Luglio 27, 2026
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Educazione Finanziaria: Assogestioni punta ai giovanissimi ma dimentica gli investitori over-60

Gli investitori over60 sembrano esclusi dal progetto di diffusione dell’educazione finanziaria di Assogestioni, presentato al Salone del Risparmio. Le Istituzioni, però, fanno peggio. Ecco quali azioni servirebbero per passare finalmente dalle parole ai fatti.

Di Alessio Cardinale

Tutti i “saloni di qualcosa” sono eventi utili ad avvicinare utenti e appassionati di una certo prodotto o settore merceologico alle case produttrici, che in quelle occasioni si manifestano al pubblico in tutta la loro concretezza, acquistando uno spazio fisico e uscendo fuori dalla realtà virtuale che la rivoluzione digitale ha imposto un po’ a tutta l’industria. Non fa eccezione il settore della consulenza finanziaria, che durante la 13sima edizione del Salone del Risparmio ha attratto, in soli tre giorni, quasi 15.000 visitatori in presenza e oltre 7.000 spettatori che hanno seguito in streaming le conferenze in programma.

Tra i tanti temi affrontati, non potevano mancare quelli della innovazione e della sostenibilità, ma soprattutto quello dell’educazione finanziaria, giustamente definita da Carlo Trabattoni (Presidente Assogestioni, nella foto) come un “tema fondamentale, con un ruolo chiave”. Le parole di Trabattoni hanno trovato una conferma di intenti nella stessa organizzazione dell’evento, che anche in chiusura di lavori ha dedicato uno spazio importante al tema. con la conferenza “Accompagnare l’investitore…verso scelte consapevoli”, nel corso della quale è stato svelato il progetto “2Cent” di Assogestioni, dedicato all’educazione finanziaria dei più giovani. A tal proposito, il Vicepresidente del Comitato per l’educazione finanziariaGiuliano D’Acunti, ha affermato che “…Iniziano ad esserci tante luci che ci fanno intravedere una svolta nell’ambito dell’educazione finanziaria. Stiamo comunicando sempre di più con i giovani, scegliendo mezzi e linguaggi nuovi e alternativi…”. Il progetto “2Cents”, che traduce in opera questi intenti, nasce per creare consapevolezza negli investitori del futuro e avvicinare alla finanza, in un percorso di formazione finanziaria “friendly”, un pubblico compreso tra i 16 e i 30 anni, che si affida anche ai social media – soprattutto Instagram e TikTok – per seguire i temi attinenti alla finanza, usando lo stesso linguaggio del target di riferimento.

Tutto molto bello e socialmente utile; peccato che il progetto di Assogestioni, così come quelli lanciati da tutto il sistema bancario italiano negli ultimi anni, non sia rivolto ai c.d. babyboomers, ossia all’insieme degli investitori “over-60” che detiene la maggior parte degli asset patrimoniali delle famiglie Italiane e che sicuramente avrebbe maggiore titolo ad essere coinvolto nei progetti finalizzati ad aumentare la consapevolezza finanziaria. Infatti, ancora oggi la popolazione over-60 è in grado di generare almeno la metà della crescita di tutti i consumi urbani, e sarà così da qui al 2030; inoltre, in Italia i due terzi dei patrimoni superiori ai 200.000 euro sono in mano alla fascia over-55.

Pertanto, perché dedicare un progetto solo ai giovani? Se negli anni scorsi si fosse prestata attenzione ai maggiori detentori di ricchezza, ossia gli over-55/60, si sarebbe garantita anche una trasmissione della cultura finanziaria da “padre in figlio”, che avrebbe facilitato enormemente il raggiungimento degli obiettivi oggi dichiarati durante  la kermesse del Salone del Risparmio. Questo fondamentale lascito culturale, invece, è mancato del tutto perchè non si sono mai attuati i buoni intenti di educare finanziariamente i babyboomers, e adesso questa attenzione all’educazione finanziaria dei risparmiatori giovani e giovanissimi, che detengono ancora poca ricchezza, sembra soltanto un lodevole tentativo di riparare all’errore compiuto, ma ciò facendo si continua a mantenere finanziariamente “ignoranti” proprio i maggiori detentori di asset.     

Peraltro, dall’indagine resa pubblica durante il Salone del Risparmio è emerso che l’alfabetizzazione finanziaria degli italiani continua a essere inferiore agli altri paesi europei, con il 40,9% di essi che non comprende l’effetto dell’inflazione sul potere d’acquisto, il 47,8% le ripercussioni del tasso di interesse sui prestiti bancari, il 41,6% che non sa distinguere tra azioni e obbligazioni ed un buon 37,4% di risparmiatori che considera come un colpo di fortuna – e non il frutto di buone strategie – un investimento remunerativo. Ebbene, se compariamo queste statistiche piuttosto eloquenti – e probabilmente sottostimate – alla percentuale di ricchezza detenuta ancora dai babyboomers, ricaviamo una percentuale allarmante di in ricchezza in balia della “ignoranza finanziaria”.

Evitando di scadere nelle teorie complottiste secondo le quali l’industria del risparmio gestito fonderebbe il successo del proprio business sulla “analfabetizzazione finanziaria” dei risparmiatori, è molto più probabile che l’elemento ispiratore di una simile strategia progettuale si ritrovi, invece, nella cronica inoperosità delle Istituzioni. Queste ultime, infatti, dovrebbero occuparsi in modo socialmente efficace di educazione finanziaria, stabilendo una progettualità di livello più elevato, dalla quale tutte le altre dovrebbero discendere semplicemente adeguandosi ad essa. Sfortunatamente, invece, tutti i  governi che si sono succeduti da quando si discute di cultura ed educazione Finanziaria – le due terminologie definiscono due valori piuttosto diversi, e non vanno usate a sproposito – continuano a pretendere di diffonderle senza farne materia obbligatoria nelle scuole superiori e/o nelle università, con percorsi ben codificati nell’offerta formativa.

E così, senza la formazione di livello superiore o accademico, l’italiano medio è destinato a rimanere “finanziariamente ignorante”, e si fa oggettivamente fatica a non cascare poi nelle teorie complottiste, che vedrebbero l’industria del risparmio gestito come la principale indiziata. Per usare una similitudine abbastanza vicina al contesto trattato, pretendere di diffondere la cultura della finanza personale nei risparmiatori, senza prevedere insegnamenti liceali, corsi di laurea e master post laurea in educazione finanziaria, equivale a voler fare cultura di legalità senza annoverare nel corpus accademico dello Stato la formazione universitaria di Diritto e Giurisprudenza; in più, l’assenza di educatori finanziari qualificati e abilitati equivale ad esercitare, in campo legale, la professione di avvocato senza essersi laureati  in legge e senza aver sostenuto il relativo esame di abilitazione. Pertanto, così come è impossibile concepire di potersi rivolgere ad un tribunale senza passare da una consulenza legale, identico risultato dovrebbe raggiungersi in tema di cultura finanziaria, dove oltre ai docenti in ambito scolastico e universitario, dovrebbe aggiungersi un servizio alle famiglie prestato da specifici professionisti dell’educazione finanziaria che, in tutta evidenza, non possono che essere massimamente individuati tra gli stessi consulenti finanziari autonomi e non autonomi.

Tuttavia, l’educazione finanziaria ha un elevato contenuto economico per gli utenti, stimabile caso per caso in termini di minori costi e/o maggiori risultati ottenuti grazie ad essa; pertanto, l’attribuzione della qualifica di “Educatore Finanziario” non dovrebbe essere lasciata alla licenza del singolo consulente finanziario auto-definitosi tale in virtù di qualche corso di base erogato dalla propria rete di appartenenza, bensì ad una norma dello Stato, che istituisca corsi di formazione obbligatori e un esame di abilitazione, tramite il quale ottenere l’iscrizione ad una sezione apposita di un albo/organismo unico:  solo gli iscritti potrebbero avvalersi di titolo e funzioni dall’indubbio valore economico.

In pratica, si tratterebbe di far rientrare la soluzione del problema nella classica equazione tra attività intellettuale e commodity, in base alla quale il contenuto economico di qualunque professione trova la sua corretta valorizzazione. Infatti, cos’è che definisce il valore di una attività intellettuale? La definizione più calzante è che “il valore dell’attività intellettuale è pari alla stima del vantaggio economico che ne deriva per il fruitore e/o al minor danno economico stimato in relazione ad un dato evento per cui l’attività intellettuale viene richiesta”. In base a questa definizione, quindi, possiamo affermare che l’educazione finanziaria è una “commodity” a tutti gli effetti, poiché introiettandola nel costume di gestione delle risorse finanziarie è in grado sia di procurare un vantaggio economico e, nelle fasi negative, di limitare i danni per l’investitore finanziariamente educato.

Considerare l’educazione finanziaria come una commodity – al pari delle altre tipologie di consulenza, da quella legale a quelle tecnico-economiche-fiscali – richiede un profondo ripensamento di tale attività, che va finalmente sganciata dal ruolo di semplice “accessorio” dell’attività di consulenza finanziaria e va definita come una competenza specifica ed economicamente significativa, poiché in grado di produrre effetti economici concreti in capo alle famiglie ed al loro patrimonio. Il complesso di queste azioni sarebbe in grado di elevare, rispetto all’attuale scenario di sterili buoni propositi, lo snodo della educazione finanziaria verso una riconosciuta utilità sociale, ma tutto ciò sembra sfuggire a chi pronuncia da anni grandi proclami, e finita la festa torna diligentemente sui propri passi.

Pasquale Corvino: complicato estrarre valore dai bond, meglio le forme ibride. Commodity per diversificare

L’Asia si pone in posizione favorevole per poter beneficiare delle dinamiche del global trade. Forme di investimento ibride a metà tra azionario puro e obbligazionario possono offrire rendimenti discreti.

 “I titoli esposti a tecnologia e consumo discrezionale sono forti negli indici americani ma non in quelli europei. La carenza di performance di questi comparti potrebbe allora agevolare una sovra-performance dell’Europa nel prossimo futuro”. È l’analisi di Pasquale Corvino, gestore di Zest, società di gestione indipendente svizzera.

Nelle ultime settimane è iniziata una rotazione molto forte da titoli value verso una parte più esposta a cicli di crescita sostenuta, è un trend suscettibile di proseguire nel caso la situazione globale si normalizzi e si vada verso una maggiore apertura di tutte le economie. In Europa il miglioramento della situazione economica è il principale driver di una migliore performance finanziaria. Tecnologia e apparecchiatura medicale non sono presenti in maniera massiccia negli indici europei, espressione di un modo di generare innovazione molto lento. Il processo primario da intraprendere dovrebbe allora essere volto a rimediare a queste carenze, in seguito il miglioramento delle economie e i possibili sforzi della banca centrale europea di reflazionare il sistema cercando di supportare l’economia e ridurre la sofferenza NPL nel settore finanziario potrebbero avere un impatto benefico, visto che il mercato europeo è incentrato su questo tipo di società.

Intanto la politica Usa, con l‘elezione di Biden, si preannuncia più partecipativa e quindi meno sfavorevole a un mondo globalizzato come quello attuale. L’Asia allora si pone in posizione favorevole per poter beneficiare delle dinamiche del global trade, dal momento che si prevede una crescita interna sana e robusta, una situazione sanitaria favorevole a livello relativo e un contesto internazionale più cooperativo rispetto all’ultimo quadriennio.

“L’investimento in attività passive oggi è rischiosa. I tassi sono quasi negativi per i governativi a parte i paesi periferici, quindi diventa molto complicato estrarre valore. Per il futuro esistono forme ibride a metà tra azionario puro e obbligazionario che consentono di ottenere rendimenti discreti e che non sono così irragionevoli in termini di rischi”, sottolinea Corvino. “Per quanto riguarda le commodity, in questa fase è utile averle come strumento di diversificazione. Il maggior motivo per i detrattori dell’oro è che si tratta di uno strumento perpetuo che non paga cedola ma ora, in regime di tassi quasi negativi in cui quasi tutti gli strumenti finanziari sono perpetui, il discorso non attecchisce più. A livello di valute, il franco continua a essere un bene rifugio. Siamo a un punto di equilibrio tollerabile e riteniamo che rimarrà tale a meno che non ci siano nuovi scompensi internazionali forti tali da giustificare un flusso di domanda di franco svizzero che tenderebbe a farlo apprezzare”.

Tempi duri per gli energy e commodity fund. High Yeld europei da preferire a quelli americani

Nei fondi High Yeld europei  il peso dei titoli energetici è molto più basso di quelli USA, per cui è meglio allontanarsi il più possibile dall’HY americano e convergere su quelli del vecchio continente.

Quello del prezzo del petrolio è il primo vero shock dopo gli anni ’70. Una cosa del genere (30 milioni di barili al giorno in meno) non era successa neanche nel 2008. Secondo l’edizione di aprile del report “Commodity markets outlook” della Banca Mondiale, l’impatto complessivo del Coronavirus sulle commodity “dipenderà da quanto è grave, da quanto tempo durerà e da come i Paesi e le organizzazioni internazionali sceglieranno di rispondere”.

Pertanto, la pandemia ha tutte le carte in regola per apportare cambiamenti strutturali e durevoli sulla domanda e l’offerta di materie prime, le c.d. commodities, identificabili tipicamente in petrolio, gas, metalli, metalli preziosi, materie prime agricole e bestiame. Però la crisi non ha avuto lo stesso effetto in tutte le singole aeree. Infatti, mentre le materie prime energetiche e i metalli sono stati maggiormente colpiti dal blocco delle attività economiche, quelle agricole o legate all’allevamento di animali sono state sorrette da una domanda solo in leggero calo, ed hanno vissuto difficoltà solo fino a quando non si è riusciti a garantire, senza intoppi, la regolare catena distributiva. Invece, i crolli si sono registrati soprattutto per il petrolio e tutte quelle commodities legate al settore dei trasporti, complice anche il clima da guerra dei prezzi iniziato a Gennaio e culminato ad aprile, in piena crisi pandemica, con alcuni benchmark scambiati addirittura a livelli negativi.

Di conseguenza, tutti gli strumenti di risparmio gestito (fondi e sicav) che investono in materie prime – ad eccezione di pochissimi tra loro, che hanno avuto fino ad oggi una eccellente capacità di recupero, come Amundi CPR Global Resources in euro – hanno subito un decremento di valore molto significativo, che nelle settimane successive è stato solo parzialmente recuperato assorbendo esclusivamente l’iper-venduto.

Del resto, il consumo di petrolio giornaliero pre-Covid19 si attestava sui 100 milioni di barili al giorno, mentre oggi è sceso a circa 70 milioni. Per far fronte al crollo della domanda, il prezzo del Brent è sceso da 60 a 20 dollari al barile, mentre la mancanza di stoccaggi ha portato il WTI al fenomeno dei prezzi negativi osservati la scorsa settimana. La differenza tra i due (Brent e WTI) dipende dalla diversa regolamentazione: il mercato del WTI si riferisce al petrolio estratto negli Stati Uniti, che è libero e dipende esclusivamente dalla legge di domanda e offerta, mentre quello del Brent è regolamentato all’origine dai paesi dell’Opec+, i quali possono stabilire unilateralmente di tagliare la produzione di petrolio. Ma c’è di più. Per i produttori “liberi” degli Stati Uniti il prezzo di breakeven (punto di pareggio ricavi-costi) è pari a circa 30 dollari al barile, mentre quello dei paesi Opec (Arabia soprattutto) è pari a circa 13-15 dollari, e ciò determina una diversa capacità delle due aree produttive di rimanere nel mercato senza che molte delle aziende più piccole – come quelle americane – falliscano qualora l’attuale livello di prezzo (circa 13 dollari, mentre scriviamo) dovesse continuare a resistere oltre il breve periodo.

Sembra che l’offerta di petrolio sia talmente abbondante che serve tagliare la produzione di almeno 8-12 milioni di barili al giorno solo per ottenere una galleggiamento del prezzo dell’oro nero ai livelli attuali; pertanto, il timore che tutti gli OICR (fondi e sicav) del settore possano risentire di questa situazione per un po’ di tempo è piuttosto elevato, anche perchè la ripresa della domanda, nel caso del petrolio, dipenderà esclusivamente dalla possibilità di debellare il Covid19.

Nel frattempo, la produzione dello Shale Oil statunitense  (petrolio di scisto, prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso) è allo stremo, tanto che la FED sta già cominciando ad acquistare i bond HY (high yeld, obbligazioni ad alto rendimento cedolare ma con rating basso) di molte società petrolifere americane allo scopo di salvarle, dal momento che, se i prezzi dovessero effettivamente rimanere molto bassi per i prossimi 18 mesi, le società USA che producono shale oil si troverebbero sull’orlo del fallimento, e queste società hanno complessivamente un debito verso le istituzioni finanziarie superiore ai 100 miliardi di dollari.

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Invece, nei fondi High Yeld europei  il peso dei titoli energetici è molto più basso di quelli USA, per cui è meglio allontanarsi il più possibile dall’HY americano e convergere su quello del vecchio continente. La soluzione più efficace, ma ancora insperata, potrebbe essere quella di un triplice accordo tra Opec, Russia e Stati Uniti, che in questo modo potrebbero spingere di nuovo in su i prezzi verso quota 40 dollari al barile. Questo livello dei prezzi sarebbe di grande equilibrio, perché consentirebbe ai consumatori occidentali di consumare a costi normali (anche un po’ più bassi di quelli pre-Covid), ma soprattutto eviterebbe al comparto WTI – o anche ad interi stati produttori come la Nigeria – di fallire.

Secondo le previsioni generose della World Bank, i prezzi del petrolio dovrebbero raggiungere una media di 35 dollari al barile verso la fine del 2020, con un calo del 43% rispetto alla media del 2019 di 61 dollari ma con un rialzo del 160% rispetto al prezzo di oggi che, ricordiamolo, ha oscillazioni giornaliere “da infarto” (anche del +/-2o% da un giorno all’altro). Pertanto, chi non è dentro il comparto “Oil + Commodity” potrebbe valutare l’investimento  in fondi specializzati, rispettando il principio di prudenza e dedicando una parte non superiore al 5% del portafoglio. Chi è già dentro, e sta subendo una minusvalenza “importante”, per recuperare ha di fronte a sé solo scelte molto, molto difficili, che prevedono un cambiamento delle proprie abitudini di investimento e, probabilmente, l’aumento della soglia di rischio nella propria asset allocation.