Il vuoto assoluto di tutela economica collettiva per i quasi 5 milioni di partite IVA italiane non consentirà di compensare (nemmeno parzialmente) una temporanea diminuzione dei ricavi che, per i consulenti finanziari, non sarà inferiore al 30% per il solo 2020.
Tempi bui per i consulenti finanziari. Oltre ad un generale ripensamento della professione, dettato dagli effetti durevoli della pandemia sulle future modalità di relazione con la clientela, questa categoria di professionisti, che in Italia può contare su circa 35.000 operatori effettivi, sta vivendo un fortissimo rallentamento dell’attività, causato sia dal “distanziamento sociale” imposto dall’azione di contrasto al contagio, sia dai crolli generalizzati delle borse e del valore dei portafogli di una clientela sempre più impaurita e immobile.
Rispetto agli shock di mercato già vissuti (2001 e 2008, per citare i più recenti), quello attuale non è dipeso da fattori endogeni al sistema (come, ad esempio, fu la crisi dei mutui subprime nel 2008), ma da un fattore esogeno – un virus aggressivo, nato chissà come e chissà dove – che impedisce ai consulenti di espletare la loro principale funzione, e cioè la “prossimità fisica” con il cliente. Niente, infatti, è più tranquillizzante di un incontro con il proprio consulente, durante il quale confrontarsi sui problemi e ricevere le informazioni che servono per portare avanti con fiducia le proprie strategie.
Tutto questo, al momento, manca, e mancano anche le strategie. La paura del contagio ci ha colti del tutto impreparati, ed i cambiamenti che il Coronavirus porterà alle economie di tutto il mondo rende impossibile abbozzare qualunque scenario a breve termine. Quello che è chiaro, invece, è che il vuoto assoluto di tutela economica collettiva per i quasi 5 milioni di partite IVA italiane non consentirà di compensare (nemmeno parzialmente) una temporanea diminuzione dei ricavi che, per i consulenti finanziari, non sarà inferiore al 30% per il solo 2020. Pertanto, la durata dell’emergenza diventa il fattore determinante per elaborare una previsione del danno economico complessivo verso il quale la categoria va incontro, e nei confronti del quale lo Stato non ha opposto alcun ammortizzatore sociale o sostegno (così come sta già facendo per il lavoro dipendente e per le imprese) che possa attenuare significativamente gli effetti di questa sciagura. Infatti, il governo Conte ha affidato all’INPS l’erogazione di un bonus una tantum alle c.d. partite IVA di soli 600 euro (forse ripetibile ad Aprile), la cui destinazione anche ai consulenti, dalla lettura del decreto, appare dubbia. La gestione delle richieste, in ogni caso, sembra che verrà disciplinata attraverso un “clik day” – questa la voce circolata negli ultimi due giorni, poi timidamente smentita dal sottosegretario all’Economia Baretta – ossia una sorta di lotteria, inaccettabile in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo, in cui non vi è nessun criterio di assegnazione se non quello del primo arrivato.
Non si distingue per generosità neanche Enasarco, la cassa di previdenza obbligatoria dei consulenti finanziari, che ha stanziato un sostegno economico di soli 8,4 milioni (la “bellezza” di circa 250 euro a testa, nell’ipotesi che la richiedano tutti), a fronte di un danno stimabile, per la categoria dei CF, in almeno 300 milioni di minor fatturato solo nei prossimi nove mesi. Del resto, che si sarebbe arrivati a tanto si era capito già dal comunicato di qualche giorno fa, in cui Enasarco metteva le mani avanti annunciando “….di essere sul punto di presentare tutte le possibili istanze al governo, considerando anche il fatto che la crisi perdurerà anche dopo l’emergenza, con l’unico e invalicabile limite rappresentato dal fatto che le risorse oggi disponibili e le misure adottate non dovranno mettere a rischio le prestazioni future, sia previdenziali sia assistenziali”.
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E dire che, poco prima, i consiglieri della Fondazione Marcianò, Gaburro, Mei, Ricci e Triolo, in una lettera indirizzata al presidente Costa e al direttore Bravi, avevano fatto notare che tutti gli aderenti all’Adepp, ossia l’Associazione degli enti previdenziali privati, avevano già deliberato o stavano deliberando sul rinvio, la sospensione o il congelamento degli adempimenti previdenziali, chiedendo che all’ordine del giorno del successivo CdA venisse
messo al primo punto una discussione su una serie di interventi come, ad esempio, il congelamento degli adempimenti previdenziali, la sospensione del pagamento delle cartelle, la proposta di modifica della convenzione FIRR per consentire agli agenti la facoltà di richiederne una anticipazione e la possibilità di utilizzare le somme rivenienti dai rendimenti netti del patrimonio (fatta salva la riserva legale e la sostenibilità dell’ente).
Persino Confesercenti aveva bacchettato Enasarco, dicendo a gran voce che contro il virus doveva fare di più per i consulenti finanziari. Anche Federpromm, per bocca del suo Segretario Manlio Marucci, si era rivolta al Ministro Gualtieri rappresentando “…la necessità inderogabile di non lasciare fuori dal provvedimento anche tutti gli operatori professionali dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa, quali i consulenti finanziari e gli agenti assicurativi/previdenziali che operano a partita Iva. Un universo di qualificati professionisti iscritti ai vari albi di categoria (oltre 250mila) che gestiscono e hanno a cuore in questo particolare momento il risparmio delle famiglie italiane…”.
Pertanto, appare evidente che, se dal governo Conte i consulenti finanziari non possono attendersi particolari benefici, lo stesso non deve accadere con Enasarco; la Cassa dovrebbe mettere in atto, rapidamente, tutti i passi necessari per consentire a ciascun consulente di poter attingere ad una quota significativa del proprio FIRR (Fondo Indennità Risoluzione Rapporto), il cui accantonamento complessivo, per la sola categoria dei CF, si stima essere non inferiore a 200 milioni su un totale a bilancio superiore ai 2 miliardi.



In tale scenario, infatti, assistiamo insofferenti ad una spietata speculazione da parte di traders senza scrupoli che proprio in funzione della instabilità e volatilità dei mercati intervengono pesantemente creando panico e incertezza ai poveri risparmiatori, vittime sacrificali di tale sistema. Essi adottano, come astuti avvoltoi, la vendita allo scoperto (o short selling), che consente di vendere un bene che non si possiede realmente, nella speranza che il prezzo scenda, così da riacquistarlo in futuro a un prezzo più basso e ottenere così “sostanziosi” profitti. In questa logica le istituzioni di controllo dei mercati borsistici a volte intervengono in ritardo – o addirittura non intervengono come nel caso della UE – amplificando le perdite e sviluppando un clima di incertezza e di paura. I ribassi registrati dalle Borse nelle ultime settimane, pertanto, dimostrano che si è sotto il dominio incontrastato di questi speculatori che operano a leva. Ad esempio, il re degli hedge fund, Ray Dalio, con la sua Bridgewater Associates sta scommettendo contro le Borse europee con una forza d’urto pari a 10 miliardi di dollari.
(*) Nella foto: Manlio Marucci, presidente Federpromm (Uiltucs)
Eppure, secondo gli esperti, tutto indica che si tratti, appunto, di una parentesi, e cioè di una c.d. recessione tecnica che durerà due trimestri consecutivi di PIL con il segno meno davanti, più corta negli USA e più lunga (grazie alla BCE targata Lagarde) in Europa. Tecnicamente, la settimana scorsa l’indice S&P 500 è passato con grande velocità dallo status di semplice correzione di mercato “toro” a quello di scenario “orso”, e cioè a meno venti punti percentuali dai massimi di periodo. Ma bisogna fare attenzione: passare dal mercato “toro” all’orso per qualche punto non basta per dichiarare un’inversione di un trend di lungo periodo. Infatti, la fase attuale non ha niente a che vedere con la grande crisi del 2008 (con il crac di Lehman Brothers), che rischiava di distruggere il sistema alla radice; quella crisi non arrivò in una manciata di settimane, ma ci mise un anno prima di minacciare la solidità delle grandi banche e istituzioni americane, chiedendo l’intervento coraggioso del Tesoro USA e della Fed. Anche allora, come oggi, esse misero sul piatto migliaia di miliardi di dollari, riuscendo a far riprendere anche un’Europa attonita e, come oggi, dominata da personaggi piuttosto inclini a far prevalere l’interesse di Germania e Francia.
Tecnicamente, la recessione che si prospetta oggi è generata dalla contemporanea caduta della domanda e dell’offerta. Per quanto riguarda la prima, il consumo di beni e servizi sta subendo una forte contrazione in molti settori, mentre la seconda appare inevitabilmente legata al rallentamento dell’attività economica globale e alle interruzioni nelle catene dei rifornimenti di materie prime e semilavorati. Per un po’ di tempo non dovrebbero esserci problemi di approvvigionamento (tranne che per i prodotti strettamente collegati all’emergenza sanitaria) e si potrà andare avanti con le scorte di magazzino, ma se non si assicura adesso un piano di continuità produttiva e distributiva è difficile non ipotizzare un blocco dei mercati globali.
Basta con quest’Europa. Un’ Europa che ha messo sul piatto dei salvataggi bancari la somma straordinaria di 3600 miliardi, e che nulla ha messo, in confronto, per adottare misure necessarie a salvare migliaia di vite. Come sarà possibile pensare che l’Europa, dopo tutto questo, possa ancora esistere?
Perché tanta attesa, visti i disastrosi risultati del mercato, ampiamente scontati, attesi già da sabato 8 Marzo? Nella delibera con la quale, nella tarda serata di ieri, la Consob ha deciso di sospendere le vendite allo scoperto su 85 titoli quotati sul Mta (mercato telematico italiano), si chiarisce che il divieto è stato deciso ai sensi dell’articolo 23 del Regolamento europeo 236/2012, per l’intera giornata di negoziazione del 13 marzo 2020. L’articolo in questione prevede restrizioni alle contrattazioni se “….la negoziazione ha subito una diminuzione significativa durante un solo giorno di negoziazione rispetto al prezzo di chiusura in tale sede del giorno di negoziazione precedente”, ed in questo caso “…l’autorità competente dello Stato membro di origine per tale sede verifica se sia opportuno vietare o porre delle restrizioni a persone fisiche o giuridiche per quanto riguarda l’avvio di vendite allo scoperto dello strumento finanziario in tale sede di negoziazione o altrimenti porre delle restrizioni alle operazioni su detto strumento finanziario in tale sede di negoziazione allo scopo di impedire una diminuzione disordinata del prezzo di detto strumento finanziario”. Inoltre, nella nota diffusa nella serata del 12 marzo dall’Autorità, si spiega che la soglia indicata dal regolamento è quella di una flessione superiore al 10 per cento.
Pertanto, la pandemia del Covid-19 ci sta dando almeno tre insegnamenti: il primo è che gli italiani stanno già superando, con il buon senso e grande spirito di adattamento, gli effetti delle misure dettate dall’emergenza; il secondo è che dovranno farcela senza l’aiuto dell’Europa, e con l’ossequioso ministro Gualtieri (che esprime parole di ringraziamento per la Lagarde) al timone del ministero delle Finanze; il terzo, che è un corollario del secondo, è che l’Europa non esiste più nemmeno in quel che rimaneva nell’immaginario collettivo, e che la voglia di imitare il Regno Unito sarà sempre più forte.
Di conseguenza, alcune banche centrali hanno tagliato i tassi di interesse a un ritmo visto l’ultima volta nella crisi finanziaria del 2007-09. Il 3 marzo la Federal Reserve ha abbassato il suo tasso ufficiale di 0,5 punti percentuali, due settimane prima della riunione programmata di politica monetaria. Anche le banche centrali in Australia, Canada e Indonesia hanno seguito l’esempio, e a breve vedremo medesima reazione da parte della Banca centrale europea e della Banca d’Inghilterra.
Un modo in cui il virus danneggia l’economia è interrompendo l’offerta di lavoro, beni e servizi.: le persone si ammalano, le scuole chiudono, costringendo i genitori a rimanere a casa. Le quarantene potrebbero forzare la chiusura completa dei luoghi di lavoro. Ciò è accompagnato da notevoli effetti della domanda. Alcuni sono inevitabili: i malati o i soggetti in quarantena escono di meno e acquistano meno beni. Anche le misure di sanità pubblica limitano l’attività economica. Mettere più soldi nelle mani dei consumatori farà poco per compensare questa resistenza. La piena attività, pertanto, riprenderà solo una volta che l’epidemia avrà finito la sua corsa.
Molti lavoratori, quindi, rischiano di perdere i loro redditi e il loro lavoro, mentre devono ancora rimborsare i mutui e acquistare beni essenziali. In Cina, che è un mese avanti rispetto al resto del mondo in termini di contagio, un sondaggio tra i responsabili degli acquisti ha rivelato che la produzione manifatturiera a febbraio è scesa ai livelli più bassi dal 2004, ed oggi sembra probabile che il PIL si contrarrà nel primo trimestre per la prima volta dalla morte di Mao Zedong nel 1976. Goldman Sachs ritiene che il PIL globale annuo si ridurrà del 2,5% nel primo trimestre, ma il crollo si interromperà una volta che il virus smetterà di diffondersi, e la velocità e le dimensioni del rimbalzo economico dipenderanno anche dalle condizioni in cui si troveranno i paesi a quella data.
Qual è la probabilità di una recessione? Le prospettive economiche sono incerte ma, in questa fase, continuiamo a ritenere improbabile una recessione economica negli Stati Uniti o a livello globale. A gennaio l’attività economica evidenziava una tendenza al miglioramento, e crediamo che, in uno scenario in cui l’impatto dell’epidemia di coronavirus si limiti sostanzialmente al primo semestre dell’anno, la crescita potrebbe continuare a mostrare una buona tenuta. Tuttavia, bisogna rivedere al ribasso le previsioni di crescita dell’economia cinese per il 2020 (dal 5,8% al 5,2%), ma la risposta sul piano politico e i segnali di stabilizzazione dell’attività dovrebbero limitare ulteriori rallentamenti. Per quanto riguarda i mercati, la strategia più adeguata sembra essere quella di mantenere le posizioni investite, rimanendo focalizzati sull’asset allocation strategica e prestando attenzione alla gestione del rischio, poiché gli episodi di volatilità potrebbero proseguire.








