Luglio 29, 2026
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Il capitalismo nel contesto di guerra e il sogno tradito di un nuovo modello di società partecipata

Proprio nei periodi più difficili dell’umanità, le industrie delle armi e del petrolio mostrano quanto possano essere correlate e dare il meglio di sè solo ai suoi stakeolders, generando exploit di ricchezza nelle mani di pochi.

di Manlio Marucci*

Viviamo un’epoca in cui la mente umana sembra trovare inesauribile soddisfazione in un progresso economico e tecnologico che, seppur appagante per via dell’innegabile benessere che ha generato, è stato talmente enfatizzato da determinare un sensibile inaridimento dei valori culturali e spirituali prima connaturati all’esistenza dell’individuo ed ora ridotti a semplici automatismi di comportamento. Questi ultimi sono frutto della incontrollata – e quasi meccanica – adesione all’avanzare della visione materialistica del progresso, diventato esaltazione logica del possesso di “cose” e riduzione al trinomio esistenza-produzione-progresso.

Sulla base di tali presupposti sono stati commessi, talvolta, degli azzardi scientifici sfociati in rischi estintivi per l’intera umanità. Ne è testimonianza la proliferazione nucleare e la corsa agli armamenti, che sebbene arginate dalla paura di una sovrapposizione di forze tra diverse Nazioni non elimina tuttavia l’ipotesi di un pericolo nei cui confronti non si può restare indifferenti. Infatti, lo scenario di guerra settoriale a cui stiamo assistendo ormai da diversi mesi ha risvolti ancora non ben definiti, ma di certo ha già determinato una demarcazione netta sul piano degli equilibri internazionali tra oriente ed occidente. Vale la pena, pertanto, analizzare il contesto del conflitto cui tutti noi stiamo assistendo impotenti e trovare valide argomentazioni e metodologie di indagine in grado di  comprendere le variabili aggregate dei vari sistemi economici – pur diversi sul piano istituzionale – per valutarne il funzionamento all’interno di uno scenario di guerra.

In tale direzione, le analisi condotte su più ampi fronti dalla politica, dell’economia e della finanza sono finora state incapaci di arginare l’escalation del fenomeno militare, il quale rappresenta una grave contraddizione all’interno dell’attuale sistema capitalistico avanzato (neocapitalismo o capitalismo monopolistico). Non v’è dubbio, infatti, che le guerre ed il loro naturale portato di distruzione creino opportunità per tutti i settori industriali coinvolti nel grande affare della c.d. ricostruzione, ma nello stesso tempo esse non diffondono benessere durevole tra le popolazioni dei paesi in cui il conflitto si è svolto, poiché concentrano la ricchezza nelle mani di pochi, senza realizzarne una redistribuzione ottimale. Infatti, l’economia mondiale è costantemente condizionata dal binomio produttivo “guerra e petrolio“, che consente una enorme crescita della ricchezza ad esclusivo vantaggio di una particolare classe industriale, quella dei produttori di armi e dei petrolieri, che non conosce fattori stagionali e/o congiunturali ed è anticiclica per definizione. Anzi, proprio nei periodi più difficili dell’umanità essa dà il meglio di sè ai suoi stakeolders, generando exploit di ricchezza. Prova ne sia che, in questo particolare scenario di guerra Russia-Ucraina-NATO, le maggiori compagnie petrolifere hanno comunicato di aver realizzato utili per 200 miliardi di dollari, un record storico. Parimenti, mentre l'”economia di pace” (quella dei beni di consumo “pacifici”) arranca verso una recessione, l’industria degli armamenti sta realizzando fatturati da capogiro, e presto conosceremo i dati sui loro utili.

Il problema di fondo è che nel contesto della società c.d. globalizzata è condizione necessaria e sufficiente trovare delle soluzioni non sul piano militare, ma sul piano del cambiamento nei rapporti umani e sociali, gli unici che possano a loro volta determinare un quadro di stabilità nei vari campi dell’economia, della finanza, della ricerca e dei vari assetti istituzionali che governano i paesi. Ciò significa affrontare responsabilmente la realtà che ci circonda sul piano storico e politico, non militare, ed analizzare con lucidità i processi di accumulazione del capitale e le varie ideologie economiche a cui si ispirano i vari governanti, al fine di realizzare un riordino generale ed  un nuovo modello di società a cui tendere per il rispetto della vita umana e per una soddisfacente condizione di vita socialmente utile a tutti.

Se non si persegue questa linea di condotta, si rischia di riproporre a livello internazionale lo stesso modello “economico-militare” di tipo keynesiano che ha condotto l’umanità verso il Secondo Conflitto Mondiale, la Guerra Fredda e l’esportazione del sistema di risoluzione delle controversie attraverso il finanziamento esterno di guerre locali e regionali per l’accaparramento di materie prime da parte dei paesi egemoni. Prova ne sia che la corsa agli armamenti convenzionali e nucleari, anziché rallentare, è aumentata a dismisura, ed oggi potrebbe avere delle conseguenze sul piano della sopravvivenza della vita umana nel nostro pianeta: la spesa militare complessiva a fine 2022 ha raggiunto i 1.650 trilioni di dollari, una cifra che avrebbe permesso di ridistribuire ricchezza in molti paesi economicamente più fragili, e creare benessere all’intero pianeta, se solo la metà di questa spesa fosse stata rivolta alle energie rinnovabili.

Pertanto, serve gettare le basi  per un nuovo ordine mondiale che sia in grado  di garantire una vita quotidiana dignitosa per tutti, superando il “travestimento” di interessi puramente nazionali e uscendo dalla logica dell’interesse di parte. Le istituzioni mondiali in cui discutere questi temi esistono, ma sono ancorate a modalità di funzionamento ed equilibri politici che, se andavano bene settanta anni fa, oggi sono superati del tutto. Occorre tornare allo spirito della Società delle Nazioni, ossia della prima organizzazione intergovernativa che, all’indomani della fine del Primo Conflitto Mondiale, aveva come scopo quello di accrescere il benessere e la qualità della vita degli esseri umani, prevenendo le guerre sia attraverso l’esclusiva gestione diplomatica delle controversie sia per mezzo del controllo degli armamenti. Gruppi economici potenti e senza scrupoli, nel corso dell’ultimo secolo, hanno ostacolato in tutti i modi il cammino segnato verso un nuovo modello di Società Partecipata, tramandando di generazione in generazione un futuro di morte e distruzione.

Oggi sappiamo come è andata a finire.

*Presidente Federpromm

Educazione finanziaria “di genere”? No, grazie. Il confronto prevalga sulla esaltazione delle differenze

Con quali modalità le istituzioni economiche mondiali intendono riequilibrare il benessere individuale tra i generi, senza correre il rischio di creare privilegi a beneficio di uno e a danno dell’altro?

Editoriale di Alessio Cardinale*

Uno spettro si aggira tra le istituzioni finanziarie mondiali, un po’ nascosto dietro le trame della politica internazionale (cioè quella che poi incide sull’economia reale). Questo fantasma si chiama “parità economica di genere” e,  come avrete notato soffermandovi sulla denominazione, questa manca del termine “opportunità”.

La differenza non è soltanto lessicale. Infatti, la definizione di “parità di opportunità economiche di genere” individua una società ideale dove tutti, uomini e donne, abbiano uguali strumenti per raggiungere l’eccellenza in tutti i campi, compreso quello economico: libero accesso all’educazione e alla formazione, alle professioni, ai diritti civili, uguali livelli salariali etc. In un siffatto modello sociale, ogni individuo, senza distinzione di sesso, raggiungerà livelli proporzionali all’impegno profuso e alle proprie abilità acquisite. Con il concetto di “parità economica di genere”, invece, si tenta di colmare il gap di opportunità delle donne utilizzando una sorta di “quota rosa” dell’economia, e cioè uno strumento di equilibrio esclusivamente quantitativo, deciso dall’alto, idoneo a creare una artificiale accelerazione dei processi di parificazione (quelli che, in genere, richiedono anche decenni di storia); tutto ciò a totale detrimento della meritocrazia che, in Economia e negli affari – perdonate la franchezza – vale molto più dell’attrezzatura che portiamo sotto gli abiti.

In estrema sintesi, con il primo modello, cioè quello delle opportunità economiche, si dice (in questo caso alle donne) “ti do le stesse opportunità di carriera e di ricchezza degli uomini, in base ai tuoi meriti ed al tuo impegno“; con il secondo (quello della parità economica tout court), si dice “ti dò la stessa carriera e la stessa ricchezza degli uomini“, a prescindere dalle capacità personali e solo per via dell’appartenenza al genere politicamente corretto.

A parte l’aberrazione sociale di siffatto metodo redistributivo, ci si chiede come sia possibile realizzare il secondo modello, a parità di ricchezza globale, senza sottrarne una parte a chi, tra gli individui di genere maschile, se l’è guadagnata e la detiene. 

Nonostante queste riflessioni piuttosto elementari, negli ultimi due anni, di pari passo alle benvenute (quando non realizzano odiosi privilegi) politiche sociali woman oriented, si è sviluppato un vigoroso apparato ideologico a sostegno di quello che appare invece come un pericolosissimo tentativo di forzare la mano all’Economia nei suoi fondamenti, con e le sue leggi e i suoi modelli che qualcuno vorrebbe mutare a beneficio di un solo genere.

Richiamandoci alla storia economica contemporanea, i modelli capitalistici (quelli che tutti noi studiamo all’università), prima ritenuti pressocchè immutabili, sono stati messi a dura prova dall’improvvisa evoluzione di quello cinese, il quale, in un certo senso, ha messo in crisi i dogmi macro-economici europei e americani degli anni ’80 per via del successo decretato dall’intervento diretto della politica post-maoista (l’ex modello comunista) sull’economia di stampo capitalistico. Uno tsunami, per il pensiero degli economisti, a cui il mondo si è abituato, nonostante quello cinese sia un popolo ancora soggiogato dalla dittatura di un partito e del suo segretario, dove l’arricchimento della classe imprenditoriale cinese fa rima con la compressione dei diritti umani (circa 2.500 esecuzioni capitali ogni anno in Cina) e delle libertà civili.

Ebbene, che collegamento c’è tra il modello semi-capitalistico cinese e la battaglia (silenziosa, ma ancora per poco) per la “parità di genere economica”? Uno solo: il metodo, quello che prevede un intervento incisivo della politica (e delle ideologie che la sostengono) sull’Economia mediante l’adozione di leve e meccanismi differenti da quelli tradizionalmente usati per riequilibrare le disparità sociali, ossia la politica monetaria e quella fiscale. Infatti, non è un caso che, da qualche tempo, alcune grosse istituzioni economiche come il World Economic Forum sostengono che investire sulle donne, sul loro benessere, sui loro salari, sulla loro salute e istruzione, sui servizi alle famiglie ci renderebbe tutti più ricchi.

Come non essere attratti da simili affermazioni? Nel mondo occidentale, nessuno deve poter affermare che investire sulle competenze delle donne sia una cosa sbagliata. Serve, però, capire con quali modalità le istituzioni economiche mondiali intendono investire per riequilibrare il benessere di un solo genere, senza correre il rischio di creare privilegi a danno dell’altro. Inoltre, ci si dovrebbe chiedere se tale  principio non nasconda, da parte di alcune formazioni politiche che si auto-definiscono progressiste, l’intento di creare una “parità artificiale”, non sorretta dai necessari principi meritocratici che sono alla base dello sviluppo economico di ogni paese.

In Italia, per esempio, abbiamo già sperimentato come l’aumento, puramente quantitativo, delle donne in Parlamento, avvenuto grazie all’affermazione graduale dei principi di equità alla base delle c.d. quote rosa, non abbia determinato affatto l’attesa “elevazione qualitativa” della classe politica nazionale, ed anzi dobbiamo riconoscere che le parlamentari inserite dai partiti in occasione delle elezioni si siano rivelate, salvo pochissime eccezioni, assolutamente ininfluenti (se non anche scarsamente capaci) e poco avvezze a superare la visione partitocratica dello Stato ed a gestire bene la Cosa Pubblica, al pari della stragrande maggioranza dei parlamentari uomini.

Eppure, il World Economic Forum (molto ascoltato anche dai politici italiani) continua a propinare una sorta di “nuova ideologia” basata sul concetto che i governi guidati da donne sono più democratici, egualitari, pacifisti e meno corrotti; pensano di più all’ambiente, all’istruzione e in generale alle politiche sociali.

In buona sostanza, un insieme di luoghi comuni sconfessati dai fatti.

Secondo il WEF, inoltre, una maggiore partecipazione delle donne alla politica e alla direzione di piccole e grandi imprese aumenterebbe la ricchezza di tutti, e la parità di genere sarebbe strettamente correlata al prosperare delle economie e delle società, comportando dividendi economici significativi anche in termini di PIL. A sostegno di questa tesi, Il WEF sciorina anche dei dati: la parità di genere economica potrebbe aggiungere ulteriori $ 250 miliardi di dollari al PIL del Regno Unito, 1.750 miliardi di dollari a quello degli Stati Uniti, 550 miliardi ai giapponesi, 320 miliardi di dollari alla Francia, 310 miliardi al PIL alla Germania, mentre la Cina potrebbe vedere un aumento di 2,5 trilioni di dollari. Il mondo, inoltre, nel suo complesso potrebbe aumentare il PIL globale di 5,3 trilioni di dollari entro il 2025 (ossia, in un orizzonte temporale di soli 6 anni), se solo riducesse di appena il 25% il divario uomo/donna nella partecipazione economica.

Come ciò si possa verificare, a parità di PIL e di risorse, in soli 6 anni, questo il WEF non lo spiega, limitandosi a sterili enunciazioni di principio, tipiche della prevalenza di posizioni politiche ed ideologiche su quelle economiche e pratiche, sulle quali invece si reggono le fortune (e le sfortune) del mondo. Infatti, a parità di PIL e risorse, l’unico modo per realizzare gli enunciati del WEF non è quello di “affiancare” le donne agli uomini in nuovi ruoli dirigenziali all’interno del mondo imprenditoriale, bensì quella di “sostituire” la classe dirigente maschile con quella femminile. Pertanto, si tratterebbe di una politica sorretta da una ideologia chiaramente suprematista, che non tiene in nessuna considerazione i criteri meritocratici, con i quali la maggioranza delle donne invece accetta di misurarsi, e mira a scalzare le figure maschili solo in virtù del loro genere politicamente scorretto.

Una posizione inaccettabile, a ben vedere, che non ha niente a che fare con l’obiettivo di riequilibrare le possibilità di carriera delle donne (quelle meritevoli), e che mira al superamento stesso delle politiche di pari opportunità per mezzo della creazione di un privilegio assoluto dettato dall’appartenenza al genere corretto.

Il naturale portato di questa ideologia – uno dei tanti – è quello dell’ “educazione finanziaria di genere”, in base alla quale, secondo la Banca Mondiale delle Donne, è necessario ridurre il divario nell’accesso ai servizi finanziari e nell’emancipazione economica femminile. In sintesi, secondo il rapporto annuale della Women’s World Banking, non può esserci inclusione e consapevolezza di genere del proprio peso, decisionale e economico, senza un’educazione finanziaria mirata, dedicata solo al genere femminile.

Come se quello della emancipazione finanziaria sia un problema solo femminile, e non tocchi neanche i milioni di uomini privi di qualunque alfabetizzazione sui temi della finanza più elementare.

Anche in questo caso, quindi, le legittime rivendicazioni provenienti da alcuni dei più grandi paesi del mondo (Bangladesh, Egitto, India, Indonesia, Messico e Nigeria, dove vive oltre il 50% delle donne che non ha accesso al credito e a un conto bancario) vengono utilizzate per nascondere enunciati di principio di chiara matrice suprematista. La stessa WWB, per esempio, sostiene che se la finanza sta diventando più responsabile è merito delle donne, le quali sarebbero più propense agli investimenti sostenibili e attente ai loro effetti di lungo termine. Altri luoghi comuni, dunque, che non chiariscono affatto l’utilità di dover ripensare l’educazione finanziaria «tradizionale», quella cioè basata sullo studio degli argomenti finanziari più complessi (es. il calcolo degli interessi) senza coinvolgere necessariamente entrambi i generi a partire, per esempio, dall’età scolastica primaria e secondaria.

A meno che non si pretenda di tornare, per favorire l’educazione finanziaria di genere, alle classi separate per sesso fin dalla scuola materna.

In definitiva, istituzioni come la WWB propongono un cambio di paradigma per mezzo del raggiungimento di obiettivi di apprendimento che sembrano riservati solo alle donne: come esse possano investire, oppure usare il proprio smartphone per gestire i risparmi, le spese familiari o le attività e imprese economiche in maniera differente rispetto agli uomini.

Si tratta di un approccio che, anziché alimentare il confronto tra i generi e favorire uno scambio di competenze e valori, mira solo alla futura supremazia di un genere a discapito dell’altro. Un approccio di potere, quindi, da cui la futura Europa dei popoli deve difendersi per evitare di ricadere, dopo decenni di sostanziale pace sociale, in una strumentale ed eccessiva esaltazione delle differenze tra uomo e donna in cui, per via dell’asprezza di tale dibattito in molti ambiti della Società, si potrebbe individuare l’anticamera di nuovo antisemitismo di genere.

*Editore e direttore editoriale di Patrimoni&Finanza