Aprile 23, 2026
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BCE pronta a tollerare una profonda recessione pur di sconfiggere l’inflazione?

Che l’inflazione elevata fosse l’ossessione della Germania fin dai tempi della Repubblica di Weimar è cosa nota, e l’UE a guida tedesca semplicemente si sta adeguando. Il debito italiano sulla graticola?

Con un debito elevato e la previsione che la BCE fermi presto i suoi acquisti di obbligazioni, chi comprerà i nostri bond? E’ questa la domanda che campeggia tra i nostri economisti dopo la sbornia natalizia e a neanche due settimane dall’incontro che ha riunito tutte le banche centrali dell’area dell’euro, della Gran Bretagna, della Svizzera e della Norvegia. Infatti, la BCE ha sciolto (male) i nodi sulla imminente recessione, che i futuri aumenti dei tassi di interesse porterà con certezza. L’unica cosa incerta è l’entità di questo arretramento dell’economia, e cioè se si tratterà di una “recessione tecnica”, limitata ad uno o massimo due trimestri di PIL lievemente negativo, oppure di una recessione durevole e incisiva, con una sensibile diminuzione del PIL.

Pertanto, con un “carrello della spesa” che in Italia viaggia ad un ritmo di crescita del  12,8% (ed in Europa poco meno), pur di far sparire l’incubo – tutto tedesco fin dai tempi della Repubblica di Weimar – l’inflazione la BCE è disposta a tollerare anche una recessione, qualunque sarà la sua ampiezza, aumentando ancora i tassi di interesse contro un’inflazione oggettivamente – per momento storico e caratteristiche esogene – senza precedenti. Christine Lagarde si è mossa lungo il solco di Jerome Powell della FED, compiendo gli stessi errori dei colleghi americani. Jerome Powell, come ha fatto impietosamente notare la recente analisi del Wall Street Journal, nel 2021 ha clamorosamente “toppato” nel valutare l’inflazione come un fenomeno passeggero, costringendo poi il Paese a sopportare una corsa ai rialzi dei tassi d’interesse che hanno portato il costo del denaro al 4,25-4,50% e lo  S&P500 a perdere quasi il 20% da inizio d’anno.

Al pari della FED, anche la BCE dice di voler continuare con altri rialzi, spaventando i mercati che vedono allontanarsi il picco dei rialzi da Marzo a Giugno-Luglio 2023. La scelta di mollare i propositi dei rialzi costanti e graduali, in tutta evidenza, è frutto di un imperdonabile pressappochismo che sarà faticoso da recuperare, soprattutto per i Paesi più indebitati, i quali dovranno fare i conti anche con il QT (quantitative tightening, il mancato rinnovo di titoli in scadenza) da 15 miliardi al mese. In verità, tale importo – che peraltro sarebbe limitato al periodo Marzo-Giugno 2023 – è una inezia rispetto al deficit complessivo dell’Unione Europea, ma è stato sufficiente per fare schizzare il Btp decennale italiano dall’1,2% di un anno fa all’attuale 4,5% circa, per via del timore di una continuazione del QT nei mesi successivi a Giugno.

Una politica meno aggressiva avrebbe potuto tranquillizzare gli animi agitati dai rischi di recessione, ma il “frugale” governatore della Banca centrale olandese ha dichiarato al Financial Times che la BCE continuerà ad alzare i tassi da qui a luglio 2023, dopo averli già aumentati di 200 punti base (bps) per contenere l’inflazione. Pertanto, solo un conclamato rallentamento del ritmo di rialzo dei tassi potrebbe risollevare il mercato obbligazionario, sul quale molti gestori puntano per recuperare le performance depresse da un 2022 da incubo. Tuttavia, gli economisti di Deutsche Bank vedono il tasso terminale al 3%, con rischi al rialzo. Per questo motivo l’asticella del picco si è alzata, non essendo ancora incoraggiante il primo rallentamento dell’inflazione generale a novembre dopo un anno e mezzo di rialzi.

Il prossimo dato di Dicembre ci dirà se si tratta di un trend apprezzabile, ma il tradizionale aumento dei consumi del periodo natalizio non fa ben sperare, e consiglia di rinviare questo momento ai dati di Gennaio 2023 (e quindi ai primi di Febbraio). In ogni caso, siamo lontanissimi dal target del 2%. Escludendo i beni alimentari, il carburante, l’alcol e il tabacco, l’inflazione è al 5%, e non accenna a diminuire. Per questo si sta facendo di tutto (soprattutto in Italia) per rinviare gli aumenti salariali e far diminuire violentemente i consumi per via di un potere d’acquisto che in Italia è ridotto ai minimi termini sia in valore nominale che reale.

La BCE, ad oggi, pensa che la recessione sarà poco profonda, e i dati in possesso indicherebbero solo una lieve recessione. In particolare, la previsione di crescita del 2023 della zona euro, comunicata a Settembre scorso (+ 0,9%), ha subito un downgrade significativo, e il QT certamente non aiuterà ad evitare brutte sorprese in corso d’opera. Per l’Italia, in particolare, è forte la paura che, con un debito elevato e il fatto che la banca centrale fermerà i suoi acquisti di obbligazioni, sarà difficile trovare acquirenti dei bond nazionali senza dover fronteggiare continui attacchi speculativi da parte degli hedge fund. Nel frattempo, sul fronte del petrolio, Brent e Wti galleggiano vicini agli 80 dollari al barile (ricordiamo che a Giugno si era intorno ai 120), mentre il gas è precipitato a 83 euro al megawattora (ad agosto era a 345) dopo l’accordo sul price cap. Sembrano segnali che l’inflazione potrebbe avere raggiunto il suo picco, per cui la stretta di Powell sui tassi, qualora fosse troppo serrata rispetto alle reali esigenze di controllo dell’inflazione, potrebbe generare una recessione più profonda, e gli errori di valutazione della FED (e della BCE…) commessi nel 2021 creano non poca incertezza.

Bce, l’uscita dall’inflazione comincia solo oggi. Cattiva strategia o mancanza di coraggio?

La politica degli annunci e del non-fare messa in atto dalla Bce sta costando agli investitori europei una tassa inflattiva inaccettabile, che non appare frutto del caso o della congiuntura. Servirebbe un cambio di stile.

La Banca centrale europea si appresta a varare oggi il suo primo rialzo dei tassi dopo 11 anni di sonnacchiosa gestione di bassa inflazione. Il “sogno tedesco” di un indice dei prezzi al 2% si è scontrato bruscamente con alcuni eventi imprevisti – come la pandemia – e prevedibili già nel 2020 – come la guerra in Ucraina e l’alta inflazione – ma ampiamente sottovalutati dalla peggiore presidenza nella storia della Bce. E così, il Consiglio direttivo giovedì alle 14 dovrebbe stabilire la prima mossa concreta sui tassi, e da lì comincerà il lungo cammino che porterà l’inflazione europea a rientrare verso percentuali più sostenibili, non senza aver prima abbattuto il valore reale del maggior indebitamento pubblico assunto durante l’emergenza, e averlo scaricato sui cittadini europei sotto forma di una tassa occulta che vale mediamente circa 2.500 euro a famiglia solo nel 2022. 

La conferenza stampa di Christine Lagarde è prevista a seguire, per le 14.45 di giovedì, e tutti sono in attesa di capire quale sarà lo stile della politica monetaria restrittiva che l’Unione Europea a guida tedesca intende intraprendere. Mentre quasi tutte le banche centrali del mondo stanno già portando avanti manovre di correzione delle rispettive linee monetarie (rialzando i tassi), la Bce soltanto adesso dovrebbe alzare i tassi di 25 punti base su tutti e tre i riferimenti: il rifinanziamento principale (che è a zero), le operazioni marginali (0,25%) e i tassi sui depositi che sono ancora a -0,50%. Alcune voci autorevoli hanno richiamato la possibilità di un aumento dello 0,50%, e questa ipotesi potrebbe rientrare tra le possibilità, dal momento che sarebbe giustificata dal livello del carovita raggiunto nell’area euro, che secondo Eurostat è salito all’8,6%.

La Bce aveva anche preavvertito che procederà ad un ulteriore rialzo alla riunione di settembre, e che in quel caso sarebbe stato più alto (0,50%) di quello che con verrebbe annunciato giovedì. E allora, perchè non farlo adesso, con le quotazioni del mercato obbligazionario che già incorporano un rialzo di tre quarti di punto, accompagnando la decisione con l’annuncio di un ulteriore rialzo di 25 punti base in Settembre, magari aggiungendo una chiosa beneaugurante come “a meno che l’inflazione non sia scesa in modo apprezzabile“? Sia il clima generale che le quotazioni ne trarrebbero giovamento, ma sembra che questo cambio di stile – a metà strada tra quello americano e quello inglese – alla Germania non vada proprio giù. Peraltro, il Consiglio direttivo della Bce ha sempre detto che le sue decisioni sarebbero state basate sui dati: di quali altri dati avrebbe bisogno la Bce oltre ad una inflazione vicina al 9%? Forse la Bce ritiene che siano ancora valide le previsioni di un carovita 2022 al 6,8%, del 3,5% nel 2023 e del 2,1% nel 2024? 

Se è così, Christine Lagarde lo dica a gran voce; ma dubitiamo che lo farà, che sia per cattiva strategia o mancanza di coraggio. Del resto, relativamente al PIL dell’Eurozona, i tecnici della Bce prevedevano un +2,8% quest’anno e un +2,1% sia nel 2023 che nel 2024, ma il conflitto in Ucraina e le sanzioni imposte alla Russia contro le forniture di beni e materie prime avranno contraccolpi sulla nostra economia, soprattutto se verranno estese su petrolio e gas. Inoltre, le interruzioni nelle catene di approvvigionamento create dalla politica cinese del contagio-zero creano ulteriori pressioni sui prezzi, ed il crollo dell’euro sul mercato dei cambi rispetto al dollaro rivela la previsione di un rialzo dei tassi ancora più sostenuto del previsto da parte della Federal Reserve. Questo rischia di creare, per la prima volta dopo venti anni, inflazione “importata” dagli USA

Nel frattempo, la lentezza con la quale il c.d. scudo anti-spread viene discusso dal Consiglio Europeo dimostra ciò che avevamo già compreso in occasione del suo annuncio: la Lagarde non ha ancora idea di che sostanza sarà fatto, e certamente non c’è unità di intenti sulle sue caratteristiche. L’Italia, che è il primo “beneficiario naturale” di tale misura, è in preda ad una stranissima crisi di governo – voluta dallo stesso Draghi e dalla sua maggioranza schiacciante, primo e (probabilmente) ultimo caso nella storia della Democrazia – e in queste condizioni il nostro Paese difficilmente avrà voce in capitolo, poichè non sarà in grado di fronteggiare politicamente le ennesime condizioni capestro imposte dall’Europa.

Mercati, ancora dentro la tempesta perfetta. Scudo antispread, la Germania mette i paletti

L’Inflazione raggiunge i livelli del 1986 e i mercati obbligazionari continuano a risentirne. Le condizioni dettate da Nagel per lo scudo anti-spread rischiano di annullarne gli effetti.

A circa due settimane dal Consiglio direttivo della Bce, durante il quale i tassi verranno alzati in Europa dopo ben 11 anni, il dibattito interno sul c.d. scudo antispread è sempre più vivo. Del resto, Christine Lagarde non aveva convinto nessuno a Giugno con il suo 2annuncio di futuri eventi”, e si era già capito che questo nuovo strumento non avrebbe inciso sulla politica monetaria. A chiarirlo, casomai ce ne fosse bisogno, è stato il numero uno della Bundesbank, Joachim Nagel, che siede nel direttorio Bce e da lì, nel suo ruolo di “falco” dichiarato, sembra voler dettare numerose e rigorose condizioni.

Per Nagel la priorità assoluta è la lotta all’inflazione, e soltanto agendo con un buon anticipo sarà possibile evitare politiche eccessivamente restrittive. Di conseguenza, “un nuovo strumento anti-frammentazione  (lo scudo anti-spread, ndr) potrebbe essere giustificato solo in circostanze eccezionali e sulla base di condizioni rigorosamente definite“. In pratica, secondo Nagel lo Scudo deve rispettare tre condizioni, e cioè:
a) non deve avere l’effetto di modificare l’orientamento della politica monetaria,
b) deve risultare compatibile con il mandato della Bce e
c) deve rispondere al criterio di sostenibilità delle politiche economiche.

Tanto vale non farlo affatto, in base a queste indicazioni. La seconda condizione, soprattutto, sembra essere una specie di avvertimento basato  su passate esperienze. Infatti, ricordiamo che la Bce è stata portata davanti alla Corte Suprema tedesca e alla Corte di Giustizia Europea per via del programma di acquisto di bond, ed è stata accusata di aver violato il divieto di finanziare i governi, come previsto dal trattato europeo. Successivamente i tribunali hanno stabilito che la Bce avesse agito in modo corretto e che non avesse tradito il suo mandato, ma il ricordo rimane, e Nagel lo usa per scoraggiare quanti, all’interno della Bce, stanno lavorando per dare una forma efficace a questo strumento per mettere un freno alla speculazione sui titoli di stato dei paesi del Sud Europa. Inoltre, a giugno l’inflazione ha raggiunto il livello di +8,0%, che non si vedeva da gennaio 1986, e le tensioni inflazionistiche si trasmettono senza freni dai prezzi dell’energia a quelli degli agli altri comparti merceologici. Attualmente, i prezzi al consumo al netto dei prodotti energetici sono a +4,2%, un aumento che non si vedeva dal 1996.

Su questa onda, i Btp decennali sono saliti al 3,35%, e lo spread rispetto ai tassi dei BUND tedeschi è a 201 punti base. La paura dei mercati adesso è quella di dover assistere ad  un dibattito infinito, all’interno della Bce, tra “paesi coraggiosi” e i soliti “paesi frugali” che, proprio quando c’è da gestire una emergenza (come quella dell’alta inflazione da shock di offerta) ricordano a tutti che l’Europa è una unione contabile monetaria, e non una vera unione economica e fiscale tra popoli dello stesso continente, e che il mandato di chi, nel secondo Dopoguerra, aveva teorizzato una Europa veramente unita, è stato tradito da paesi come Germania, Olanda, Belgio, Danimarca (con la Francia sullo sfondo), che più si sono avvantaggiati dall’”essere europei ma non troppo”.  Pertanto, mentre gli altri paesi occidentali (USA, Regno Unito) riescono a trovare soluzioni rapide ai problemi congiunturali, i tempi dell’Europa scoraggiano gli investitori.

In tal senso, la “melina” in corso sulla decisione di annunciare o meno l’entità e la durata del prossimo programma di acquisto di titoli di Stato, indispensabile per evitare che l’Europa cada in recessione, non fa certo bene. Invece, l’annuncio di uno schema di acquisto di grandi dimensioni potrebbe tranquillizzare i mercati e, relativamente all’Italia, far capire agli investitori che la frammentazione degli spread verrà evitata, ponendo fine alla speculazione sui nostri titoli di stato. Non tanto per motivi di solidarietà economica tra stati – che nella UE non esiste, se non per le calamità naturali – ma per scoraggiare le istanze di quanti, dall’Europa, vorrebbero uscire. Infatti, al contrario di quanto sostenuto dalla Lagarde nella più famosa delle sue gaffe da principiante (Marzo 2020), l’Europa – piaccia o no alla Germania – scopre oggi di dover risolvere anche i problemi di spread dell’Italia, poiché per un paese aderente il dover sopportare un differenziale elevato rispetto ai BUND tedeschi – e la conseguente speculazione sui BTP che aumenta il costo del suo indebitamento – equivale a far vivere al nostro Paese la stessa condizione che vivrebbe al fuori dall’Europa, e non al di dentro, e ciò potrebbe alimentare i movimenti di opinione che vagheggiano una “exit”.

Pertanto, è fondamentale che il volume degli acquisti di obbligazioni non venga considerato troppo basso dal mercato, ed è altrettanto importante che alla prossima riunione si passi dalla vaghezza alla concretezza, limitando al massimo le questioni senza risposta. La presidente della Bce Christine Lagarde ha affermato in queste ore che il nuovo strumento sarà efficace e sufficiente a “preservare lo slancio degli Stati membri verso una sana politica fiscale”. Non è esattamente una dichiarazione che infonde fiducia ai mercati, ed anzi fa sentire gli investitori ancora più dentro una tempesta perfetta che non accenna a finire.  

Scudo anti-spread: un nuovo strumento della BCE per intrappolare l’economia italiana?

L’annuncio della Bce sul nebuloso scudo anti-spread non spegne i dubbi sulla reale possibilità che un simile strumento possa funzionare in un periodo di alta inflazione. Ecco i rischi per l’Italia.

Di Alessio Cardinale

Per trovare una inflazione come quella di oggi (+6,7%) sarebbe necessario tornare agli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Oggettivamente, dopo quasi un decennio di tassi prossimi allo zero (o negativi) e di inflazione pressoché nulla, c’è chi neanche ricorda più – o non ha mai vissuto direttamente – una simile corsa dei prezzi che rischia di azzerare circa trentacinque anni di storia e stabilità economica. Soprattutto tra i millennials, che tra mille differenze con il periodo storico in cui hanno vissuto i babyboomers cercano di portare avanti i propri progetti di vita.

Ma se uguale è il livello di inflazione, sono comunque tantissime le differenze tra la nostra epoca e quella dei favolosi “eighties e nineties”, di gran lunga migliori, a parere di chi scrive, rispetto ai “two thousand years” così carichi di tecnologia, senso del profitto ad ogni costo e culto della relazione interpersonale debole. Innanzitutto, già dalla metà degli anni Ottanta l’inflazione stava cominciando a scendere dopo aver raggiunto un livello medio del 15% circa nel 1980 generato dall’aumento vertiginoso del prezzo del petrolio che, invece, oggi la sta facendo salire per via del conflitto bellico in Ucraina. Inoltre, non esiste più il meccanismo della c.d. Scala Mobile, che allora adeguava i redditi sulla base del tasso di inflazione, per cui il potere d’acquisto delle famiglie rischia di subire un colpo durissimo in un solo anno fiscale. Ancora, i mercati finanziari non erano certamente gli stessi, così come le dimensioni della finanza speculativa, e le quotazioni di borsa erano irrimediabilmente legate all’economia reale.

Per  questi motivi, in un sussulto di (finta) solidarietà verso le famiglie con reddito più basso abitanti nei paesi – come l’Italia – dotati di un sistema economico bisognoso di riforme strutturali ormai urgentissime, la Banca Centrale Europea ha annunciato la “preparazione” di un c.d. scudo anti-spread, riunendo in seduta straordinaria il Consiglio direttivo che, a sua volta, ha incaricato gli uffici di studiare l’intervento più opportuno. Se non si fosse deciso di far scattare il piano d’emergenza, si sarebbe trattato di pura fuffa europea, e i mercati ci avrebbero penalizzato ancora di più; ma almeno sappiamo che, con modalità ancora tutte da scoprire, Francoforte potrà riacquistare i titoli alla scadenza in base alle esigenze del mercato senza dover tener conto della quote definite per Paese.

In cosa consiste questo “scudo”? Sappiamo che avrebbe lo scopo di impedire che movimenti speculativi di mercato possano esercitare eccessiva pressione sulle singole nazioni nel momento in cui la banca centrale avvia alla luce del sole un percorso di aumento graduale dei tassi di interesse, ma è mancato un messaggio netto da parte della Lagarde, poiché ad oggi si conoscono soltanto i meccanismi di base dello scudo ed il principio di fondo, e cioè che la Bce acquisterà incondizionatamente le obbligazioni degli Stati con il maggiore debito derogando al principio che imporrebbe alla banca centrale di acquistare gli asset in base alle dimensioni di un’economia. Naturalmente, all’Italia – paese indebitato per eccellenza e trattato costantemente dai c.d. paesi frugali come la Cenerentola d’Europa – verranno richiesti dei vincoli, come l’aderenza pedissequa a raccomandazioni economiche della Commissiona europea. Questo la Lagarde non lo ha detto, ma rientra nella natura stessa di questa Unione Europea a guida tedesco-francese, che è fondamentalmente una unione contabile e non lascia spazio alcuno al principio di solidarietà tipico di una “unione dei popoli”, secondo la quale, invece, i problemi di un paese si risolvono insieme, condividendo danni, soluzioni e vantaggi economici generali.

Da apprezzare, tuttavia, gli sforzi di Christine Lagarde di trasmettere una certa sicurezza ai mercati almeno nell’adozione di uno stile “draghiano” allorquando ha dichiarato che l’impegno a scongiurare la frammentazione degli spread “non ha limiti”, tracciando così  una similitudine con il famoso “whatever it takes” di Mario Draghi nel 2012. Purtroppo, Christine Lagarde non è – o non le è consentito essere – Mario Draghi, e le sue dichiarazioni si distinguono per vaghezza e scarsità di dettagli, lasciando spazio a quella speculazione a cui il mandato della Lagarde sembra essere involontariamente connesso fin dal Marzo del 2020, quando la Lagarde, in piena pandemia e con i mercati assetati di soluzioni, affermò che “non è compito della Bce ridurre gli spread” e che non voleva “essere ricordata per un altro whatever it takes”, causando un crollo del 10% delle borse europee e del 17% in Italia – in una sola giornata, il 12 Marzo – e uno spread BTP-BUND pari a 260 punti. Nei due anni successivi il presidente della Bce ha beneficiato del sentimento di riscatto generale dalla pandemia e di un certo ottimismo dei mercati, trainati dalle misure espansive dei governi e dai piani di spesa, ma lo scorso mese di febbraio 2022 Christine Lagarde ha dato una ulteriore prova della sua scarsa preparazione al ruolo e, dopo aver dichiarato più volte che i tassi non sarebbero stati toccati prima del 2023, annunciava bruscamente il rialzo dei tassi, generando altra speculazione.

Pertanto, l’annuncio dello scudo anti-spread non nasce con i migliori auspici, anche perché le caratteristiche dello strumento non sono note e ai mercati restano le generali dichiarazioni scritte dopo il vertice straordinario all’Eurotower. I più maliziosi pensano che questo imbarazzante comportamento da absolute beginner non sia del tutto spontaneo, e sia dettato  dall’interpretazione rigida – richiesta dai c.d. paesi frugali dell’UE – delle regole dell’Unione monetaria, che non lasciano alcuno spazio a meccanismi di solidarietà “senza corrispettivo” per i paesi in difficoltà, ai quali invece verrà richiesto l’obbligo di osservare durissimi vincoli di bilancio e di tagli alla spesa, che già negli ultimi venti anni, per fare un esempio tra i tanti, hanno determinato una impressionante diminuzione della sicurezza sanitaria e dei posti letto nei reparti di ospedale, e un elevatissimo tasso di morte per “malasanità” che ha manifestato tutta la sua gravità in occasione della fase più cruenta della pandemia. Quest’ultima ha segnato un punto di non ritorno nella Società italiana: il desiderio di “essere cittadini europei” che in tantissimi nutrivano nel 2001 si è spento irrimediabilmente, e qualunque pretesa del Consiglio d’Europa che abbia effetti nefasti sulla nostra economia oggi viene istintivamente vista come una trappola da cui liberarsi, facendo così il gioco di chi, dall’Unione Europea, vorrebbe (legittimamente) uscire.

Non c’è verso, oggi, di convincere gli architetti dell’Unione monetaria che la Storia e i popoli richiedono a gran voce una evoluzione del sogno europeo, un nuovo trattato che segua la scia del percorso virtuoso nato all’indomani del 1945 e che unisca finalmente popoli oggi divisi da confini economici evidenti e da una incipiente “questione meridionale europea”. Coloro che si ostinano a lasciare in questo stadio evolutivo il sogno di una Europa Unita sono in mala fede, e su di loro ricadranno le responsabilità della sua fine.

La Banca centrale europea è in trappola. Ecco perché

Molte banche centrali sono bloccate in una trappola che loro stesse hanno creato, ma la Bce è più “inguaiata” delle altre. Il tentativo di far funzionare una unione monetaria senza l’unione fiscale era una scommessa già persa in partenza.

Di Lyn Alden

Il sistema finanziario globale basato sul credito che abbiamo costruito e a cui abbiamo partecipato nel secolo scorso deve crescere o morire continuamente. È come un gioco di sedie musicali a cui dobbiamo continuare ad aggiungere persone e sedie affinché la musica non si fermi mai. Questo perché i debiti cumulativi sono molto più grandi dell’offerta di valuta totale, il che significa che ci sono più richieste di valuta di quante ce ne sia a disposizione. Di conseguenza, il gioco deve continuare sempre. Per capirsi, quando il debito è troppo grande rispetto alla valuta in circolazione, e inizia a essere rimborsato, viene creata nuova valuta, poiché la sua produzione non costa altro che alcune digitazioni alla tastiera del computer della banca centrale.

È così per la maggior parte dei principali paesi, come si evince dalla figura che rappresenta le proporzioni tra indebitamento e base  monetaria negli Stati Uniti dal 1950 a oggi.

In altre parole, le richieste di dollari (che si traducono nel debito) crescono molto più rapidamente della capacità dell’economia di generare altri dollari, per cui il debito è molto più grande della quantità di dollari esistente. Quando questa differenza tra le due grandezze diventa troppo difficile da gestire, l’importo della base monetaria viene semplicemente aumentato dalla banca centrale. La base monetaria è una passività della banca centrale ed è utilizzata come attività di riserva dalle banche commerciali, mentre i buoni del tesoro sono passività del governo e sono utilizzati come garanzia dalla banca centrale e dalle banche commerciali. In altre parole, le passività sono garantite da altre passività. In questo circolo che, secondo la logica comune, non avrebbe nulla di virtuoso, le banche centrali pongono dei limiti alla crescita del credito, cercando (spesso fallendo) di assicurarsi che non generi troppo rapidamente una bolla o una spirale deflazionistica. Esse desiderano una crescita regolare del credito e una svalutazione media annua della valuta del 2%.

Per decenni, ogni volta che la crescita economica ha subito un rallentamento, le banche centrali hanno ridotto i tassi di interesse e incoraggiato una maggiore crescita del credito (noto anche come accumulo di debito), che ha portato le economie a slanci di crescita economica. Parimenti, ogni volta che le economie sono entrate in piena espansione, hanno aumentato i tassi di interesse e scoraggiato la crescita del credito per cercare di raffreddare le spinte inflazionistiche. Il problema è che questo livello di gestione così semplificato, che lascia ai singoli sistemi economici di fluttuare in modo abbastanza libero (si tratta del c.d. liberismo economico, o almeno della sua “versione di base”), ha contribuito a generare livelli di debito sempre più alti rispetto al PIL, sia nel settore privato che pubblico, e tassi di interesse sempre più bassi, così che il costo del servizio del debito non è mai realmente aumentato. 

Grafico: Tassi di interesse vs inflazione

Negli ultimi dieci anni, poi, è accaduto l’impensabile: tutte le principali banche centrali hanno raggiunto tassi di interesse pari a zero o addirittura leggermente negativi e, a quel punto, qualsiasi ulteriore aumento del debito sarebbe stato difficile da compensare con tassi di interesse più bassi, a meno di non prendere in considerazione una spirale continua di tassi negativi che, oggettivamente, nessuno sa dove ci avrebbe portati.

E’ dagli anni ’40 che non vediamo un tale livello di disconnessione tra inflazione e tassi di interesse, e come allora molte banche centrali dei mercati sviluppati sono intrappolate: non possono aumentare i tassi di interesse in modo persistentemente superiore al tasso di inflazione prevalente senza innescare uno shock finanziario generale, e possono manovrare lentamente verso l’alto i tassi di interesse nel tentativo di controllare la curva dei rendimenti e di gonfiare parte del debito senza esagerare. Tra le banche centrali, la BCE ha probabilmente il compito più difficile di tutti, tanto che la stessa Christine Lagarde, incalzata da un giornalista durante una recente intervista, non ha saputo (o voluto) rispondere alla domanda “come farete a ridurre il bilancio?”. La sua imbarazzata risposta è stata “Lo faremo. A tempo debito lo faremo”, mostrando al mondo che non esiste ancora un piano.

Un’unione monetaria senza un’unione fiscale
I Paesi dentro l’area euro hanno rinunciato alla sovranità monetaria e, invece di mantenere le proprie valute, hanno accettato di utilizzare una valuta condivisa, e quindi una banca centrale condivisa. Questo ha avuto pro e contro, ma a causa del modo in cui era strutturato, il sistema è stato politicamente instabile sin dall’inizio. Infatti, gli Stati Uniti possono stampare unilateralmente dollari, così come il Giappone può stampare unilateralmente yen. I loro governi possono influenzare pesantemente le loro banche centrali secondo necessità. Ma l’Italia, ad esempio, non può stampare unilateralmente euro o influenzare pesantemente la BCE da sola. A prima vista, questo non sembra così diverso da ciò che succede con i singoli stati degli Stati Uniti. Texas, California e altri stati non possono stampare dollari, quindi qual è il problema se neanche i paesi dell’area dell’euro possono? La differenza è che gli Stati Uniti esiste una unione fiscale condivisa, oltre a una unione monetaria, mentre l’Europa non ha un’unione fiscale condivisa. I singoli stati degli Stati Uniti condividono la maggior parte degli stessi sistemi di pensionamento, diritto e difesa. I residenti di tutti gli stati pagano il Medicare e la Social Security, nonché le forze armate statunitensi, che collettivamente costituiscono la stragrande maggioranza della spesa del governo federale. I cittadini degli Stati Uniti non sono cittadini di alcuno stato specifico, sono tutti americani (o statunitensi), a differenza dei cittadini europei, che europei ancora non sono, e parlano lingue diverse.

Pertanto, è la differenza di debito dovuta a questa mancanza di unione fiscale che conta. I paesi europei avevano livelli di debito più elevati quando sono diventati un’unione monetaria e da allora sono solo aumentati. Per meglio comprendere questa differenza fondamentale, i primi cinque stati degli in termini di rapporto debito/PIL  statale (non federale) sono New York (rapporto debito/PIL  8%), Illinois (7%), la California (5%) e il Texas (3%), mentre i primi cinque paesi europei per rapporto debito/PIL sono l’Italia (151%), la Spagna (118%) la Francia (113%), la Germania (70%) e i Paesi Bassi (52%). Le percentuali sia degli stati degli Stati Uniti che dei paesi europei possono essere ulteriormente aumentate se si tiene conto delle passività per diritti fuori bilancio, che dovrebbero verificarsi in futuro; ma indipendentemente da come li calcoliamo, c’è una differenza enorme nei livelli di debito degli stati statunitensi e paesi europei. Negli Stati Uniti, infatti, il debito pubblico è principalmente a livello federale, mentre in Europa il debito pubblico è detenuto dai singoli paesi, ma questi non hanno più la propria banca centrale né possono creare base monetaria individualmente.

La maggior parte degli stati statunitensi non ha bisogno della monetizzazione del debito da parte della Fed per rimanere solvibile; diversi paesi europei, invece, hanno bisogno di una monetizzazione del debito persistente da parte della Banca centrale europea per rimanere solvibili anno dopo anno. Certo, gli Stati Uniti hanno altri problemi, poiché il mercato azionario americano è abbastanza grande da influenzare la sua economia piuttosto che il contrario, e inoltre i cittadini statunitensi sono fortemente orientati al consumo più di ogni altro paese al mondo, ma è altrettanto certo che qualunque consulente finanziario, oggi, consiglierebbe ai propri clienti di comprare immobili, azioni redditizie, materie prime, oro e persino Bitcoin pur di non detenere in portafoglio euro-obbligazioni, qualora vedranno mai la luce.

L’investimento espresso in valuta europea comporta rischi aggiuntivi, soprattutto ora che la loro sicurezza energetica è seriamente messa alla prova dagli effetti del conflitto Russo-Ucraino.

Christine Lagarde affonda l’Italia? L’Unione Europea non è una famiglia, ma un condominio

L’UE è un condominio in cui l’amministratore è sempre lo stesso, e non è mai l’Italia. Il livello di inflazione di oggi è persino più basso di quello “non ufficiale” subito dagli italiani nel 2001-2012.

Di Alessio Cardinale

In giornate come quella del 10 Giugno, con Christine Lagarde che infila – per la seconda volta in due anni – una pugnalata al cuore del fragilissimo equilibrio economico italiano, verrebbe da pensare che l’Europa non ci desidera poi così tanto nel club. Eppure ci siamo dentro, per qualche strano motivo che Romano Prodi non ha mai saputo spiegare in modo compiuto (a parte alcuni slogan presto diventati barzelletta). E “se siamo dentro, dovremmo poter giocare ad armi pari con gli altri Paesi del club”, pensa il cittadino comune mentre si aggira nel parcheggio del supermercato con la lista della spesa oppure, seduto con calcolatrice alla mano, mentre cerca di capire se anche quest’anno potrà pagare le rate del mutuo senza rinunciare alla tradizionale settimana al mare con moglie e figli.

Nel frattempo, rimbalza sui media la notizia secondo cui il reddito medio annuale di un italiano sarebbe inferiore di 15.000 euro rispetto a quello di un tedesco. Un gran bel segreto di Pulcinella, questa notizia: chiunque ha un parente o un amico italiano emigrato in Germania sa bene che lì un operaio edile porta a casa 2.800-3.000 euro netti al mese, e gode di una paga oraria minima che a breve verrà portata a 12 euro. E così, mentre gli italiani – sempre meno ricchi – fanno fuori il risparmio accumulato quando un certo liberismo economico era ancora in vigore (nonostante Licio Gelli e la stagione delle stragi a fare da contorno ad una democrazia incompiuta), i tedeschi risparmiano sempre di più la propria ricchezza crescente. Da noi, persino uno dei maggiori sindacati si è schierato contro la paga oraria minima, e questo fa capire il livello di responsabilità che la classe dirigente ha sul disastro chiamato Italia.

Parimenti, uscendo dalla Germania, chiunque sa che un farmacista irlandese, da semplice dipendente, guadagna 3.800 euro al mese per cinque giorni la settimana di lavoro, mentre uno italiano ne porta a casa mediamente 1.400 (1.800 dopo 20 anni di esperienza), e deve farne mediamente sei, di giornate lavorative. L’elenco delle comparazioni con gli altri paesi dell’UE è lungo, ma sarebbe solo un esercizio di bile. L’Italia, infatti, non è la Germania, né l’Irlanda. Come la prima, è uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale, ma chi ci ha messo le mani ha riservato agli italiani un futuro diverso, di perenne vassallaggio, anche per via della sua particolare posizione geografica, molto importante militarmente quando si è trattato di definire il piano di spartizione delle aree di influenza internazionale.

Poi è arrivato l’ingresso nell’Unione Monetaria, che ci è stata venduta da nostri politici senza scrupoli come una occasione di riscatto e di crescita, e soprattutto come l’opportunità di una raggiunta uguaglianza politico-economica all’interno di una famiglia in cui i figli, in linea di principio, sono tutti uguali. Il problema è che l’Unione Europea non è affatto una famiglia, bensì un condominio in cui l’amministratore è sempre lo stesso, e non è mai l’Italia. Noi questo lo abbiamo capito solo nel 2012, quando ci si è resi conto che il potere d’acquisto degli italiani si era dimezzato a causa di una inflazione “non ufficiale” a due cifre  – mascherata dai dati ISTAT ottenuti manovrando abilmente sulla composizione del c.d. paniere – che a confronto quella ufficiale di oggi sembrerebbe persino sostenibile. La differenza tra i due periodi di inflazione (quella nascosta del 2001-2012 e quella “in chiaro” del 2021-2023) è che nel secondo periodo il valore reale dell’indebitamento pubblico e privato beneficerà di una decurtazione pari alla stessa percentuale di inflazione, mentre durante il primo periodo, oltre al taglio del potere d’acquisto, l’indebitamento degli italiani non si è svalutato secondo il reale tasso medio di inflazione, e in più le retribuzioni sono rimaste bloccate per lungo tempo – senza alcuna “scala mobile” – ai livelli dei primi anni 2000.

Aggiungendo a questa analisi la sparizione di molte delle garanzie destinate ai lavoratori e l’assenza di un salario minimo, ecco spiegata la l’imbarazzante differenza tra il reddito medio di un italiano e quello di un tedesco. In ogni caso, per ottenere il risultato sperato e fare dell’inflazione elevata una opportunità, serve anche un buon tasso di crescita del PIL, che senza profonde riforme in Italia potrebbe nuovamente attestarsi ai livelli annuali di crescita pre-pandemia, ossia circa l’1%. Servirebbero quindi politici coraggiosi (e non vassalli, di cui abbondiamo in tutto l’arco costituzionale) per riforme coraggiose, ma la mediocre politica italiana – fatta da politici mediocri – le rimanderà alle elezioni del prossimo anno, quando la nuova maggioranza si troverà tra le mani una agenda che nessuno fino ad oggi ha avuto il coraggio e/o la libertà di perseguire:

1) investire nella scuola e nella università, rivalutando il ruolo dei docenti e rivedendone il criterio di nomina;
2) portare la pressione fiscale a livelli veramente sostenibili, soprattutto per le imprese che oggi pagano uno scandaloso 60% di imposte prima di poter vedere gli utili (in Irlanda il 15%, in Germania il 35%);
3) detassare le imposte sul lavoro;
4) dare al Meridione le infrastrutture che non ha e che paralizzano le economie di intere regioni,
5) restituire dignità e garanzie al lavoro;
6) rivoltare come un calzino la Giustizia, e rivedere il livello di responsabilità dei magistrati, inserendone in organico almeno altri 20.000;
7) relativamente alla Pubblica Amministrazione, introdurre proceduralmente un generalizzato silenzio-assenso sulla maggioranza delle istanze provenienti dai cittadini, e introdurre verifiche di merito su tutti i dipendenti e dirigenti;
8) investire sulla Sanità e sui controlli agli sprechi, che nelle regioni del Sud Italia sono una vergogna internazionale.

Secondo uno studio del Sole 24Ore, solo con la riforma della P.A., e grazie all’impatto dei fondi europei, la crescita italiana nei prossimi cinque-dieci anni si attesterebbe stabilmente tra il 3 e il 4%, dando sostenibilità al debito pubblico che, in rapporto al Pil, scenderebbe così di circa il 5% all’anno. Il problema è che l’Europa imporrà all’Italia la sua agenda, fatta di lacrime e sangue, che impedirà il perseguimento dei punti 1, 2, 3, 5 e 8, mentre l’opposizione a realizzare il punto 6 arriverà probabilmente da “fuoco amico” (la stessa Magistratura, per nulla interessata ad essere riformata e a perdere gli incredibili privilegi di cui gode). Forse gli unici punti veramente realizzabili – anche adesso, in teoria – sarebbero il n. 4 (infrastrutture) e il n. 8 (Sanità), poiché i fondi del PNRR sarebbero destinati abbondantemente anche a questi due settori, ma si fatica a pensare che la classe politica odierna introdurrà tra i capitoli di spesa quelli relativi all’alta velocità da Napoli a Trapani, o al completamento della rete autostradale siciliana, oppure ancora all’aumento dei posti letto nei reparti ospedalieri, tanto per fare un esempio.

Il Giappone ha un indebitamento parecchio maggiore del nostro, eppure nessuno si strappa le vesti per farglielo diminuire; neanche gli Stati Uniti che, dopo Hiroshima, hanno riservato ai giapponesi molte più opportunità che all’Italia, facendo del Paese del sol levante una democrazia stranamente compiuta. Ciò che guida l’economia italiana, invece, è un Liberismo apparente, del tutto coerente con una Democrazia apparente qual è sempre stata la nostra, anche prima di fare ingresso nell’UE. Pertanto, sembra inutile prendersela con Christine Lagarde, poiché il presidente della Bce sta facendo il suo lavoro all’interno di una Unione Europea che è tutto fuorchè una unione di popoli e di interessi, divisi come sono, i suoi aderenti, per obiettivi, strategie e ricchezza pro capite. Rispetto alla sua infelice uscita di Marzo 2020 – ricordate il -17% della borsa italiana, quel mercoledì di due anni fa? – oggi la Lagarde si è limitata a comunicare, da banchiere centrale, ciò che le era permesso far sapere, senza profferire battute da absolute beginner.

Lo ha fatto bene? Lo ha fatto male? Avrebbe potuto rimandare la fine del Q.E.? Si è dimostrata ancora una volta succube della Germania? Draghi lo avrebbe fatto in modo migliore? Poco importa, poiché siamo dentro il condominio Europa, e l’unica strada per evitare le conseguenze della visione tedesca dell’inflazione sarebbe quella di trasferirci presso una abitazione indipendente – con tutte le conseguenze del caso – poiché cambiare semplicemente condominio non si può. In compenso, si potrebbe convincere i condòmini con maggiore quantità di millesimi che il benessere di ciascun condòmino, anche di quello che abita l’appartamento del sottoscala, conduce ad un durevole benessere generale. Ma per farlo servono politici di una certa caratura istituzionale. Voi ne vedete qualcuno?