Giugno 16, 2026
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Federpromm, Marucci: i consulenti finanziari come “zelanti maggiordomi” degli intermediari

“…se si esamina la sua  condizione   contrattuale, di rispetto al vincolo della restrittiva normativa, alla sua funzione di puro adempimento  amministrativo, si può ben affermare come  oggi  il consulente finanziario sia uno ‘zelante  maggiordomo’ in giacca e cravatta,  alle dipendenze dell’intermediario senza esserlo giuridicamente…”

di Manlio Marucci *

Roma 19 ottobre 2019 – Più volte e in diverse occasioni  mi sono interessato  – molto spesso in modo poco ortodosso  –  nel  capire i veri problemi di tutto il settore dell’intermediazione finanziaria ed in modo particolare della posizione espressa  dalla figura del consulente finanziario  nell’ambito dei rapporti formali  con i vari soggetti abilitati, ma soprattutto nel capire quale ruolo tale figura professionale rivesta nel contesto  più ampio della società italiana e nel contempo verificare se il suo  valore culturale di trasmissione of financial knowledge  – di educatore finanziario – abbia  un  riconoscimento formale dalla comunità dei risparmiatori. Molte ricerche ormai confermano questa tendenza e sicuramente le istituzioni ne hanno compreso l’importanza.

Manlio Marucci – Federpromm-Uiltucs

Fin dalla sua nascita con l’istituzione dell’albo professionale dei PF che risale ormai ad oltre venticinque anni, abbiamo assistito ad un processo evolutivo che tra alti e bassi della congiuntura dei mercati ha disegnato  un quadro  sufficientemente  attraente nel  sostenere ed indirizzare milioni di famiglie verso forme di investimento alternative ai classici prodotti  monetari che per i bassi tassi di interesse cercano oggi di  ottimizzare i loro risparmi verso strumenti del risparmio gestito per avere  maggiori rendimenti e per limitare il livello dei rischi. Ormai si può affermare che esiste un’ampia letteratura intorno alla figura del consulente finanziario che ne esalti sia l’aspetto più propriamente esoterico, di facciata, che di una vera attribuzione di cultore della materia, di “paidéia”,  nei confronti della comunità finanziaria. Un compito assai difficile come elemento demistificante del tessuto sociale italiano vista la scarsa propensione verso la finanza e la previdenza, senza che ne  intacchi tuttavia la natura della composizione dei rapporti strutturalmente combinati tra lo stesso sistema finanziario, sistema politico, sistema produttivo. Non cito per comodità  i dati oggi facilmente reperibili dai vari operators of the reference market .

Tale complessità dei problemi  indubbiamente, vista anche la velocità dei cambiamenti in atto, mette in crisi la natura dei modelli di sviluppo  approvati nei vari piani industriali da parte delle reti e delle banche con l’effetto di  far uscire dal mercato  migliaia di consulenti finanziari che hanno modesti portafogli , e questo nonostante abbiano dedicato anni di lavoro, risorse e sacrifici,  adeguandosi  psicologicamente ad un lavoro a partita Iva e con mancanza di tutele contrattuali e previdenziali.  Una contraddizione di fondo che mette in crisi l’intero sistema così strutturato attraverso un processo di razionalizzazione dell’utilizzo massiccio della figura dei CF e dell’avanzata della tecnologia che sembra dominare tutto  il settore della “nuova” finanza.

Assistiamo quindi ad una realtà certamente sempre più complessa che presenta però al suo interno molteplici criticità, soprattutto se il valore attribuito a queste dinamiche dello sviluppo si associa anche la situazione oggettiva delle  aspettative di chi vuole intraprendere – in un mercato sempre più competitivo – l’attività di consulente finanziario e le condizioni umane ed economiche  con cui si sono determinate le situazioni  di lavoro nel tempo.  Dinamiche che vedono in modo subalterno e strumentale la funzione dello stesso CF alla mercé degli interessi  e delle logiche espansive degli intermediari finanziari.

Non vorrei essere considerato un “guastafeste” rispetto alla vasta pubblicistica che con enfasi ha sempre valorizzato il consulente finanziario come l’anello di congiunzione –certamente vero – tra cliente, società prodotto e rete distributiva, ma il suo raggio di influenza, la sua capacità di comprendere appieno il ruolo sociale che svolge non sempre esprimono  atteggiamenti positivi  proprio perché se si esamina la sua  condizione   contrattuale, di rispetto al vincolo della restrittiva normativa, alla sua funzione di puro adempimento  amministrativo, si può ben affermare come  oggi  il CF sia uno “zelante   maggiordomo” in giacca e cravatta  alle dipendenze dell’intermediario senza esserlo giuridicamente.  Tralascio la figura del consulente c.d. fee only poiché ancora il mercato – con i limitati numeri di iscritti all’apposita sezione in OCF –  non ne ha recepito la sua rilevante importanza, anche se i tempi possono sembrare maturi.

C’è anche da dire che le case di investimento sono lì a vigilare come grandi sacerdoti che i dati e la realtà oggettiva delle condizioni di lavoro in capo ai CF (contratto di agenzia assimilabile al settore commercio, anziché –come sarebbe naturale – a quello del credito) non riescano ad essere troppo scandalose.  Alcune domande infine poste a voce alta allora sono indispensabili:  è sostenibile ipotizzare un nuovo modello di relazioni industriali applicate a tutto il settore dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa ? Con al centro la figura del Consulente finanziario nel rapporto fiduciario con i potenziali investitori ?  Utopia o presa di coscienza  collettiva ? O forse sarà la Robotic Process Automation  & Artificial Intelligence a dominare lo scenario futuro ?  Realtà con cui bisogna decidersi di fare i conti.

*Presidente Federpromm-Uiltucs

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Banche e reti, la tecnologia guida le nuove professioni. Un futuro da consulenti digitali?

L’intelligenza umana continuerà a superare quella delle macchine ancora per molto tempo, ma l’aumento della tecnologia migliorerà l’esperienza dei clienti.

Sembra lontana un secolo l’epoca in cui i consulenti – promotori a quel tempo – viaggiavano con la valigetta piena zeppa di moduli “pronti all’uso”, da compilare e poi scaricare alla segreteria del proprio ufficio per la spedizione. Al resto, ossia alla verifica delle firme e della correttezza della compilazione, ci pensava la sede, mentre la copia-cliente era l’unica prova dell’investimento per il risparmiatore, prima che arrivasse via posta (dopo un mesetto) la tanto sospirata conferma per via postale. Oggi, invece, la tecnologia applicata dalle aziende alla relazione commerciale con i clienti si sta facendo strada un tutti i settori, anche in quello delle banche-reti, dove il contatto visivo/fisico tra consulenti e investitori (soprattutto quelli di età over 50) è ancora un caposaldo di solidità e continuità nel rapporto professionale.

Non ci sorprende, pertanto, che i professionisti della finanza possano procedere all’identificazione dei propri clienti attraverso sessioni audio/video protette, relazionandosi con loro “a distanza”, grazie ad un sistema che garantisce la cifratura del canale di comunicazione audio/video e l’identificazione chiara dell’interlocutore, registrando e conservando l’intera sessione dopo aver ottenuto il consenso del cliente alla privacy. Allo stesso modo, non è una novità che tutta questa tecnologia, ed i processi ad essa collegati, debbano essere progettati, creati, aggiornati ed infine gestiti da risorse umane che entrano a pieno titolo nel novero delle nuove professioni legate al mondo bancario.

Secondo un recente rapporto di HSBC (“Human Advantage: The Power of People”) l’intelligenza umana continuerà a superare quella delle macchine ancora per molto tempo, ma l’aumento della tecnologia migliorerà l’esperienza dei clienti, soprattutto di quelli appartenenti alla fascia dei c.d. millennials. In sintesi, l’intelligenza artificiale non sostituirà l’intelligenza umana, ed il segreto del successo delle banche risiederà nella loro capacità di mescolare la migliore tecnologia con il sapere delle persone”.

Relativamente alle nuove competenze richieste dal mondo bancario e finanziario, HSBC prevede che in futuro saranno importanti sei ruoli, e più precisamente quelli di:

Mixed Reality Experience Designer, ossia di colui che sovrappone i dati nel mondo fisico per creare personaggi o oggetti immaginabili e localizzarli nello spazio fisico come se fossero reali. Questo nuovo ruolo si adatta meglio a chi possiede competenze in design estetico, marchi, esperienza dell’utente e meccanica 3D.

Algorithm Mechanic, che ha il compito di supervisione degli algoritmi necessari ad ottimizzare l’esperienza del cliente bancario nel suo rapporto con la macchina. Questo ruolo richiede competenze nella gestione del rischio, nella progettazione dei servizi e nell’educazione finanziaria, piuttosto che nella competenza tecnologica.

Conversational Interface Designer, il quale aiuta a sfruttare al meglio i c.d. chatbot vocali e di testo, e supervisiona la costruzione di interfacce per sorprendere piacevolmente. Questo ruolo richiede un mix di abilità creative e linguistiche.

Universal Service Advisor, ossia colui che combina la conoscenza del prodotto e del dominio con un’eccellente “comunicazione empatica” con i clienti. Ciò richiede un buon livello di conoscenza delle principali tecnologie di comunicazione, comprese le prestazioni in un ambiente virtuale.

– Il Digital Process Engineer analizza, assembla e ottimizza i crescenti flussi di lavoro derivanti dalla crescita esponenziale delle informazioni da gestire ed archiviare, massimizzando la produttività e minimizzando l’attrito.

– Il Partnership Gateway Enabler monitora e aiuta a gestire la complessa rete di relazioni che nasce dai nuovi modelli di business, e garantisce che le prestazioni siano conformi alle normative.

Secondo Tom Cheesewright (di Applied Futurist, coautrice del rapporto insieme ad HSBC) mentre le macchine continueranno ad assumere maggiore importanza nei processi più “robotici”, una maggiore enfasi verrà data alle nostre risorse “più umane”, come la curiosità, la creatività e l’empatia: Grazie a queste, per fortuna, continueremo a distinguerci dalle macchine.

Sempre secondo il rapporto di HSBC-Applied Futurist, l’apprendimento permanente e la necessità di migliorare le competenze dei dipendenti diventeranno essenziali durante tutto il periodo in cui ci sarà carenza, come adesso, di candidati qualificati nelle discipline digitali. Pertanto, si prevede un aumento degli investimenti, da parte delle banche-reti, in risorse umane e nel loro sviluppo personale, le quali dovranno abituarsi a vedere tutto attraverso un “obiettivo digitale”, cambiando la propria mentalità ed offrendo un’esperienza migliore ai clienti.

Se non è chiaro, si tratta di una vera rivoluzione del lavoro nel mondo delle banche e delle reti di consulenza, che irrimediabilmente segnerà la necessità di un aumento delle competenze degli stessi consulenti nelle discipline digitali.

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