Maggio 10, 2026
Home Posts tagged cedolare secca

Come aprire un B&B a conduzione familiare e integrare (bene) il reddito

Il settore dei B&B è letteralmente esploso, e con esso il reddito integrativo generato dai turisti che visitano l’Italia da tutto il mondo. Il rischio d’impresa? prossimo allo zero.

In Italia, e soprattutto nel Meridione del nostro Paese, l’arte dell’accoglienza ha tradizioni secolari, ed è ciò che ci contraddistingue nel mondo rispetto ad altri paesi turisticamente interessanti. Negli ultimi anni, complice il Web con i suoi portali specializzati nel settore ricettivo, sempre più spesso i proprietari di case o appartamenti con più di 3 o 4 camere decidono di ristrutturarli e destinarli all’ospitalità, senza però considerarsi dei veri e propri imprenditori: Si tratta di iniziative “artigianali”, che hanno il pregio di associare ad una buona struttura la relazione di prossimità – per chi la vuole – con i titolari, i quali così riescono ad integrare notevolmente il proprio reddito.

Le regole per mettere su una iniziativa del genere sono più o meno note, un po’ meno i dettagli amministrativi. Innanzitutto, il proprietario dell’immobile destinato a B&B deve avere al suo interno (o nelle immediate vicinanze) la sua residenza o il domicilio durante il periodo di apertura dell’attività, e questa è una delle prime caratteristiche che differenzia un B&B da un attività ricettiva di tipo imprenditoriale. Il bed and breakfast, infatti, è una struttura considerata “extralberghiera”, e può comprendere al massimo l’alloggio e la prima colazione. Qualunque altro servizio relativo ai pasti non è compreso, sebbene le strutture a conduzione familiare più ampie, sempre più frequentemente, assicurano agli ospiti anche pasti non regolari fatti arrivare da fornitori esterni. 

In generale, il numero di camere di un B&B non deve superare una certa soglia (fino a 6, a seconda della località), con alcune regioni che stabiliscono limiti di stanze e posti letto anche in base alla forma imprenditoriale o non imprenditoriale. Relativamente ai giorni di permanenza, gli ospiti di un B&B non possono soggiornare più di un certo periodo, cosa che non accade per le attività ricettive imprenditoriali. La disciplina di settore è rappresentata dalla legge quadro n° 135 del 29 marzo 2001, che delega alle regioni il numero di posti letto (che va da 6 a 20), il numero di camere (da 3 a 6), e i giorni massimi di permanenza degli ospiti

L’investimento iniziale per aprire un B&B è di solito l’argomento che segna il confine tra il “fare” e il “non fare”. Infatti, la clientela che si rivolge a queste strutture predilige camere ampie, dotate di tutti i comfort (servizio con box doccia, TV, WiFi, frigobar) e con arredamento moderno – niente armadio e cassettiera della bis-bis-nonna, per intenderci – per cui i costi di ristrutturazione possono oscillare dai 30.000 ai 50.000 euro. A questi vanno aggiunti i costi necessari per le pratiche burocratiche e le consulenze tecniche, nonché i costi previsti per le attività di promozione del B&B. Dal punto di vista fiscale, i redditi derivanti dai contratti di locazione breve (art. 3 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23) sono gravati da imposta cedolare secca, con aliquota del 21%, e se l’attività è occasionale il ricavato concorre a tassazione fra i redditi diversi (art. 67, c. 1, lett. i) del Tuir). L’attività stabile di B&B, invece, configura l’esercizio di una attività imprenditoriale a tutti gli effetti, con obbligo di apertura della partita IVA.

I proprietari – o i gestori , figura molto diffusa soprattutto con chi ha investito in numerose unità immobiliari – che svolgono attività senza partita IVA e che utilizzano le piattaforme di intermediazione e di prenotazione online, subiscono la trattenuta del 21% se il pagamento pattuito viene incassato direttamente dal portale (Booking, Air B&B, Trivago etc). In questo caso, il proprietario/gestore riceve il compenso al netto di commissioni dovute alla piattaforma e di imposte; quest’ultime vengono versate all’Erario dalla stessa piattaforma entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui è effettuata la ritenuta. In alternativa alla cedolare secca, si può optare per il regime fiscale ordinario, e i ricavi generati dall’affitto breve, al netto dei costi documentati, graveranno sull’imponibile IRPEF. Tuttavia, dal momento che lo scaglione IRPEF più basso è del 23%, la cedolare secca del 21% risulterebbe già più conveniente della sommatoria di IRPEF e addizionali regionali e comunali (che al minimo scaglione IRPEF è già pari a circa il 25%); di conseguenza, più cresce lo scaglione IRPEF più la cedolare secca diventa conveniente (vedi tabella).

E’ bene però ricordare che, qualora si scelga la cedolare secca, il reddito imponibile è pari al 95% del totale dei ricavi da locazione, al netto di una detrazione forfettaria di solo il 5% per i costi sostenuti.

Relativamente al reddito prospettico, questo è strettamente collegato all’investimento iniziale. Infatti, per calcolare il rendimento annuale dell’investimento è bene ricomprendere tutti i costi eventualmente nella ristrutturazione dell’immobile, oltre all’eventuale prezzo pagato per acquistarlo.  In ogni caso, anche se l’abitazione è già di proprietà della famiglia – come accade nel 70-80% dei casi – il metodo di calcolo più corretto prevede necessariamente la sommatoria tra valore dell’immobile alla data antecedente alla ristrutturazione più i costi sostenuti. Per i “puristi” del rendimento, la base di calcolo dovrebbe essere il valore dell’immobile alla data di completamento dei lavori, lievitato per via delle migliorie e delle nuove rifiniture, ma è naturale che coloro che già possiedono l’immobile da tanti anni tenderanno a non aggiungere la stima del suo valore al calcolo del rendimento, e la cosa è perfettamente comprensibile finchè si rimane proprietari. In caso di vendita della struttura, però, il metodo di calcolo sarà ineluttabilmente quello descritto (puristi o meno).

Dal rendimento lordo (incassi lordi), naturalmente, oltre alla imposta cedolare secca e alle eventuali commissioni delle piattaforme online vanno detratti i costi variabili (pulizie settimanali/giornaliere, prodotti alimentari, manutenzione ordinaria e straordinaria, spese condominiali) e gli eventuali costi fissi (es. mutuo ipotecario o qualunque altra forma di finanziamento originariamente stipulato per l’acquisto della casa); solo dopo queste detrazioni si potrà imputare il risultato netto alla base di calcolo. In ogni caso, il reddito dipende anche dalla capacità della famiglia di promuovere la struttura nelle piattaforme, dal prezzo proposto, dalla elevata qualità dell’accoglienza e del servizio erogato, tutti fattori che di solito assicurano ogni anno l’arrivo “spontaneo” di nuovi clienti su segnalazione di quelli già venuti negli anni precedenti. L’esperienza delle famiglie/gestori di B&B italiani, infatti, rivela che dopo il terzo anno almeno il 60% dei nuovi clienti arrivi grazie al “passa-parola”, per cui il costo delle commissioni da pagare alle piattaforme (mediamente il 14%) diminuisce notevolmente, accrescendo il reddito lordo e poi il rendimento netto.

Dal punto di vista amministrativo, per aprire un B&B familiare è necessario procedere alla c.d. SCIA (segnalazione certificata di inizio attività), allegando una documentazione di rito, accessibile a tutte le famiglie (planimetria dell’abitazione, visura catastale, contratto di proprietà etc), e la ricevuta di pagamento della spese di segreteria e delle imposte. Inoltre, entro l’1 Ottobre di ogni anno si dovrà comunicare all’Ufficio Provinciale i prezzi minimi e massimi applicati, nonchè il periodo di apertura dal 1° gennaio dell’anno successivo (dal 1° Dicembre per le zone montane). Una volta presentata la documentazione, il B&B può immediatamente iniziare a funzionare.

A monte di tutto, sussistono altri requisiti da rispettare. Innanzitutto, i familiari che gestiscono la struttura devono possedere particolari requisiti morali, devono garantire la massima igiene dei luoghi: la pulizia deve avvenire quotidianamente, il cambio della biancheria due volte a settimana e comunque ad ogni cambio di ospite. A questo si aggiunge l’obbligo di garantire la sicurezza degli impianti elettrici, del gas e di riscaldamento; una grandezza minima per ogni tipo di camera (almeno 8 mq per la camera singola e almeno 14 mq per la camera doppia); la presenza degli arredi di base (armadi per i vestiti, letti, comodini, lampade e sedie); attrezzatura minima necessaria nei bagni (water, lavandino, specchio, vasca da bagno o doccia, prese di corrente).

Ancora, i cibi e le bevande devono essere preconfezionate e senza possibilità di alterazione o manipolazione, i prezzi  esposti all’interno del B&B e comunicati all’ufficio competente della Regione, le generalità dei clienti registrate e comunicate alla Questura. Infine, la detenzione di televisori all’interno di una struttura ricettiva obbliga il titolare al pagamento di un canone speciale e agevolato, calcolato in base al numero dei televisori posseduti. In definitiva, in alcune regioni, città e località italiane i flussi turistici assicurano un livello di occupazione dei B&B di buona qualità vicino ai 150 giorni/anno, equivalenti a circa 21 settimane per ogni anno. L’aumento dei prezzi delle materie prime occorso negli ultimi due anni, a causa dell’inflazione elevata, ha aumentato il costo delle ristrutturazioni di circa il 35%, ma il reddito prospettico è mediamente molto elevato, e offre adeguata copertura finanziaria all’attuale livello dei prezzi delle materie prime che, ormai, sono “acquisiti” dal mercato e difficilmente suscettibili di scendere in futuro. In ogni caso, il settore degli affitti brevi/brevissimi, per sua stessa natura, elimina il c.d. rischio-inquilino, elevatissimo nel settore degli affitti medio-lunghi, dove in alcune regioni d’Italia si arriva anche al 50% di inquilini morosi

Il Real Estate per la ripartenza. Cedolare secca per i negozi, gli uffici tra smart working e “smart building”

Doppia analisi prospettica del mercato immobiliare, costruita attraverso la visione di Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa, e quella di Luigi Donato, Capo del Dipartimento Immobili e appalti della Banca d’Italia.

E’ un momento delicato per la nostra economia, stretti come siamo tra un nuovo governo e la pandemia in corso, con la contestuale campagna vaccinale. Data la sua centralità, ci si chiede come il settore immobiliare – e tutto il suo indotto – possano contribuire alla crescita del nostro Paese.

“Alla luce del fatto che il lockdown ha fatto sentire i suoi effetti negativi soprattutto sul settore retail – afferma Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa – la reintroduzione della cedolare secca sui negozi sarebbe decisamente auspicabile. Sarebbe importante stabilizzare il superbonus, il bonus per la riqualificazione energetica e la ristrutturazione degli immobili, manovre tese al miglioramento dell’efficienza energetica del nostro vetusto patrimonio immobiliare. Ma più di ogni altra cosa, il mercato immobiliare ha mostrato criticità in tutti quei frangenti storici in cui l’economia mancava di solidità, il comparto del lavoro era in sofferenza, la fiducia di consumatori ed imprese ai minimi e l’accesso ai mutui più difficoltoso. Intervenire su questi aspetti è il punto di partenza per rendere stabile il nostro settore, dare certezze a famiglie e investitori, nazionali e internazionali, che difficilmente nel real estate si muovono in condizioni di fragilità economica e mancanza di certezze. Il resto sarà una conseguenza”.

Analisi più laboriosa quella del Rapporto a firma Luigi Donato, Capo del Dipartimento Immobili e appalti della Banca d’Italia, secondo il quale i provvedimenti successivi al blocco dell’attività di costruzione nella prima fase della pandemia (primavera 2020) “hanno consentito la ripresa progressiva dei cantieri, sia pure con cautele e costi maggiori per la sicurezza e una diversa organizzazione del lavoro che si traduce, inevitabilmente, in una minore produttività”.

L’impatto più profondo dell’emergenza sanitaria si è registrato sul versante della domanda nelle sue diverse componenti: residenziale, per uffici, ospitalità, commerciale, logistica. “Siamo tuttora nel vivo di una fase fortemente condizionata dalla pandemia – aggiunge Donato nel suo Rapporto – ma la trasformazione della domanda a cui si assiste è diffusamente considerata come non transitoria ma strutturale. Punterei l’attenzione sugli effetti determinatisi sul binomio casa-ufficio”. Infatti, “come effetto dell’emergenza, le case tendono ad assomigliare di più ad uffici, dovendo ospitare postazioni di lavoro, e la conformazione degli uffici tende ad ispirarsi ai confort delle abitazioni”.

Un altro aspetto messo in luce da Luigi Donato è quello della rivincita delle campagne sulle città e delle periferie sui grandi centri direzionali. “Nel periodo del primo lockdown – prosegue Donato – le grandi città europee si sono svuotate, e vi è stata una fuga verso le seconde case e verso le residenze delle famiglie di origine. Questa tendenza sta lasciando un’impronta rilevante sulla domanda residenziale, sia per la struttura delle abitazioni sia per la loro collocazione nel tessuto urbano”.

I profondi cambiamenti dettati dall’emergenza sulle abitudini delle famiglie derivano direttamente dal periodo in cui le limitazioni dei movimenti hanno colpito duramente l’attività scolastica e il tempo libero. “la soluzione per le famiglie è ora quella di ricercare spazi domestici più vivibili; cresce, quindi, la domanda di case con giardini e terrazzi, tipologia che, poi, è più agevole e meno costoso trovare, magari nella stessa regione, ma in centri minori o in zone di campagna. Del resto, limitando in misura consistente i giorni in cui occorre recarsi di persona alla sede della propria azienda, si riduce anche l’onere di tragitti di maggiore durata nel percorso casa-lavoro”.

Il nodo centrale della relazione di Donato è quello dedicato al principale motore della trasformazione in atto, ossia lo smart working, nel duplice significato di home working e di smart office. “Il fenomeno dello smart working – afferma Donato – va configurato come evoluzione rapida, imposta dall’emergenza, del modello del lavoro, sia pubblico, sia privato. Lo snodo principale risiede nella disponibilità di adeguate connessioni e dotazioni informatiche: il digital divice può ostacolare l’home working”. Il punto è che “la sperimentazione in larga misura positiva dell’home working e i possibili risparmi che comunque ne conseguono a livello generale stanno richiedendo una rivisitazione, caso per caso, dell’attuale configurazione degli uffici. Non è tuttavia verosimile un rapido, diffuso abbandono degli spazi ora utilizzati. Con l’home working si perde infatti molto delle sinergie e degli scambi di esperienza che solo il contatto diretto può dare, specie nella formazione delle nuove leve. (Però) emerge una nuova filosofia e una nuova configurazione degli spazi per uffici. Infatti, il buon funzionamento e il rispetto dei nuovi standard nel controllo degli accessi, nelle pulizie, nei servizi di bar e di mensa, nella mobilità aziendale e in tutte le forme di supporto sanitario ai dipendenti costituiscono ora un presupposto di base per la stessa ordinata attività aziendale. Ne derivano nuove prospettive di sviluppo dell’industria di facility management, anche sotto il profilo dei livelli occupazionali”.

Il Rapporto di Donato approfondisce ancora di più la questione, delineando uno scenario molto chiaro sul cambiamento che il settore degli uffici vivrà nei prossimi anni. In particolare, un naturale portato dell’analisi precedente è il concetto di Smart Building. “Se le presenze in ufficio si verificano a rotazione – aggiunge Donato – che senso avranno uffici in larga misura vuoti, a fronte di una spesa ormai comunque sovradimensionata? Con la digitalizzazione dei processi e con la progressiva scomparsa dei documenti cartacei vengono meno tutte le connesse esigenze di materialità e fisicità di un ambiente di lavoro tradizionale, a partire dagli armadi e dagli archivi per riporre le pratiche”. Di conseguenza, si sentirà “l’esigenza di una più moderna e funzionale configurazione degli spazi, attenta ai servizi alle persone e agli ambienti condivisi, e il desiderio di cogliere l’occasione per puntare sull’innovazione e sulla tecnologia. Si apre, dunque, la prospettiva degli smart building, caratterizzati da un uso diffuso della tecnologia per la gestione degli edifici, che si accompagnerà opportunamente alla completa digitalizzazione del lavoro”.