Aprile 21, 2026
Home Posts tagged consulenti autonomi

Consultique: cresce la community dei consulenti indipendenti. Approccio e view sui mercati

Intervista doppia a Luca Mainò e Andrea Cattapan di Consultique. Sempre più famiglie fanno ricorso alla consulenza indipendente. Non avere paura dell’azionario, e definire l’esposizione in logica di accumulo.

Prezzi al consumo in continuo aumento, tensioni geo-politiche, crollo dei mercati e tassi di mutuo in rapidissima salita hanno generato un marcato senso di sfiducia negli investitori in questi ultimi otto mesi, ma l’attenzione verso la consulenza finanziaria autonoma (o fee-only) continua a crescere, così come il numero degli iscritti all’apposita sezione dell’Organismo Unico (OCF).

C’è da dire che la consulenza finanziaria svolta direttamente presso la clientela (in modo autonomo, senza mandato da parte  di una rete bancaria) ha avuto la sua “consacrazione” formale – dopo un lungo periodo di pionierismo professionale – solo nel 2018, e i due anni e passa di pandemia hanno certamente rallentato una crescita che oggi, come afferma Luca Mainò (Founder e Managing Partner di Consultique SCF), “è solo la punta dell’iceberg”.

Relativamente allo stato dell’arte della consulenza indipendente in Italia e alla situazione dei mercati, P&F ha intervistato Luca Mainò e ad Andrea Cattapan, analista e consulente finanziario autonomo presso Consultique.

Luca, qual è lo stato di salute della consulenza finanziaria indipendente in Italia?
Si è creata in poco tempo una community di circa 600 consulenti finanziari fee-only, con oltre sessanta società di consulenza. Si tratta della punta dell’iceberg, e i numeri sono in forte crescita. La domanda di consulenza indipendente cresce in maniera organica, e sono sempre di più gli operatori del settore che stanno guardando a questa professione come una svolta per la propria carriera. Molti dei professionisti che potrebbero già da oggi accedere al mondo Fee-Only non se la sentono di lasciare la propria comfort zone, non percependo ancora il forte upgrade professionale che ne deriva e la possibilità di acquisire quote di mercato impensabili. Di contro, sono molti i giovani che si avvicinano a noi, con progetti dove l’indipendenza e la tecnologia danno vita a realtà nuove. Si tratta di un processo irreversibile che, con l’eliminazione delle asimmetrie informative, farà crescere il numero di famiglie che faranno ricorso alla consulenza indipendente.

I mercati lanciano ancora segnali di instabilità: che approccio bisogna usare verso la clientela in un periodo di forte correzione come quello appena avvenuto?
Nel nostro nuovo libro (La consulenza finanziaria indipendente – ed. IlSole24Ore, maggio 2022), letto soprattutto da investitori desiderosi di informarsi, cerchiamo di far capire come gestire al meglio il patrimonio, spiegando quale approccio usare, per esempio, in un periodo come quello di questi primi sei mesi del 2022, dove i portafogli bilanciati hanno una performance intorno al -12%/-13%, mostrando due caratteristiche ben visibili: da un lato il peggior risultato degli ultimi 40 anni per un portafoglio multi asset, dall’altro la sostanziale assenza di variabilità del risultato anche variando il mix tra azionario e obbligazionario. La liquidità va aumentata (fino ad un 20%-25%) proprio per i periodi in cui vi sono le correzioni, in cui va usata per approfittare di quotazioni più basse. In questo modo, i nostri portafogli si sono saputi difendere meglio rispetto ad allocazioni standard. Inoltre, nell’attuale contesto di mercato, abbiamo visto nei comparti value e in quelli difensivi le soluzioni più adatte per l’azionario, oltre ad una duration più corta in ambito obbligazionario.

Andrea, ritenete che i mercati finanziari possano scendere ulteriormente?
Le discese che si sono viste sull’azionario hanno “prezzato” pienamente un ridimensionamento dei multipli dovuto all’aumento dei tassi di interesse. C’è da capire ora se anche sul piano dei fondamentali vi potrebbe essere un deterioramento degli utili aziendali, per i quali gli analisti di mercato restano ancora ottimisti. Un calo degli utili, la cui entità e ampiezza andrebbe verificata, porterebbe ad amplificare la discesa delle quotazioni, eliminando in modo ordinato gli eccessi degli ultimi anni causati dall’ampio uso della leva monetaria da parte delle banche centrali. Una recessione molto pesante, invece, darebbe spazio a fenomeni correttivi più marcati, perché l’aumento della disoccupazione avrebbe effetti sui consumi statunitensi e quindi, a cascata, sugli utili aziendali, che bisognerà osservare con attenzione nei prossimi trimestri. Relativamente alle obbligazioni, tutto dipende da quanto sarà persistente il contesto inflattivo. L’impressione è che le banche centrali forzeranno l’aumento dei tassi finché non si “romperà qualcosa” sul piano macroeconomico; quindi livellamenti di prezzo sono ancora possibili. Le materie prime invece dovrebbero essere le ultime a cedere, come si confà ad ogni ciclo economico maturo.

In linea generale, oggi cosa consigliereste ad un cliente che manifesta l’intenzione di avvicinarsi ai mercati azionari?
L’atteggiamento verso l’azionario deve essere contestualizzato all’interno di una logica di portafoglio. L’Equity apporta, nel lungo periodo, il maggior contributo alla performance di un portafoglio, ma anche il maggior rischio, inteso come volatilità e possibilità di drawdown temporanei. È tutto chiaramente legato a come si sopporta il rischio e come viene declinato il portafoglio agli obiettivi del cliente e al suo orizzonte temporale. Due gli elementi da considerare: non avere paura dell’azionario ma essere ben consapevoli delle sue caratteristiche, definendo l’esposizione attraverso tranche progressive nel tempo, in logica di accumulo, utilizzando strumenti ben diversificati e poco costosi, in modo da poter raccogliere appieno il potenziale di rendimento dell’economia nel medio-lungo periodo. Per fare questo lavoro, e individuare gli strumenti più efficienti, per l’investitore è importante avere accanto un consulente indipendente, che aiuti anche a sapere come affrontare una di quelle situazioni che l’investitore medio vive una o al massimo due volte nella propria vita.

Di fronte all’impoverimento del valore reale della liquidità per via dell’inflazione, qual è il vostro portafoglio-tipo ideale di breve, medio e lungo periodo?
La protezione dall’inflazione viene spesso confusa con la necessità di coprire l’aumento registrato dei prezzi nel periodo in cui questo avviene. È il caso degli ultimi mesi, con valori annualizzati di inflazione che sfiorano ormai la doppia cifra. Ma questo “rendimento” non è ipotizzabile nel breve periodo, nessuno strumento finanziario è capace di restituire il tasso di inflazione, se non con strumenti ad alto rischio. È chiaro che non può essere questa la soluzione. L’aumento del costo della vita può essere contrastato nel breve con strumenti di finanza personale, riducendo ad esempio le proprie spese. È invece possibile ottenere l’obiettivo nel medio lungo termine, esponendosi con un portafoglio finanziario diversificato a diverse asset class, dall’azionario all’obbligazionario alle materie prime. D’altro canto, nei periodi di deflazione degli anni scorsi si sono creati rendimenti che servono per coprire gli alti valori di inflazione odierni. Ricordiamo che gli scenari economici in cui un investitore si può trovare sono governati da due coordinate: crescita/decrescita e inflazione/deflazione. Un portafoglio ben composto deve contenere asset capaci di dare del rendimento in ognuno di questi scenari (che combinati sono 4).

Secondo il vostro modello di analisi, è già arrivato il momento di investire sulle obbligazioni? Se sì, di quale tipo e con quali strumenti?
Se fino a qualche trimestre fa il rendimento era di fatto assente o negativo su molta parte del mondo obbligazionario governative e corporate, ora l’aumento dei tassi e degli spread di credito ha portato ad avere rendimenti positivi prima assenti, anche sugli emittenti più solidi da punto di vista patrimoniale/finanziario o come tipologia di emissione. L’investitore dovrebbe già da ora includere, sempre con tranche progressive, l’asset class obbligazionaria allo stesso modo in cui sta magari pensando di inserire l’azionario, anche perché i drawdown visti nel 2022 sono stati molto simili per queste categoria di investimento. Su molti titoli obbligazionari di tipo corporate vengono richiesti importi minimi di investimento che non garantirebbero una efficace diversificazione, per cui è meglio preferire strumenti come gli ETF, che coprono ormai ogni tassello dell’asset allocation.

Quali sono le previsioni di mercato secondo i vostri analisti per il 2022 e 2023?
L’imperativo è non avere fretta, ma restare al contempo attenti allo sviluppo dell’attuale fase di crisi. È impossibile delineare le tempistiche di uscita “dal tunnel”, ma resta valida la massima secondo cui i mercati inizieranno a scontare la fine della debolezza economica con almeno 6 mesi di anticipo rispetto ai dati macro. Il 2022, quindi, potrebbe essere un anno ancora contraddistinto da volatilità e alti e bassi, con qualche strascico probabilmente anche nell’inizio dal 2023. Ma il calo dell’attività economica avverrà in modo “ordinato”, già nella prima parte del prossimo anno si dovrebbe poter vedere un miglioramento del contesto generale dei mercati, a partire da quello statunitense. 

In crescita la Consulenza Finanziaria Indipendente. Luca Mainò: è solo l’inizio della storia

Intervista a Luca Mainò, Founder & Managing Partner di Consultique SCF. “Negli USA ci sono circa 40.000 Fee-Only planners. In Italia, in rapporto alla popolazione, dovrebbero essere circa 7.000”.

Intervista di Massimo Bonaventura

La storia della Consulenza Finanziaria Indipendente italiana è del tutto simile, per terra d’ispirazione e origine, a quella dei consulenti non autonomi: nasce negli Stati Uniti, e dall’esperienza a stelle e strisce prende in prestito contenuti e denominazioni iniziali. In particolare, con la denominazione più moderna di fee-only financial planner (1983), gli americani identificano i consulenti finanziari remunerati esclusivamente dalla propria clientela, a differenza dei “cugini” non autonomi che basano la propria remunerazione sulle provvigioni ricevute dalle società mandanti e, solo indirettamente, dalle commissioni pagate annualmente dalla clientela per la gestione di strumenti finanziari di  società terze (tipicamente: banche e compagnie assicurative).

La regolamentazione più antica del mercato finanziario, com’è noto, appartiene al mondo anglosassone e americano, dove già nel 1940 ai c.d. investment adviser veniva riconosciuto un ruolo importante dai clienti più facoltosi, in particolare dagli attori, dai capitani di industria della West Coast e dai petrolieri texani. Nello stesso anno, infatti, la SEC (Security and Exchange Commission) emanò le norme che disciplinavano il sistema finanziario americano, e nel corso dei successivi quarant’anni, i consulenti di quel tempo cominciarono ad organizzarsi in base alla propria specializzazione e natura economica della professione, fino a definire un modello professionale abbastanza elaborato ma essenzialmente basato sulla differenza tra chi distribuisce prodotti finanziari (“broker-dealer” e “registered investment advisor”) e chi fa consulenza pura fee-only (“certified financial planner”).

Tra le varie organizzazioni, la NAPFA (National Association of Personal Financial Advisor) è l’associazione più autorevole dei consulenti fee-only americani, ed è quella a cui si sono ispirati i “pionieri” della Consulenza Indipendente in Italia. Consultique – marchio originariamente derivante dalla fusione tra i termini “consulenza” e “boutique” – è certamente la più importante azienda del settore, operante da venti anni e fondatrice di NAFOP (National Association of Fee Only Planners). A questa sigla associativa va attribuito il merito di aver ottenuto, nel 2006, la modifica del disegno di legge 1014 (comma C, punto n. 10), con il quale si è previsto che “anche persone fisiche in possesso dei requisiti di onorabilità, professionalità e indipendenza..” potessero svolgere “l’esercizio nei confronti del pubblico, a titolo professionale, dell’attività di consulenza finanziaria”, che invece stava per essere riservata solo a “banche e soggetti abilitati”, con esclusione dei consulenti indipendenti di allora che erano già oltre un centinaio.

Prima di un riconoscimento formale della professione, però, dovranno trascorrere altri 12 anni, e il 1° dicembre 2018 sono diventate operative, all’interno dell’Organismo Unico dei Consulenti Finanziari, le due nuove sezioni dei Consulenti Finanziari Autonomi (CFA) e delle Società di Consulenza Finanziaria (SCF). Da allora, nonostante la pandemia, le dimensioni del settore sono cresciute in modo considerevole ma, a detta di Luca Mainò, Managing Partner di Consultique SCF e Membro del Consiglio Direttivo di NAFOP, “siamo solo agli inizi”.

Luca, della consulenza finanziaria non autonoma ormai sappiamo quasi tutto, dai suoi primi passi fino ad oggi. A quando si può fare risalire la nascita della consulenza finanziaria indipendente in Italia, e come si è sviluppata nel corso degli anni?
Il nostro network di consulenti indipendenti risale agli anni 2000, quando con la start up di Consultique riuscimmo a coinvolgere una cinquantina di studi professionali e società di consulenza. Eravamo alla fine del 2002. Si tratta dei pionieri del settore, persone che hanno fatto la storia della consulenza indipendente in Italia. Se adesso la strada della libertà finanziaria è stata aperta, anche per molti giovani, è per merito di quei visionari che ci hanno creduto fin dall’inizio e che hanno colto le sfide più importanti in un ambiente che di certo non favoriva la consulenza indipendente.

Cosa è cambiato nella professione con la costituzione della sezione OCF dei consulenti finanziari autonomi?
Anzitutto c’è una maggiore visibilità. Oggi tutti parlano di consulenza indipendente, una persona che vuole informarsi arriva velocemente a questo nuovo modello di advisory e può trovarlo in modo semplice grazie all’albo stesso ma anche ai siti delle due associazioni NAFOP e AssoSCF. Per quanto riguarda gli adempimenti da regolamento, per chi usa la fee-only platform è cambiato ben poco, in quanto già da oltre dieci anni abbiamo a disposizione una serie di strumenti di reg-tech che consentono di semplificare i processi. Tutto sta diventando paperless e digitale.  

Quanti sono oggi in Italia i soggetti che operano nel campo della consulenza indipendente, e quali sono le previsioni di crescita per gli anni futuri?
Ad oggi contiamo oltre 500 professionisti ed una sessantina di SCF (Società di Consulenza Indipendente). Sono numeri significativi, ma rappresentano solo la punta dell’iceberg. Personalmente conosco centinaia di persone che si stanno organizzando per avviare uno studio professionale o aprire una società di consulenza indipendente. Negli USA ci sono circa 40.000 fee-only planners; in Italia, in rapporto alla popolazione, dovrebbero essere circa 7.000.

Come è strutturato il modello di business della consulenza finanziaria autonoma, e quanto deve investire un consulente indipendente all’inizio della propria attività?
Come singolo professionista, un consulente che si avvale del supporto di Consultique riesce a seguire circa una sessantina di famiglie. Per crescere può strutturarsi ad esempio con l’inclusione di un tirocinante, di una risorsa al backoffice, e poi in futuro anche aggregando altri colleghi con diverse professionalità, ad esempio con la creazione di una semplice SRL. Una volta iscritti all’albo nell’apposita sezione dei consulenti “autonomi”, se consideriamo formazione e strumenti operativi, è possibile ridurre al minimo i costi d’esercizio, a meno di 5.000 euro l’anno. Ovviamente con budget superiori è possibile anche erogare servizi di consulenza finanziaria alle aziende, che consentono un salto di qualità nell’acquisizione di clienti HNWI.

E-book gratuito sugli strumenti di protezione del patrimonio della tua clientela.

Quali sono le fasi e i tempi medi di avviamento di un consulente autonomo, e quali sono per lui i vantaggi professionali derivanti dall’indipendenza?
Oggi in tre mesi ci si può iscrivere all’albo. Tra i vantaggi, credo che poter vantare il requisito di indipendenza soggettiva sia determinante nell’acquisizione del cliente. Sin da subito, con l’analisi indipendente del patrimonio, il cliente si apre e diventa addirittura un vero e proprio fan. Ed ecco che scatta il passaparola, l’unica leva di sviluppo per tutti i professionisti.

Come si riesce a superare la concorrenza del sistema bancario tradizionale e quello delle banche-reti?  
Con competenza (che cosa sappiamo fare), affidabilità (come facciamo le cose), integrità (con interessi allineati perfettamente a quelli dei clienti) ed empatia (supportando gli altri con le nostre azioni). In una sola parola alimentando la fiducia.

Esiste una sorta di rivalità tra i consulenti finanziari autonomi e quelli legati alle reti bancarie, oppure i secondi cominciano a manifestare curiosità e interesse verso i primi?
Una volta che i ruoli sono chiari svanisce ogni rivalità.

Quali sono i fattori che impediscono oggi alla consulenza indipendente di esplodere?
Il modello fee-only fully independent è ancora poco conosciuto non solo dagli investitori, ma anche dagli operatori. Molti dei professionisti che potrebbero già da oggi accedere al mondo fee-only non se la sentono di lasciare la propria comfort zone, non vedono ancora il forte “upgrade” professionale ed economico che ne deriva. Di contro, sono molti i giovani che si avvicinano a noi, con progetti dove l’indipendenza e la tecnologia danno vita a realtà nuove.

Per molto tempo le banche hanno considerato i consulenti finanziari indipendenti come i “cugini poveri” del sistema, non ritenendo la clientela sufficientemente pronta all’approccio “fee only”. Le cose stanno ancora così?
La domanda sta crescendo in modo netto, ma soprattutto stanno crescendo gli investitori consapevoli. È un processo irreversibile che, con l’eliminazione delle asimmetrie informative, farà crescere il numero di famiglie che faranno ricorso agli indipendenti.

Consulenti finanziari a parcella. Nel confronto tra modello americano e italiano, vince quello inglese

Sebbene il modello italiano di consulenza finanziaria indipendente sembri essere più protettivo per gli investitori rispetto a quello americano, questo non significa che sia il migliore possibile. Infatti, quello anglosassone si rivela come il più equilibrato di tutti.

Sebbene anche il sistema finanziario degli USA si stia avvicinando, in qualche modo, verso un modello di regole più stringenti, le differenze con il sistema finanziario europeo permangono, soprattutto in termini di “maturità finanziaria” degli investitori. Negli Stati Uniti, infatti, il messaggio che i giovani adulti ricevono ormai da tre generazioni è che prima di acquistare qualunque strumento di investimento è bene chiedere una consulenza ad un buon pianificatore finanziario. In questo modo, l’americano medio ha la garanzia prestata dalla responsabilità fiduciaria di un consulente che non ha alcun incentivo a vendere un prodotto o un servizio e, quindi, è privo di qualunque conflitto di interesse. In più, è in grado di offrire un buon livello di educazione finanziaria a tutti i membri adulti della famiglia – anche ai giovanissimi, e a differenza dell’Italia è pagato per questo – sebbene possa sembrare costoso. Ma alla fine è opinione comune che ne valga la pena.

Da questo scenario si comprende come il consulente indipendente sia il primo passaggio, per la maggior parte degli americani, verso la successiva fase dell’investimento, che negli Stati Uniti si concentra subito su quattro attività fondamentali: l’accantonamento per la pensione, il mutuo per l’acquisto della casa, la copertura sanitaria (principale ed aggiuntiva, se non sono pagate dal datore di lavoro come benefit) e, per ultima, la consulenza di investimento “libero” a medio termine, di solito sovraesposta verso la componente azionaria sulla scia del vecchio adagio 60/40 (60% azionario e 40% obbligazionario).

L’americano medio va dal consulente finanziario con le idee chiare, al punto che il non affrontare anche una sola delle prime tre attività determina sospetto e diffidenza verso il professionista che si dovesse concentrare solo sulla quarta.

Un altro mondo, rispetto all’Italia, ma anche da noi qualcosa sta lentamente cambiando. In particolare, un punto di svolta è accaduto con la “consacrazione” della consulenza finanziaria fee only (o a parcella) e di coloro che la esercitano professionalmente in forza dell’iscrizione in una apposita sezione dell’Organismo Unico dei consulenti finanziari. Naturalmente, esistono i pro e i contro, ma i primi sembrano essere più rilevanti dei secondi. La parte migliore di farsi assistere da un consulente finanziario indipendente (o autonomo) è sapere che egli non vende nulla fuorchè la propria competenza e professionalità. Opera come fiduciario, garantendo l’assenza totale di conflitto di interessi. Questo, naturalmente, non garantisce che gli investitori riceveranno consigli migliori rispetto a quelli dati da uno qualunque dei consulenti non autonomi – che in Italia sono attualmente il 98% del totale dei consulenti – ma ciò aumenta le probabilità per i clienti di ricevere consigli che sono veramente destinati a essere nel loro migliore interesse.

Senza alcun legame con società specifiche, i consulenti indipendenti sono liberi di offrire una gamma più ampia di soluzioni per pianificare il raggiungimento degli obiettivi. Tuttavia, un consulente indipendente ha, per definizione, un bassissimo (e difficile) controllo dell’esecuzione delle operazioni suggerite al cliente, al contrario di un consulente non autonomo che, pur operando con un potenziale conflitto di interesse, conclude direttamente le operazioni finanziarie. Pertanto, chi vuole ricevere consulenza di investimento da un consulente indipendente dovrà rivolgersi ad un altro professionista o ad una banca per le negoziazioni titoli, per l’acquisto di fondi e di prodotti assicurativi.

Negli USA, i consulenti finanziari indipendenti sono presenti in grandissimo numero, e addebitano le proprie parcelle in diversi modi. Il metodo più comune è l’applicazione di una percentuale calcolata sulle masse amministrate (asset under management o AUM) e addebitata ogni trimestre, con pagamento automatico disposto dal cliente. Un altro metodo è quello di addebitare una tariffa oraria o mensile, oppure una tariffa fissa a prescindere dalle masse amministrate.

In generale, i pianificatori finanziari a parcella addebiteranno tra i 150 USD e i 400 USD l’ora, oppure tra i 2.500 e i 10.000 USD l’anno. Negli Stati Uniti sono ammessi gli accordi commerciali tra consulenti indipendenti e quelli non indipendenti, così per i primi è possibile guadagnare anche una parte delle commissioni, retrocesse dal broker-dealer o dall’agente assicurativo, che il cliente pagherà su prodotti di investimento e su quelli assicurativi. Da accordi come questo, però, derivano potenziali conflitti di interesse che i consulenti indipendenti americani devono evitare seguendo regole di estrema compatibilità tra i prodotti consigliati e le caratteristiche del cliente. Del resto, i controlli sono rigorosi, efficaci, rapidi ed estremamente punitivi (anche con la detenzione in carcere), e diversi professionisti vengono radiati ogni anno per avere permesso la sottoscrizione di prodotti di investimento – per mano dei broker di fiducia – non adatti alla clientela.

Infine, i consulenti USA possono anche addebitare commissioni di performance, se previste dal contratto di asset management, quando superano un benchmark di rendimento per i loro clienti. Anche le commissioni di performance, a ben vedere, creano una sorta di conflitto di interessi interno, poiché per raggiungere l’obiettivo di superamento del benchmark il consulente potrebbe essere portato a fa assumere al cliente più rischi di quanti effettivamente egli sia in grado di sopportare.

In definitiva, anche il modello americano di consulenza finanziaria non sfugge a possibili aree di conflitto di interesse, a differenza di quello italiano che, invece, prevede una separazione netta tra consulenti indipendenti e consulenti non autonomi, tra i quali non esistono attualmente punti di contatto, neanche in termini di possibili accordi professionali.

Sebbene quello indipendente italiano sembri essere, quindi, un sistema più protettivo per gli investitori rispetto a quello americano, questo non significa che sia il migliore possibile. Infatti, il modello anglosassone si rivela come il più equilibrato e tutelante di tutti, sia per gli investitori che per tutte le categorie di soggetti della catena produttiva-distributiva di servizio. Esso, in sintesi, prevede una sorta di cooperazione fra tre soggetti che, pur mantenendo le proprie caratteristiche, conservano la loro autonomia: cliente, banca depositaria e consulente.

Questa cooperazione comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia,
– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,
– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,
– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza del consulente, mentre lo stesso consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il vantaggio più evidente, che segna così il superamento dei limiti tipici del contratto mono-mandatario attualmente in vigore in Italia, è l’eliminazione del conflitto di interessi, dal momento che il modello esclude ogni forma di retrocessione dalle società prodotto, ma attribuisce al consulente (indipendente) anche la certezza dell’esecuzione degli ordini, che così ricadrebbero sotto il proprio controllo.

Anche nel Regno Unito, naturalmente, esistono i consulenti che guadagnano una commissione dai prodotti finanziari (soprattutto assicurativi) venduti direttamente ai clienti, ma il sistema inglese non prevede alcuna collaborazione tra i c.d. tied agents – una sorta di consulenti non autonomi simili a quelli italiani – ed il consulente finanziario vero e proprio (financial adviser), e qualunque accordo economico tra le due figure è espressamente vietato.

ASCOFIND, la formazione per SCF e consulenti autonomi alla terza edizione

Ha preso il via il corso di formazione ASCOFIND, dalla durata di 30 ore, dedicato alle Società di Consulenza Finanziaria e ai consulenti autonomi. Partecipano 82 consulenti finanziari.

In conformità con le nuove disposizioni contenute all’art. 164 del Regolamento Intermediari della Consob, in vigore dal 31 marzo 2021, i consulenti finanziari autonomi iscritti all’Organismo Unico, a prescindere dall’esercizio effettivo dell’attività, sono tenuti all’aggiornamento professionale coerentemente con la natura e le caratteristiche dell’attività prestata ai clienti, in conformità con quanto previsto dal punto 20, lettera b), degli Orientamenti AESFEM/2015/1886.

A tal fine, i consulenti finanziari autonomi hanno l’obbligo di partecipare, ogni dodici mesi, a corsi di formazione della durata complessiva di almeno trenta ore, tenuti da soggetti con esperienza almeno quinquennale nel settore della formazione in materie economiche, finanziarie, tecniche e giuridiche, rilevanti nella prestazione del servizio di consulenza in materia di investimenti.

Su queste basi, lo scorso 29 marzo ha avuto inizio la terza edizione del Corso di Formazione ASCOFIND dedicato alle Società di Consulenza Finanziaria e ai consulenti autonomi. Il Corso, che vede la partecipazione di 82 consulenti finanziari, ha una durata complessiva di 30 ore, si svolge in modalità webinar e prevede lo svolgimento di un test di verifica delle conoscenze acquisite.

ASCOFIND, guidata da Massimo Scolari, ha realizzato per tutti i partecipanti una piattaforma con disponibilità dei materiali formativi (presentazioni, registrazioni video etc), nella quale sono archiviati anche i documenti video delle due edizioni precedenti.

Il corso ASCOFIND è accreditato per 30 ore ai fini del mantenimento delle Certificazioni EIP, EFA ed EFP, in quanto conforme agli standard di Efpa Italia.

Consulenti, il futuro è nella specializzazione delle competenze. Intervista a Massimo Scolari

“Ad oggi in Italia si stima che solo il 10% delle famiglie sia assistito da una consulenza finanziaria professionale. Ciò significa che il 90% dei risparmiatori italiani non riceve un’adeguata assistenza nelle proprie scelte di investimento… Se i colleghi consulenti abilitati all’offerta fuori sede vorranno valutare l’opportunità di intraprendere scelte professionali diverse dal passato, noi siamo qui per aiutarli”.

Con l’esplosione della pandemia di Covid19, molti nodi stanno venendo al pettine nel mondo della consulenza finanziaria. In particolare, mentre l’industria del Risparmio Gestito continua a macinare (nonostante i vari lockdown) risultati di raccolta assolutamente soddisfacenti, la “mano operativa” dei consulenti finanziari, complice la permanenza forzata presso le mura domestiche nella c.d. Fase Uno, ha cominciato ad interrogarsi seriamente sul futuro della professione.

Sul tavolo, per molti di loro, rimangono ancora oggi domande finora senza risposta; ne abbiamo poste alcune al dott. Massimo Scolari, Presidente di Ascofind (www.ascofind.it), Associazione per la Consulenza Finanziaria Indipendente, con sede a Milano.

La pandemia del Coronavirus, e i profondi cambiamenti nell’attività professionale indotti dai vari lockdown, sembrano aver scoperchiato un “vaso di Pandora” come nemmeno la MIFiD II era riuscita a fare, e aumentato l’attenzione di clienti e consulenti non autonomi verso la Consulenza Indipendente. Quanto, secondo lei, tutto ciò potrà influire sulle future scelte dei professionisti di oggi, e quali altri elementi potranno sollecitare un “cambio di abito” nei colleghi delle reti?

Partirei da una considerazione di carattere generale. Ad oggi in Italia si stima che solo il 10% delle famiglie sia assistito da una consulenza finanziaria professionale. Ciò significa che il 90% dei risparmiatori italiani non riceve un’adeguata assistenza nelle proprie scelte di investimento. Non sarebbe un grosso problema se gli investitori fossero dotati di adeguate conoscenze ed esperienze in materia finanziaria, tali da consentir loro di agire in autonomia sui mercati. Purtroppo, sappiamo che così non è. Il livello di educazione finanziaria in Italia, nonostante i lodevoli sforzi, continua ad essere estremamente basso e insufficiente. Tra i due fenomeni, ossia tra la scarsa diffusione della consulenza e l’insufficiente educazione finanziaria, a nostro avviso vi è un legame stretto: solo una crescita della consulenza finanziaria può garantire nel tempo un’effettiva crescita della cultura in materia di investimenti presso i risparmiatori. Ascofind si è battuta per 10 anni affinché anche in Italia venisse riconosciuta la consulenza finanziaria indipendente consentendo l’iscrizione ad un Albo, obiettivo che è stato raggiunto alla fine del 2018. Da quel momento, oltre ad accogliere i consulenti indipendenti, si è offerta a tutti i consulenti finanziari l’opportunità di svolgere la propria professione non più in un unico modo (lavorando come dipendenti o agenti di un intermediario mandante), ma potendo scegliere tra due modalità alternative entrambe disciplinate dalla normativa e vigilate dall’OCF. Noi non abbiamo mai pensato, e neppure ora lo pensiamo, che lo sviluppo della consulenza indipendente vada a sostituire la realtà attuale e consolidata delle reti di consulenti. Riteniamo invece che il contributo dei consulenti indipendenti e delle SCF si aggiunga all’offerta di consulenza esistente al fine di ampliare il mercato della consulenza e di consentire una maggiore concorrenza tra i modelli di servizio a favore degli investitori. Se i colleghi consulenti abilitati all’offerta fuori sede vorranno valutare l’opportunità di intraprendere scelte professionali diverse dal passato, noi siamo qui per aiutarli.

Ad oggi non sappiamo ancora quanto durerà questa situazione di emergenza e distanziamento sociale, che limita non poco l’attività di relazione consulente-cliente. Sarà  possibile abituare i risparmiatori ad effettuare incontri da remoto, e nello stesso tempo  dare continuità e qualità alla relazione?

Noi tutti speriamo che questa situazione di emergenza finisca al più presto. Ma siamo anche convinti che ciò che è avvenuto e le prassi a cui siamo stati costretti nella fase di lockdown avranno molteplici effetti strutturali. È indubbio, ad esempio, che l’accesso alla rete per comunicare, effettuare acquisti di beni e servizi, gestire i pagamenti ha avuto un’accelerazione formidabile in questi mesi e indietro non si tornerà. Cambiano le abitudini di acquisto dei consumatori e dei risparmiatori. Attraverso la rete diventa più facile effettuare confronti tra diversi provider di beni e servizi. Il settore bancario e finanziario, che ha basato per lungo tempo la propria strategia commerciale sul presidio del territorio, dovrà rapidamente riconvertirsi se vorrà mantenere le proprie quote di mercato.

Come vede la professione di consulente finanziario indipendente tra dieci anni?

Tra dieci anni il ricambio generazionale nel mondo dei consulenti sarà avvenuto e i nuovi consulenti finanziari saranno, in maggioranza, i ragazzi che oggi stanno uscendo dalle università, persone nate alla fine degli anni 90. Dotati in media di un livello di formazione accademica superiore agli attuali consulenti e da una familiarità con l’utilizzo delle applicazioni tecnologiche e dei social media. I mercati e i prodotti finanziari saranno probabilmente ancora più complessi di quanto lo siano ora e ci sarà bisogno, per i nuovi consulenti finanziari, di una forte specializzazione delle competenze.

LEGGI ANCHE: Risparmio, nessuna fuga dei clienti durante la fase 1. Consulenza indipendente, mano tesa ai colleghi delle reti

Nel modello di consulenza c.d. Anglosassone il cliente, la banca depositaria ed il consulente collaborano tra loro. Infatti,  il cliente sceglie sia la banca presso cui depositare il denaro che il consulente esterno a cui affidarne la gestione, mentre il consulente opera in maniera indipendente (senza vincolo di mono-mandato) e senza conflitto di interesse, controllando direttamente l’esecuzione delle operazioni inviate alla banca dal cliente. Secondo lei, si tratta di un sistema valido? E se sì,  potrebbe funzionare anche il Italia?

Molti tra i consulenti finanziari indipendenti e le società di consulenza finanziaria svolgono già il proprio servizio in questo modo. Forniscono, in assenza di conflitti di interesse,  raccomandazioni di investimento ed effettuano un monitoraggio – molto spesso richiesto dal cliente – sull’esecuzione delle operazioni di acquisto e di vendita da parte dell’intermediario scelto dal cliente. In Italia abbiamo però una limitazione normativa che ci distingue da altri paesi europei. Ossia il consulente finanziario, nonostante la Direttiva Mifid lo consenta, non è autorizzato a ricevere gli ordini di investimento del cliente e trasmetterli all’intermediario. La ricezione e trasmissione degli ordini è un servizio di investimento che in Italia è riservato agli intermediari. Ne consegue che il cliente, dopo aver ricevuto la raccomandazione di investimento da parte di un consulente indipendente, deve di persona trasmettere l’ordine alla propria banca depositaria, incontrando a volte ostacoli di  carattere operativo. La nostra Associazione si batte perché venga ampliato il perimetro legale di attività dei consulenti autonomi e delle SCF consentendo di prestare anche il servizio di ricezione e trasmissione degli ordini dei clienti.

Negli ultimi tre mesi abbiamo assistito ad un aumento esponenziale della formazione online, la quale, nei suoi contenuti, è rimasta sostanzialmente uguale al periodo pre-Covid, soprattutto per i consulenti non autonomi. Come cambierà qualitativamente  la formazione al consulente nei prossimi anni e, in particolar modo, chi se ne farà carico? 

La formazione è stata a lungo un’attività sottovalutata, anche nel settore bancario e finanziario. È stata spesso trattata come una Cenerentola, un mero adempimento normativo e formale a cui attribuire un’importanza assai relativa. Nel nuovo mondo nel quale entriamo la crescita generalizzata delle conoscenze e competenze e la diffusione di saperi specialistici rappresentano un carattere distintivo dei soggetti che staranno sul mercato e cresceranno e quelli che verranno messi da parte. Ascofind organizza corsi di formazione e di aggiornamento professionali sia per i consulenti autonomi che per il personale addetto alla consulenza  nelle Sim e nelle Sgr. È un’attività ormai diventata per noi prevalente come impegno di tempo e di risorse. Ma è anche una bellissima esperienza di crescita culturale e professionale.

Quali obiettivi si prefigge il corso Ascofind 2020? 

Il corso di formazione che svolgiamo tramite webinar a favore dei consulenti autonomi e delle SCF consente ai partecipanti di adempiere agli obblighi di aggiornamento professionale previsti dal Regolamento della Consob. Siamo al secondo anno del corso e le materie trattate diventano sempre più approfondite. Alla fine del corso svolgiamo di persona (non attraverso i video-games che oggi vanno così di moda) una prova valutativa individuale per verificare il grado di apprendimento di ogni singolo consulente. È una bellissima esperienza formativa anche questa, sia per il consulente che si fa valutare che per il docente che riesce a verificare i risultati del proprio lavoro.

LEGGI ANCHE: I tre mesi che hanno cambiato la relazione tra consulente ed investitori. Partecipa all’intervista di P&F

Consulenti finanziari con mandato e indipendenti a confronto. Un’attività fiscalmente “borderline”

Numerose le differenze nel trattamento fiscale tra le due categorie della consulenza finanziaria. Focus sulle partnership con altri professionisti.

Articolo a cura de L’AngeloFiscale.it 

L’argomento che affronteremo, sperando di fare un pò di chiarezza, è l’aspetto fiscale dell’attività di consulente finanziario, analizzando anche gli aspetti più noti lungo un percorso finalizzato a fugare i dubbi di quanti, in questo momento di profondi cambiamenti della categoria, potrebbero trovarsi nella condizione di valutare una trasformazione da consulente non autonomo a consulente indipendente (o viceversa).

Riteniamo utile ricordare che la MiFID II (la direttiva Markets in financial instruments directive 2004/39/EC) ha disciplinato i mercati finanziari dell’Unione europea. Essa ha fatto chiarezza, una volta per tutte, sulla definizione di consulenza in materia di investimenti su base indipendente e sui requisiti che un operatore deve avere per poter prestare questo tipo di servizio.

La consulenza indipendente, infatti, è offerta da consulenti finanziari (consulenti autonomi o consulenti abilitati all’offerta fuori sede) retribuiti esclusivamente a parcella, pagata direttamente dal cliente stesso, e la cui attività deve essere esclusivamente quella di fornire consulenza riguardo le soluzioni che si adattano meglio allo specifico caso del cliente.

Indipendenza significa soprattutto agire in totale autonomia e senza alcun conflitto d’interesse.

L’attività di consulente finanziario può quindi essere svolta sia nei confronti di intermediari del credito (banche, assicurazioni etc. etc.) sia autonomamente, esercitando quindi una reale attività di consulenza nei confronti del cliente finale, unico soggetto al quale poter e dover rendere conto (cd attività fee only).

Ma cosa cambia a livello fiscale nei 2 casi sopra esposti?

La risposta è da ricercare analizzando l’attività svolta dall’intermediario finanziario. Nella prima ipotesi (CF non autonomo), il professionista agisce per conto di istituti finanziari con i quali instaura quasi un vero e proprio rapporto di rappresentanza; nel secondo caso, viceversa, la consulenza espletata nei confronti del cliente lo configura come un soggetto autonomo e indipendente da qualsiasi vincolo di mandato e/o rappresentanza. Da ciò discende che, nel caso del CF non autonomo, il destinatario della fattura sarà l’istituto per il quale egli lavora, sarà assoggettato a ritenuta d’acconto ed alle ritenute enasarco ex lege (non inseriamo le percentuali perché oltre ad essere di facile reperimento, cambiano di anno in anno); nel caso del CF autonomo, la fatturazione avverrà direttamente nei confronti del cliente, ed il compenso non subirà alcuna decurtazione.

Ma l’aspetto più importante riguarda l’IVA. Infatti, il consulente che fattura all’istituto di credito per cui opera (in esclusiva) emetterà il documento non assoggettandolo ad IVA in quanto “esente ex art. 10 DPR 633/72”; al contrario, il consulente “indipendente”, che fattura direttamente al cliente, dovrà emettere la propria fattura assoggettandola alla normale aliquota IVA.

Un’ulteriore e importantissima conseguenza riguarda i costi deducibili (ossia cosa mi posso scaricare?): la differenza tra essere vincolato all’istituto di credito o assicurativo o a qualsiasi soggetto commerciale con un contratto di mandato e/o rappresentanza mi consente la deduzione di alcune categorie di costi; l’incarico di consulenza quindi il consulente fee only, avrà una deduzione di costi totalmente differente. Nella prima fattispecie, infatti, saranno consentite le deduzioni uguali a quelle dei rappresentanti (cioè l’80%) sui costi delle autovetture strumentali, e sarà interamente detraibile l’IVA sulle stesse con i tetti massimi stabiliti dalla normativa vigente (ad es. non posso comprare un’auto di 1 milione di euro e dedurne l’80%!); nel secondo caso, la deduzione seguirà le regole fiscali previste in caso di autoveicolo dell’imprenditore ad uso promiscuo (non parliamo quindi né d’ipotesi di uso esclusivo né di auto concessa in uso al dipendente o di auto propria data in utilizzo alla propria società), e quindi i costi saranno deducibili al 20% (anch’essi con i limiti stabiliti dalla normativa) e l’IVA al 40%.

Per quanto concerne le imposte dirette (in maniera “masticabile”: le tasse che si pagano ogni anno sul reddito) la differenza non sarà collegata al tipo di attività esercitata ma dipenderà da 2 fattori: il regime contabile e la forma di impresa scelta (ditta individuale, s.n.c., s.r.l. etc).

Infine, ma non meno importante, è bene affrontare anche la fattispecie della partnership tra professionisti (notai, avvocati, commercialisti etc,) e il consulente finanziario. Infatti, allo scopo di “fare rete”, spesso i consulenti finanziari decidono di collaborare con figure professionali che possono portare nuovi bacini di utenti.

Come viene regolato tra le parti questo rapporto?

La natura del rapporto è sicuramente quella di contratto di consulenza tra le parti; quindi va normato in base ad un contratto dove vengono stabilite tra le parti patti e condizioni, limiti ed importi. Da un punto di vista strettamente fiscale, il consulente finanziario o il commercialista (a seconda di chi paga chi…) che emettono fattura, lo devono fare applicando l’IVA (o meno in base al regime contabile), ma senza l’applicazione di alcun tipo di ritenuta (fiscale o previdenziale).

Per ricevere maggiori informazioni, vi rimandiamo al prossimo inserto che verrà pubblicato su Patrimoni&Finanza e nel sito angelofiscale.it.

Dott. Giuseppe Scaringi, Commercialista, Revisore Contabile, Contezionso Tributario                                         Founder langelofiscale.it

Sei interessato al futuro della professione di consulente finanziario?

Scarica gratuitamente la guida a puntate “Da Consulente Finanziario a Consulente Patrimoniale“, e-book edito da PATRIMONI&FINANZA. Basta registrarsi! Buona lettura

 

Millennials e consulenti finanziari, un rapporto difficile. I giovani investitori costretti ad utilizzare app e piattaforme digitali

Il modello tradizionale di addebito delle commissioni, basato sulle masse amministrate, rende i clienti più giovani poco attrattivi per i consulenti. Allora, a chi deve rivolgersi oggi un millennial per le sue esigenze finanziarie?

Oggi, in Italia, le quote di mercato del risparmio sono suddivise in maniera netta e inequivocabile: 12% ai consulenti finanziari (sia non autonomi che indipendenti), 12% alle poste, 76% alle banche tradizionali. Il primo, in particolare, sembra inaccessibile ai millennials, e per il futuro non si intravede una soluzione al problema senza sfruttare la tecnologia.

Per capire meglio le dimensioni della questione, mettiamoci nei panni di uno dei 6 milioni di millennial italiani, e immaginiamo di essere uno di loro, mentre facciamo i primi passi importanti nella carriera; è il momento migliore per pensare di comprare la nostra casa o di sottoscrivere un fondo pensione o un programma di accumulo per un acquisto futuro. Pertanto, potremmo pensare di rivolgerci ad un consulente finanziario ma……quale consulente è disponibile per un cliente come un millennial, senza risparmio già accumulato ma con bisogni e necessità come tutti gli altri?

In Italia i consulenti raramente rifiutano di incontrare un cliente giovanissimo e senza risparmio (anche perché egli avrà certamente dei genitori “patrimonials” a cui rivolgersi in seguito), ma questa disponibilità non durerà ancora a lungo. Già oggi, per esempio, nel Regno Unito nessun consulente finanziario accetta di lavorare per i millennials, i quali sono così costretti a rivolgersi a singoli brokers per specifiche esigenze, frammentando con estremo disagio la platea dei propri interlocutori. In Italia, la situazione non è molto diversa, ed il concetto di “fare numero” è già stato sostituito da tempo da quello di “fare massa”, possibilmente attraverso clientela con patrimonio consolidato e di buona entità. Pertanto, a meno che un giovane investitore non abbia uno stipendio elevato, una grande eredità o sia all’inizio di una carriera potenzialmente redditizia, è probabile che il consulente non sia in grado di guadagnare in maniera soddisfacente, ed è altrettanto probabile che gli dedicherà poco tempo.

Non è una questione di “cinismo professionale”, ma una sorta di selezione naturale indotta dal modello retributivo di reti e consulenti, calcolato sulle masse, e dalle politiche di marketing delle banche-reti, rivolte oggi quasi esclusivamente alla clientela “di pregio” che consente – ancora per quanto? – di realizzare ricavi adeguati. Infatti, le modalità tradizionali di addebito delle commissioni al cliente – noto nel settore come modello ad valorem – rende i clienti più giovani e asset-light poco attrattivi.

Alla luce di queste considerazioni, a chi deve rivolgersi oggi un millennial per ricevere assistenza riguardo le sue esigenze finanziarie?

Da qualche tempo vengono in aiuto nuovi servizi digitali, con i quali si tenta di colmare il “divario di consulenza” tra clienti patrimonials e clienti più giovani, e alcune di questi sono così innovativi, eleganti e convenienti, che potrebbero far temere per la tenuta della professione di consulente tradizionale per il futuro imminente. Stiamo parlando di Internet, naturalmente, e delle piattaforme di consulenza online, le quali stanno venendo incontro alle sempre più pressanti richieste provenienti dai millennials in materia di finanza.

Il motivo di tanto fervore innovativo è rintracciabile nelle previsioni di sviluppo di questo segmento di investitori, il quale è previsto in aumento numerico esponenziale nel prossimo decennio. In Italia, la sostanziale scomparsa della classe media e la decrescita sostenuta del reddito disponibile delle famiglie hanno causato, negli ultimi quindici anni, la mancata creazione di nuovo risparmio e, relativamente al mercato dei servizi finanziari, hanno aumentato a dismisura il numero dei clienti ritenuti oggi “meno interessanti” (da 100.000 euro in giù) dalle banche-reti. I millennials, poi, si collocano all’interno di una fascia ancora inferiore (tra 0 e 50.000 euro di risparmio), e quindi hanno serie difficoltà a farsi prendere sul serio da un consulente navigato e alla ricerca di masse che compensino la continua diminuzione dei margini di ricavo a cui le reti commerciali sono state costrette dal 2008 ad oggi.

Tutto ciò ha notevoli conseguenze anche sul futuro della professione di consulente. Infatti, i consulenti finanziari che ricadono nella fascia d’età 30- 40 anni dovranno affrontare una vera e propria sfida per trovare la loro “prossima generazione” di clienti, una volta che quella dei patrimonials (i genitori dei millennials, nella fascia di età over 65) si sarà esaurita per intervenuti limiti di vita. Probabilmente, il modello economico basato sulle masse dovrà lasciare il posto a quello basato sul servizio e sulla parcella, il quale oggi trova un muro invalicabile nel vincolo di mono-mandato a cui devono sottostare i consulenti finanziari. In tal senso, il modello anglo-sassone (che dà al consulente autonomo la possibilità di occuparsi direttamente delle operazioni di acquisto presso qualunque banca “depositaria”) è certamente più avanzato del nostro.

Così, i millennials hanno trovato nelle piattaforme di investimento fai-da-te, letteralmente esplose negli ultimi tre anni, un contenitore di servizio dove poter gestire le proprie esigenze legate al denaro, sviluppando, insieme alla dimestichezza nell’uso della tecnologia, l’idea che si possa investire con successo anche senza il supporto di un consulente. I gestori patrimoniali digitali online (come Moneyfarm) oggi invitano gli aspiranti investitori a presentare il loro orizzonte temporale di investimento e le loro opinioni sul rischio, suggerendo loro il miglior fondo di investimento. Questo approccio rappresenta esattamente ciò che vuole un millennial, il quale cerca soluzioni semplici a quesiti altrettanto semplici: come accumulare, quale mutuo scegliere, quali commissioni pagare…il tutto in tempo reale, con poca spesa e senza interagire eccessivamente con qualcuno.

Peraltro, nel corso dei prossimi 20 anni, i millennials italiani erediteranno circa 5 miliardi di euro dai baby boomers: a chi verranno affidate queste masse, frazionate tra vari eredi? Non esiste nessuna ricerca di questo tipo, ma ci viene in aiuto una ricerca inglese (condotta da Kings Court Trust) secondo la quale un quarto dei beneficiari di eredità si è immediatamente allontanato dai consulenti dei genitori o dei nonni, portando via, in media, circa 300.000 sterline presso le banche tradizionali per operare in autonomia. Il restante 75% di ereditieri, in tutta probabilità, apprezzerà ancora il “tocco umano” del consulente per interagire con il mondo della finanza, anche perché, secondo la stessa ricerca, molti dei giovani investitori si dichiarano spaventati all’idea di andare su un sito Web finanziario, rispondere ad alcune domande automatizzate e vedersi addebitare la propria carta di credito per una consulenza che potrebbe essere stata erogata anche da un c.d. Robo-Advisor.

Di contro, rispetto ai colleghi britannici, i consulenti italiani rimangono ancora “umani” e si rivelano amichevoli, professionali e disposti ad aiutare le giovani generazioni. Ma non sappiamo quanto a lungo durerà, perchè i punti critici rimangono, e sono i costi, la convenienza e il tempo. Pertanto, anche per i millennials italiani, la soluzione sembra essere quella di usare una combinazione intelligente di app, piattaforme di investimento e presenza umana (simpatica ed efficace) di tanto in tanto.

Chi ha già intravisto questo cambiamento, tra i consulenti, si attrezzi in fretta ad investire sul proprio sito web.

Sei interessato al futuro della professione di consulente finanziario?

Scarica gratuitamente la guida a puntate “Da Consulente Finanziario a Consulente Patrimoniale“, e-book edito da PATRIMONI&FINANZA. Basta registrarsi! Buona lettura

Regno Unito, gli investitori vogliono “le 3 T” dal proprio consulente finanziario. E in Italia?

Sondaggi, statistiche e note di colore provenienti dalle più interessanti ricerche giornalistiche del Regno Unito condotte in piena epoca MiFID II. Analogie con l’Italia e aneddoti in salsa british

Tratto da un articolo di Nick Shepherd (FT)

A parte la differenza linguistica (e la Regina), Italia e Inghilterra hanno molti punti di contatto quando si parla di consulenza in servizi finanziari. Quello inglese, senza dubbio, è un mondo più variegato, ma alcuni sondaggi condotti sulla clientela british hanno rivelato sorprendenti similitudini in relazione alla reputazione di cui i consulenti finanziari godono presso la clientela. Prima di introdurre l’argomento, sarà bene fare una breve panoramica su come si svolge il servizio di consulenza di investimento nel Regno Unito.

Nel mondo anglosassone, a parte le reti di distribuzione di prodotti finanziari remunerate con commissioni, sono molto presenti e apprezzati i consulenti autonomi, che hanno già una “storia” notevole rispetto all’Italia e sono preferiti a quelli non autonomi. Di conseguenza, le banche accettano di accoppiare, al servizio di collocamento di strumenti finanziari, la consulenza su base indipendente quale servizio a valore aggiunto, all’interno di un modello di servizio che prevede una sorta di cooperazione fra tre figure professionali differenti e autonome: cliente, banca depositaria e consulente (o advisor).

Questo modello comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia;

– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca;

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio;

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza del consulente;

– Il consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il modello anglosassone, a ben vedere, elimina anche il conflitto di interessi, escludendo ogni forma di retrocessione dalle società prodotto ai consulenti che scelgono di operare in modo indipendente; in più, consente al consulente autonomo di avere la certezza dell’esecuzione degli ordini nei tempi previsti, che così ricade sempre sotto il suo controllo (come in Italia, solo che la banca non è una semplice depositaria, ma una mandante).

Relativamente alla parcella, questa viene pagata direttamente dal cliente al consulente sotto forma di commissione di gestione del portafoglio, pattuita contrattualmente entro certi minimi e massimi, oppure periodicamente, a seconda dell’entità del patrimonio amministrato e della durata del servizio.

Quando è stato chiesto di nominare le qualità più richieste in un consulente finanziario, i lettori del Financial Times non hanno avuto dubbi, convergendo quasi tutti sulle “tre T”: Trasparency, Trust and Tailored (trasparenza, fiducia e servizio su misura).

La risposta è arrivata da oltre 300 lettori, di cui oltre i due terzi di essi stavano già pagando servizi di consulenza finanziaria. In cima alla lista dei loro desideri c’è la trasparenza sulle commissioni. In particolare, il 7% dei lettori inglesi confessa di non sapere quanto stia pagando per i consigli del consulente, mentre una percentuale maggiore (18%) contesta il livello delle commissioni che vengono loro addebitate e il modo in cui queste vengono applicate. La pratica diffusa di addebitare commissioni ad valorem – in cui i consulenti prendono una percentuale sul valore delle attività gestite ogni anno – è stata particolarmente dibattuta. Alcuni lettori, infatti, si sono concentrati sugli aspetti della comunicazione sul tema (“le commissioni dovrebbero essere espresse in sterline, non in percentuale”), mentre altri hanno posto l’attenzione sulla partecipazione del consulente al risultato finale, mostrando preferenza sulle commissioni di performance e non su quelle basate sul valore del portafoglio totale. Altri, ancora, si sono lamentati dalle scarse capacità di relazione e attenzione dei consulenti verso i clienti, i quali lamentano la pratica delle due riunioni di revisione l’anno, considerate poco coinvolgenti.

Circa un terzo dei lettori che hanno partecipato al sondaggio del FT ha confessato di non avere una buona opinione sui consulenti che lavorano su base non indipendente, e con una gamma limitata di opzioni di investimento, dichiarando il proprio disagio verso la “consulenza basata sulle commissioni per l’acquisto di determinati prodotti“. Anche per i consulenti inglesi non indipendenti, pertanto, la direttiva Mifid II comporta una maggiore trasparenza sulle commissioni ed un momento di trasformazione per tutto il settore.

In sintesi, il tipo di servizio che molti lettori britannici hanno detto di voler ottenere è fatto essenzialmente di sei elementi fondamentali: fiducia, chiarezza, creatività, onestà, indipendenza e buone capacità di ascolto. Oltre a questi, alcuni partecipanti hanno dichiarato di voler andare oltre la consulenza sugli investimenti, desiderando parlare di Arte e di Filantropia, ma anche di affari e degli investimenti non finanziari che possano dare ai propri figli la possibilità di arricchirsi.

Ritornando alle statistiche fuoriuscite dal sondaggio, il 38% dei lettori ha dichiarato di essere “molto soddisfatto” del rapporto qualità-prezzo del proprio consulente, mentre il 41% si è dichiarato “soddisfatto” del livello delle tariffe e poco più del 13% ha ritenuto di non ottenere un buon rapporto. Sebbene il 43% dei lettori non abbia mai cambiato il proprio consulente, qualsiasi evento che possa portare a una perdita di fiducia li spingerebbe a farlo. Quasi un terzo dei lettori senza un consulente finanziario ha indicato nella mancanza di fiducia e nelle scarse esperienze passate le ragioni per cui ne stanno lontani.

Quello della fiducia è un elemento ricorrente. Da un sondaggio effettuato dall’Autorità di vigilanza sulla condotta finanziaria (FCA), si è scoperto che solo il 39% degli adulti del Regno Unito si fida di consulenti finanziari, e che il meccanismo su cui si basa il successo dei consulenti è essenzialmente il passaparola o la raccomandazione personale di un membro della famiglia, un collega o un altro professionista di altra categoria. Allo stesso modo, la maggior parte dei consulenti ha descritto i referral (passaparola) come il loro modo principale di trovare clienti.

Non mancano, infine, le cosiddette note di colore nella ricerca condotta dal FT, che ha chiesto ai consulenti finanziari di raccontare le domande più strane, gli obiettivi di spesa più bizzarri e le richieste più insolite in cui si erano imbattuti nella loro carriera. Si va da un cliente fanatico della moda ansioso di “liquidare parte del suo portafoglio per aggiornare il suo guardaroba” a un cercatore di tesori che voleva “trasformare il suo intero portafoglio in oro fisico“. Alcuni clienti, poi, si aspettano molto in cambio delle commissioni che pagano: a un consulente è stato chiesto “puoi portare le mazze da golf di mio figlio dall’altra parte della città per me?“, mentre altri hanno riferito esperienze di gestione del conflitto coniugale dei loro clienti. Un cliente felicemente sposato insisteva sul “non dire a mia moglie quanti soldi ho, lei li spenderà tutti“, mentre un altro chiedeva come “nascondere le risorse a un partner che tradiva” (richiesta rifiutata dal consulente). Un consulente ha dovuto spiegare la matematica di base a una cliente divorziata con un patrimonio dal valore di 8 milioni di sterline, in un classico caso in cui l’ex marito pagava e controllava tutto, quindi da sola lei non era in grado di comprendere il valore del denaro e dei beni.

Per ultimo, le storie toccanti di gentilezza umana. Rob Roberts, pianificatore finanziario di The Chester Partnership, ha raccontato come una coppia abbia lasciato un lascito testamentario sostanziale all’agente di viaggio di fiducia, che aveva trovato un hotel a Lanzarote dove la coppia si era recata in vacanza romantica ogni anno per un decennio.

Per i suoi apprezzati sforzi, l’agente ha ereditato 300.000 sterline.

Sei interessato al futuro della professione di consulente finanziario?

Scarica gratuitamente la guida a puntate “Da Consulente Finanziario a Consulente Patrimoniale“, e-book edito da PATRIMONI&FINANZA. Basta registrarsi! Buona lettura

Organismo Unico Consulenti: un posto affollato. Professionisti della finanza ancora senza ordine professionale

Nell’O.C.F. convivono soggetti profondamente divisi per identità e obiettivi. E mentre ANASF va all’attacco della presidenza, si sente sempre di più la mancanza di una casa comune di tutti i consulenti.

Periodo caldo, e non solo per via della stagione estiva, quello che precede la sfida sulla governance dell’Organismo Unico dei consulenti finanziari.

Infatti, lo scorso 13 Giugno, il presidente di Anasf, Maurizio Bufi, ha annunciato pubblicamente la candidatura di Francesco Di Ciommo alla guida dell’OCF, al posto dell’attuale presidente Carla Rabitti Bedogni, e dello stesso Bufi come vicepresidente, manifestando così il desiderio di volere assicurare ai consulenti finanziari abilitati fuori sede un peso maggiore all’interno dell’Organismo.

Pertanto, quello di Anasf potrebbe anche definirsi come la prima azione di tutela quasi sindacale, dopo un ventennio che l’ha vista piuttosto distratta su questioni importanti.

In attesa di scoprire i programmi che certamente si accompagneranno alla battaglia (se mai ci sarà) per la guida dell’OCF, esistono alcuni temi che andrebbero approfonditi.

Il primo di questi riguarda proprio la composizione della governance dell’Organismo, che vede coesistere al suo interno ben quattro categorie di soggetti, ognuna delle quali è rappresentata da specifiche organizzazioni aventi natura sindacale o semplicemente di categoria:

– consulenti finanziari non indipendenti (Anasf, Federpromm),

– società mandanti (Assoreti e Abi),

– consulenti finanziari indipendenti (Nafop, Opec Financial),

– società di consulenza finanziaria indipendente (AssoSCF, Ascofind).

L’unica cosa che li accomuna è il contesto di servizio (la consulenza finanziaria) ed il mercato di riferimento, per il resto ciascuna categoria ha esigenze molto differenti da quelle degli altri.

  • I consulenti abilitati fuori sede, ossia l’insieme di professionisti storicamente preponderante, si interrogano sul futuro della professione e incassano l’ennesima previsione di minori ricavi prospettici che la MiFID II impone al sistema.
  • Le società mandanti, così come dopo la prima MiFID, devono rispondere alla necessità degli azionisti di far quadrare il conto economico il più presto possibile, utilizzando legittimamente tutte le leve aziendali disponibili.
  • I consulenti finanziari indipendenti, fino a ieri tenuti nell’oblio di una professione non codificata, hanno ottenuto (era ora) la propria sezione nell’OCF e vedono nella MiFID II un’occasione per acquisire maggiore autorevolezza nel contesto di riferimento.
  • Le società di consulenza indipendente, pur condividendo, in forma societaria, gli interessi e la mission dei consulenti autonomi, sono pronte nel lungo termine ad accogliere i consulenti abilitati espulsi dal sistema ma desiderosi di continuare la propria professione, anche sotto un’altra veste.

Di conseguenza, lo scenario più probabile, nei prossimi 5-7 anni, è quello che vedrà una forte decrescita del numero dei consulenti non autonomi ed una crescita sostenuta di quello degli indipendenti e delle società di consulenza; sullo sfondo, un’industria del risparmio gestito che vorrà mantenere il proprio livello di utili.

Ce n’è abbastanza per definire l’OCF come un “posto piuttosto affollato”, abitato da soggetti diversi all’interno di uno spazio molto ristretto. Una polveriera, pronta ad esplodere nel momento in cui un attore fortemente rappresentativo si farà portavoce del disagio di molti professionisti, spezzando le mille divisioni che consentono al sistema di mantenere l’attuale conformazione.

Pertanto, pur essendo davvero apprezzabile lo sforzo di Anasf di voler far contare di più i propri iscritti all’interno dell’Organismo, non si comprende il perchè le energie del maggiore “non-sindacato” di categoria e quelle delle altre organizzazioni (sindacati compresi) non debbano essere incanalate nello sforzo di ottenere l’unica cosa che manca veramente: un ordine nazionale dei consulenti finanziari, con la sua governance, il suo codice etico, i suoi organi di controllo, ed il suo sistema di tutele interne ed esterne, i suoi ordini regionali o locali, grazie al quale tutti i consulenti, senza distinzione di categoria, sarebbero finalmente uniti, superando quell’affollamento innaturale di ruoli e figure di cui è composto l’OCF e quella netta linea di demarcazione rappresentata, più che simbolicamente, dalle differenti quote annuali di tenuta dell’albo (500 euro gli autonomi, meno di 200 euro gli abilitati fuori sede).

Nello scenario attuale, tanto voluto quanto non necessario, le due categorie di consulenti non trovano alcuno stimolo a confrontarsi e a condividere comuni progetti di crescita. Eppure, oggi il valore della professionalità e dell’autonomia (anche per quelli che lavorano su base non indipendente) varrebbe, sulla carta, molto più delle dimensioni del portafoglio clienti; lo dice chiaramente la MiFID II, e soprattutto lo vogliono i clienti.

Un primo passo importante per iniziare un cammino comune, per esempio, potrebbe essere il confronto con il mondo delle università, al fine di istituire in tutti i maggiori atenei il corso di laurea in Consulenza ed Educazione Finanziaria-Patrimoniale, strumentale alla preparazione dei nuovi professionisti di domani. Infatti, grazie all’aumento degli standard di competenza e autorevolezza richiesti dalla normativa, e per via della diffusione degli strumenti di risparmio gestito a basso costo, oggi non è più così difficile, per un consulente abilitato, concepire una migrazione verso la categoria degli autonomi, e con la MiFID II ci sono tutte le premesse perché ciò accada nel giro di 7-10 anni, giusto il tempo di far crescere la sezione speciale dell’albo a loro dedicata ed il loro peso “politico” all’interno dell’OCF.

Un altro aspetto importante, che desterebbe attenzione, è che un ordine professionale autonomo  risolverebbe anche l’annosa questione dei contributi Enasarco, perché i consulenti potrebbero finalmente avere la propria cassa di previdenza, dove far confluire in forza di legge tutto ciò che è stato versato fino ad oggi (e l’Enasarco non avrebbe più alcuna speranza di tenere alcunchè).

Relativamente alla tutela degli iscritti, poi, oggi migliaia di bravi consulenti di esperienza rischiano ogni anno di dover uscire dal mercato, sollecitati dalla propria mandante, sol perché detengono un portafoglio clienti più basso della “media Italia”. Eppure, anche loro lavorano con grande impegno in un contesto difficile, rappresentandoo con onore sé stessi e l’azienda per cui lavorano.

Quest’ultima questione, peraltro, è strettamente collegata a quella del problema dell’età media dei consulenti: se la dichiarata volontà di risolverlo è una cosa seria, la sua logica conseguenza sarà quella di investire sulle giovani leve, a cui insegnare la professione. Di fronte a questo obiettivo, mettere alla porta i consulenti “sotto la media “ e contemporaneamente far entrare persone senza alcun portafoglio sembra un suicidio per l’OCF, a meno che quello di trovare soluzione al problema dell’età media elevata sia solo uno sterile annuncio privo di contenuto.

E’ all’interno di questo scenario di problemi irrisolti che si svolgerà la tornata elettorale di Settembre per la guida dell’OCF. Resta da capire per chi penderanno i consulenti indipendenti, i quali, a causa della “lontananza d’intenti” con i consulenti abilitati, non sembrano avere altra scelta che quella di appoggiare la candidata di Assoreti/Abi. Così facendo, però, si perderebbe l’occasione di cominciare un percorso comune, in vista dei profondi cambiamenti che il futuro riserva al mondo della consulenza finanziaria.

I segnali ci sono già tutti. Dopo la contrazione del 20% di iscritti conseguente al quinquennio di crisi 2008-2013, e dopo i seguenti quattro anni di sostanziale consolidamento, l’ultimo anno segna un calo dello 0,9%. Se consideriamo che il ritmo di crescita annuale dei quattro anni precedenti era stato dell’1%, è evidente che c’è un problema a monte di tutto, che investe il c.d. “modello di servizio”. In Europa, infatti, esiste anche quello anglosassone, nel quale le banche accettano di accoppiare, al servizio di collocamento dei prodotti finanziari, la consulenza su base indipendente quale servizio a valore aggiunto. Questo modello, pertanto, prevede una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che conservano la propria autonomia (cliente, banca depositaria e consulente-advisor), e comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia, e sceglie autonomamente il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza del consulente,

– quest’ultimo controlla direttamente che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

In un contesto di servizio di questo tipo, a ben vedere, si eliminerebbe anche il conflitto di interessi, escludendosi ogni forma di retrocessione da parte delle società prodotto; in più, il consulente autonomo avrebbe la certezza dell’esecuzione degli ordini nei tempi previsti che ricadrebbero sotto il proprio controllo. Relativamente alla parcella, poi, questa verrebbe pagata sotto forma di commissione di gestione del portafoglio, oppure periodicamente, a seconda dell’entità del patrimonio amministrato e della durata del servizio.

Purtroppo, difficilmente il modello anglosassone vedrà mai la luce in Italia, ed anzi possiamo tranquillamente affermare che le barriere all’entrata verso questa innovazione di processo sono talmente alte da escludere questa ipotesi, almeno per il momento.

Se ne riparlerà, probabilmente, tra 10 anni.

Sei interessato al futuro della professione di consulente finanziario?

Scarica gratuitamente la guida a puntate “Da Consulente Finanziario a Consulente Patrimoniale“, e-book edito da PATRIMONI&FINANZA. Basta registrarsi! Buona lettura