Giugno 10, 2026
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Workday: le aziende manifatturiere europee affrontano l’incertezza economica

Le organizzazioni aziendali devono sottoporsi a trasformazioni fondamentali per diventare più resilienti ed agili, e per prosperare in un futuro incerto, mutevole e complesso.

Workday e International Data Corporation (IDC) hanno pubblicato oggi un InfoBrief rivelando che il futuro dell’industria manifatturiera in Europa continuerà ad essere incerto, mutevole e complesso. Per prosperare in questo contesto, le organizzazioni manifatturiere devono trasformare radicalmente le loro operazioni per diventare più resilienti ed agili.

Allo stesso tempo, le organizzazioni devono bilanciare i costi e la sicurezza, garantendo nel contempo la conformità alle normative ESG. Avere le competenze e il talento giusti per affrontare tutti questi argomenti sarà la base per una trasformazione aziendale di successo e per una crescita aziendale sostenibile a lungo termine. Secondo l’InfoBrief, nel 2023 le organizzazioni manifatturiere dovranno affrontare i seguenti problemi di business:
– Le persistenti carenze della catena di approvvigionamento e l’aumento della concorrenza hanno aumentato la necessità di processi decisionali e operazioni agili per costruire una maggiore resilienza aziendale;
– L’aumento dei costi interni ha rafforzato la necessità di monitoraggio e controllo dei costi;
– L’aumento degli attacchi informatici rappresenta un rischio maggiore per i produttori e ciò può portare a chiusure di fabbriche e costi significativi per porre rimedio alle violazioni della sicurezza;
– Il cambiamento della domanda dei clienti e del mercato richiede un grado più elevato di flessibilità nella produzione e nel servizio.

Purtroppo la mancanza di competenze sta influenzando la trasformazione e le operazioni aziendali. Ciò è dovuto principalmente alla mancanza di lavoratori esperti di tecnologia digitale nella fabbrica, alla mancanza di competenze di ingegneria del software integrate per sviluppare prodotti intelligenti e connessi, oltre alla mancanza di competenze di sicurezza informatica per proteggersi dagli attacchi. Ciò è unito alla necessità di trasformare rapidamente i requisiti in competenze operative, con conseguenti tassi di scarto più elevati nella produzione, aumentando così i costi. L’aumento dei tempi del ciclo di produzione e i problemi di qualità stanno portando a una diminuzione della soddisfazione del cliente e, di conseguenza, a una crescita aziendale limitata.

Per ridurre o eliminare gli impatti negativi delle lacune di competenze ed evitare di rimanere indietro rispetto ai concorrenti globali, i produttori devono affrontare la gestione della forza lavoro e dei talenti dall’inizio alla fine: dall’attrazione dei talenti, all’abilitazione, esperienza e fidelizzazione dei dipendenti. Per garantire l’allineamento con i requisiti aziendali, è necessaria una stretta collaborazione tra CHRO*, CIO* e COO* per ottenere i dati giusti e generare insight fruibili. Infatti, i prerequisiti per una gestione di abilità e talenti di successo includono:
– comprendere le competenze necessarie e identificare le carenze di competenze,
– comprendere i requisiti di lavoro/attività,
– reclutare/assegnare le giuste competenze a lavori/compiti,
– fornire adeguati programmi di formazione,
– comprendere quali fattori influenzano l’esperienza dei dipendenti.

La ricerca IDC mostra che per i produttori EMEA (acronimo di Europe, Middle East and Africa) le maggiori lacune di competenze da colmare sono le capacità di lavorare con grandi set di dati/data science (43%) e le capacità relative alla risoluzione dei problemi/design thinking (41%). Inoltre, dagli stessi dati emerge che il 36% dei produttori sta investendo in ESG/sostenibilità per attrarre nuovi talenti, ed il 48% dei produttori considera le leggi sulla privacy dei dati un importante ostacolo agli investimenti per l’esecuzione di iniziative relative all’esperienza dei lavoratori. “Per affrontare le persistenti carenze della catena di fornitura, l’aumento della concorrenza, l’aumento dei costi e l’evoluzione delle richieste dei clienti – commenta Augusto Abbarchi (nella foto), Country Manager di Workday per l’Italia – i produttori devono sottoporsi a una fondamentale trasformazione delle loro operazioni, e devono investire per attrarre nuovi talenti e le competenze richieste, migliorare l’esperienza dei dipendenti e migliorare la resilienza operativa attraverso una pianificazione e una gestione della forza lavoro agile e flessibile. Sebbene questi investimenti possano richiedere costi iniziali, gettano le basi per una crescita aziendale a lungo termine e una trasformazione di successo consentendo loro di monitorare e controllare meglio i costi in futuro”.

Per avere successo, pertanto, i produttori dovranno attrarre nuovi talenti e le competenze richieste, creando profili di lavoro desiderabili per gettare le basi per una crescita aziendale a lungo termine; migliorare l’esperienza dei dipendenti per aumentare la soddisfazione e la loro fidelizzazione attuare una pianificazione e una gestione della forza lavoro agile e flessibile, al fine di migliorare  il grado di resilienza. Ciò potrebbe richiedere investimenti ora per gestire i costi in futuro, ma questo alla fine creerà le basi per la crescita aziendale e garantirà una trasformazione aziendale di successo.

Chief Human Resource Officer, Chief Information Officer e Chief Operations Officer

Consulenti finanziari senza confini. Claudio Candotti: credo negli studi associati e nella consulenza globale

I consulenti finanziari “senza confini” sono professionisti di lungo corso, molto richiesti da una clientela di alto livello per via della competenza acquisita negli anni. Patrimoni&Finanza ha intervistato Claudio Candotti, il “pioniere” della Consulenza Patrimoniale in Italia, chiedendogli di raccontare la sua storia professionale.

Intervista di Alessio Cardinale

Quella del consulente finanziario, fin dagli inizi, è sempre stata una professione molto dinamica, fatta di incontri e relazioni al di fuori dell’ufficio, ma negli ultimi 10 anni consulenti e clienti si siano abituati ad incontrarsi presso le filiali (o centri finanziari), sulle quali le banche-reti hanno investito molto per fidelizzare sia gli uni che gli altri. Tra i professionisti, però, resiste una nutrita schiera che preferisce incontrare i clienti presso la loro abitazione o la sede dell’impresa, anche se queste dovessero trovarsi a mille chilometri di distanza. Si tratta dei “consulenti finanziari senza confini geografici”, e cioè di quei professionisti della consulenza patrimoniale che hanno fatto dell’auto, del treno e/o dell’aereo il proprio mezzo ordinario di collegamento con il proprio portafoglio clienti.

Patrimoni&Finanza ha intervistato alcuni di loro, chiedendo di raccontare la propria esperienza a beneficio dei colleghi più giovani – i c.d. MiFID advisers – e, perché no, di quelli meno giovani ma desiderosi di conoscere la loro storia. Abbiamo incontrato Claudio Candotti, classe 1968, iscritto all’albo (oggi Organismo Unico) dei consulenti finanziari dal 1993, che in 27 anni di carriera ha costruito un proprio modello di business – è l’antesignano in Italia della c.d. Consulenza Patrimoniale “in rete”, ossia quella effettuata in team con gli altri professionisti del patrimonio – capace di fargli raggiungere risultati ai massimi livelli (se non il più alto, in Italia) in relazione al valore del portafoglio clienti. Il suo segreto è stato quello di lavorare in partnership con i più importanti studi professionali e di consulenza aziendale d’Italia.

Claudio, che ricordi ha dell’epoca in cui ha cominciato ad occuparsi di Consulenza Finanziaria?

Ho iniziato questa attività nel 1993. I risparmi erano appannaggio delle banche tradizionali, che attraverso i borsini collocavano prodotti finanziari come titoli di Stato, P/T, obbligazioni bancarie. La consulenza finanziaria era chiamata Promozione finanziaria, e i promotori finanziari erano meri collocatori di prodotti, identificati dal mercato e da molti clienti come i venditori di quelle attività di investimento buone per ricercare alto rendimento e finalità speculative. La concorrenza era spietata, e c’era una vera caccia grossa al cliente ricco e spregiudicato, a cui molti colleghi impreparati o scorretti facevano false promesse. Ma c’erano anche i clienti senza alcuna competenza ed esperienza finanziaria, che venivano spesso circuiti per l’acquisto di prodotti ad alte commissioni di sottoscrizione e poco valore gestionale. La cultura della consulenza apparteneva a pochi promotori, e non veniva percepita quasi da nessuno come un valore aggiunto. Per fortuna, però, sul mercato c’erano delle eccezioni, ovvero delle banche o delle Sim che avevano istituito delle accademy, e che formavano risorse (con o senza laurea) con spiccate attitudini alla relazione ed alla cura del cliente, gettando così le basi per quella che oggi, indiscutibilmente, è diventata la vera Consulenza Finanziaria.

Cosa le manca di quel periodo?

La forte effervescenza che animava il settore e le tantissime idee innovative di business, di prodotto e di mercato che, se sapute cogliere e sfruttare, potevano fare la differenza per coloro che le avessero cavalcate.

Ha avuto dei modelli da seguire, dei colleghi che l’hanno ispirata, oppure ha imparato gradualmente dai propri errori?

Ho capito fin da subito che bisognava avere dei benchmark di assoluto valore a cui tendere. Ho individuato i migliori due consulenti della Sim per la quale ho iniziato a lavorare e mi sono messo al loro servizio come autista, segretario e portaborse, ricevendo in cambio la possibilità ed il privilegio di poter presenziare come loro “assistente” agli incontri con i più importanti clienti. In questo modo, ho appreso quali sono le esigenze e gli obiettivi dei clienti più patrimonializzati, di quelli Istituzionali, di professionisti e manager d’azienda; ho imparato a differenziare la comunicazione e le offerte per soddisfare clienti molto diversi tra loro.

Quali sono stati i punti di svolta della sua carriera?

Avere capito, grazie a queste bellissime esperienze, che bisognava investire e canalizzare tutte le energie professionali su un target di clientela molto alto, per diventare più velocemente un consulente importante e di successo.

Quando ha cominciato a sviluppare clientela al di fuori della sua città, e come è avvenuto (volontà, il caso, la fortuna, le referenze di un amico…)?

Ho cominciato ad incontrare clientela di altre città lavorando come advisor finanziario di alcuni blasonati studi legali/fiscali romani che accompagnavano importanti aziende italiane in attività di internazionalizzazione produttiva e commerciale. Curavo per loro la parte finanziaria del business plan che servivano per ottenere finanziamenti ed agevolazioni pubbliche. Ho così conosciuto imprenditori e professionisti che operavano in tutta Italia, che poi mi hanno richiesto in modo diretto consulenze per loro o per i loro importanti clienti nell’ambito della gestione di patrimoni, nella gestione di tesorerie aziendali o di investimento delle immobilizzazioni finanziarie.

In quali città è presente oggi la sua clientela?

Un alto numero. Le città principali sono Milano, Torino, Venezia, Napoli e Bari.

Lei è un pioniere della c.d. Consulenza Patrimoniale, quella che si occupa di tutto il patrimonio dei clienti, e non solo delle loro disponibilità finanziarie. Può raccontarci come ha costruito il suo personale modello di business?

Ho studiato ed acquisito nel tempo competenze distintive in ambiti diversi: corporate, fiduciarie, fiscali, assicurative, legate a leggi agevolative o contributive su investimenti o attività di internazionalizzazione, sulla clientela Istituzionale. Queste competenze mi hanno permesso di essere, in ogni ambito, un punto di riferimento dei miei clienti, i quali mi hanno tenuto al loro fianco ogni qualvolta dovessero intraprendere o gestire attività che riguardavano le loro famiglie e le loro imprese.

Il periodo che stiamo attraversando ha messo a dura prova la tenuta delle relazioni con i clienti durante il lockdown. Lei come si è attrezzato?

Ho avuto la fortuna e l’abilità di far uscire tutti i miei clienti dagli investimenti azionari tra gennaio e febbraio, perché pensavo che i mercati fossero cari. Quindi, con molta liquidità a disposizione, ho chiamato di mia iniziativa ogni cliente durante la fase più critica della caduta dei mercati condividendo e pianificando con loro una strategia di forti acquisti a prezzi molto convenienti. Questo è stato il principale, e direi sostanziale modo per essere vicino ai  miei clienti.

Che posto ha la tecnologia nella sua professione?

Lavoro per Banca Widiba, che ha fatto della tecnologia il suo valore distintivo. Ho imparato ad usarla e a sfruttarla a vantaggio del mio business e dei miei clienti. Penso che sia ormai uno strumento fondamentale e insostituibile per la professione di un consulente finanziario.

Come vede la sua professione tra dieci anni, e come si vede lei?

Penso che questa professione subirà nuove profonde trasformazioni. Credo negli studi associati tra consulenti finanziari e tra questi e professionisti di altri settori, avvocati, fiscalisti, notai, agenti immobiliari. Credo nella consulenza globale e nel cross selling sulla clientela. Credo nel wealth management, nelle specializzazioni professionali in attività di consulenza di nicchia, ad alto valore aggiunto, che possano essere remunerate a parcella. Spero che mi venga permesso di lavorare in questo nuovo contesto per massimizzare le mie esperienze e competenze e metterle al servizio anche di altri.

Il consulente finanziario per l’impresa. Tra crescita delle prospettive e nuove esigenze formative

Tra nuove tematiche, metodi e skill operative, la nuova formazione per consulenti finanziari appare sempre più plasmata dal mercato. In profonda evoluzione le mansioni e le competenze di una figura sempre più trasversale, che non può più accontentarsi della sola conoscenza di tecniche e strumenti finanziari.

Le figure professionali che prestano la propria opera alle imprese, accompagnandole nei processi di sviluppo valutandone e pianificandone le possibilità di investimento, vivono all’interno di scenari in rapida evoluzione, dove l’imperativo è quello di adattarsi al cambiamento, guidarlo anziché subirlo.

Il profilo del consulente finanziario è in costante ascesa tra quelli maggiormente richiesti dalle imprese, in aperto contrasto con la non facile situazione vissuta nel settore del Risparmio Gestito. La domanda, però, cresce di pari passo con la complessità delle mansioni e delle competenze di una figura sempre più trasversale, che non può più accontentarsi della sola conoscenza di tecniche e strumenti finanziari. Infatti, skill operative nell’ambito del business planning e treasury management, conoscenza delle metodiche della finanza straordinaria e delle operazioni di distressed M&A, nonché capacità pratiche nella programmazione e gestione aziendale, si uniscono ad un’indispensabile confidenza con i nuovi strumenti informatici e – in senso più ampio – con i dettami della trasformazione digitale dell’economia.

Specializzazione e costante aggiornamento sono le chiavi tanto per i giovani che cercano di farsi largo in un settore ricco di possibilità ma anche molto competitivo, quanto per le figure senior, per cui la formazione continua a rappresentare un obbligo, ma anche un’occasione preziosa. Si fa strada, così, l’esigenza di specifici percorsi di formazione nel campo della consulenza finanziaria aziendale, da attuare attraverso master e corsi di alta formazione destinati a dottori in materie economiche, giuridiche e persino in scienze matematiche, ossia a coloro che possono ambire allo sviluppo del profilo professionale dello specialista in consulenza finanziaria. I più giovani, tuttavia, scontano un cammino irto di ostacoli per via di un mercato del lavoro che raramente concede spazio a chi non è in possesso di esperienze pregresse e skill operative; come i consulenti c.d. senior, i quali spesso abbinano, ad una grande esperienza e competenza acquisite sul campo, l’assenza di un percorso formativo definito per le esigenze dell’Impresa e certificato da un titolo specifico. Quest’ultimo, a ben vedere, rappresenterebbe invece un investimento intelligente per il consulente finanziario, dal momento che il mercato della raccolta di risparmio, oggi più che mai, passa proprio dall’imprenditore.

Le risposte alle necessità di formazione specialistica per la finanza aziendale sono rappresentate, ormai da alcuni anni, dai master erogati da enti universitari e dalle Business School. Le scuole di specializzazione in ambito economico, in particolare, presentano rilevanti punti di forza:

– corsi basati su programmi di studio oggetto di costante aggiornamento, di edizione in edizione, per una conoscenza sempre al passo con i reali trend del momento;

– impianto dei master progettato da faculty fondate sulla collaborazione di accademici, ma anche di imprenditori e professionisti, capaci di portare la loro esperienza diretta in aula;

– metodo di insegnamento che privilegia una logica orientata alla pratica e all’operatività, superando i limiti del tradizionale approccio nozionistico, al fine di maturare competenze spendibili nell’immediato;

– rilascio di crediti formativi utili alla formazione professionale continua, per adempiere al preciso obbligo di perseguire l’aggiornamento delle proprie competenze, come richiesto a tutti i membri dell’Organismo Unico dei Consulenti Finanziari;

– facilità di accesso ai corsi, grazie a formule weekend progettate per i lavoratori e piattaforme di e-learning per la partecipazione da remoto, con tutti i vantaggi che ne derivano per i professionisti già operativi o per chi è impossibilitato nel raggiungere le sedi fisiche delle scuole.

Temi e competenze di pertinenza del consulente finanziario per l’impresa: i programmi di studi dei master in finanza

Conoscenza degli strumenti e delle logiche finanziarie da un lato, precisa comprensione e capacità di analisi della situazione economica e degli obiettivi aziendali dall’altro; nel mezzo, competenze a tutto tondo in relazione a tematiche quali bilancio, fiscalità e pianificazione dell’impresa: la figura dell’esperto in finanza che mira a offrire la propria consulenza alle imprese necessita di una preparazione davvero di ampio respiro.

Tra gli argomenti affrontati, per esempio, nelle lezioni dei master in finanza e controllo di gestione – mirati alla formazione di professionisti in grado di analizzare e orientare le scelte di investimento di un business – rientrano un’ampia gamma di tematiche, tra cui:

– studio del bilancio aziendale come strumento per il controllo economico-finanziario dell’impresa;

– analisi delle principali voci di bilancio dello Stato Patrimoniale e del Conto Economico;

– analisi per indici (RATIOS) dell’impresa e analisi per flussi e rendiconti finanziari;

business planning e financial modeling;

treasury management (gestione e ottimizzazione della tesoreria aziendale);

– modalità di finanziamento aziendale (private equity, venture capital e financial due diligence);

– operazione di finanza straordinaria e distressed M&A per la gestione della crisi di impresa;

controllo di gestione e sistemi di programmazione (dall’introduzione alle logiche del controllo di gestione all’impiego delle informazioni di contabilità analitica per l’analisi dei costi-volumi-risultati delle decisioni aziendali).

A questo link è possibile approfondire struttura e programma di un master in finanza, erogato da Meliusform Business School e appositamente progettato secondo un impianto a moduli, per offrire a neolaureati e professionisti già attivi la possibilità di frequentare anche le singole lezioni di interesse e costruire, con il supporto attento dei futuri formatori, il proprio percorso anche “su misura”, beneficiando dell’approccio operativo dei master economico-finanziari di nuova generazione. Questi ultimi si distinguono da quelli di stampo tradizionale proprio per lo spazio riservato ai contenuti di tipo esperienziale. In particolare, le tradizionali lezioni frontali in aula sono integrate, durante l’intero programma di studio, da:

– analisi di case study, ovvero di casi reali che illustrano i concetti affrontati sul piano teorico, offrendo un immediato riscontro nella pratica dell’attività del consulente finanziario;

– elaborazione di project work, cioè sviluppo di progetti assegnati a gruppi di corsisti che, con l’ausilio dei mentori della scuola, ne curano tutte le fasi, acquisendo così confidenza con gli strumenti analizzati nel corso delle lezioni;

– esercitazioni in aula, impiegando software e tool informatici divenuti ormai lo standard nell’ambito della finanza aziendale e del controllo di gestione, con l’obiettivo di far proprio un metodo di lavoro preciso.

Su tutto, nella scelta del Master in finanza è bene individuare i punti chiave, e sapersi orientare tra le molteplici offerte formative. Certamente, tra i fattori da analizzare con scrupolo prima di scegliere la propria business school, spiccano le storia e gli anni di attività della Scuola, la reputazione ed i riconoscimenti ricevuti, le caratteristiche della faculty, il curriculum dei docenti, il livello di approfondimento e la frequenza nell’aggiornamento nei programmi dei corsi, le formule di erogazione adottate (lezioni frontali nei weekend, online, ecc.), la scelta di un approccio orientato alla pratica (cioè quello più idoneo alla categoria dei consulenti finanziari) e i servizi di tutoring e placement.