Aprile 30, 2026
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La “Rivoluzione Elettrica“ è in corso. Batterie sempre più capaci, presto addio ai motori a benzina

Mai la storia del mondo è stata così vicina ad uno dei punti di svolta che le generazioni successive studiano poi nei libri di Storia. Il settore della mobilità elettrica, in particolare, sta accelerando notevolmente il suo tasso di sostituzione verso la mobilità dominata dai motori a combustione, determinando un futuro più incerto per il mercato degli idrocarburi.

Articolo di Benedetto Vasapolli

Tutte le rivoluzioni industriali che si sono succedute fino ad oggi, hanno portato le economie c.d. avanzate  a compiere progressivi “balzi economici” grazie ai costanti progressi scientifici nel campo dei materiali e dei processi (fino alla odierna digitalizzazione). Questo processo di sviluppo della Società Mondiale ha consentito importanti scoperte in tutti i settori, alle quali è seguito lo spostamento graduale di intere popolazioni contadine verso le nuove fabbriche cittadine, sempre in cerca di manovalanza, determinando profondi mutamenti industriali e urbanistici; fino ad arrivare al “balzo” coinciso con l’avvento dell’informatica e del digitale, che ormai pervade tutti i rami produttivi (c.d. Rivoluzione Digitale).

Il periodo che stiamo vivendo adesso, è uno di quelli che solitamente vengono chiamati “punti di svolta“, e potrebbe avere degli effetti talmente profondi da segnare indelebilmente il percorso dell’intera umanità, anche in considerazione dei tempi rapidissimi con cui si è manifestato. Infatti, mentre a gennaio 2020 le nostre attenzioni erano volte a quel corollario di problemi derivanti dal rallentamento produttivo del gigante asiatico, nessuno dei principali attori internazionali del mercato ha percepito il pericolo che si sviluppava già tra ottobre e novembre, e tutti hanno vissuto un periodo di dannosa incosapevolezza, tipico dei momenti che precedono i peggiori crolli di borsa.  

In Italia, nel breve intercedere di una settimana, si è passati dal fare gli aperitivi sui navigli a chiudere un’intera regione prima e tutto il paese poco dopo, catapultati in una nuova realtà assolutamente ignota e oppressiva. Il silenzio ha pervaso le strade delle nostre città, le sirene delle ambulanze e le ronde della protezione civile sollecitavano tutti a stare a casa.

Ma tutta questa è ormai storia, sebbene ci stiamo ancora dentro.

Il blocco sociale, però, ci ha dato la possibilità di respirare un’aria più pulita, quasi del tutto priva di idrocarburi, e di scoprire i guasti dell’era del petrolio semplicemente toccando con mano gli effetti più immediati della sua parziale assenza. Il crollo del prezzo del greggio si è accompagnato per la prima volta alla sensazione generale che, nonostante il disastro economico che ne è seguito, la cosa non era poi così male (incidenti stradali mortali diminuiti del 70%).

La nostra società altamente industrializzata, già da anni è impegnata nel difficile passaggio dall’utilizzo di idrocarburi a quello dei meccanismi alternativi ed ecosostenibili. A livello cittadino, l‘effetto più immediato si ottiene attraverso l’utilizzo di autovetture elettriche. Nel decennio appena trascorso, si è sviluppato il segmento dei c.d. veicoli ibridi, ovvero quelli dotati di motori elettrici ausiliari che coadiuvano quelli a combustione. Alcune case automobilistiche, come Toyota, hanno incentrato su questo segmento la loro ricerca in maniera massiccia. La casa nipponica, infatti, crede fortemente nel sistema ibrido, mentre altre case stanno iniziando a puntare sull’elettrico puro.

Anche grazie ai bonus offerti dai governi nazionali, i costi dell’elettrico si vanno abbassando, e molto dipende adesso dallo sviluppo tecnologico delle batterie, che rappresenta l’unico nodo da sciogliere. Dalla capacità interna delle batterie, infatti, e dalla velocità di ricarica dipende l‘autosufficienza stradale delle auto, che oggi sarebbe legata ad una distribuzione talmente capillare delle colonnine da essere antieconomica per i potenziali gestori. Eppure, negli ultimi cinque anni si sono visti considerevoli progressi in tal senso, ed oggi è possibile acquistare modelli anche in versione basic capaci di autonomie di 250 – 300 km con un “pieno”.  

Oggi,  tutti gli accumulatori sono basati sul Litio, mentre il sistema più promettente in fase di sviluppo prevede l’utilizzo del Litio-Titanio, che  dovrebbe garantire il completamento del ciclo di ricarica in circa 7 minuti. Nel 2017, una startup israeliana ha presentato un prototico in grado di essere ricaricato in 5 minuti, mentre i principali modelli, da Nissan fino a Tesla, oggi necessitano di almeno 30 minuti per essere ricaricati elettricamente sino all’80%. Questo risulta ancora un grande limite, unito agli alti costi di produzione industriale delle batterie stesse.

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Per quanto riguarda il costo complessivo del veicolo elettrico, la componente batteria pesa per il 25-50%, in relazione al tipo di tecnologia usata. Un set batteria permette in media una percorrenza di circa 150.000 km, quindi la sua eventuale sostituzione, sostanzialmente coincide con quella del mezzo, proprio in considerazione dei suoi costi.

Secondo alcuni importanti studi, si prevede una equivalente produzione di mezzi elettrici ed a combustione entro il 2030, e con l’aumento della produzione anche il costo delle batterie sarà destinato a scendere sensibilmente. I progressi tecnologici, poi, faranno il resto.

La pandemia, e la necessità di dover pensare, in tempi brevi, alla continuità produttiva di intere economie, sembra aver dato una forte accelerazione al processo di rinnovamento ecosostenibile, ma i reggenti mondiali dell’Era del Petrolio non ci stanno. Prova ne sia che, chi produce oro nero a basso costo (paesi arabi), abbia prima aumentato la produzione mettendo in difficoltà le capacità di stoccaggio ed il prezzo (sia del brent che del crude oil) oltre le soglie critiche, e poi abbia consentito dei tagli corposi per consentire il rientro del prezzo verso quota 40 USD, e cioè la quota di pareggio per gli altri produttori. Sembra, a tutti gli effetti, una mossa di politica internazionale che ha rinsaldato gli accordi di cartello mondiale, in soccorso degli Usa, che tanto hanno investito nello shale gas, i quali non riescono a rientrare nei costi sotto la soglia, appunto, dei 40 dollari al barile.

Ma il prezzo del petrolio così basso non fa certo bene all’economia mondiale, ancora impreparata a produrre, a basso costo, tutti i mezzi elettrici e le infrastrutture che si rendessero necessari nei vari settori (trasporto urbano, commercio, industria etc) e che siano, soprattutto, efficienti e profittevoli per chi li produce.

Qualora ciò potesse accadere in tempi rapidi, probabilmente nuove forme di economia potrebbero sostituire in parte quella che a tutt’oggi fa marciare il pianeta, ed i risvolti socio politici sarebbero notevolissimi. Sembra ormai ineluttabile che quel momento verrà, e chi oggi si preparerà per tempo potrebbe trovarsi in considerevole vantaggio. Lo sviluppo economico, infatti, è sempre stato come una gara tra corridori, e se anche le cronache raccontano di patti segreti per non darsi troppo fastidio, ogni competitor cerca sempre un vantaggio sull’avversario. La differenza con la storia industriale passata è che il cambiamento potrebbe essere imposto da un fattore esterno (oggi il virus, domani chissà cos’altro) che è ancora lungi dall’essere stato sconfitto, ed anzi fa prevedere la possibilità di accettare un mondo nel quale convivere con esso per lunghi periodi. Per questo motivo, è ipotizzabile che interi settori verranno riconvertiti “elettricamente“, determinando l’avvio di una nuova rivoluzione industriale, quella “elettrica”.

Enasarco in ostaggio della maggioranza. I ministeri impongono elezioni, il vertice ricorre al TAR

Difficile non interpretare negativamente l’ultima decisione del vertice di Enasarco, sempre più determinato a non fissare le elezioni nonostante il diktat dei ministeri vigilanti. Ma è altrettanto difficile non riconoscere, in questa strategia solo apparentemente suicida, un intento che Patrimoni&Finanza afferma già da tempo: chi comanda in Enasarco vuole arrivare al commissariamento.

Non erano neanche trascorse 24 ore dalla fine dell’assemblea dei delegati, quando una nuova “sorpresa” è venuta fuori dal vertice Enasarco, che ormai pare abbia eretto le barricate pur di non indire regolari elezioni. Infatti, durante il CdA della Fondazione svoltosi il 1 luglio, “Presidenza e maggioranza hanno reso noto di aver impugnato davanti al TAR l’invito dei Vigilanti Ministeri di Lavoro ed Economia a completare l’intera tornata elettorale per il rinnovo dell’Assemblea dei Delegati entro il 10 agosto 2020...”.

In sintesi, in occasione dell’assemblea la maggioranza – nonostante specifiche domande “fuori o.d.g.” di alcuni consiglieri dell’opposizione – si sarebbe guardata bene dal comunicare un fatto così importante per tutti gli iscritti, e così, secondo i 5 consiglieri del CdA della Fondazione Luca Gaburro (Federagenti), Antonino Marcianò (Fiarc), Alfonsino Mei (Anasf), Davide Ricci (Federagenti) e Gianni Guido Triolo (Confesercenti), il vertice di Enasarco sarebbe andato contro gli stessi Ministeri, in un atto di arroganza e superbia, senza informare preventivamente il CdA; il tutto in danno dell’Istituzione che governano e degli iscritti che rappresentano“.

Solo ieri“, proseguono i consiglieri di “Fare Presto!”, “è spuntata fuori, con un clamoroso ritardo di ben 15 giorni, la lettera del Ministero che invitava l’Ente a dare corso immediato allo svolgimento delle elezioni e vietava di fatto qualsiasi atto o delibera che superasse i confini dell’ordinaria amministrazione. Ciò significa che tutti gli atti di non ordinaria amministrazione che sono stati adottati nell’Assemblea conclusasi il 30 giugno u.s. sarebbero inficiati da nullità. E ancora più colpevolmente i vertici di Enasarco hanno taciuto il contenuto della lettera del Ministero, oltre che al CdA, anche ai 60 delegati che a tale assise assembleare hanno partecipato, votando inconsapevolmente gli argomenti posti all’ordine del giorno”.

La lista “Fare Presto“, inoltre, denuncia che “il vertice rimane arroccato pericolosamente sulla poltrona  più alta della Fondazione Enasarco, sordo alle istanze delle minoranze che fino a prova contraria rappresentano decine di migliaia di iscritti, sconfessando gli inviti dei Ministeri Vigilanti, assumendosi personalmente ogni responsabilità – unitamente ai consiglieri di maggioranza del CdA – decidendo di adire il TAR, senza avere un preventivo mandato esplicito del Consiglio d’Amministrazione; e non per tutelare gli agenti ma, al contrario, per non andare immediatamente al voto e rimanere in regime di prorogatio. Un’azione da stigmatizzare in toto, che rappresenta un’offesa per chi in Enasarco ripone fiducia e versa i contributi per il proprio Fondo Pensionistico. E lo sta facendo in un momento storico in cui agenti di commercio e consulenti finanziari ci chiedono un aiuto vero e concreto, perché alle prese con i danni economici, sociali e sanitari determinati dall’Emergenza Covid-19”. E di tale arbitraria iniziativa “non sono stati informati neanche i delegati assembleari che hanno votato il 30 giugno scorso e che ora si trovano nella non invidiabile posizione di poter essere oggetto di attenzione, unitamente al vertice Enasarco e agli altri organi della Fondazione, per gli ingenti ed eventuali danni erariali causati dal comportamento arrogante e presuntuoso del  vertice”.

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I 5 consiglieri fanno infine sapere che “in CdA il Presidente ci ha informato sull’arrivo, proprio ieri, di un’ulteriore missiva dei Ministeri vigilanti, che tuttavia ancora non ci è stata fornita come consiglieri, mentre stamattina sul quotidiano “Libero” abbiamo letto della volontà della Corte dei Conti di Commissariare “ad acta” Enasarco. Una cosa è certa: l’Ente va liberato perché è in ostaggio“.

Il risultato finale, secondo “Fare Presto” è “l’ennesima presa in giro di agenti e consulenti finanziari i quali sarebbero destinatari non solo di aiuti economici irrisori ma addirittura di aiuti che non si verificheranno in quanto contenuti in delibere di cui i Ministeri vigilanti avevano già anticipato la loro nullità allo stesso Presidente e alla maggioranza del CdA in numerose note“.

Difficile non interpretare negativamente l’ultima decisione del vertice di Enasarco, sempre più determinato a non fissare le elezioni nonostante il diktat dei ministeri vigilanti. Ma è altrettanto difficile non riconoscere, in questa strategia solo apparentemente suicida, un intento che Patrimoni&Finanza evidenzia già da tempo: chi comanda (ancora per poco) in Enasarco vuole arrivare al commissariamento. Più precisamente, un atteggiamento così “esagerato”, teso esclusivamente a procrastinare nel tempo qualunque ipotesi di elezioni, non può che puntare ai tempi lunghi che la Politica ed il Governo, ancora impegnati a risolvere le emergenze economiche e sociali dettate dal Covid-19, hanno necessità di osservare prima di scalzare l’attuale vertice dalla poltrona a cui sembra incollato.

Ove così non fosse, tutti gli iscritti sarebbero indotti a fare cattivi pensieri.

“Nei comportamenti umani, niente accade per caso” è la sintesi del più famoso detto “cui prodest” (trad. “chi trae vantaggio?”) di classica memoria, con il quale è possibile risolvere anche i più strani fatti e/o comportamenti in apparenza incomprensibili.

Pertanto “chi trae vantaggio” da questa tattica suicida? Probabilmente i componenti dello stesso vertice, per motivi che presto verranno chiariti o, con l’intervento delle Istituzioni, saranno essi stessi costretti a chiarire.  

Tecnocasa, il lockdown riaccende la prossimità. Adesso gli investitori puntano sui negozi

Da Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa, un focus molto dettagliato sul mercato immobiliare, esaminato a partire dallo scenario pre-Covid fino alle tendenze attuali, che vedono un forte interessamento degli investitori verso i negozi di piccola quadratura.

Lo scenario che si presentava prima dello scoppio della pandemia di Covid19 vedeva, per il comparto degli immobili per l’impresa, una chiusura 2019 con compravendite in aumento per negozi (+6,5%) ed uffici (+4,8%), e stabilità degli scambi per i capannoni. I prezzi ed i canoni di locazione erano in leggero ribasso ad eccezione per le locazioni dei capannoni. Infatti, questi ultimi avevano registrato un aumento dei canoni delle tipologie nuove pari a +0,7%, e di quelle usate di +0,8%, mentre i prezzi erano in diminuzione rispettivamente dello 0,7% e dell’1,1%. I negozi registravano una contrazione più marcata per i prezzi: -2,2% per le soluzioni su vie di passaggio e -2,6% per quelle in vie di basso transito. Il valore degli affitti era diminuito rispettivamente dell’1,5% e dell’1,6%. Sul comparto uffici i canoni erano rimasti sostanzialmente stabili (-0,3% per le tipologie nuove ed usate) mentre i prezzi segnalavano una contrazione dell’1,3% per le soluzioni nuove e dell’1,5% per quelle usate.

Le compravendite in aumento dimostravano l’interesse per il comparto dove si muovevano soprattutto investitori attratti da rendimenti interessanti. Gli imprenditori prediligevano le locazioni.

In questo scenario si è inserita la pandemia, che ha fatto sentire i suoi effetti su questo settore strettamente collegato all’andamento dell’economia. In questo caso il segmento maggiormente interessato è quello dei negozi.

Gli effetti della pandemia si sono inevitabilmente avvertiti sulle compravendite, che nei primi tre mesi del 2020 registrano un calo del 17,2% per gli uffici, del 17,5% per gli immobili commerciali e del 22,8% per il produttivo. L’impatto del Covid19 si è fatto sentire sul segmento dei negozi, con un calo delle richieste di chi voleva aprire un’attività commerciale (che rimanda a tempi migliori) e aspetta anche di capire se la concessione delle nuove licenze non sia condizionata a determinati requisiti da cui possa dipendere la tipologia di immobile ricercata. Subito dopo la riapertura, però, si è registrata la volontà di aprire soprattutto attività di quartiere legate alla vendita di prodotti alimentari. Quindi la riscoperta della prossimità, avvenuta negli ultimi anni, che aveva portato diverse catene della media grande distribuzione ad aprire punti vendita, ha avuto un’ulteriore spinta dal lockdown. A questo fenomeno ha contribuito anche il massiccio ricorso allo smart working. 

Dopo la riapertura si cercano anche spazi per realizzare attività di asporto.

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La ristorazione sta cercando di riorganizzarsi, quando può, attraverso il delivery che, in qualche modo, tampona le perdite. In questo settore ci aspettiamo una maggiore tenuta per le attività storiche o comunque con alcuni anni di attività alle spalle e che potrebbero avere la liquidità necessaria per fronteggiare il periodo di chiusura. Maggiori problemi potrebbero avere coloro che avevano aperto da poco tempo e su cui gravano i costi di avviamento, in particolare nelle città ad alta vocazione turistica.

In difficoltà maggiore potrebbero trovarsi i negozianti del settore non food (abbigliamento, calzature ecc.), soprattutto se non appartengono a brand importanti e solidi che possono reggere meglio la chiusura. Si pensi, ad esempio, ai costi sostenuti per non aver potuto smaltire la collezione primaverile. Un impatto minore potrebbe esserci per quelle attività che, al punto vendita fisico, hanno affiancato anche il canale online. Continua il trend che vede il cambio di destinazione d’uso in abitativo per quei locali commerciali ormai chiusi e posizionati in vie non di passaggio.

I dati sulle operazioni di acquisto e di locazione realizzate dalle nostre agenzie nei primi tre mesi dell’anno evidenziano soprattutto operazioni finalizzate alla creazione di spazi per deposito, seguiti da quelli da dedicare alle attività artigianali. 

Sugli uffici al momento non si segnalano richieste particolari o comunque cambiamenti legati a quanto sta accadendo. Le aziende stanno sperimentando lo smart working ma, al momento, non sembrano esserci impatti evidenti a parte il cambiamento dei layout. Sarà importante capire nei prossimi mesi come si muoverà il settore delle imprese, dove potrebbe continuare un fenomeno, ormai consolidato da anni, che vede gli uffici, soprattutto quelli obsoleti e inseriti in contesti residenziali, sottoposti a cambio di destinazione d’uso in abitativo.

La ripresa del mercato immobiliare residenziale deponeva a favore di questo trend.

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Gli investitori, soprattutto i piccoli risparmiatori, dopo la riapertura sembrano nuovamente interessati ad investire, in particolare nei negozi. Infatti, dai dati delle compravendite realizzate dalle nostre agenzie, nei primi tre mesi del 2020, risulta che il 61% degli acquisti di negozi ha avuto come scopo la messa a reddito. Nella maggioranza dei casi sono tagli inferiori a 60 mq. In linea generale sono pronti a cogliere delle occasioni che il mercato potrebbe presentare. Sui canoni di locazione sono già in atto rinegoziazioni e ci si aspetta una contrazione almeno fino alla fine dell’epidemia e, forse, anche oltre se l’impatto economico dovesse essere importante, in particolare per alcune categorie commerciali. Stesso trend al ribasso ci si aspetta sui prezzi perché è nell’aria un aumento di offerta di spazi, soprattutto commerciali, e potrebbe esserci chi sarà pronto ad occuparli soprattutto se in posizioni interessanti.

In tempi difficili, un consulente finanziario fa la differenza. Ecco i vantaggi che valgono tutto il suo costo

I consulenti finanziari svolgono un servizio fondamentale, aiutando gli investitori a superare complesse sfide finanziarie come quella che stiamo vivendo. Chi si rivolge  ad un consulente ottiene risultati migliori di chi fa da solo, potendo accedere ad una serie di vantaggi concreti che il professionista deve necessariamente assicurare per giustificare il suo costo.

L’emergere della pandemia globale Covid-19 nel primo semestre del 2020 ha causato gravi shock nel contesto economico mondiale e nei mercati dei capitali, da cui non ci si è ripresi del tutto. I forti ribassi dei prezzi nei mercati azionari – e i picchi di volumi – hanno chiaramente illustrato questa volatilità, che ancora oggi dipende fortemente dalle notizie (e dai possibili ritorni) sul virus.

Lo conferma la chiusura della settimana precedente, con un improvviso -6.9% del NYSE e, a casa nostra, con un -4.9% del FTSE MIB, non appena i dati della pandemia nel continente americano hanno rivelato una preoccupante  inversione della curva dei contagi.

Nel primo trimestre, le azioni statunitensi – mercato borsistico trainante – avevano chiuso con la peggiore performance dopo la crisi finanziaria del 2008 (con lo S&P 500in calo del 21%, il DJIA in calo del 24% e il Nasdaq in calo del 15%. Nel frattempo, l’indice di volatilità CBOE era balzato del 329%, a 53,54 (da appena 12,47 ad inizio d’anno), raggiungendo un picco di 82,69. Nelle settimane immediatamente successive, allorquando i governi del mondo hanno adottato le misure più drastiche ed espansive per sostenere l’economia, i mercati azionari hanno ripreso molto del terreno perduto, ma non è questo il punto. Infatti, nonostante ciò gli investitori in tutti i settori si dimostrano ancora ansiosi di comprendere l’impatto a breve e lungo termine sulle loro finanze e portafogli di investimento, e la volatilità – che ritorna improvvisa e “pesante” ad ogni stormir di fronde – non aiuta a conferire serenità.

Allo stesso tempo, i consulenti finanziari – sia quelli indipendenti che quelli operativi presso le reti di consulenza – continuano a lavorare per non interrompere il flusso delle informazioni, e la pandemia ha finito per rappresentare per loro l’inizio di una serie di sfide che coinvolge tutta la c.d. industria del Risparmio e, “a cascata”, i clienti stessi.

La prima di queste sfide è certamente quella di mantenere i contatti consulente-investitore da remoto, assicurando un servizio adeguato che ha richiesto al sistema bancario e ai fornitori di tecnologia un rapido potenziamento tecnico (soprattutto video). Non da meno, anche le sfide normative necessarie per consentire il proseguimento dei lavori sono state notevoli e, per un certo verso, sono ancora in corso.

Questo primo semestre ha dimostrato che i consulenti finanziari di tutto il mondo svolgono un ruolo importante nel soddisfare le esigenze squisitamente bancarie-finanziarie dei clienti, ma svolgono anche un servizio fondamentale nell’aiutare gli investitori a navigare in mercati finanziari complessi. A questo proposito, negli USA di recente è stato condotto un sondaggio-studio per valutare come le aziende comunicano con i loro consulenti finanziari e come, a loro volta, questi ultimi comunicano con i loro clienti per aiutarli a comprendere meglio le condizioni di mercato e mantenere una connettività continua durante i periodi di alta emotività e volatilità finanziaria come quello attuale, che non ha precedenti. In particolare, lo studio elaborato da SIFMA (Security Industry Financial Market Association) dimostrerebbe che le persone che sono assistite da un consulente finanziario superano in risultati e livello di informazione quelle che fanno da sole. Lo stesso studio, inoltre, spiega come gli investitori più soddisfatti sono quelli maggiormente coinvolti attraverso una varietà di metodi di comunicazione basato su un approccio “olistico”, in cui la fiducia si accresce anche attraverso la capacità di amplificare il livello di comunicazione di base con i clienti a seconda del contesto in cui ci si trova. Ebbene, durante la pandemia tutti i sistemi nazionali di prossimità finanziaria agli investitori hanno dimostrato di saper reagire nel modo giusto, aumentando il grado e la frequenza di relazione al fine di garantire il supporto dei consulenti anche nelle fasi più buie, accrescendo così anche la fiducia.

In Italia, il ruolo del consulente è stato sempre più importante della consulenza finanziaria a sé stante, perché egli ha un grado di prossimità e di conoscenza delle famiglie che pochi professionisti, in altre discipline, sono in grado di costruire in un tempo rapido. Per questi motivi, chi si è rivolto ad un consulente finanziario ha saputo affrontare le circostanze meglio di tutti gli altri, continuando ad esaminare – o a rivedere, se era il caso di farlo – i propri obiettivi e l’orizzonte temporale dei propri investimenti, mantenendo la concentrazione su ciò che conta di più, e non sulle paure irrazionali.

Naturalmente, la scelta del consulente è un momento fondamentale per decidere  di chi fidarsi, ma una volta superato questo importante passaggio si può ragionare sulle aspettative di beneficio – sennò, perché assumerne uno? – sia nel breve che nel lungo periodo.

Il primo vantaggio di avere un professionista della finanza al proprio fianco è che il portafoglio di investimento, grazie al suo lavoro, verrà costantemente aggiornato – non rivoluzionato! – in base ai migliori scenari di mercato, perfezionando sempre di più il livello di appropriatezza agli obiettivi.

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Il secondo beneficio riguarda la conoscenza della vostra reale tolleranza al rischio, che solo un soggetto esterno può valutare con equilibrio. Nulla può sottrarre tutti i rischi agli strumenti di investimento – lo abbiamo visto proprio in occasione di questa crisi – ma esistono metodi per adeguare a priori i portafogli finanziari al reale contesto economico e ottimizzare la scelta degli strumenti, in modo che siano rispondenti al proprio profilo di rischio, senza spingersi mai oltre.

Per avere ancora maggiore controllo del rischio associato alla volatilità del mercato, i consulenti possono accedere ad un ampio menu di opzioni, soprattutto quelle che fanno parte dell’universo del c.d. risparmio gestito (fondi comuni di investimento, sicav, unit linked etc), ma anche quelle relative alle materie prime, al private equity ed agli investimenti alternativi; tutti strumenti che il cliente, in autonomia, non prenderà mai in considerazione, perché non possiede le informazioni necessarie.

Il beneficio più grande, probabilmente, è quello di ricevere dal proprio consulente una collaborazione qualificata per sviluppare un piano finanziario globale della famiglia, analizzando i flussi di cassa, il bilancio personale, le proiezioni del reddito e gli obiettivi per l’istruzione dei figli e la pensione, costruendo così una “tabella di marcia” utile a guidare le decisioni finanziarie verso la direzione voluta, anche quando eventi così difficili, come il Covid-19, costringono tutti a ritornare sulla propria pianificazione.

A monte di tutto, la trasparenza e la rendicontazione, che un consulente può fornire ogni volta che vengono richiesti. Il suo lavoro, infatti, dovrà necessariamente tenere traccia degli apporti e dei prelievi netti, nonché delle commissioni, per poter rendicontare secondo le regole.

In definitiva, gli investitori che hanno ben tollerato la tempesta che si è abbattuta, oltre che sulle persone, anche sul valore dei loro risparmi, sono quelli che avevano già, prima della crisi, un portafoglio allineato alla propria tolleranza del rischio.

Tutti costoro, certamente, avevano un consulente al proprio fianco.

Borse mondiali appese alle sorti del vaccino, Cina al centro dei portafogli di investimento

Lo scontro tra Cina e USA ha un non so che di grottesco. Dalla prima, infatti, è partita la pandemia, e gli USA sono la nazione con il maggior numero di contagi e di morti. Eppure le rispettive borse stanno andando meglio di tutte le altre.

A livello mondiale, la pandemia non accenna ad invertire la curva verso il basso, e se in Europa la situazione sta migliorando (al netto del Regno Unito, dove il picco del contagio sembra appena raggiunto), negli Stati Uniti e nell’America del Sud – Brasile, soprattutto – il Covid19 sembra inarrestabile. Nel frattempo, i dati provenienti dal continente africano sembrano incoraggianti, ma in realtà in quei paesi non esistono statistiche affidabili per via del sistema sanitario molto carente.

Pertanto, la crescita di nuovi casi, in tutti i paesi occidentali, è sotto il 2%, ed in Eurozona sotto l’1%. Questo dovrebbe essere un trend sufficiente a restituire una certa serenità, ma dobbiamo scontare i risultati di alcuni studi, secondo i quali gli individui positivi al Covid19 sono dai 5 a 10 volte quelli ufficiali, e la rimozione dei blocchi alla produzione industriale e alla distribuzione potrebbe portare un nuovo incremento dei contagi che, sicuramente, non avrà le caratteristiche della c.d. fase 1, ma sembra ineluttabile.

Le borse occidentali, pertanto, non ne beneficeranno, e saranno perennemente “appese” alle notizie sul vaccino, rimanendo molto volatili. Ad esempio, sono bastate le perplessità relative ai progressi verso il vaccino di Moderna per buttare giù l’S&P 500, lo scorso 20 Maggio, di circa un punto in pochi minuti. Si è trattato di un movimento perfettamente  proporzionato a quello accaduto una settimana prima, con lo S&P in grande spolvero sulla scia delle notizie positive relative al vaccino del Covid19, su cui si stanno impegnando aziende del calibro di Sanofi, Pfizer e Astrazeneca.

Anche in Cina diverse aziende sono impegnate in sperimentazioni sugli esseri umani – CanSino Biologics ha comunicato di aver iniziato la c.d fase 2 già ad Aprile. Proprio sulla Cina, con la sua capacità di ripresa della produttività nazionale dopo un “lockdown assoluto” – in verità solo di alcune aree, in particolare quella di Whuan – durato meno di due mesi, si stanno concentrando le attenzioni delle case di investimento di tutto il mondo, nonostante pochi giorni fa, con un timing quanto meno infelice, la stessa Cina abbia annunciato l’intenzione di introdurre una legge sulla «sicurezza nazionale» nel territorio semi-autonomo di Hong Kong, facendo temere nuove tensioni e determinando un crollo della borsa locale del 5.6% in una sola giornata.

Al di là di questa questione, però, alcuni elementi di fondo fanno comprendere il perché di questa preferenza verso il mercato azionario cinese, in cui la migliore performance dovuta all’uscita anticipata, rispetto ai paesi occidentali, dalla situazione di lockdown non è quella principale. Infatti, c’è un dato che sorprende, ed è quello relativo al peso della Cina sul PIL mondiale, passato dal 7,2% del 2008 al 15,8% di oggi (più che raddoppiato). A fronte di questa accelerazione così rilevante, però, la presenza delle aziende cinesi negli indici azionari mondiali non ha avuto la medesima velocità di penetrazione, ed esiste quindi un buon margine di crescita; da qui l’interesse delle società di gestione, che vedono uno scenario dove, tra i due attuali contendenti della leadership commerciale nel mondo, USA e Cina, potrebbe prevalere proprio la seconda.

Certo che, a ben vedere, tutto ciò ha un non so che di grottesco. Dalla Cina, infatti, è partita la pandemia e gli USA sono la nazione con il maggior numero di contagi e di morti; eppure le rispettive borse stanno andando meglio di tutte le altre. La circostanza si potrebbe spiegare con il fatto che in Cina l’economia è ripartita prima degli altri ed il contagio è praticamente sparito, mentre gli Stati Uniti hanno messo in campo misure straordinarie talmente imponenti da “imporre” l’ottimismo a Wall Street.  Però, mentre nel caso della Cina si sta andando avanti verso una ripresa strutturale del mercato finanziario, basata sulla produzione industriale e sull’export (ma anche sui consumi interni), negli USA la borsa appare come “drogata” da misure monetarie e fiscali senza precedenti nella storia, alle quali dovranno necessariamente seguire, pena il sorpasso definitivo da parte dei cinesi, i relativi progressi nell’economia reale.

La scommessa è ancora in corso ma, a giudicare dagli altalenanti umori di Trump, la Cina fa proprio paura.

I tre mesi che cambiarono il mondo della Consulenza Finanziaria, secondo Alessandro Lo Verde

Sono trascorsi ormai tre mesi dall’inizio del primo lockdown, e tanti sono i cambiamenti avvenuti, per tutte le categorie di professionisti, nel modo di gestire la relazione con i clienti. I consulenti finanziari raccontano come hanno affrontato questa sfida che, certamente, non è ancora terminata.

Per i consulenti finanziari, da sempre abituati ad avere un alto livello di prossimità con i risparmiatori, la pandemia del Covid19 ha rappresentato un importante punto di svolta e, allo stesso tempo, un momento di conferma sulla solidità del loro rapporto con i clienti. A distanza di tre mesi, possiamo dire che le avverse circostanze – ancora in corso – hanno permesso ai professionisti del risparmio di superare, con il consueto successo, una prova difficile, durante la quale essi hanno sviluppato ancora di più la propria capacità di adattamento alle situazioni e quella di mantenere “a distanza” una salda relazione con i propri clienti, preoccupati dal pericolo del contagio e dal crollo dei mercati.

Patrimoni&Finanza ha chiesto ad alcuni di loro di raccontare la propria esperienza professionale, rispondendo ad alcune domande della redazione. In questa prima “storia” pubblichiamo il racconto di Alessandro Lo Verde, consulente finanziario trentasettenne con alle spalle già tredici anni di esperienza, autore del libro “Come Proteggere il tuo Risparmio” (Flaccovio Editore, di prossima uscita).

1) Alessandro, come hai affrontato le emozioni personali scatenate dalla pandemia, e soprattutto come hai gestito l’emotività dei clienti dovuta al crollo dei mercati ed alla contestuale impossibilità di incontrarvi?

Considerata la mia giovane età, posso dire di aver passato un terzo della vita impegnato a svolgere la professione di Consulente Finanziario, attraversando già tre importanti crisi finanziarie, e cioè quella del 2008, quella più breve del 2011 (ndr: crisi del debito sovrano) e quest’ultima, causata dal Covid19. Una esperienza sul campo notevole, direi, per un giovane consulente, in soli tredici anni di attività. Insieme alle difficoltà, però, ho imparato a gestire le mie emozioni cercando di allontanare il fulcro del problema e perseguendo una visione più ampia degli accadimenti, guardando oltre, al futuro. Gestire l’emotività dei miei clienti non è stato facile, ma devo riconoscere in loro un grado di maturità quasi inaspettato, che li ha portati a vedere nel problema in corso una opportunità di mercato. Con molti di loro, infatti, ho condiviso la decisione di effettuare investimenti aggiuntivi, che stanno già dando i primi frutti importanti in termini di recupero del capitale e di rendimento.

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2) Che tipo di strumenti hai usato maggiormente (telefono, video-telefono, email,  messaggeria) per mantenere il contatto con i clienti?  

Nel mese di Marzo le chiamate da parte mia non sono cessate neanche per un giorno. Dopo aver sentito la quasi totalità dei miei clienti, ho cercato di arrivare più velocemente al resto della clientela utilizzando mezzi più veloci, come Whatsapp e i social network o le mailing list. Nel mese di Aprile ho iniziato a sfruttare Microsoft Teams, che mi ha permesso di andare in video call con tutti loro, organizzando persino un webinar per circa 90 risparmiatori.

3) Come è cambiata la tua giornata lavorativa-tipo in seguito alla pandemia?

Oggi devo ammettere che sono diminuiti tutti gli appuntamenti meno produttivi, per me e per gli stessi clienti. Adesso gli incontri sono più rilassati, e diventano sempre più mirati ed intensi, guadagnando in possibilità organizzative e in nuovi contatti.

4) Hai approfittato della nuova organizzazione del tempo per fare formazione? Se sì, in quali temi ti sei rafforzato?

La formazione è costante. In questo periodo, oltre a svolgere i Corsi di formazione obbligatoria, leggo costantemente libri e articoli di riviste importanti che mi permettono di avere sempre il punto della situazione. In particolare mi colpisce la formazione legata alla finanza comportamentale e al concetto di Pianificazione Finanziaria.

5) Secondo te, come cambierà la professione di consulente da qui a tre anni? Quali sono le sfide che ti attendono?

Credo che la professione del Consulente  Finanziario sia davanti ad un cambiamento epocale. Se mi soffermo a guardare la direzione in cui stiamo andando, ovvero l’era digitale, e la confronto con l’età media dei colleghi consulenti di oggi, ritengo che presto si creerà una rottura. Ad esempio, molti manager di rete non riescono più a stare al passo con i tempi e continuano a lavorare con logiche rivolte al passato. Invece, è necessario che la professione si evolva, e che rinnovi i propri ranghi con un massiccio cambio generazionale. Il Consulente Finanziario, infatti, svolge sempre più un ruolo sociale prima ancora che finanziario, ed insistere sui metodi tradizionali di formazione e operatività potrebbe mettere a rischio l’efficacia di quei giovani che, attraverso i vari passaggi generazionali, beneficeranno un giorno dei patrimoni dei colleghi “anziani”.

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2020, come in “Ritorno Al Futuro”. Consulenti e professionisti alle prese con il proprio storytelling

Oggi le moderne tecniche di marketing consentono di far valutare anche ai professionisti il ricorso ai video di auto-promozione, e ciò implica la capacità di “saper raccontare” agli altri, concentrando in pochi minuti contenuti e obiettivi di comunicazione complessi.

Come nel celebre film di ZemeckisRitorno al Futuro” (Back To The Future, con Michael J. Fox e Christopher Lloyd) la pandemia di Covid19 sta determinando il ritorno, tra una folta schiera di professionisti (consulenti finanziari, avvocati, commercialisti e immobiliaristi), ad una sorta di “marketing distanziale”, che trent’anni fa si attuava con telefonate (a freddo) e, se si era bravi, con appuntamenti successivi “di chiusura”. Con le dovute differenze, il Coronavirus ha rivalutato per tutti il ruolo delle conversazioni telefoniche con i clienti, solo che al posto degli apparecchi a tasti di una volta oggi utilizziamo il prodotto della rivoluzione digitale (smartphone e tablets, oltre agli intramontabili pc), ed i principi del marketing operativo rimangono uguali. Infatti, anche oggi non si smette di acquisire contatti nuovi, lavorando all’interno di un identico contesto di difficoltà ricreato, come in un immaginario studio cinematografico, dalle distanze imposte dall’emergenza, e molti consulenti si stanno già attrezzando per rendere efficace, anche in relazione alla ricerca di nuova clientela, i propri supporti tecnologici, adattandoli alla propria capacità di sviluppo delle relazioni.

Certo, anche questo “viaggio al passato” terminerà con un graduale ritorno al futuro – senza gli scossoni della De Lorean di Doc e Marty, si spera – e, come accade ai protagonisti del film, ci si augura che il “nuovo presente” ci riservi condizioni migliori di quelle da cui si era partiti, magari in un contesto nel quale gli incontri diretti torneranno ad essere il principale strumento di relazione senza farci dominare dalla paura di contrarre il virus. La sensazione, però, è che nulla sarà più come prima, e che ci si dovrà adattare ad un profondo cambiamento dei costumi sociali, almeno finchè il pericolo di un ritorno diffuso del contagio (che non è ancora finito) non sarà definitivamente chiuso.

Cosa deriverà da questo per i professionisti, in termini di self-marketing?

Certamente la necessità di dover “affinare” la propria social-autorevolezza, facendo proprio lo strumento che oggi consente di moltiplicare per decine di volte l’efficacia di un semplice post di testo: il video, con il suo corollario di tecniche utili a creare il set e l’audio più efficaci per i social. Ma attenzione, un video pubblicato su Facebook e co. è come un granello di sabbia sulla spiaggia di Ipanema: solo tra miliardi di post, anche lui è destinato a passare quasi del tutto inosservato, a meno che esso non rientri in una strategia di comunicazione che prevede l’utilizzo di almeno quattro elementi: 1) tempo (non meno di un’ora al giorno), 2) internet (avere un proprio sito aumenta il proprio livello di web-autorevolezza), 3) un “set” (sfondo, tavolo, luce e audio) adatto alle riprese e, soprattutto, 4) qualcosa da dire: idee e stile nuovi, evitando di scimmiottare quelli degli altri, soprattutto dei “guru” che affollano la Rete e promettono ricchezza per tutti “grazie ad un trucco del 1970”.

Dei consulenti finanziari è ben nota la capacità di ascoltare i racconti di vita dei propri clienti, così come i rappresentanti di altre categorie professionali  (si pensi agli avvocati, ai commercialisti o a coloro che operano in campo immobiliare). Tutti loro sono soliti effettuare il proprio self-marketing in diversi momenti della loro vita, anche non strettamente collegati con quelli dell’attività tipica, ma le moderne tecniche di marketing quasi impongono il ricorso ai video di auto-promozione, che implicano nei consulenti la capacità di “saper raccontare”, concentrando concetti e obiettivi di comunicazione in pochi minuti. Su questa scia, la Rivoluzione Digitale prima, che ha visto l’uso sempre più massivo dei social, e la pandemia di Covid19 poi – meglio dire oggi – hanno determinato, nelle nuove generazioni di professionisti, il ricorso più frequente alla tecnologia video, che pochi, in verità, mostrano di saper usare in modo qualitativamente efficace.

E così bravissimi esperti delle più disparate materie, perfettamente in grado di attribuire valore aggiunto agli altri, nella vita reale, grazie al proprio sapere, spesso ne sviliscono l’importanza proponendo nei social network (Facebook e Linkedin, soprattutto) video di buon contenuto concettuale ma di scarsa qualità e fruizione, che muoiono rapidamente e rivelano la mancata applicazione di criteri semplici ed efficaci nella realizzazione di un video promozionale; laddove con il termine “promozionale” si intende anche la promozione di un elemento immateriale, come la competenza, strettamente collegato alla propria professione, e non necessariamente un “commercio” di beni di largo consumo o, peggio ancora, di professionalità.

Innanzitutto, un video promozionale ha lunghezza variabile, adatta al messaggio che si vuole diffondere ed ai tempi di visione tipici del Web, quindi non troppo lunghi. Esso può essere limitato ai soli testi scritti o alle sole immagini con sottotitoli, ma è l’abbinamento tra un bravo speaker ed i sottotitoli ad avere la maggiore efficacia e capacità virale, soprattutto se assistito da un unico format che rende la comunicazione diretta, immediata e coinvolgente. Infatti, il risultato a cui bisogna tendere nel realizzare un video è quello di aumentare il c.d. engagement, ossia l’interesse immediato che attrae l’utente che scorre la home di Facebook o di LinkedIn (ma anche di Twitter o Instagram).

In ogni caso, è fondamentale procedere per gradi. Innanzitutto, chiarire con sé stessi l’obiettivo per il quale si intende realizzare il video: educare, informare, aumentare il livello della propria autorevolezza in un certo ambiente professionale, mostrare i propri punti di forza, fidelizzare i clienti già acquisiti o incrementare quelli da acquisire. In secondo luogo, è necessario definire i diversi passaggi della propria video strategy.

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Riassumendo, la ripresa del video è l’ultima azione – la penultima, nel caso in cui si voglia procedere poi con un montaggio – da effettuare dopo aver definito: obiettivo da raggiungere, target di riferimento, tipo di formato e storytelling. Pertanto, dopo aver pensato all’obiettivo – un solo tema, preferibilmente, e non tanti contemporaneamente  – è bene soffermarsi sulla conoscenza del target da raggiungere. Conoscerlo significa comprendere bene le sue esigenze ed anticipare le risposte alle domande che genericamente esso si pone prima di acquistare sul mercato i servizi professionali a cui si fa riferimento, implicitamente o esplicitamente, nel video. Inoltre, la conoscenza del proprio target consente di creare contenuti personalizzati, che potranno essere diffusi efficacemente ai propri collegamenti senza dover ricorrere necessariamente ai tipici canali di distribuzione pubblicitaria del web (Google Adv o promozioni Facebook e LinkedIn).

La conoscenza del target, inoltre, aiuta a comprendere quale tipo di formato è più adatto al video: infatti, la sua lunghezza, la misura ed il taglio variano anche a seconda della piattaforma digital o dei media che si intende utilizzare. Per intenderci, i formati su cui si deve fare una riflessione sono quelli dei social media (preferibilmente una web series, per tenere costante l’attenzione sui temi per i quali si vuole ottenere una posizione di leadership), ma è fondamentale che il video sia in linea con lo spirito del canale scelto, del quale deve rispecchiare lo stile di fondo.

Lasciamo per ultimo il c.d. storytelling, argomento che necessita di un approfondimento. Il termine è composto da altri due, “story” e “telling”, che messi insieme suonano letteralmente come “racconto” e “narrare”, e quindi “narrare un racconto”. Qualunque professionista, nel concepire il contenuto del proprio video, dovrà partire dall’approccio di dover raccontare qualcosa, e non di mettere a video una lectio magistralis che annoia i più ed è destinata ai pochi. L’attività di narrare serve a comunicare non nozioni, bensì pensieri ed emozioni, tali da creare immedesimazione nello spettatore e far comprendere l’utilità del messaggio tecnico contenuto nella narrazione, ossia l’obiettivo di comunicazione del professionista.

Lo storytelling, per risultare efficace, deve essere chiaro, semplice, diretto e coinvolgente. Non auto-referenziale né, peggio ancora, auto-celebrativo, ma sulla stessa lunghezza d’onda dell’utente, il quale potrebbe essere anche un sempliciotto, per nulla avvezzo ad argomenti tecnici che, se non vengono spiegati mediante un racconto – esattamente come si fa con i bambini! – risulteranno incomprensibili. 

Anche la qualità del video è un elemento fondamentale per un buon video, perché può influenzare positivamente la percezione del contenuto e la sua autorevolezza.

Infine, dopo aver esaminato tutti questi punti, è bene non perdersi l’ultimo: lasciare sempre a fine video il proprio sito internet ed i canali social. I video, infatti, servono a “convertire” utenti generici del web in “utenti propri”, ma questo obiettivo non è raggiungibile senza avere un proprio sito personale.

Il Sud Europa in rovina nel dopo-Covid. Tocca al Nord evitare una nuova “Questione Meridionale Europea”

L’Italia, in quanto a “questioni meridionali”, ha una notevole esperienza. Con le dovute differenze, identico processo storico sta accadendo in Europa, sotto i nostri occhi, da venti anni, e senza interventi di riequilibrio il problema rischia di consolidarsi per i prossimi secoli.

La pandemia del Covid19, insieme a profonde trasformazioni nel modo di vedere il mondo e nelle modalità di relazione tra esseri umani, ha fatto emergere la fragilità di macro sistemi socio-economici che, prima dei vari lockdown, si ritenevano pressoché immutabili. Uno si questi è certamente quello dell’Unione Europea, nata sulla illusione del principio “one money, one nation” (una moneta, una nazione), grazie al quale si sarebbe dovuto produrre, nei singoli paesi aderenti, trasformazioni  tali da realizzare una progressiva armonizzazione tra le diverse realtà nazionali. Il Coronavirus, come la più classica delle onde anomale, ha distrutto in sole due settimane questo castello di sabbia, mettendo in chiaro ciò il vero principio su cui si basa oggi l’UE, quello del “one money, no nations” (una moneta, nessuna nazione). 

Passando dalle questioni di principio a quelle di realtà, tutto questo si è tradotto in una nuova “Questione Meridionale”, tra stati del Sud e stati del Nord Europa, che adesso richiede l’adozione di azioni riequilibrative. Azioni sul debito, innanzitutto, che in Italia (ma anche in Grecia e Spagna) è sempre aumentato senza produrre una crescita economica sufficiente a ripagarlo. Pertanto, non avendo prodotto alcun effetto, esso deve necessariamente essere ridotto adottando strumenti meno “dolorosi” di quelli imposti alla Grecia qualche anno fa. Un periodo di inflazione sostenuta (tra il 3 ed il 5%), per esempio, sarebbe uno dei metodi meno traumatici, perché  ridurrebbe il valore reale del debito, ma il Nord Europa impone – chissà perché – una inflazione massima del 2%, ed oggi uno scenario inflattivo è ipotizzabile solo dopo la totale eliminazione del problema-Covid.

In alternativa, al fine di escludere qualunque ipotesi di default, si potrebbe ragionare sulla ristrutturazione del debito, che però è impopolare, oppure sulla “monetizzazione del debito”, che però è impossibile per via del fatto che l’Italia non può avere, come tutti i paesi UE, una sua politica monetaria indipendente.

Da escludere anche la c.d. austerità, che aggiungerebbe solo povertà estrema in un Paese che, come il nostro, viene da un ventennio di bassa crescita economica e di diminuzione del reddito effettivo.

C’è da dire che l’Italia, in quanto a questioni meridionali, ha una notevole esperienza: quella “domestica”, che poggia le sue basi sulle modalità predatorie che hanno portato all’Unificazione, si è fatta modello economico strutturale – con conseguente flusso migratorio da Sud a Nord – e si traduce ancora oggi in un enorme divario in tutti i settori dell’Economia nazionale (dalle infrastrutture all’apparato industriale) tanto da far parlare, dopo 150 anni, di “due italie” e di una “unificazione mancata”. E’ storicamente accertato, però, come a seguito di questo processo storico il Meridione, prima fiorente ed economicamente avanzato, sia stato impoverito e privato delle sue migliori risorse, a vantaggio del Nord. Con le dovute differenze (nessuna strage di massa di “briganti” meridionali), identico processo storico sta accadendo in Europa negli ultimi venti anni. Infatti, con il loro ingresso nell’Unione Europea, i paesi del Sud (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) si sono impoveriti a tal punto da accentuare – anziché eliminarla – una inaccettabile “Questione Meridionale Europea” (S.E.Q., dall’inglese Southern European Question) che adesso rischia di durare nei secoli, e che gli stati del Nord non hanno alcuna intenzione di attenuare.

E come potrebbero? Ormai non si contano più le aziende nazionali passate in mano straniera, con buona pace dei nostri governi che nulla hanno fatto per impedirlo, schermandosi dietro le “leggi del mercato” che sono valide per tutti, tranne che per le poche aziende italiane che vogliono acquisire partecipazioni di controllo in quelle francesi e tedesche.                         

Paesi come la Germania, l’Olanda e l’Austria hanno potuto beneficiare del vantaggio di avere una moneta più debole rispetto a quella che oggi sarebbe stata la loro valuta nazionale, ed il loro export è cresciuto molto di più di quanto non sarebbe successo senza la moneta unica. Stessa cosa non è successa ai paesi del Sud, in ciò tradendo il principio ispiratore dell’Unione Europea, creata proprio per attenuare gli squilibri, e non per accentuarli. Questo divario di benefici andrebbe adesso ribilanciato attraverso l’adozione di strumenti redistributivi, per evitare che stati come la Germania possano dire “bye bye Unione Europea” uscendo da essa con una posizione economica ingiustamente acquisita ai danni dell’Italia o della Spagna.

La nuova S.E.Q., peraltro, è ben evidenziata dai numeri. La Germania,  per esempio, nel solo periodo 2002-2015 aveva già accumulato un surplus di ben 787 miliardi di dollari, che reinveste principalmente comprando titoli di debito estero. E’ successo con l’acquisto di titoli tossici americani, con i finanziamenti alla Grecia e alle banche spagnole, ed anche con i BTP italiani, oggetto – guarda un po’ il caso – delle attenzioni della Corte federale tedesca in relazione al Q.E.. Certamente, così facendo, la Germania si espone all’eventuale default degli stati emittenti, ma è anche vero che ciò ha un effetto dominante su di essi, una minaccia costante di agire sul loro spread vendendo titoli sul mercato (come è accaduto nel 2011, e come si è cercato di fare, a Marzo, tramite i “consigli disinteressati” di Commerzbank).

Con l’arrivo della pandemia, certi equilibri negoziali sono saltati, e questo ha permesso di poter alzare la voce nelle sedi europee. Pertanto, questo sarebbe il momento giusto per abbandonare gli sterili proclami di natura squisitamente negoziale, e tradurre in azioni concrete i principi contenuti nella lettera inviata da Giuseppe Conte alla Commissione Europea nelle scorse settimane, nella quale il Presidente del Consiglio scriveva che “……le regole europee, mentre si mostrano estremamente rigorose nel censurare politiche nazionali espansive potenzialmente suscettibili di incidere sulla dimensione del debito sovrano, non sanzionano con analogo rigore questi comportamenti (ndr, quelli tesi ad acquisire vantaggi commerciali a danno di altri), che certamente non sono meno destabilizzanti per il benessere dei cittadini europei di quanto non lo sia un elevato debito pubblico”.

In sintesi – ha detto Conte – perchè si minaccia contro l’Italia la procedura d’infrazione per il mancato contenimento del debito, e non si fa lo stesso contro la Germania per il problema del surplus?

In realtà, appare ormai evidente che l’Euro sia diventato un alibi per coprire le operazioni “corsare” di Germania, Francia e Olanda (con il suo paradiso fiscale de facto). La Germania, infatti, avendo adottato l’euro, non può più essere costretta a subire una rivalutazione della sua moneta nazionale – il che riequilibrerebbe in modo “naturale” lo squilibrio del surplus commerciale – come invece, per esempio, è accaduto ripetutamente dopo la seconda guerra mondiale nel cambio marco/dollaro USA. Con l’euro, tutto è cambiato, ed all’interno dell’area non è possibile svalutare per compensare gli squilibri commerciali tra uno Stato e l’altro. Tutto questo ha finito con il creare – quanto inaspettatamente, e quanto volutamente? – uno strumento di difesa dell’export tedesco, francese e olandese dalle “svalutazioni competitive” che periodicamente venivano messe in atto dall’Italia, la quale una volta aveva una fiorente struttura industriale con grandi capacità di adattamento alle fasi di mercato.

Vi ricorda qualcosa?

Gli anziani e la passione per gli appartamenti spaziosi. Eredi, la salvezza è il frazionamento

Sugli asset immobiliari degli anziani italiani incombe il passaggio generazionale a favore dei c.d. millennials, i quali non hanno la stessa passione per le case con molte camere o, nella maggior parte dei casi, non se le possono permettere. Come frazionare gli immobili sovradimensionati e realizzare maggior valore e rendita.

In Italia, gli anziani sono tornati improvvisamente – e tragicamente – a destare interesse per via della loro estrema fragilità di fronte alla pandemia di Covid19. Negli ultimi tre mesi, infatti, ci si è resi conto più di prima della loro grandissima importanza sociale all’interno delle reti familiari: gli anziani si prendono cura dei nipoti, hanno contatti frequenti con i propri figli adulti e li aiutano, sempre più spesso, economicamente.

Sfortunatamente, il contatto strettissimo dei giovani con i propri “anziani di famiglia” (nonni e zii) ha determinato un canale attraverso il quale il Covid19 si è trasmesso, con le conseguenze che conosciamo bene e che, in migliaia di casi, riguarderanno anche il patrimonio immobiliare oggetto di successione. In particolare, una volta che gli eredi saranno entrati in possesso delle abitazioni degli anziani genitori (o dei nonni), dovranno adottare le decisioni più disparate: andare a vivere in quelle abitazioni, lasciarle sfitte, affittarle o venderle. Negli ultimi due casi, chi ha ereditato si scontrerà ineluttabilmente con un mercato immobiliare che già prima dello scoppio della pandemia mostrava segni di “schizofrenia”: prezzi degli immobili di buona quadratura in costante diminuzione e con scambi rarefatti, e quelli della case al di sotto dei canonici 100 mq con prezzi stabili e scambi vivaci; in più, mercato dell’affitto tradizionale reso difficile dalla elevata percentuale di morosità, e “affitto breve” in ascesa.

Per chi vuole vendere gli appartamenti più grandi, pertanto, è definitivamente tramontato il mito del “mattone che sale sempre di valore” ed è necessario adattarsi a prezzi da svendita rispetto a soli cinque anni fa, ed il trend di discesa delle quotazioni non sembra aver toccato ancora il fondo.

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C’è da dire che la passione per il mattone ha sempre colpito quella fascia di popolazione che oggi, dopo molti anni di distanza dal Boom economico, costituisce la categoria degli anziani. Infatti, secondo gli ultimi dati di Bankitalia-Abi, la popolazione con 65 anni o più (circa 15 milioni di italiani), che costituisce il 20% del totale, possiede il 73% della ricchezza nazionale, di cui oltre il 61% in immobili. Questo è avvenuto perché negli ultimi trent’anni in Italia la quota di famiglie proprietarie della casa è passata da circa il 60% del 1982 a circa il 70% del 2001, anno in cui la tendenza si è stabilizzata con le nuove generazioni.

In sintesi, si rischia di far passare di mano, da una generazione all’altra, immobili difficili da gestire ad eredi che hanno redditi bassi, esattamente come un quinto degli anziani di oggi.

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Su questo enorme asset immobiliare incombe il passaggio generazionale a favore dei c.d. millennials, che non hanno la stessa passione per le case con molte stanze e, nella maggior parte dei casi, non se le possono permettere economicamente. Tale avversione, inoltre, viene alimentata dalle rendite sempre più basse degli immobili, dai loro costi di manutenzione e dalla fiscalità crescente.

Tutte queste case hanno caratteristiche che le rendono poco appetibili agli occhi dei 30-35enni di oggi. In primo luogo, esse sono dotate di finestre di scarse dimensioni per via dei metodi di costruzione tipici degli anni della crisi energetica (1970), ed anche i balconi sono del tutto inutilizzabili anche per prendere un caffè o pranzarci dentro. In secondo luogo, gli standard di costruzione non sono dei migliori, soprattutto in relazione alle norme antisismiche, e le famiglie più giovani contano generalmente un solo figlio, per cui non serve avere molte camere da letto e due servizi. In terzo luogo, gli impianti ormai vetusti richiedono continui interventi di manutenzione,  le rifiniture di capitolato (o anche quelle derivanti dalle modifiche apportate dagli attuali proprietari) non incontrano il gusto dei più giovani e richiedono, in aggiunta al prezzo dell’acquisto, anche il costo (e il disagio) di una ristrutturazione.

Quest’ultima via, però, rappresenta l’unica veramente possibile laddove si voglia realizzare una vendita più conveniente e più rapida. Frazionare un appartamento di 150 mq in due appartamenti di 65-70 mq ciascuno non richiede un investimento eccessivo (dai 15.000 ai 20.000 euro) ed i lavori, oltre ad essere finanziabili, consentono di accedere a notevoli agevolazioni fiscali.

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I vantaggi di un frazionamento sono evidenti, sia in caso di vendita, sia in caso di locazione. Relativamente alla vendita, se da un appartamento di 160 mq commerciali in una zona semi-centrale di Palermo – identico ragionamento è valido, con le dovute proporzioni, per Roma, Milano e tutte le città italiane – si possono ricavare 240.000 euro, due appartamenti da 75 mq (+ 10 mq di parti comuni), ricavati dal primo e ristrutturati, frutteranno  141.500 euro ciascuno, e cioè un totale di 283.000 euro, con una plusvalenza (al netto dei costi di ristrutturazione) di circa 20.000 euro. Per quanto riguarda le locazioni, il maggior ricavo è ancora più evidente. Infatti, nell’esempio considerato, l’immobile intero potrebbe essere affittato per 690 euro mensili (8.300 euro l’anno), mentre in caso di frazionamento ciascun appartamento non frutterebbe meno di 500 euro mensili, attribuendo una rendita maggiore rispetto all’intero (12.000 euro l’anno, + 3.700 euro) e dando la possibilità di ammortizzare i costi di ristrutturazione in soli cinque anni.

In aggiunta all’aspetto economico, ce n’è uno che riguarda il “disagio” legato tipicamente alle operazioni immobiliari: grazie al frazionamento, i tempi di attesa per entrambe le soluzioni (vendita o locazione) si ridurrebbero notevolmente, diminuendo anche il disagio complessivo dell’operazione.

Covid19, l’incertezza nuoce all’Economia. Per vincere, bisogna agire come sopravvissuti

Quanto tempo durerà la crisi connessa alla pandemia del Covid19, e quando potremo considerarci fuori? Quando cominceremo a ricevere notizie certe e potremo pensare di essere tornati alla normalità? 

Articolo di Luca Marucci*

Da oltre due mesi, ormai, gli interrogativi sulla efficacia degli strumenti messi in atto dall’Italia e da tutti i più grandi paesi del mondo non smettono di alimentare un generale clima di incertezza che influenza interi settori dell’Economia, mercati finanziari compresi, e la Società Civile, tutti in attesa di vedere i risultati delle politiche d’intervento messe in campo dalle istituzioni nazionali e sovranazionali. In particolare, ci si chiede se le misure già adottate permetteranno all’economia globale di ripartire e di far intravedere i segnali di un recupero.

Pertanto, quando potremo dire di essere fuori dalla crisi?

La risposta non è semplice, e richiede alcune riflessioni. Certamente le politiche fin qui adottate rappresentano un primo intervento che andrà sicuramente e necessariamente ampliato, e sarà soggetto ad una costante revisione sia nel breve che nel medio periodo, quando si uscirà da un contesto “anormale” e si rientrerà in uno “normale” (che sarà comunque diverso da quello pre-Covid19). Nel frattempo, la necessità di uno sforzo generalizzato di tutti soggetti chiamati ad intervenire dovrà essere qualcosa d’inedito a livello globale, dal momento che la situazione che il mondo si è trovato ad affrontare non ha precedenti nella storia, dal dopoguerra in poi.

Dobbiamo anche considerare il fatto che, rispetto all’ultima pandemia (la famigerata “Spagnola”) la Società è profondamente cambiata, è esplosa la Rivoluzione Digitale e le interconnessioni globali – in primis le possibilità di spostamento di persone e merci – hanno raggiunto livelli impensabili anche solo fino ad un ventennio fa. Questo comporta l’esigenza di affrontare il problema come una singola entità, e non come unità separate che viaggiano in ordine sparso.

Di conseguenza, a prescindere dalla natura dagli strumenti messi in campo, questi dovranno essere armonizzati il più possibile e dovranno avere una “sensibilità” maggiore per quanto riguarda le singole realtà nazionali, allo scopo di non penalizzare in maniera eccessiva quei paesi che hanno problemi economici e di bilancio talmente seri che, qualora le misure intraprese non dovessero tenerne conto, potrebbero subire danni irrimediabili.

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Nell’immediato, i settori che avranno una maggiore resilienza saranno certamente quelli legati alle esigenze primarie delle persone, e cioè la c.d. grande distribuzione, i generi alimentari e l’intrattenimento domestico. Invece, i settori che avranno una ripartenza più difficile, e cioè quelli legati al turismo – con tutte le sue interconnessioni – dal settore aereo alle vacanze, dagli affitti brevi alla ristorazione, dovranno ripensare profondamente il loro business insieme a tutti quei settori dove le ridotte distanze fisiche e sociali erano il cardine della propria attività (cinema, concerti, discoteche, locali notturni etc).

In ogni caso, si può essere moderatamente ottimisti: molti settori potranno tornare ad uno stato di pre-crisi nel momento in cui il percorso di uscita dall’emergenza sanitaria sarà confermato dai dati e da una rinnovata fiducia da parte della popolazione, la cui vera necessità è ricevere notizie certe e pensare che il peggio sia finalmente alle spalle.

Infatti, l’incertezza viene costantemente alimentata da un numero impressionante di notizie non verificate, che circolano e ricevono immeritato credito. La diffusione di contenuti non veritieri, peraltro, influenza non poco, in circostanze come queste, le abitudini e il nostro stile di vita, che fino a due mesi fa davamo per scontati e che sono stati brutalmente sradicati da un evento inaspettato per velocità e virulenza.

Probabilmente, ciò che è successo, con il suo corollario di messaggi confusi e contrastanti, farà vivere all’intera popolazione mondiale uno stato di incertezza prolungata su tutte le sfere del nostro vivere.  Sicuramente questo comporterà, anche quando avremo superato pienamente l’emergenza e torneremo ad uno stato di tranquillità reale, un periodo di transizione temporalmente non ancora quantificabile. Basti pensare alla esperienza comune a tutti coloro che sono scampati un ad un grande pericolo (es. un incidente grave o qualsiasi altra cosa che fa temere la persona per la propria incolumità): questi soggetti hanno bisogno di un tempo e di input positivi per poter ritornare ad uno stato pre-evento. Allo stesso modo, per far sì che la crisi attuale sia la più breve possibile, tutti i soggetti che concorrono alla fase di “normalizzazione” ed al superamento dell’emergenza dovranno riflettere costantemente sui segnali da dare alla popolazione mondiale, in maniera omogenea, al fine di non allungare più del dovuto il periodo dell’incertezza.

Nel frattempo, sarà necessario imparare ad agire come dei “sopravvissuti”, ed apprezzare anche i piccoli progressi dell’Economia che, in attesa del ritorno alla normalità, saranno gli unici elementi su cui rifondare la nostra fiducia per il futuro.  

*Luca Marucci, consulente finanziario indipendente, analista quantitativo e formatore