto il 47% (in Italia il dato sale al 55%) pari a un aumento annuo del 62%. E ancora, nel 2019 la proporzione dei crediti inesigibili si è fermata al 2% del valore delle fatture, mentre quest’anno la stessa percentuale ha ripreso la corsa, arrivando al 7%. Lo studio condotto da Atradius ha evidenziato che i tempi medi di incasso delle fatture per le aziende dell’Europa occidentale è aumentato del 94%. 

Causa principale del ritardo nei pagamenti delle fatture per operazioni commerciali tra aziende è la crisi di liquidità, lamentata dal 43% delle imprese. Di converso, il 37% ha dichiarato di aver speso più tempo e risorse di prima della pandemia per gestire le criticità relative alle fatture non pagate (in Italia la percentuale scende leggermente al 33%). Per tutelarsi, molte imprese hanno deciso di fare ricorso all’autoassicurazione: erano il 56% prima della crisi economica, oggi salite all’82%. Un terzo delle aziende europee (34%) ha invece aumentato il ricorso all’assicurazione tradizionale dei propri crediti commerciali (in Italia circa il 20%).

Andreas Tesch

Nonostante la situazione attuale, il 45% delle aziende ritiene che l’economia globale migliorerà nei prossimi sei mesi, con punte del 50% in Germania e Italia, mentre il 35% pensa che si deteriorerà. Per quanto riguarda le prospettive del commercio mondiale, il 49% delle imprese dell’Europa occidentale pensa che miglioreranno, il 35% si dice più pessimista.

Massimo Mancini

Andreas Tesch, Chief Market Officer di Atradius, ha dichiarato: “Il commercio mondiale dovrebbe subire una contrazione di circa il 15% quest’anno. I ritardi di pagamento su fatture tra aziende sono aumentati in media di due terzi rispetto ai dati pre-pandemici. Nei prossimi anni molte economie dovranno far fronte agli effetti di questa crisi, che ci si attende abbia un forte impatto sulle insolvenze aziendali. Guardando al 2021, fa ben sperare il fatto che molte aziende intendano continuare ad utilizzare l’assicurazione del credito, restando ottimiste sul futuro”.

Massimo Mancini, Country Director di Atradius per l’Italia, ha aggiunto: “Come per il resto d’Europa, la crisi economica innescata dalla pandemia ha avuto un impatto devastante sul tessuto imprenditoriale italiano. Proteggere il proprio business dal rischio d’insolvenza dei clienti appare oggi per molte aziende una scelta obbligata. Questo trova conferma nel fatto che molti imprenditori abbiano modificato le proprie strategie di business attraverso un maggior ricorso a tutele di carattere strategico, come appunto l’assicurazione del credito commerciale. Il nostro auspicio è che questa tendenza si rafforzi, soprattutto alla luce dell’ottimismo espresso dal business nei confronti di una ripresa, ancorché in tempi non brevissimi, delle principali componenti di mercati ed economie”.

Alberto Conca: stime sugli utili 2021 troppo prudenti, col vaccino impennata nella curva dei tassi Usa

Secondo Alberto Conca di Zest Asset Management, il rischio di nuovi lockdown mantiene inalterata la leadership dei titoli growth. La ricca disponibilità di cassa come quota del Pil di famiglie e imprese darà impulso alla ripresa economica e alla risalita dei tassi negli Usa.

 “Il risparmio disponibile da parte di aziende e famiglie, mai stato così alto, potrebbe fare in modo che le stime sugli utili per il 2021 siano troppo prudenti, in particolar modo se ci fosse l’approvazione di un vaccino in tempi brevi, cosa plausibile. La rimozione di tale incertezze potrebbe provocare un’impennata della curva dei tassi negli Stati Uniti. Le aspettative di inflazione e i tassi a 10 anni si sono scollati ultimamente, e si potrebbe assistere a un riallineamento nel caso di ripresa economica”. È l’analisi di Alberto Conca, responsabile degli investimenti di Zest Asset Management, società di gestione svizzera indipendente.

“Quest’anno le famiglie statunitensi hanno aumentato i loro risparmi di ben 300 miliardi di dollari dall’inizio della pandemia, grazie allo stimolo fiscale e al fatto che molti dei servizi non erano disponibili durante il lockdown come ristoranti, aerei, alberghi e altre spese discrezionali. Le aziende hanno tagliato i costi e gli investimenti e ora ci troviamo in una situazione senza precedenti”, sottolinea Conca. “Famiglie e imprese oggi hanno una disponibilità di cassa come quota del Pil che non è mai stata così alta. Questo darà ulteriore impulso alla ripresa economica successiva”.

Questo fattore, unito alla probabile approvazione imminente di un vaccino, porterebbe all’eliminazione delle incertezze di mercato, con una conseguente impennata della curva dei tassi Usa. In questa situazione, il mercato azionario dovrebbe comportarsi meglio di quello obbligazionario, in particolare quello governativo. Inoltre, il mercato dei corporate potrebbe far meglio di quello governativo poiché gli spread hanno ancora margini per restringersi in modo significativo. Gli investitori chiedono ancora un premio al rischio elevato rispetto ai titoli di stato a causa dei rischi sopra descritti. La misura del premio al rischio implicito sul mercato azionario (Erp) si attesta intorno al 4,8% per il mercato statunitense. In Europa è leggermente superiore, il che rende il mercato azionario più interessante a medio termine. Il mercato europeo ha un Erp implicito più elevato a causa della percentuale più bassa di settori ad alta crescita come tecnologia, consumi durevoli e health care e una percentuale più alta di settori cosiddetti value. Quei settori non solo sono cresciuti più velocemente negli ultimi cinque anni, ma anche con minore volatilità.

Alberto Conca

Dopo il forte calo dovuto al diffondersi della pandemia, i mercati azionari hanno smesso di seguire la traiettoria dei nuovi contagi giornalieri. L’imponente supporto monetario e fiscale messo in atto in tempi brevissimi ha aiutato, ma questa non è l’unica spiegazione della decorrelazione osservata. Gli investitori hanno trattato la pandemia come fosse un disastro naturale che ha causato enormi danni economici ma non è stato innescato da uno squilibrio finanziario, come avviene generalmente durante una recessione tradizionale.

L’output economico e la ripresa dell’occupazione sono stati sempre molto più rapidi dopo un disastro naturale rispetto a quello avvenuto dopo la grande recessione del 2008-2009. Durante una recessione indotta da squilibri finanziari, la disoccupazione continua ad aumentare per un periodo considerevole a causa del crescente numero di persone che diventano “disoccupati di lunga durata”, mentre in una recessione indotta da calamità naturali la disoccupazione aumenta solo temporaneamente e le tendenze economiche precedenti, passata l’emergenza,  riprendono rapidamente generando una rapida ripresa dell’occupazione.

“In un mondo in cui la crescita è frenata dalla pandemia, i titoli ad alta crescita sono l’unico porto sicuro”, conclude Conca. “L’approvazione di un vaccino potrebbe cambiare temporaneamente la leadership di mercato, ma le notizie dominanti sono per il rischio di un altro lockdown in Europa. Questo non farà altro che mantenere inalterata l’attuale leadership dei titoli growth”.

Top Management, anche nelle aziende lo spettro della parità forzosa di genere. E la meritocrazia?

Che fine sta facendo la meritocrazia in azienda e nelle professioni? Perché oggi si rende quasi imprescindibile imporre anche alle imprese il credo della parità forzosa tra genere femminile e maschile? Quali sono le tecniche di comunicazione dei media che favoriscono questo pericoloso cambio di passo?

Editoriale di Alessio Cardinale*

C’era una volta il principio di pari opportunità tra uomini e donne. Fu salutato, a suo tempo, come una giusta conquista di civiltà, grazie alla quale anche le donne avrebbero potuto godere, in tutti gli ambiti della Società Civile, delle stesse prerogative legislative e regolamentari per ambire, esattamente come gli uomini, ad un lavoro soddisfacente, ad una posizione di carriera e ad un identico trattamento economico, a tutti i livelli. Per arrivarci c’è voluto un po’ di tempo, ma l’obiettivo è stato raggiunto, ed oggi possiamo già annoverare tantissime donne in posizioni apicali e di vera leadership in economia, in politica e nei media (per non dire dei magistrati donna, che sono il 53% del totale in Italia).

Qual è il comune denominatore che ha portato queste donne ai vertici della carriera? Semplice: un mix di qualità personali, competenza, esperienza, ambizione, impegno e un pizzico di fortuna. In poche parole, lo hanno meritato. Si tratta di donne che si sono messe in gioco, si sono impegnate senza pensare neanche per un attimo di poter avere una corsia preferenziale. Di più, nessuna di loro avrebbe mai sopportato l’umiliazione derivante da una sorta di “raccomandazione di genere“.

Il principio di meritocrazia, pertanto, associato a quello delle pari opportunità, ha consentito di raggiungere questo risultato che si è consolidato negli anni, e di fronte al quale le continue rivendicazioni di genere – alimentate da una certa politica  senza troppi scrupoli e molto attenta a fidelizzare il voto femminile – dovrebbero finalmente avere un termine.

La normalità, oggi, dovrebbe essere quella di una civile competizione tra professionisti – non distinguendo affatto per il loro genere – senza che nessuno di essi vada a ricercare delle scorciatoie per ottenere dei privilegi. Invece, in Italia si sta andando pericolosamente oltre il concetto di meritocrazia. Dopo l’affermazione dei principi di pari opportunità, infatti, a molti fu chiaro che qualcosa non aveva funzionato benissimo nel tradurre gli enunciati di principio in ordini di realtà. Infatti, l’Italia si è ritrovata con una pletora di commissioni P.O. costituite in ogni anfratto della Società Civile e delle attività produttive, composte ope legis solo da donne, in evidente contrasto con la più elementare delle regole costituzionali, quella che vieta espressamente anche la discriminazione per genere. Successivamente, è arrivato il turno delle “quote rosa” in politica, e lì fu subito chiaro che il corposo universo che sostiene questo modo di intendere le relazioni uomo-donna non puntava all’affermazione delle “antiquate” pari opportunità di genere, ma ad un arbitrario e ingannevole superamento di esse, individuabile nel concetto di “Parità Forzosa”.

Cosa intendiamo per “parità forzosa”? Per renderla più simpatica, gli illuminati della (dis)informazione la chiamano “diversity“, ma il suo vero nome dovrebbe essere “shortcut” (scorciatoia). Per chiarire meglio, facciamo un esempio: se una donna studia, si impegna, prende la laurea, frequenta con successo un master, fa la giusta gavetta, mostra di essere brava ed avere “i numeri” per ricoprire un certo ruolo, e lo ottiene, questo è frutto delle pari opportunità; se una donna ottiene il ruolo solo “in quota”, e cioè in virtù della sua appartenenza al genere femminile, senza aver prima dimostrato di avere studiato, di essersi impegnata, di avere una laurea, di aver frequentato un master, di aver fatto la gavetta, di essere brava ed avere i numeri, questo è frutto della parità forzosa, ed è quello che sta succedendo in Italia anche nel mondo aziendale (in politica nazionale e regionale ormai è la norma).

In pratica, il criterio della meritocrazia, che nei secoli dalla rivoluzione industriale ha fatto andare avanti il mondo, viene sostituito dal criterio di raggiungimento della parità forzosa in tutti gli ambiti della Società Civile, nel nome di un evidente “diritto alla scorciatoia e al privilegio” di cui TUTTE le donne – anche quelle senza arte né parte – dovrebbero beneficiare. Nella pratica, ciò equivale alla creazione di una immensa categoria protetta il cui “handicap” sarebbe quello di essere donna e che, in relazione alle sue proporzioni, non può che sopraffare l’opposto genere condannato, invece, alla “normalità”.   

Gli esempi di quanto sopra si trovano a decine, ogni giorno, sui media, grazie ad un elevatissimo livello di omologazione cui l’informazione in Italia si presta volentieri sul tema. Di solito, la notizia viene data con le seguenti modalità: “…Ancora bassa la percentuale di donne tra i dirigenti d’azienda nel settore farmaceutico…”, oppure “….Solo il 12% di donne tra la classe arbitrale nel mondo del calcio…”, oppure ancora “….soltanto 10 donne su 100 sono a capo di una filiale bancaria…” (ed altre, che replicano il medesimo stile). Peraltro, anche il settore della Consulenza Finanziaria non è esente da questa modalità di narrazione. Non è raro, infatti, leggere titoli come “Consulenti finanziari, solo il 25% è donna“. In pratica, la “notizia” è che sarebbero poche, in determinati settori, le donne in posizione di rilievo, ma quali siano le cause di queste percentuali non viene minimamente detto, facendo però intendere il lettore che tutto ciò sia il risultato di una forma di discriminazione ai danni delle pari opportunità delle donne, per cui è necessario imporre il modello della “parità forzosa”, con buona pace della meritocrazia.

Capovolgendo l’esempio al maschile, e facendo riferimento a statistiche autentiche riguardanti il mondo del lavoro, avete mai letto una notizia dal titolo “Solo 15 uomini su 100 svolgono il lavoro di insegnante“? Ovvio che no, così come scommetto che nessuno di voi abbia mai letto una notizia che dica “Quasi nulla la percentuale di donne presenti nell’industria estrattiva e nei trasporti di lunga percorrenza“. Nel primo caso, nessun uomo grida allo scandalo, nè si sente discriminato; quella statistica è frutto di scelte, non di una discriminazione verso il genere maschile nel mondo della Scuola. Relativamente al secondo titolo ipotetico – quello del lavoro in miniera o su un TIR – ci si chiede perchè le donne, in termini di genere, rivendicano (legittimamente) posizioni di vertice nelle aziende, ma non si ritengono idonee a svolgere lavori pesanti. Anche questo, mi pare, è tutto frutto di una scelta.

I comunicati stampa, poi, ci danno esempi di rara bellezza stilistica su questo tipo di informazione strumentale. Lo scorso 7 Ottobre, per esempio, Askanews usciva con questa agenzia: “…In Esselunga solo il 15% dei dirigenti sono donne: in pratica su un totale di 80, le dirigenti sono appena 12. E’ quanto emerso durante la conferenza stampa di Esselunga, che ha per presidente proprio una donna, Marina Caprotti, organizzata in occasione della presentazione, tutta al maschile, del primo bilancio di sostenibilità aziendale…”. Per chi studia la materia della comunicazione – ivi compresa quella che si genuflette al politicamente corretto e agli ordini di scuderia – questo comunicato è oro colato. Peraltro, Luca Lattuada, chief Human resources office di Esselunga, ci teneva a precisare che “…Noi siamo una azienda di circa 25mila persone, che per circa il 50% è fatta da donne, ma ci sono aree dove i ruoli di responsabilità dati alle donne, come quelle degli store, sono sicuramente da migliorare. Abbiamo avviato un percorso di formazione e sviluppo della leadership femminile per fare crescere questa quota“.

Ebbene, chi ha pronunciato questo virgolettato –e stiamo parlando di un top manager, mica poco – si è semplicemente limitato a ripetere senza riflettere il mantra della parità forzosa e delle quote (rosa), ma non sa neanche il motivo per cui si renderebbe necessario un “miglioramento”. Del resto, come potrebbe mai spiegare la questione, se non essendo costretto ad affermare la priorità di assegnare ruoli decisionali alle donne solo per la circostanza di essere tali, in barba al millenario principio di meritocrazia che ha sempre dominato le dinamiche ed il successo delle aziende?

C’è da dire che nel 2019 Esselunga ha registrato un aumento di donne nei ruoli chiave pari al 17% rispetto all’anno precedente. A questo punto, verrebbe da chiedersi se queste manager, quel ruolo, lo abbiano meritato davvero, oppure lo abbiano ricevuto in base al criterio della parità forzosa, e cioè per via della propria appartenenza al genere femminile. “Questo non è un cambiamento che si fa nel breve” – ha sottolineato Lattuada – “In questo percorso di cambiamento si inseriscono iniziative che prevedono workshop aziendali e interaziendali per superare gli stereotipi e creare organizzazioni più inclusive…”.

Forse la meritocrazia in azienda, secondo il top manager Lattuada, è diventata un vecchio stereotipo ormai superato e privo di valore? Così, per capire.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, dice la nostra Costituzione all’art. 3. Forse è il caso che questo concetto venga fatto proprio dai CdA delle grandi aziende, affinchè se ne ricordino prima di far celebrare l’elogio della parità forzosa ai propri top manager.

* Direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Imprese, innovazione e beni immateriali. Tassazione agevolata tramite l’opzione “Patent Box”

Ecco quali sono i titolari di reddito di impresa italiani e stranieri che possono accedere a questa opzione per la tassazione agevolata sui beni immateriali e sulle spese di Ricerca e Sviluppo, indipendentemente dal tipo di contabilità adottata e dal titolo giuridico in virtù del quale avviene l’utilizzo dei beni.

Il regime opzionale denominato “Patent  Box” prende il via grazie alla legge 23 dicembre 2014, n. 190 (articolo 1, commi da 37 a 45), ed è nato con l’obiettivo di rendere il mercato italiano maggiormente attrattivo sia per gli investimenti nazionali che esteri, ed in particolare per quelli di lungo termine. Lo scopo intrinseco è quello attrarre risorse e, contestualmente, di tutelare la base imponibile italiana, incentivando la collocazione in Italia dei beni immateriali detenuti all’estero da imprese italiane (o estere) e il mantenimento dei beni immateriali nel nostro Paese, e soprattutto rendendo più favorevole l’investimento in attività di ricerca e sviluppo.

Il regime, inoltre, è conforme ai modelli della stessa natura introdotti, relativamente alla tassazione dei beni immateriali, in altri Stati membri della Comunità Europea come Belgio, Francia, Gran Bretagna, Lussemburgo, Paesi Bassi e Spagna.

Il Patent Box è destinato a tutti i soggetti titolari di reddito d’impresa, indipendentemente dal tipo di contabilità adottata e dal titolo giuridico in virtù del quale avviene l’utilizzo dei beni, e disciplina la tassazione per i redditi d’impresa derivanti dall’utilizzo di  diverse tipologie di beni immateriali giuridicamente tutelabili. Pertanto, le dimensioni dell’impresa, la sua forma giuridica o l’entità del suo fatturato, non sono fattori che condizionano l’applicazione del Patent Box, il quale è disponibile anche per i contribuenti stranieri, a patto che abbiano un reddito di impresa imputabile a un’organizzazione che risiede in Italia, che siano residenti in uno stato che ha un accordo contro la doppia imposizione fiscale con l’Italia.

In sintesi, possono usufruirne i seguenti titolari di reddito d’impresa le ditte individuali (ma non i lavoratori autonomi), le SpA e le SApA, le SRL, le società di mutua assicurazione, le società cooperative, gli enti pubblici e privati commerciali, gli enti non commerciali (solo per quanto riguarda il reddito di impresa), le società in nome collettivo e in accomandita semplice.

L’opzione, che deve essere esercitata nella dichiarazione dei redditi relativa al primo periodo d’imposta per il quale si intende optare, è valida per cinque periodi di imposta e, in conformità con le sue finalità di supporto agli investimenti di lungo periodo, è irrevocabile ma è rinnovabile.

Alcune misure per la semplificazione delle procedure di fruizione del Patent Box sono state introdotte grazie all’articolo 4 del decreto legge 30 aprile 2019, n. 34, grazie al quale i beneficiari dell’agevolazione possano scegliere anche di determinare e dichiarare direttamente il reddito agevolabile, assumendosi le relative responsabilità in merito alle correttezza ed esattezza dei dati dichiarati, rimandando il relativo confronto con l’amministrazione finanziaria alla successiva fase di controllo; tutto ciò a condizione che le informazioni necessarie alla determinazione del reddito agevolabile vengano riportate all’interno di una idonea documentazione e che il possesso di tale documentazione venga comunicato nella dichiarazione relativa al periodo d’imposta per il quale si beneficia dell’agevolazione.

In concreto, grazie alle agevolazioni previste dal Patent Box, le imprese che svolgono attività di ricerca e sviluppo possono escludere dalla base imponibile il 50% dei redditi derivanti dall’utilizzo, anche congiunto, di determinati beni immateriali come software protetto da copyright, brevetti industriali, disegni e modelli, processi, formule e informazioni relativi a esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili. Parimenti, beneficiano della stessa misura (50%) i redditi derivanti dalla cessione degli stessi beni immateriali, a condizione che il 90% del ricavato dalla vendita venga reinvestito nella manutenzione o nello sviluppo di altri beni immateriali prima della chiusura del secondo periodo di imposta successivo a quello nel quale si è verificata la vendita. 

In dettaglio, i redditi derivanti da marchi e brevetti, invece di subire la tassazione in misura del 31,4%, beneficeranno di una percentuale dimezzata pari al 16%; e ciò vale per  tutti i marchi d’impresa, per i software protetti dal diritto d’autore, per i brevetti delle invenzioni industriali (sia concessi che in corso di concessione), per i brevetti delle invenzioni biotecnologiche e per i certificati di protezione complementari, per i brevetti per topografie, varietà vegetali e semiconduttori, per i disegni e modelli di utilità e persino per il c.d. know how aziendale. Quest’ultimo, in particolare, è il bene che, più di tutti gli altri, racchiude in sé il maggior vincolo di complementarietà tra beni immateriali utilizzati congiuntamente per un dato processo produttivo, tanto che essi vengono giuridicamente ritenuti alla stregua di un unico bene.

Le norme sul Patent Box prevedono anche alcune categorie di beni immateriali espressamente escluse, quali i nomi a dominio, le liste clienti, le liste fornitori e, più in generale, tutte le liste di nominativi che possono essere utilizzate nel c.d. Direct Marketing.

Hong Kong Fintech Week, quinta edizione in forma virtuale dal 2 al 6 novembre 2020

Si tratta di un’opportunità unica per le aziende e le startup italiane innovative del settore fintech, interessate ad avviare la propria attività a Hong Kong e in Asia, mercati sempre più orientati alle nuove tecnologie. Attraverso l’evento, si avrà la possibilità di confrontarsi con le aziende più influenti ed in rapida crescita del settore.

Invest Hong Kong (InvestHK) ha annunciato che, data la situazione attuale, la quinta edizione della Hong Kong Fintech Week si svolgerà in forma virtuale dal 2 al 6 novembre. Questo darà la possibilità a chiunque di poter partecipare da remoto ad uno degli eventi più attesi ad Hong Kong.

Invest Hong Kong è il Dipartimento del Ministero dello Sviluppo Economico del Governo di Hong Kong, che fornisce assistenza e servizi di supporto a imprese e professionisti stranieri che intendono avviare o espandere attività economiche nell’omonima regione autonoma cinese (www.investhk.gov.hk). Tramite l’ufficio di rappresentanza di Milano, InvestHK estende alle imprese italiane i propri servizi gratuiti di supporto nei loro processi di internazionalizzazione verso Hong Kong e la Cina, con informazioni e assistenza sulle opportunità di sviluppo commerciale, costituzione e gestione di attività imprenditoriali, fiscalità, incentivi, programmi di ricerca e sviluppo, permessi di lavoro e residenza, presentazione a fornitori di servizi, associazioni, dipartimenti del governo e assistenza personalizzata secondo necessità.

La settimana della quinta edizione presenta un ampio mix di eventi quali: seminari, workshop, pitching sessions, business matching ed eventi di networking. Senza nessuna barriera fisica, l’Hong Kong Fintech Week permetterà di mettere in contatto aziende del settore Fintech da tutte le parti del mondo, rendendolo ancora di più un evento globale.

Attraverso l’evento, si avrà la possibilità non solo di confrontarsi con le aziende più influenti del settore e con le startup che presentano una rapida crescita nel mercato ma si avrà inoltre modo di acquisire informazioni utili da professionisti della tecnologia e accademici esperti in intelligenza artificiale, automazione e Blockchain. Charles Ng, vicedirettore generale di Invest Hong Kong, ha dichiarato: “I risultati del 2019 in termini di espositori, partecipanti e feedback hanno superato tutte le aspettative”.

Sull’onda del successo dell’anno precedente, sono stati sviluppati per le comunità Fintech programmi ancora più orientati al business, come ad esempio il Global Fast Track Programme.

Tutte le aziende che offrono soluzioni in ambito Capital Market, RegTech, Insurance, Payments, Commercial Banking, Retail Banking, Trade Finance, WealthTech e TradeTech presenteranno il loro progetto innovativo al Global Fast Track Programme, un programma pensato non solo per offrire assistenza alle aziende del settore a sviluppare il loro business ad Hong Kong ma anche per metterle in contatto con potenziali clienti.

Le aziende selezionate avranno la possibilità di presentare il proprio progetto durante la Fintech Week. Inoltre, quest’anno è stato introdotto lo Startup Virtual Exhibition Programme, ovvero un programma che permetterà a 175 startup di avere gratuitamente un proprio stand virtuale durante l’intera durata dell’evento (questo il link per consultare i criteri di ammissibilità).

Il settore Fintech ad Hong Kong è in rapida crescita. Ad oggi, la città è la sede di oltre 600 società fintech, con una crescita del 10% rispetto all’anno precedente. Il settore dei servizi finanziari della città è il più grande della regione, con oltre 160 banche autorizzate, tra cui otto banche virtuali, e oltre 160 assicuratori autorizzati.

Per maggiori informazioni, è consigliabile collegarsi al sito web www.fintechweek.hk

Elezioni Enasarco, i programmi delle liste. Ecco quello di “Fare Presto!”

Si scaldano i motori per le elezioni del 24 Settembre alla nuova governance di Enasarco, la cassa di agenti di commercio e consulenti finanziari. Patrimoni&Finanza pubblicherà i programmi delle liste in corsa per la maggioranza del consiglio di amministrazione, insieme ad una serie di interviste.

Tra il 24 settembre e il 7 ottobre 2020, agenti di commercio, consulenti finanziari e rappresentanti delle imprese saranno chiamati a scegliere l’Assemblea dei 60 delegati Enasarco che, di lì a breve, eleggerà poi i 15 componenti del consiglio di amministrazione di Fondazione Enasarco per il quadriennio 2020/2024.

Nelle scorse settimane, non sono mancate le polemiche, che anzi hanno riempito le cronache economiche per via di azioni e reazioni da parte degli opposti schieramenti, anche con probabili strascichi legali. Poi, da più parti, la scorsa settimana è arrivato un richiamo ad abbassare i toni della contesa, che rischiava di allontanare gli oltre 220.000 agenti e consulenti dalle urne.

La lista unitaria “Fare Presto!” (sostenuta da Anasf, Federagenti, Fiarc e Confesercenti) dichiara di voler rilanciare la mission della Fondazione. “Nella nostra coalizione ci sono agenti di commercio e consulenti finanziari, due mondi che hanno scelto un progetto unitario per le sfide che Enasarco è chiamata ad affrontare: su tutte la previdenza, un piano per i giovani e la valorizzazione delle risorse finanziarie di cui dispone l’Ente”, recita una nota congiunta trasmessa dalla lista. “Ci presentiamo per governare la Fondazione e invertire la tendenza negativa messa in atto da gestioni, presenti e passate, che hanno portato Enasarco a un lento e inesorabile declino: su tutti, la perdita media di 5.000 iscritti l’anno”. “La nostra proposta riguarda un metodo di lavoro più moderno, al passo con le nuove dinamiche del settore dell’intermediazione, al fine di garantire ai circa 220.000 agenti e consulenti una pensione e un’assistenza degne di questo nome.

Il comunicato di “Fare Presto!” non fa mancare un affondo competitivo rivolto alle altre liste “…Lo scenario economico si trasforma velocemente, e in questi anni la governance di Enasarco non ha saputo intercettare quei cambiamenti: noi abbiamo intenzione di farlo, mettendo in campo competenze e serietà.

Entrando nel dettaglio del programma di lista, si parte da un assunto imprescindibile: il Presidente deve essere un agente di commercio o un consulente finanziario. “Mai più presidenti burocrati e sindacalisti che non hanno versato i loro contributi nelle casse dell’Ente, oppure iscritti furbescamente pochi mesi prima di essere eletti. Il Presidente deve essere un vero agente di commercio oppure un consulente finanziario, in attività o in pensione, iscritto ad Enasarco da almeno 10 Anni! Solo chi vive e conosce realmente i sacrifi­ci di queste professioni può davvero rappresentarci”.

E poi eliminazione dei 20 anni di contributi obbligatori, mai più agenti c.d. silenti, mai più discriminazioni. “Nessun iscritto ad Enasarco ancora attivo rischierà mai più di diventare silente. La giustizia e l’equità sarà ristabilita, attraverso il riconoscimento di una rendita contributiva con cinque anni di versamenti anche a chi si è iscritto prima del 2012, purché ancora in attività”.

Se avrà la maggioranza, “Fare Presto!” dichiara di voler mettere in atto tutta una serie di procedure e accorgimenti che permettano l’anonimato a quegli agenti di commercio che decidono di segnalare le aziende che non versano i contributi Enasarco, al fine di non ricevere ritorsioni sul lavoro. “Istituiremo una task force per lo sviluppo e il perfezionamento di algoritmi che consentano di individuare automaticamente tutte le aziende che non versano i contributi Enasarco. Per un’azienda che paga regolarmente i contributi Enasarco, le aziende che non li pagano rappresentano concorrenza sleale. Tanti milioni di euro sono venuti a mancare dalle casse di Enasarco per evasione contributiva. Troppe aziende estere evadono impunemente i contributi Enasarco, arrecando un danno enorme agli agenti di commercio italiani”.

Relativamente alle pensioni erogate dalla Fondazione, la lista dichiara di voler porre un termine all’ingiustizia di essere pensionato INPS e dover continuare a pagare i contributi Enasarco. “Sarà sufficiente essere pensionato INPS per poter smettere di lavorare e percepire immediatamente anche la pensione Enasarco e/o la rendita contributiva”.

La lista promette anche l’attivazione di uno “sportello reclami” più efficiente per gli iscritti alla Cassa, e di un Contact Center che fornirà informazioni telefoniche. Inoltre, sarà attivo un servizio legale composto da avvocati che si occuperanno di recuperare i contributi non versati dalle aziende mandanti, nonchè di tutte le problematiche inerenti le società immobiliari che gestiscono le case dell’Ente.

Un punto innovativo del programma è rappresentato dalla pretesa che Enasarco debba poter incamerare tutti i contributi generati dall’attività dei giganti dell’E-Commerce, che saranno fondamentali per il risanamento dei conti dell’Ente. “Le regole devono essere uguali per tutti, ed Enasarco deve poter incamerare tutti i contributi generati dai giganti del Web”, dichiarano.

Altro punto fondamentale è quello di rafforzare l’azione di attrazione dei giovani verso la professione di agente o consulente finanziario. Si tratta, per “Fare Presto!”, dell’unica garanzia per i pensionati di domani nel ricevere le future pensioni. “Non ci sarà nessuna Enasarco del domani senza i giovani agenti di commercio di oggi, per cui sarà necessario elaborare programmi per consentire ad Enasarco di entrare nelle scuole, per insegnare ai giovani una strada diversa, quella della vendita, e garantire alla categoria un ricambio generazionale”.

Post Covid Economy, l’unica certezza è più incertezza. Aziende, gli aiuti avvicinano lo scopo al profitto

Le aziende si stanno pericolosamente abituando a “sopravvivere e rimanere a galla”, mentre il loro mestiere è quello di “progredire, fare utili ed espandersi”. Dato che molte di esse beneficeranno di un salvataggio del governo, è probabile che accetteranno le sollecitazioni governative ad affiancare al profitto uno scopo di interesse collettivo.

Di Andrew Shirley*

In un mondo dominato dalle vecchie, care incertezze a cui ci eravamo abituati da secoli – guerre, crisi economiche, Guerra Fredda, fame nel mondo, scioglimento dei ghiacciai ed altri eventi con cui siamo entrati in familiarità – quella del Covid-19 è una “nuova incertezza”, dotata di un elemento che fino ad oggi non avevamo mai visto nelle “altre incertezze”: la sua globalizzazione. Infatti, la capacità del virus di colpire in rapidissima successione tanto un campesino messicano quanto un vulcanologo islandese, ha determinato una crisi di fiducia sulla durata stessa del mondo e del genere umano, o almeno di quello che conoscevamo fino a qualche mese fa.

Le conseguenze di questa crisi, così “condivisa” da tutte le etnie del mondo, ha generato nuove tendenze, alcune delle quali ritenute prima “improbabili”, oppure “belle ma impossibili”. Una delle tendenze chiave delineate dalla Grande Paura  che sta guidando la politica internazionale è la mutevole relazione tra i tre principali blocchi commerciali del mondo, ossia Stati Uniti, Cina ed Europa. Infatti, con l’arrivo della pandemia, la relazione tra i blocchi è diventata così disfunzionale da rendere necessario coniare una nuova definizione della crisi in atto, denominata “recessione geopolitica“.

In considerazione della risposta globale, in gran parte scoordinata, data fino ad oggi alla pandemia – la corsa individuale alla scoperta del miglior vaccino ne è prova tangibile – questa recessione sembra destinata ad aggravarsi, a meno che non emerga improvvisamente una leadership politica ispirata.

Prima della diffusione del Covid-19, il modello di dimensionamento della ricchezza globale prevedeva una forte crescita del numero di individui con un patrimonio netto elevato, in tutto il mondo, nei prossimi cinque anni, con le maggiori salite in Asia. In pratica, un allargamento della forbice di ricchezza (dai più ricchi ai più poveri) e la concentrazione di potere economico nelle mani di una ristretta cerchia di persone, capaci così di influenzare il corso della Politica e della Storia. Oggi, invece, bisogna rivedere le tali previsioni, poiché la crisi finanziaria globale scatenata dalla pandemia – di cui non si vede ancora la fine – ha mostrato che la creazione di ricchezza si riprende più velocemente di quanto ci si possa aspettare, e che il “trasferimento di ricchezza” all’interno dei vari comparti merceologici – da quelli tradizionali, che sono andati giù, a quelli tecnologici, che hanno avuto crescite spaventose – è stato altrettanto rapido. In generale, le economie occidentali stanno già cercando di “riallacciare” alle proprie strutture industriali la parte maggiore della loro capacità produttiva, al fine di assicurarsi

una minore vulnerabilità allo stress della catena di approvvigionamento che, nei momenti iniziali, aveva lasciato vuoti gli scaffali dei supermercati; però, districare decenni di globalizzazione non è affatto facile, e risulta infinitamente meno costoso spendere denaro per la ricerca scientifica e la produzione (e distribuzione) del futuro vaccino. Quest’ultimo, infatti, costituisce l’elemento fondamentale per declassare la “Grande Incertezza Globale” al livello di “incertezza comune”.

Un’altra tendenza generata dalla pandemia è identificabile nel desiderio di trasparenza sentito da tutte le popolazioni colpite dall’incertezza, e grazie a questo il velo di segretezza che nascondeva gran parte della ricchezza mondiale è stato gradualmente rimosso, svelando un po’ dappertutto quale impatto il Covid-19 sta avendo sui “super-ricchi” e quale sia il livello di tassazione del loro denaro.

Già la crisi finanziaria del 2008 era stata un potente catalizzatore. All’improvviso, i governi si sono trovati a corto di denaro e di fronte a una popolazione molto arrabbiata per la disuguaglianza in termini di ricchezza. La crisi finanziaria del 2008, però, portava alla luce le profonde differenze in termini di ricchezza, mentre la pandemia del Covid-19 ci porta pericolosamente a parlare di disuguaglianza in termini di salute, il chè ci fa prevedere una risposta c.d. populista della Politica e delle masse, desiderose di ricevere lo stesso livello di opportunità di cura e prevenzione che avranno le classi più ricche.

Relativamente alle strategie di investimento, verso la fine del 2019 molti gestori e consulenti patrimoniali stavano rivedendo gli scenari e il proprio atteggiamento verso il futuro in senso più “sociale”. In tal senso, la pandemia ha accelerato questa fase di revisione, dal momento che il danno inflitto ai mercati azionari mondiali e il costo dei pacchetti di salvataggio non faranno altro che sovraccaricare questo processo di cambiamento. La proprietà di beni tangibili, come quelli artistici, le auto classiche e i lingotti d’oro – hanno rafforzato la propria tendenza alla crescita, così come la liquidità – parametro principale che misura l’incertezza – la fa da padrone, e solo una nuova pressione inflazionistica potrebbe far cambiare rapidamente comportamento agli investitori.

Anche il settore immobiliare sta godendo di una rivalutazione, ma al suo interno rivela una profonda modificazione delle preferenze, dalle città alle campagne vicine, che si estenderà negli anni a venire in tutto il mondo occidentale e industrializzato. Infatti, dato che le città sono state l’epicentro per la diffusione del Covid-19, i loro abitanti rivaluteranno se lavorare da casa in aree meno popolate.

Andrew Shirley

Molti dei fattori di cambiamento che modellano i futuri trend di investimento ricadono sotto la bandiera dei criteri ESG: ambientale, sociale e di governance. Il 2019, infatti, potrà essere ricordato come l’anno in cui il capitalismo è diventato “sentimentale”, ed il 2020 è l’anno in cui il capitalismo avrà chiesto di essere semplicemente salvato. Infatti, la sensazione è che le aziende si stiano pericolosamente abituando a “sopravvivere e rimanere a galla”, mentre il loro mestiere è quello di “progredire, fare profitto ed espandersi”. Dato che molte di esse beneficeranno di un salvataggio del governo dagli effetti del Covid-19, è probabile che accetteranno le sollecitazioni governative ad affiancare al profitto uno scopo di interesse collettivo.

Il tempo ci dirà se abbiamo fatto bene a pensarlo.

*Traduzione a cura della redazione di P&F

Grant Thornton, pessimismo sul futuro delle aziende italiane. Solo 23 su 100 sono ottimiste

Secondo Grant Thornton, nei primi sei mesi dell’anno in Italia l’ottimismo economico è diminuito del 10% rispetto al 2° semestre del 2019, con “solo” il 23% delle aziende positive sulla ripresa nei prossimi 12 mesi. Nel mondo tale fiducia è scesa al 43% (-16%).

Milano, 30 luglio 2020 – Per i primi sei mesi dell’anno il network di consulenza internazionale Grant Thornton indica un deciso calo dell’ottimismo da parte delle aziende italiane (-10%) per quel che riguarda le aspettative economiche per i prossimi 12 mesi, con solo il 23% delle aziende ottimiste sulla ripresa. La performance italiana segue il trend di forte peggioramento su scala mondiale (-16%) che tocca il livello più basso dalla crisi dell’Eurozona del 2011-2012. Anche in Europa si inasprisce l’ottimismo che, in linea con il dato globale, diminuisce del 16% rispetto al 2° semestre dell’anno, con solo il 29% di imprese positive.

Un quadro di incertezza generale che – secondo Grant Thornton – riflette un clima di pessimismo sulle aspettative future delle imprese verso i fattori chiave della crescita economica quali fatturato, redditività e occupazione, che preannunciano un anno potenzialmente difficile per l’andamento del business. Per quanto riguarda la situazione italiana, solo il 24% delle aziende italiane si aspetta un aumento dei ricavi nei prossimi 12 mesi, dato in netta caduta rispetto al 42% registrato nel 2° semestre 2019. Al contrario, il 40% si aspetta una diminuzione. Osservando la media globale solo il 34% si aspetta un aumento nei ricavi, in discesa di ben 20 punti percentuali rispetto al 2° semestre 2019.

Una quota importante di aziende, pari al 65%, si aspetta che il Covid-19 avrà un impatto negativo sui ricavi nel 2020 che, secondo le aziende intervistate, diminuiranno in media a livello globale del 9,7% nel 2020 a causa degli effetti della pandemia. Andando a focalizzare i diversi livelli di perdita, in Italia lo scenario di previsione non sembra così scoraggiante, infatti, è di solo il 2,7% il numero di imprese che vede gli impatti del Covid come causa di perdita economica superiore al 50%, per l’11,3% rappresenta una perdita tra il 20 e il 29%, mentre la quota maggiore, il 32,7%, si aspetta una perdita minore, compresa tra l’1 e il 9%. Fa ben sperare un 4,7% che immagina un aumento dei ricavi del 10%.

L’attuale contesto di crisi ha determinato un forte picco di incertezza economica: il 66% delle aziende identifica l’incertezza come un vincolo aziendale (con quasi 1 su 3 aziende che lo identifica come un “grave” vincolo). In Italia il dato sale al 68% (+19% rispetto al secondo semestre del 2019) mentre in Europa rimane più basso al 59% (+14%).

Tra i fattori più limitanti per la crescita vi è anche la carenza di ordini, dichiarata come vincolo dal 57% delle aziende italiane, che supera di poco il dato globale al 55% (più basso quello europeo al 51%). Il crollo della domanda, elevati livelli di incertezza e preoccupazioni per la disponibilità finanziaria sono tutti elementi che in egual misura contribuiranno a ridurre le intenzioni di investimento.

In Italia, diminuisce (-18%) il numero delle imprese che pianificano di investire nella qualità dei prodotti e servizi, con solo il 29% delle imprese che prevede di aumentare le spese in R&S nei prossimi 12 mesi. Dati negativi anche sulla crescita dell’export, sul quale la percentuale delle imprese ottimistiche è più che dimezzata passando dal 38% del 2019 al 16% di quest’anno.

Brutte notizie anche per quanto riguarda l’occupazione, scende infatti il numero delle aziende italiane che prevede di assumere nuovo personale nel prossimo anno (dal 36% al 21%), con un calo pressoché identico all’Unione Europea (dal 36% al 20%). Complice di questa situazione gli impatti drammatici della pandemia da Covid-19 sul mercato del lavoro, che ha fatto sì che il solo 28% delle aziende del mondo prevede di assumere nuovo personale nei prossimi 12 mesi (45% nel 2° semestre 2019).

A causa delle conseguenze della crisi in atto, molte aziende (quasi il 50%) stanno prendendo in considerazione l’implementazione di misure di sicurezza sul lavoro in vista della ripresa, un sentiment forte anche in Italia (quasi il 35%) e in Europa (38%). Rimarrà alta l’attenzione verso il mantenimento del flusso di cassa: a livello globale il 40% delle aziende ha iniziato a pianificare le risorse necessarie per la fase di rilancio, in Italia il 19% e in Europa il 30%. Oltre a sensibilizzare le imprese sulla necessità di maggiore tecnologia e trasformazione digitale nelle prossime strategia aziendali (Italia 31%, Europa quasi il 36% e nel mondo circa il 46%), la pandemia da Covid-19 ha evidenziato l’importanza di una migliore flessibilità delle organizzazioni (riconosciuta dal 30% delle imprese italiane, 40% europee e 46% globali) e dei processi di gestione delle crisi (circa 25% delle imprese italiane, 31% europee e 42% globali).

Gabriele Labombarda

Gabriele Labombarda, Partner & IBC Director Bernoni Grant Thornton commenta: “come si evince dai risultati, l’ottimismo aziendale ha visto un forte peggioramento su scala globale, motivato dalle deboli performance economiche degli ultimi mesi legate soprattutto agli impatti del Covid-19 sui mercati internazionali. In particolare, le conseguenze derivanti dalla diffusione della pandemia, come il crollo della domanda, gli elevati livelli di incertezza e le preoccupazioni sulla disponibilità finanziaria, impongono oggi alle aziende una riflessione e revisione delle proprie strategie aziendali relative al prossimo futuro. Molte aziende hanno saputo approfittare della forzata inattività e/o della riduzione dei volumi di lavoro conseguenti il lock-down e hanno avviato azioni volte a contrastare le difficoltà causate dalla pandemia, come, ad esempio, il ripensamento e la riorganizzazione dei processi interni e la ristrutturazione della propria posizione finanziaria, preparandola per la ripartenza.”

Impresa e innovazione ai tempi del Covid-19. Lo zafferano di montagna siciliano, analisi costi e ricavi

Lo zafferano è una spezia di altissimo valore di mercato, fluttuante di anno in anno secondo le quantità prodotte. Il clima ideale è quello delle colline del Nord Italia, generalmente più freddo di quello della Sicilia, dove però è possibile riprodurre le stesse condizioni ad altitudini maggiori e con una migliore qualità dettata dalla maggiore esposizione al sole dell’isola.

Coniugare impresa e innovazione, anche in agricoltura, è sempre possibile, ed i requisiti richiesti sono uguali per tutti: decidere a quale settore imprenditoriale dedicarsi, avere una buona idea innovativa (o anche re-innovativa, nel senso di rielaborare nuovi processi di qualcosa che già esisteva), una media capacità di investimento, propensione alla comunicazione d’impresa ed un po’ di fortuna. Queste sono le poche tessere del puzzle che qualunque azienda deve mettere per avviare un’iniziativa che, in poco tempo, sia in grado di reggersi sulle proprie gambe, soprattutto allorquando gli effetti della pandemia di Covid-19 sull’economia (in termini di domanda) si saranno ridimensionati e permetteranno la ripresa degli scambi commerciali.

Negli ultimi anni, la maggior parte delle c.d. startup sono nate nel campo dei servizi digitali ed informatici, ma non sono pochi gli imprenditori e i manager che hanno scelto di indirizzare le proprie energie verso l’agricoltura, coniugando tecnologia e nuove idee a colture già note. Un caso a parte, per via delle caratteristiche specifiche, è quello della produzione dello Zafferano, che in Sicilia ha visto emergere la qualità di montagna grazie all’azienda agricola “La Torre” (nella foto il CEO Mauro Alcamisi, produttore dello “Zafferone“), una startup che ha sede all’interno della zona protetta del Parco delle Madonie, e che sviluppa il suo core business interamente su una mono coltivazione di altissima qualità.

Lo zafferano è una spezia molto pregiata e dalla resa molto bassa, al punto di meritarsi l’appellativo di “oro giallo”. Il paese con la maggior produzione di zafferano è l’Iran, seguito da India e Sri Lanka. Ma anche l’Italia, come vedremo, fa la sua parte. Lo zafferano italiano è qualitativamente superiore a quello proveniente dall’estero, per questo motivo piace molto ai consumatori stranieri che ne fanno grande richiesta. Basti pensare che ogni anno, l’Italia esporta ben 16 tonnellate di Zafferano in USA, Germania, Francia, Regno Unito e Brasile su tutti. La produzione diretta italiana – quella di pregio – si attesta annualmente sui 500-600 Kg., mentre tutto il resto (più di 15 tonnellate) è rappresentate da zafferano importato dall’Iran, lavorato in polvere e rivenduto all’estero.

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In Italia si produce in varie regioni, tra le quali la Toscana, le Marche, Abruzzi, Molise, Sardegna ed Emilia Romagna. Tuttavia, la produzione avviene nella pressoché totalità dei casi ad altitudini medie di 6oo metri sul livello del mare, e questo permette una produzione quantitativamente ottimale e qualitativamente soddisfacente. L’azienda di Alcamisi, però, si è spinta oltre gli 850 metri, riprendendo la tradizione – che giaceva del tutto abbandonata – di quei comuni montani che coltivavano zafferano (per uso personale, non per profitto) fino all’inizio del 1900, allorquando anche i piccoli fazzoletti di terra destinati alle coltivazioni delle spezie vennero convertiti per produrre ortaggi e legumi, necessari alla sopravvivenza.

Gli eventi storici del primo e secondo conflitto mondiale, a seguito dei quali molti contadini, chiamati alle armi, non tornarono più alle loro case, ne impedirono definitivamente il ricollocamento, e così la tradizione della produzione dello zafferano in Sicilia andò perduta.

C’è da dire che lo zafferano è una spezia di altissimo valore di mercato, fluttuante di anno in anno secondo le quantità prodotte, e richiede una grande quantità di ore/lavoro da parte di manodopera senza particolare specializzazione. Il clima ideale è quello delle colline del Nord Italia, generalmente più freddo di quello della Sicilia, dove però è possibile riprodurre le stesse condizioni ad altitudini maggiori – cioè in montagna – e con una migliore qualità dettata dalla maggiore esposizione al sole dell’isola. In Sicilia, infatti, i c.d. crochi, dai quali nascono i fiori viola dello zafferano, crescono spontaneamente nel sottobosco e nei prati di montagna del Parco delle Madonie.

La fase di startup della produzione nelle Madonie è stata avviata circa 5 anni fa, con un primo ciclo sperimentale della durata di 6 mesi, nel quale si è provveduto a preparare il terreno, ad implementare l’impianto dei primi duemila bulbi di crocus sativus. In occasione del primo raccolto (da agosto a fine ottobre), le analisi hanno confermato l’elevatissima qualità del prodotto, e così si è dato il via, dopo quasi un secolo, al primo zafferaneto di montagna che oggi occupa circa un ettaro di terreno soleggiato e conta quasi 500mila bulbi. La produzione in altura è quantitativamente inferiore (circa il 30-40% in meno) rispetto a quella collinare, ma la qualità del prodotto di montagna essiccato risulta più elevata. La conferma arriva dall’interessamento da parte dell’industria dolciaria, che ha dedicato allo zafferano di montagna una linea di prodotti specifica (come il celebre panettone dell’azienda Fiasconaro, realizzato in partnership con gli stilisti Dolce e Gabbana, agli agrumi e zafferano di Sicilia), molto apprezzata in tutto il mondo.

Per quanto riguarda le rese della coltura poliennale in collina, da 1000 m² di superficie si possono ricavare 120-150.000 fiori, e da questi si ricavano da 5 a 7 kg di stimmi freschi che, dopo l’essiccatura, divengono 1,0 – 1,4 kg. Nelle aree a coltura poliennale, di solito, al primo anno si realizzano  da 4 a 6 kg per ettaro di stimmi freschi, ma al secondo ben 12 kg e oltre. Negli anni successivi la produzione tende a diminuire, scendendo a 10 kg per ettaro al 3° anno e a livelli ancora inferiori negli anni successivi. In montagna, però, dove il livello qualitativo è molto più elevato, la produzione media non raggiunge i 5 kg per ettaro, ed è per questo motivo che la domanda risulta essere costantemente superiore all’offerta, determinando un prezzo maggiore.

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Relativamente all’analisi dei costi e dei ricavi, li possiamo sintetizzare brevemente in un elenco abbastanza esaustivo, che rende bene l’idea dell’investimento complessivo e delle aspettative di rendimento.

ANALISI DEI COSTI DI IMPIANTO

– valutazione agronomica del terreno: 200,00 euro;

– acquisto di 100.000 bulbi di zafferano olandese (dimensione > 3,18 cm di diametro – circonferenza 10/+). 30.000,00 euro;

– aratura, concimazione, fresatura, assolcatura e messa a dimora dei bulbi e successivo espianto dei bulbi con selezione: 1000 ore complessive per un totale di 10.000,00 euro;

– concime: 6.000,00 euro per 6.000 kg..

COSTI RICORRENTI

– eventuale affitto annuale del terreno: 5.000,00 euro per ettaro;

Naturalmente tutti i costi di impianto, in una coltivazione poliennale, si azzerano dal secondo anno.

Tali costi dovrebbero permettere un raccolto compreso tra 120.000 e 150.000 fiori in circa 30 giorni. Viste le dimensioni medie dello zafferaneto, serviranno complessivamente circa 8 ore (2 ore per due persone) al giorno per raccogliere tutti i fiori, e per la mondatura degli stimmi. Per l’essiccazione è sufficiente un essiccatore elettrico che consuma circa 0,5 euro di corrente all’ora, per un costo complessivo di circa 60 euro. A questi, infine, si aggiungono le analisi di laboratorio dello zafferano (fondamentali per capire il livello di qualità), al costo di 100,00 euro.

ANALISI DEI RICAVI – Occorrono circa 130 fiori per produrre 1g di zafferano essiccato; pertanto, con circa 100.000 la produzione sarà di 1,5 kg di prodotto, il cui valore – che dipende anche dalla qualità certificata dalle analisi – oscillerà tra i 10 e i 25 euro al grammo, a seconda del tipo di cliente finale (es. se utilizzatore industriale, artigianale, ristoratore o privato). Attribuendo un valore medio di 15 euro al grammo, e assumendo l’unità di prodotto in 0.20 grammi a confezione, possiamo stimare i ricavi medi annuali (tra vendite all’ingrosso e vendite al dettaglio) in circa 30.000,00 euro, ed un break-even point (punto di pareggio con rientro totale dall’investimento) a circa 20 mesi dal primo raccolto (26 mesi in totale). A questi risultati vanno aggiunti i maggiori ricavi derivanti dall’aumento spontaneo dei bulbi, utili per le produzioni future. Infatti, i bulbi di Zafferano messi a dimora solitamente si riproducono, e aumentano il capitale investito di circa il 35% ogni anno, consentendo un risparmio notevole, proprio nel bene che rappresenta l’investimento più impegnativo (i bulbi, appunto), nel caso in cui si voglia aumentare la produzione mettendo a coltura nuovo terreno da coltivare a zafferano. In alternativa, i bulbi in più che non si intende utilizzare possono essere venduti ad altri competitor o startupper, generando una voce costante di ricavo annuale che si aggiunge a quella della produzione principale.

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In definitiva, le nuove regole di distanziamento sociale e le difficoltà che i settori tradizionali dell’Economia incontreranno per effetto della pandemia di Covid-19, potrebbero favorire un ritorno delle nuove generazioni d’impresa verso l’agricoltura, che garantisce uno stile di vita più sicuro rispetto a quello cittadino delle fabbriche e dell’alta densità abitativa.

L’Italia, con la sua varietà di colture e secolari tradizioni in campo agricolo, potrebbe rivelarsi nell’imminente futuro come un laboratorio produttivo capace di creare nuovo lavoro e prosperità.